Pubblicato in: letteratura, poesie

Canta il sogno del mondo di David Maria Turoldo 

colomba_della_pace_picasso
Ama
saluta la gente
dona
perdona
ama ancora e saluta
(nessuno saluta
del condominio,
ma neppure per via)
Dai la mano
aiuta
comprendi
dimentica
e ricorda
solo il bene.
E del bene degli altri
godi e fai
godere.
Godi del nulla che hai
del poco che basta
giorno dopo giorno:
e pure quel poco
se, necessario
dividi.
E vai,
vai leggero -.
dietro il vento
e il sole
e canta.
Vai di paese in paese
e saluta
saluta tutti
il nero, l’olivastro
e perfino il bianco .
Canta il sogno del mondo:
che tutti i paesi
si contendano
d’averti generato

.lineapasqua

Annunci
Pubblicato in: friuli

Cosa resta della Pasqua di un tempo a Lusevera – Bardo

 

Image_2 (1)

Guglielmo Cerno*, presidente del Centro ricerche culturali, racconta usi e costumi di una volta
Oggi ci sono le uova di cioccolata con la sorpresa per i bambini, e quelle grandi e decorate da regalare ai grandi. C’è la colomba con ogni tipo di ripieno ed è “nato” perfino l’“albero di Pasqua”, abbellito da figure di pulcini, rondini e rami di pesco.

Ma un tempo, in Alta Val Torre, questo importante periodo dell’anno era segnato da altri usi e costumi, da altre pietanze e rituali. Ce li racconta Guglielmo Cerno, presidente del Centro ricerche culturali di Lusevera, un appassionato e instancabile ricercatore che quei tempi andati, che ha vissuto sulla sua pelle da ragazzino, un po’ li rimpiange: «Erano anni in cui la comunità era viva, solidale – dice –. La valle era popolata, tantissimi i giovani e bambini. Poi sono arrivati i tempi più bui, dell’emigrazione in massa, di intere famiglie, di tante donne a seguito dei loro mariti».
Ma come si aspettava e come si viveva la Pasqua fino agli anni Sessanta del secolo scorso? Prima che i paesi dell’Alta Val Torre si spopolassero e prima dell’avvento della modernità?
«Prima di tutto le donna pulivano da cima a fondo l’intera casa ed esponevano alle finestre i panni, dalle lenzuola a tutto quello che avevano, perché “prendesse aria”, per dare un senso di pulizia, per dare ossigeno agli ambienti domestici dopo il periodo freddo, chiuso e buio dell’inverno », ricorda Cerno.
«Lucidavano a fondo anche i secchi che usavano per andare a prendere l’acqua nelle fontane, che diventavano veramente brillanti. Non c’erano i rubinetti in casa. Tutto si rinnovava. E poi c’era la preparazione del “piatto” tipico pasquale: lo chiamavano il “pane che profuma”. Veniva fatto con quel che le donne avevano messo via nell’inverno e che avevano recuperato anche fuori dalla valle. Era delizioso e tutti noi non vedevamo l’ora di poterlo mangiare. Ma non si poteva farlo subito. C’erano regole ben precise, per quella pagnotta squisita, e i grandi stavano bene attenti che noi ragazzi le rispettassimo».
Il pane, cui alcune donne aggiungevano anche delle patate, veniva cotto nei forni a legna. E ai tempi c’erano solo due famiglie, in valle, a possederlo. Così, a turno, ogni famiglia andava a cuocerlo da loro, e poi lo teneva da parte fino alla celebrazione della messa. «Il pane, infatti, andava prima portato in chiesa e benedetto dal sacerdote. Solo dopo poteva essere consumato. Nessuno sgarrava. E nessuno dimenticava di inciderci sopra una croce».
Quella delizia veniva mangiata da sola, o con un po’ di salame per chi aveva più possibilità “economiche” e a volte veniva accompagnata con del brodo: «Un brodo fatto con qualche pezzo di maiale messo via durante l’inverno. Prima di Pasqua non si toccava nulla, neanche il lardo. Solo dopo».

E, ancora, il “pane che profuma” veniva portato su un colle dell’Alta Val Torre dai ragazzi che festeggiavano insieme il Lunedì dell’Angelo: «Era una festa meravigliosa, in cui ci sentivamo felici, rigenerati. Mangiavamo come merenda non solo il pane profumato ma anche le uova, perché tutte le famiglie, oltre alle mucca e al maiale, avevano tante galline. Le uova si lessavano e diventavano dure, come si fa oggi; a volte anche si coloravano, con le erbe o anche con le matite». La tradizione dell’uovo solo a Pasquetta è forse l’unica rimasta ancora oggi, di quei tempi.

