10 vantaggi dei bambini che sanno più lingue

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L’apprendimento precoce delle lingue straniere offre ai bambini più di quanto si possa pensare. E anche più di quanto si possa misurare! Persino gli scienziati, a volte, fanno fatica a trovare prove, perché la nostra mente è così complessa e collegata a numerosi fattori esterni che la ricerca di correlazioni tra l’efficacia e la conoscenza delle lingue straniere rappresenta a volte una vera e propria sfida. Tuttavia, le prove sono numerose. Il tuo bambino, senza dubbio, avrà numerosi vantaggi dall’apprendimento precoce delle lingue e, soprattutto più tardi, beneficerà dalla loro conoscenza. I vantaggi iniziano a livello cellulare ovvero nei collegamenti cerebrali che vengono stimolati e creati con l’apprendimento delle lingue. Riportati qui di seguito i 10 vantaggi dei bambini e delle persone che sanno più lingue.

1. CERVELLO PIÙ GRANDE – sì, è vero…continua qui https://minipoliglotini.com/it/blog/posts/10-vantaggi-dei-bambini-che-sanno-piu-lingue

 

dalla “Guida Prealpi Giulie” di O.Marinelli

2° parte

Slavi e Friulani.
Slavi e Friulani. Oggi la zona da noi considerata è abitata da popolazioni che linguisticamente si distinguono in due gruppi: lo slavo, o meglio jugoslavo, o slavo meridionale, e più particolarmente sloveno, cui appartiene la grandissima
maggioranza degli abitanti delle montagne; ed il reto-romanzo, o ladino, o più particolarmente friulano, cui appartengono gli abitanti del piano. Di questi potremo dir poco più di quanto già si conosce di generale circa la rimanente popolazione friulana, dalla quale diversificano solo per qualche carattere fonetico proprio, in piccola parte dovuto forse a influenze subite dal più immediato contatto coll’elemento slavo.
Di più particolari indagini furono oggetto gli idiomi slavi che attrassero maggiormente l’attenzione specialmente di glottologi stranieri, per la stranezza della loro penetrazione in Italia, di cui intaccano leggermente la meravigliosa omogeneità etnografica.
Il confine linguistico tra slavi e ladini si può dire che nel complesso coincida colla linea di falda dei monti e dei colli, i [160]quali sono interamente slavi, mentre la pianura è tutta friulana e non un solo villaggio slavo vi si trova oggigiorno: villaggi friulani anzi sono sul fondo stesso delle valli dove quest cominciano a essere abbastanza larghe ed a subire più
direttamente la soverchiante influenza del piano; tali sono, ad es.:Prepotto e Albana nella valle del Judrio; Sanguarzo e Purgessimo in quelle del Natisone; Torreano in quella del Chiarò; Canal del Ferro in quella del Grivò; Attimis e Forame in quella del Malina;Nimis e Torlano in quella del Cornappo; Ciseriis in quella del
Torre.Più minutamente, cominciando dal ponte di ferro presso Gorizia, il confine linguistico passa sopra Lucinicco e Mossa, raggiunge il torrente Versa, in maniera però che la parte settentrionale del comune di Lucinicco, con Gradiscutta e Trebez,sia ancora slava. Prosegue ad ovest coincidendo coi confini amministrativi dei comuni di Cormons, Brazzano e Ruttars. A Venco e Dolegna, già slavi, oggi si parla friulano, ma Lonzano e Croazia sono a popolazione mista124.
Penetrando nella nostra provincia, passa per Albana e risalendo il torrentello oltre Centa, raggiunge il m. Subit (m. 344),si attiene alla strada carreggiabile verso Castelmonte fino alla c.Muldiaria, donde si abbassa per la costa del monte di Purgessimo
fino al confluente dell’Azzida col Natisone. Da Ponte S. Quirinosi spinge su pel m. dei Bovi (m. 374) e, girando intorno a Bundig,fino al Mladesiena: ne ridiscende sopra Canalutto presso il molino Forano; guadagna il S. Lorenzo e quindi il Piccat,seguendo il confine tra i comuni di Torreano e Faedis. Di lì torna indietro dirigendosi sotto Costalunga e per Canal di Grivò verso il m. Pojana; e poi lungo il confine tra Faedis ed Attimis,inferiormente a Porzus, fino al m. Celò (m. 713). Passando sopra Forame e sotto Cergneu di Sopra presso il molino sul Lagna,raggiunge il Zoban, il Zuccon e il Plajul.[161] Di qui cala sul fondo della valle del Cornappo, seguendone il corso fino a girare intorno alle case di Ramandolo; e,
attraversando Sedilis, oltre Patocchis e Lucchin, raggiunge il Torre sopra Menot. Quindi piega direttamente ad ovest sopra Zomeais, risale il Torrente sotto Sammardenchia; e pel confine tra i comuni di Ciseriis e Montenars e pel Campeon ritorna indietro al Zimor, su per il quale, passando sotto i casali di Cretto di Sopra, di Sotto e di Frattin, si spinge fino a toccare il Quarnan:donde pel confine tra Gemona e Lusevera raggiunge il Ciampon e
il Cuel di Lanes. Da questo per Forcella Musi si porta al Cadin,dopo il quale confina col comune pure slavo di Resia, di cui però solo la valle del rio Bianco appartiene alla nostra regione125.
A nord-est di questo confine tutta la zona prealpina è abitata da popolazioni slave che si estendono ininterrottamente fino all’Isonzo confondendosi oltre il medesimo coi paesi slavi dell’Austria, dei quali rappresentano la più recente trasgressione etnica di qua dalle Alpi: una delle tante trasgressioni di popoli comuni all’intera zona alpina d’Italia.Dalla posizione che gli Slavi occupano sembra evidente siano penetrati in Friuli dalla valle dell’Isonzo: pei passi di S. Nicolò, di Clabuzzaro, di Luicco e di Starasella riversandosi sui territori di S. Pietro e Cividale; per l’alta valle del Natisone invadendo il bacino del Torre; per il rio Bianco e la sella Carnizza la val di Resia.

