Il pungitopo

 

di Antonino Danelutto

Se decidiamo in queste prime settimane primaverili di inoltrarci in boschi caducifogli termofili o lungo pendii collinari aridi, non tarderemo ad incontrare fra le siepi una pianta sempreverde alta circa 50 centimetri che attira la nostra attenzione per la presenza di qualche bella bacca rossa, sopravvissuta alle temperature fredde della stagione avversa: è il pungitopo, così chiamato perché – si dice – i contadini se ne servivano per difendere le vivande dai topi. Lo guardiamo con un certo distacco, visto che i suoi rami spinosi avvertono che non sono disposti a contatti confidenziali. Proprio di rami si tratta, e non di foglie: infatti quelle che potrebbero sembrare foglie sono dei rami appiattiti detti filloclàdi o cladodi che terminano con una spina apicale. Al centro del cladodio si sviluppa un piccolo fiore bruno-verdastro di pochi millimetri che sulla pianta femminile darà origine ad un frutto sferico rosso del diametro di un centimetro. Va ricordato, infatti, che il pungitopo (nome scientifico Ruscus aculeatus, in friulano ruscli) è una robusta pianta arbustiva dioica, cioè ogni esemplare porta o solo fiori maschili o solo fiori femminili.
Ma tornando alle nostre passeggiate di inizio primavera, se osserviamo attentamente i cespuglietti di pungitopo scopriremo alla base i nuovi germogli: si possono raccogliere e consumare come gli asparagi (sparcs di ruscli), dal sapore leggermente amarognolo. Si mangiano lessi e conditi, oppure in frittate o risotti; vengono anche conservati sott’olio, previa cottura. Il nostro regolamento regionale ne consente la raccolta fino a un chilogrammo a persona al giorno.
In medicina viene impiegato il rizoma raccolto in settembre-ottobre che è ritenuto, grazie a diversi princìpi attivi, un apprezzato antinfiammatorio e un vasocostrittore della microcircolazione periferica, quindi utile contro varici, flebiti, emorroidi, crampi agli arti inferiori. In passato si era perfino suggerito di surrogare il caffè con le bacche del pungitopo tostate e macinate.
Nella tradizione popolare è considerato apportatore di fortuna. Secondo una vecchia leggenda i suoi rami spinosi erano serviti per fare la corona di Gesù, il cui sangue ne aveva arrossato le bacche.

vitaneicampi

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