Guglielmo Cerno ricorda come nel Venerdì Santo fosse proibito a tutti di lavorare, perché in quel giorno era morto Gesù. L’unica attività permessa, ma in maniera molto limitata, era rassettare casa.
«La Pasqua era una festività che faceva un po’ da spartiacque, per l’agricoltura: prima si piantavano solo le patate, perché altrimenti, a metterle in terra più tardi, avrebbero fatto il germoglio. Per il resto si arava, e si arava tutto a mano. Quello che con sudore e sacrificio si otteneva dalla campagna, veniva usato per mettere in tavola e sfamarsi, e come merce di baratto. Perché non c’erano soldi. Anche il prete veniva ringraziato, ogni giorno, con un litro di latte, a turno, da parte di ogni famiglia. Veniva a prenderlo di mattina presto, la sorella, la madre o una persona che lo seguiva nelle sue necessità. Due giorni all’anno, poi, tutto quello che la latteria produceva veniva dato al sacerdote: forme di formaggio, burro e il resto. Nel periodo della Pasqua non si facevano offerte al parroco ma subito dopo sì, quando passava a benedire le case».
Nel giorno del Venerdì Santo era proibito suonare le campane e la chiesa, nei suoi interni, veniva completamente coperta con dei drappi color viola, il colore della Passione.
«Tutte le immagini in chiesa venivano coperte e non solo quelle: anche tutte le croci, che un tempo erano molto numerose. Solo un crocifisso, quello più grande, veniva esposto, per l’Adorazione – spiega Cerno –. A turno, poi, ogni famiglia pregava per un’ora ai piedi di questo simbolo sacro. C’erano tutti e i nonni erano quelli che più insistevano perché i più piccoli fossero presenti. Poi, sempre il Venerdì Santo, si faceva un falò, fuori dalla chiesa. Da quel grande fuoco che ardeva si accendevano delle fiaccole e si formava un corteo. Era la processione, che girava attorno alla chiesa e attorno al cimitero». Anche oggi si prega, nel Venerdì Santo, ma s’è persa la memoria, e l’uso, della pira e delle fiaccole, sostituite dall’accensione di candele e ceri devozionali.
P. T.
archivio dom
Raganelle del Venerdì Santo all’Etnografico di Lusevera
Per chi vuole scoprire le tradizioni di un tempo legate alla Pasqua, nel Museo etnografico di Lusevera sono conservate le vecchie raganelle-gragiule, grandi e piccole, che si usavano nel giorno del Venerdì Santo, quando non si poteva suonare le campane. «Allora – spiega lo storico Guglielmo Cerno – tutti i bambini ne avevano una. Venivano realizzate dai falegnami, pagate dai genitori ai loro figli come regalo di Pasqua. Con quello strumento andavamo, da ragazzi, di contrada in contrada, facendo una grande confusione, eravamo tantissimi, e qualche anziana signora ci cacciava via infastidita dal rumore. Con la grande raganella, invece, di cui un esempio si conserva nel Museo etnografico (nella foto), un adulto saliva sul campanile e la “suonava” per ricordare l’importanza di quel giorno di Passione, invitando i fedeli alla preghiera».
* purtroppo il prof.Guglielmo Cerno ci ha lasciato nel luglio 2017,una grande perdita per tutta l’Alta Valtorre e la Benecia
Pubblicato in: friuli, minoranze linguistiche, Slavia friulana, usanze

Usanze pasquali nella Slavia friulana

Una delle usanze pasquali  radicate e vive ancora oggi in alcuni paesi nella Benečija è, oltre alla benedizione dell’ulivo, la benedizione del pane,del vino,delle uova colorate con le erbe e dei dolci pasquali (gubana nelle Valli del Natisone).

A Zavarh/Villanova delle grotte dei panini dolci,appositamente preparati, vengono benedetti alla fine della Messa e poi offerti ai partecipanti.