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dalla guida di O.Marinelli

Tradizioni, leggende, usi e costumi degli Slavi.

dalla “Guida delle Prealpi Giulie “di Olinto Marinelli
Gli Slavi del Friuli non hanno una letteratura propria: alquante novelle, la
maggior parte delle quali patrimonio comune ad altri popoli;poche canzoni popolari d’indole religiosa ― qualcuna, per dir vero, bellissima ― o amorosa, o satirico-umoristica. Qualche canto patriottico, venuto in luce durante i moti antiaustriaci tra il 1848 e il 1866; alcune scarse poesie letterarie, pubblicate specialmente sui giornali di Lubiana, lamentanti il vergognoso abbandono in cui viene lasciata la lingua del popolo, costretta a
cercar l’ultimo rifugio nella chiesa; finalmente una lodata raccolta di versi, non però nel dialetto del paese, ma nell’idioma letterario sloveno, di Zameiski (Ivan Trinko).
Anche il folklore locale va sparendo via, via, come del resto da ogni altro luogo. Si novella ancora di krivopete, dai piedi ritorti, dai lunghi capelli verdi scendenti sulle spalle e sul petto,crudeli e cibantisi di carne umana, dimoranti nelle grotte: si ricordano le torkegiranti la notte per le case a sorprendere le massaie che lavorano in ore proibite; i vedomcio balladanti, i quali per un destino a cui non possono sottrarsi son costretti ad errare nelle tenebre ed a percuotersi ai crocicchi delle vie così fortemente che le membra ne volano per aria; gli skrati, dalla statura nana, coperti la testa di un berretto rosso che nel silenzio della notte, seduti nei focolari, si passano per le mani i carboni ardenti, mettendoli e rimettendoli in un’urna di metallo; e molte altre cose si raccontano, sebbene sempre più incertamente e vagamente, di streghe e di maghi, di spiriti folletti (strasila), di apparizioni di morti; e vi sono leggende relative al tuono, alle stelle cadenti, ai bolidi, alla via Lattea. Si festeggiano coi fuochi i due solstizî, con significato religioso diverso dall’antico; rimane tuttora qualche cosa delle antiche costumanze in ordine alle principali festività ecclesiastiche: Natale, Capo d’anno coi Koledari, Pasqua, S. Giovanni Battista colle margherite (roze svetega Ivana) onde si adornano i ballatoi delle case; si porta il fuoco sacro, ottenuto dalla combustione di casse di morto, nelle famiglie il Sabato santo; si praticano scongiuri, bruciature di olivo benedetto e dei «fiori di S. Giovanni» durante i temporali. A molte piante si attribuiscono virtù terapeutiche e innumerevoli
pregiudizi si conservano intorno al modo di curare ogni specie di malattie (ai più semplici non ispirando ancora soverchia fiducia la medicina scientifica), intorno alle stagioni, alle influenze lunari sul taglio delle piante, sulle semine e sul travaso dei vini, intorno a tutti i fenomeni meteorologici. Delle usanze nuziali antiche, non si hanno che deboli rimasugli. Pur nel vestire la universale moda ha dovunquesostituito le pittoresche fogge di un tempo: e il modo di nutrirsi e di vivere viene sempre più uniformandosi a quello del piano. La pinza vi è forse ancora il piatto nazionale; la gubana vi ha avuto
origine ed è immancabile alle sagre.

