L’Italia è il Paese che ha avuto l’esodo più grande nella storia dell’emigrazione e continua a svuotarsi

Il benessere conseguito nel fantomatico boom economico che ha rilanciato il sistema Italia e favorendo nel tempo anche la ghigliottina del debito pubblico a causa di corruzione e cattiva gestione della cosa pubblica, hanno illuso tutti che l’Italia fosse il fantomatico Bel Paese da cartolina felliniana. Flussi, onde ed ondate emigratorie hanno fatto sempre parte della storia del nostro Paese. Oggetto di conquista, di predatori ma anche di mescolanze e condivisione di culture e civiltà che ne hanno caratterizzato la bellezza, quella che ora si fatica ad intravedere. La crisi del 2007 poi darà una mazzata definitiva all’Italia. Ad oggi come è noto sono quasi 5 milioni gli italiani che hanno conservato o acquisito la cittadinanza. Di essi 2.684.325 sono in Europa, 1.614.274 in America centromeridionale, 395.710 in America settentrionale, 65.696 in Africa, 65.007 in Asia e 147.930 in Oceania. Il nostro Paese in soli dieci anni è riuscito a scalare la classifica dei Paesi da cui si emigra di più. Una costante che fa parte della storia del nostro Paese che ha raggiunto l’apice dei 60 milioni di abitanti ed è destinato a scendere sempre di più e vedere l’asticella  puntata e diretta verso il basso sarà l’assoluta normalità da questo momento. Quasi 30 milioni sono stati gli italiani che sono andati via dal nostro Paese in soli cent’anni. Dal 1861 in poi. Tra le regioni più coinvolte da questo grande esodo, il più importante della storia d’Occidente, non vi furono solo quelle meridionali, come si potrebbe pensare, ma anche quelle del nord, a partire dal Veneto e Friuli Venezia Giulia . Questa è la storia del nostro Paese. Fatta di emigrazioni e di immigrazioni. Ma eravamo italiani, eravamo bianchi, eravamo cristiani e cattolici, si dirà.
Marco Barone

Val Natisone, terra di Å krati e Krivapete, NediÅ¡ke doline, Friuli orientale

Le Valli del Natisone (Benečija o NediÅ¡ke doline in sloveno,Vals dal Nadison o Sclavanìe in friulano) sono quattro valli attraversate da altrettanti corsi d’acqua (Natisone, Alberone, Cosizza ed Erbezzo) e collegamento naturale tra Cividale del Friuli (l’antica Forum Iulii) e la valle dell’Isonzo[1] che compongono un territorio geograficamente omogeneo.

Queste quattro valli costituiscono la dorsale meridionale delle Prealpi Giulie e si estendono per la maggior parte tra l’estremo lembo orientale del Friuli e l’alto corso dell’Isonzo, nel Goriziano sloveno (GoriÅ¡ka). Simbolo di questo territorio è il monte Matajur (1.641 m), dalla cui vetta si domina la pianura.

https://it.wikipedia.org/wiki/Valli_del_Natisone

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Lo skrat sul covone, Škrat na kopò
(folletto )

 

vignette di Moreno Tomazetig

Olinto Marinelli

marinelli_ritrattoOlinto Marinelli (Udine, 11 febbraio 1876 – Firenze, 14 giugno 1926) è stato un geografo e professore di geografia italiano.

Figlio di Giovanni Marinelli, è stato considerato un maestro di coetanei, dai suoi contemporanei, e animatore di uomini e istituti pronti a offrire il loro concorso da Biasutti (geografo); subentrò al padre, a soli 26 anni, alla cattedra di geografia di Firenze, che detenne dal 1902 al 1926.

Avviato dal padre agli studi naturalistici e alla geografia secondo un programma di metodica esplorazione locale, egli continuò il lavoro del padre e sviluppò il suo pensiero attorno alle cause attuali, cioè l’idea che le trasformazioni del mondo non sono diverse dalle trasformazioni del territorio in una relazione di causa-effetto. Trasformò quindi la geografia, da storico-letteraria quale era, in propriamente scientifica. Sostenne l’unità organica della geografia come scienza e metodo, affermando la necessità dell’esplorazione e del diretto contatto con le cose, elevando la cartografia a strumento essenziale e introducendo il ratzelismo in Italia.

È noto per essere stato l’autore dell’Atlante dei tipi geografici pubblicato dall’Istituto Geografico Militare nel 1922, dove si evidenzia l’importanza della cartografia, che avvicinerebbe al suolo le discipline economiche e storiche, e dove si analizza il concetto di tipo e tipo ideale, sulla base di esempi concreti vicini e lontani. È stato il direttore della Rivista Geografica Italiana, ma anche collaboratore di riviste scolastiche come La geografia per tutti, in pubblicazioni indirizzate ad un target poco specialistico.

Note biografiche tratte e riassunte da Wikipedia
https://it.wikipedia.org/wiki/Olinto_Marinelli.