GRAGIULA 001
gragiula o raganella

 

Una volta,durante la settimana Santa,quando le campane non suonavano,i bambini andavano per il paese e suonavano con”la gragiula” o “raganella”

 dal quindicinale dom.
La Pasqua è la festa cristiana più antica e più sentita, in cui si commemorano la passione, la morte e la resurrezione di Gesù. Non si tratta, però, solo di una commemorazione: nella liturgia della Settimana Santa partecipiamo ai misteri della fede. Cristo è risorto di notte, o meglio, all’alba del primo giorno della settimana, che venne per questo chiamato «giorno del Signore. Quella notte è stata fondamentale per tutto il genere umano: in quella notte è iniziata una nuova era della storia dell’uomo.
È interessante notare che gli sloveni chiamano la Pasqua «Velika noč», ovvero «grande notte». Quest’espressione deriva dalla liturgia aquileiese. La cerimonia antica, infatti, prevedeva una lunga vigilia notturna che terminava al mattino con una processione al sepolcro di Gesù. Questa processione viene effettuata ancora in alcuni luoghi della Slovenia con la statua del Cristo Risorto.
Anche nelle Valli del Natisone si sono conservate ancora oggi molte tradizioni. In questa zona, alcuni dei simboli di questa festività sono le uova dipinte e le colombine che si portano a benedire il Sabato Santo.
uovo-di-pasqua-immagine-animata-0004
Pubblicato in: poesie

Pasqua di Viljem Cerno

235px-Cristo_crucificado
https://it.wikipedia.org/wiki/File:Cristo_crucificado.jpg

Nella notte della stanchezza
confidiamo in Te;
al risveglio
stendiamo gli occhi del giorno
per la Tua adorazione.
Ma la nostra bisaccia
è vuota
i fiori della nostra terra
sono rovi;
il nostro cammino
è alla fine,
inchiodato sul legno
della Tua croce.
O Signore ,
dacci la forza
di afferrare il sorriso
della nostra terra,
di dar vita al fiore
della nostra anima.
Fa entrare la luce
del mattino
tra le balze
del Gran Monte.
Vieni Signore,
facci essere nuovi,
fa spuntare dalla pietra
l’amore ferito
della nostra gente.

dal libro Terska dolina- Alta Val Torre -Val de Tor
a cura di Milena Kožuh

 

1795164_809763985743349_9184906845788545026_o
http://ispirazionezero.tumblr.com/

 

Guglielmo Cerno , conosciuto anche come Viljem ČernoLusevera , 24 luglio 1937 – Lusevera , 22 luglio 2017 ), è stato un saggista , poeta ed etnografo italiano della minoranza slovena .

Cerno è considerato uno dei protagonisti della vita culturale, associativa e politica degli sloveni in Italia , specificatamente della Slavia friulana  , tanto da venir appellato con il titolo di “čedermac della Benecia”

da https://www.wikiwand.com/it/Guglielmo_Cerno

Pubblicato in: friuli

Andar per erbe

erbacce_commestibili

In questa stagione amo passeggiare nei prati per raccogliere erbe spontanee con le quali preparo piatti prelibati: risotti,minestre,frittate,contorni crudi o cotti.

Tarassaco o dente di leone,modar (Valli del Torre)  ossia cicoria selvatica,tarassaco,ledrichessa a Udine .Usato come contorno cotto in insalata,crudo e condito con pezzettini di lardo o bacon abbrustolito, nelle frittate e risotti

 

 

Humulus lupulus ,urtizon ,luppolo selvatico,bruscandolo

I germogli della pianta ,lunghi circa 20 cm,raccolti in marzo-maggio sono utilizzati come gli asparagi , più gustosi quando sono più grossi.Lessati per 5-10 minuti con poca acqua o al vapore,vengono conditi con olio e aceto,oppure saltati in padella per fare risotti,frittate e minestre.

Silene vulgaris,sclopit ,silene,grisol

E’ una pianta perenne e spontanea, si usano i germogli che devono assere raccolti prima della fioritura. Viene usata per risotti,frittate e minestre.

L’ Urtica dioica (ortica)
I germogli e le foglie tenere si raccolgono in primavera prima della fioritura.Le foglie vengono usate nei risotti,minestroni,frittate ,torte salate.
440px-Brennnessel_1

 

Ruscus aculeatus (pungitopo) ,ruscli,

I germogli  molto amarognoli .vengono raccolti da marzo a maggio,vengono usati in cucina come fossero asparagi,lessati in insalata,minestre e frittate.

 

 Auruncus ioicus,barba di capra o asparago di monte,

 

Chenopodium bonus-enricus , buonenrico, spinacio selvatico ,pel di mus

Si usa lessata come gli spinaci,in padella,si usano i germogli delle piante giovani.

1200px-Chenopodium_bonus-henricus

 

Attenzione ,ci sono dei limiti per la raccolta delle erbe spntanee.forestale

Tutte le immagini sono prese dal web da wikipedia,wikiwand,wikimedia.