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postata da Marina Azzolini  in https://www.facebook.com/groups/208429859659012/permalink/228389497663048/

Abitazioni alquanto caratteristiche, sempre più rare del resto,sono solo nei villaggi più discosti dalle strade. Dalla facciata principale di ogni casa, sporgono poggiuoli, talvolta doppiamente sovrapposti, spesso lavorati con pretese d’arte, che servono da essiccatoi; vicino alle case in montagna, specialmente nel Drenchiotto, vi sono le kaste, appositi edifizi, specie di guardarobe, in cui ripongono di ogni cosa; e in quel di Savogna le
supe, dove raccolgono foraggi e foglie secche. La casa primitiva ha un solo ambiente, con due piani, è quasi scomparsa: se ne conservano ancora degli esemplari, ma ordinariamente servono da stalle o fienili. Nelle izbe(sale da mangiare) di buona parte
della montagna, specie nel distretto di S. Pietro, sono caratteristici i forni-stufe (pec) che nella stagione invernale durante la notte vengono convertite in lettiere, distendendovi sopra le coltri. A Montefosca, ad Erbezzo, a Mersino ho notato molti passaggi a galleria sotto le case, e nel primo dei detti villaggi dànno assai nell’occhio numerosi pozzi-cisterne, in cui si raccoglie l’acqua piovana che scola dai tetti, resi necessari dalla scarsezza delle acque di sorgente. Finalmente dappertutto richiamano l’attenzione i  cortili, intorno ai quali sono le abitazioni di parecchie famiglie, di solito aventi lo stesso cognome, assai probabilmente originate da un’unica famiglia primitiva divisasi in più parti. Un tempo il maggior numero dei tetti erano coperti di paglia: oggi lo sono sempre meno, sia in causa d’incendi onde spesso furono abbruciati interi villaggi, come Cepletischis, Drenchia superiore,Lombai; sia perchè realmente un notevole progresso edilizio si è fatto strada dovunque. Tali tetti sono ancora abbastanza frequenti in quel di Drenchia dove è una relativamente copiosa produzione di frumento; rarissimi nelle parti più elevate di alcuni altri comuni, come: Savogna, Rodda, Platischis. In questo ultimo, nel
villaggio di Monteaperta, parecchie case hanno il tetto ancora coperto di lastre di pietra e circa 30 anni fa lo avevano tutte.

 

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12 luglio 2018 – Festività Patroni di Udine SS. Ermacora e Fortunato

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I santi Ermagora e Fortunato nella pala cividalese del patriarca Pellegrino II (Cividale, duomo).medioevo-302_1.

San Pietro consacra sant’Ermagora vescovo di Aquileia alla presenza di san Marco, affresco sulla volta della cripta della basilica aquileiese.

La figura di Ermagora non ha una precisa collocazione cronologica né una fisionomia che possa uscire da dimensioni pressoché leggendarie. Queste condizioni, probabilmente favorite dalla sua grande distanza nel tempo, ne hanno fatto un po’ il “signum” delle origini della Chiesa di Aquileia e hanno facilitato il collegamento della sua identità con san Marco: la leggenda relativa, formatasi relativamente tardi e organizzata più tardi ancora con invenzioni ingegnose, oltre il secolo VIII, è l’unica fonte con cui si è tentato di spiegare le origini della Chiesa aquileiese ma anche delle Chiese che da Aquileia proprio attraverso E. vollero vantarsi d’essere state fondate (Padova, Pola ecc.). Il Catalogo episcopale, che ci è giunto in due redazioni, con poche varianti tra di loro (il ChroniconPatriarcharum Aquileiensium, in un codice del secolo XI ma con spunti del secolo VIII, e il Chronicon Altinate, con una mediazione gradese) pone E. in testa alla serie dei vescovi aquileiesi. La leggenda narra d’una missione di san Marco per ordine di san Pietro e della scelta di E. da parte dell’Evangelista, che poi lo avrebbe proposto per la consacrazione a san Pietro. Una singolare coincidenza di fonti scritte – Paolo Diacono, Paolino d’Aquileia, lettere d’età carolingia – precisa sul finire del secolo VIII la missione di san Marco ad Aquileia e la consacrazione di E. L’iconografia che riguarda E. dipende da queste tradizioni, generalmente rispettate come veritiere fino agli inizi del secolo XX: lo mostrano accanto a san Marco (nel mosaico del semicatino della basilica marciana di Venezia, agli inizi del secolo XII, ma prima nell’affresco absidale della basilica patriarcale di Aquileia, risalente al 1031) o consacrato da san Pietro (affresco della cripta della basilica di Aquileia del 1160 circa), dove compare il pastorale che sarebbe stato ripetuto come distintivo dell’autorità patriarcale e che sarebbe stato detto “di san Marco”, benché non sia anteriore al secolo XI (ora è nel Tesoro della cattedrale metropolitana di Gorizia). I documenti più antichi, quali il Martirologio geronimiano e i Cataloghi ricordati, pur concordando nel riferire i nomi dei più antichi martiri e vescovi di Aquileia, non affiancano mai E. a san Marco o a san Pietro: nel primo E. risulta martire, ricordato il 12 luglio con nomi diversi (Armiger, Armager, Armagerus), mentre nei secondi il suo nome è invece regolarmente posposto a quello di Fortunato: questo nome è ricordato separatamente nello stesso Martirologio geronimiano il 22 o 23 agosto e nei versi di Venanzio Fortunato («Fortunatum fert Aquileia suum»), dove però il nome di E. poté essere stato evitato forse per ragioni metriche, le quali però in altri casi vengono dal poeta disinvoltamente superate. … LEGGI

sopra il titolo Nella foto: G.B. Tiepolo – I santi Ermacora e Fortunato.Cattedrale di S. Maria Assunta (Udine), cappella dei Santi Patroni.