Distretti di Gemona, Tarcento, S. Daniele, Cividale e S. Pietro

Dall’incipit del libro:

Corre ormai il quinto anno dacchè venne iniziata la compilazione di questa guida, e già il terzo dacchè ne fu iniziata la stampa. Io non sto a dire delle cause che giustificano sì grande lentezza, nè a cercare quanta parte ne sia da ascrivere alle intrinsiche difficoltà del lavoro, quanta a me, quanta in fine alle molte e diverse persone che erano state chiamate a dar mano a quest’opera. Si trattava di illustrare un nuovo lembo di questa regione, seguendo un piano già ottimamente tracciato, e messo in atto nella Guida di Udine, in quella del Canal del Ferroed in quella della Carnia. Conveniva che il nuovo volume, nella buona riuscita del quale era impegnato non meno il nome della Società Alpina, che quello del nostro Friuli, non riuscisse inferiore ai precedenti mentre mancava, pur troppo, Colui che a quelli aveva dato vita. Chi ne ebbe ad ereditare il grave compito chiese aiuto a quanti per particolari studi e speciali conoscenze locali fossero in grado di contribuire in qualche modo all’opera. Se non tutti risposero, se alcuni risposero con sole promesse, vi fu pure chi diede intera e disinteressata l’opera propria. Il nome dei principali collaboratori figura nel frontespizio ed accanto alle parti da ciascuno scritte; ma alcuni ― e fra questi mi piace qui ricordare in modo speciale il sig. Giuseppe Bragato ― estesero il proprio lavoro al di fuori dei capitoli dei quali risultano autori, altri modestamente e disinteressatamente ci furono larghi di consigli e di informazioni mentre il nome loro non figura in modo alcuno. Agli uni come agli altri esprimiamo qui i nostri ringraziamenti.

https://www.liberliber.it/online/autori/autori-m/olinto-marinelli/guida-delle-prealpi-giulie/

Il testo è tratto da una copia in formato immagine presente sul sito Internet Archive (http://www.archive.org/). Realizzato in collaborazione con il Project Gutenberg (http://www.gutenberg.org/) tramite Distributed Proofreaders (http://www.pgdp.net/).

da https://www.liberliber.it/online/autori/autori-m/olinto-marinelli/

Non insegnare lo sloveno significa negare le radici slave del FVG

 

ezimba148047263422031Numeri. Quantificazione. Dimmi quanto siete e ti dirò quanti diritti puoi avere. Dimmi chi sei e ti dirò che diritto potrai avere. Stiamo letteralmente dando i numeri ultimamente contro gli amici sloveni. Purtroppo qualche giapponese nella giungla in Friuli Venezia Giulia vi è ancora. Pensano di essere ancora ai tempi della guerra fredda o forse del fascismo dove tutto ciò che non era italiano andava annichilito, in particolar modo se era slavo. Concetti che già emergevano ai tempi della Carta del Carnaro dannunziana. La quale in modo fittizio tutelava le minoranze. Nel testo di quella carta emergeva che “nella terra di specie latina, nella terra smossa dal vomere latino, l’altra stirpe sarà foggiata o prima o poi dallo spirito creatore della latinità”. E la soccombenza è avvenuta,come ben sappiamo con il fascismo, con i processi di italianizzazione forzata. Qualche nostalgico ancora oggi lotta contro il bilinguismo. I nazionalismi non appartengono più a questa epoca, vi è ancora qualche fiammata, certo, ma durerà poco, è destinata ad essere spenta per sempre.

Lo sloveno in Italia è parlato in 32 comuni del Friuli-Venezia Giulia, nella Val Canale, nella Valle di Resia, nelle valli del Natisone nella ex provincia di Udine, a Gorizia, a Trieste ed in varie località delle due ex province. In FVG vive una minoranza linguistica autoctona che si è insediata dal VI al XIII secolo circa dopo Cristo. Ma è parlato anche in Austria, in Ungheria, Croazia, e non solo ovviamente in Slovenia ed anche lì dove ci sono diversi emigrati sloveni come in Germania od in America e poi questa lingua pone le basi per poter comunicare con quell’Est con il quale continua ad esistere una incomprensibile diffidenza. Nonostante alcuni provvedimenti legislativi, la situazione non è ottimale, si registrano considerevoli ritardi se non omissioni nell’attuazione delle norme di riferimento a tutela dei diritti della minoranza linguistica, anzi molte norme sono proprio disattese. Sono pochissime le opere slovene tradotte in italiano e sono poche le scuole italiane del FVG che insegnano lo sloveno anche come materia integrativa nel piano dell’offerta formativa ivi considerata. Insegnare lo sloveno non significa togliere niente a nessuno, ma solo aggiungere, un più che è rispondente al processo identitario e culturale e storico della nostra regione. Alle radici della nostra regione e nostra cultura che non è solo latina. In caso contrario, ragionando per numeri significherebbe che anche in Slovenia e Croazia andrebbero ridimensionati i diritti della minoranza italiana? Dell’insegnamento dell’italiano? Non è questo il modo logico, razionale con cui procedere. Non abbiamo più bisogno di giapponesi nella giungla, il mondo è cambiato e chi non lo vuol comprendere se ne dovrà far una santa o non santa ragione. Oppure continuerà a vivere nel suo torto esistenziale.

Marco Barone

https://xcolpevolex.blogspot.com/2017/09/non-insegnare-lo-sloveno-significa.html