Pubblicato in: friuli, minoranza friulana, minoranze linguistiche, proverbi

Proverbi friulani

29 settembre San Michele

A Sant Michel o vin la montane e la cjastine te tamane.

il 29 (San Michele) avremo i temporali e nel cesto le castagne.

A Sant Michel si tire il bon mel.

Il 29 (San Michele) l’apicoltore raccoglie il miele. 😉

Annunci
Pubblicato in: friuli, scelto da olgited

Risposta dell’indovinello

800px-CividaleJulesCésar
foto di Jean-Marc Pascolo

La città bagnata dal fiume Natisone che diede il nome al Friuli Venezia Giulia è l’antico Forum Julii cioè Cividale.

Cividale del Friuli, o semplicemente Cividale (Cividât in friulano standard, Zividât in friulano centro-orientale, Čedad in sloveno, è un comune italiano di 11157 abitanti[ della provincia di Udine in Friuli-Venezia Giulia.La regione è un caso del tutto singolare tra le regioni italiane: la geografia lo ha posto al confine con due realtà etnico-linguistiche del continente europeo, quella germanica e quella slava, che qui insieme all’etnia e cultura predominante (quella latina) hanno dialogo e si sono armonizzate, ma che si sono anche scontrate, creando nei secoli molteplici diversità.

Pubblicato in: cibi, cultura, friuli, minoranza slovena, scelto da olgited

Di «gubanca» ce n’è una

dav

In occasione delle Giornate europee del patrimonio culturale 2018, intitolate «L’arte di condividere», l’Istituto per la cultura slovena di San Pietro al Natisone e il museo multimediale Smo hanno organizzato la due giorni dal titolo «Siamo ciò che mangiamo ».

La rassegna è iniziata la sera di sabato, 22 settembre, con il tema «La gubana come simbolo di ospitalità». In effetti questo evento è sembrato cadere proprio a fagiolo in seguito alla polemica sulla stampa locale, secondo la quale il nome «gubanca» non sarebbe, negli Usa, considerato appetibile dal punto di vista del marketing, ma lo sarebbe di più «Grappa pie».

In uno Smo troppo stretto per l’occasione, è innanzitutto intervenuto Giorgio Banchig, il quale ha fatto riferimento appunto a quella tesi, aggiungendo poi come sia falso il mito che gira in Friuli secondo il quale la «gubanca» andrebbe mangiata versandoci sopra la grappa, che si aggiungeva solo quando il dolce era vecchio e asciutto, in modo da rinvigorirne il sapore.

Banchig è passato, poi, a raccontare quale sia stata la storia secolare della «gubanca», cara alla nostra gente e cucinata, fin dai tempi lontani, dalle donne delle Valli.

«La gubana era nelle 72 portate di un sontuoso pranzo preparato a Cividale, nel 1409, per papa Gregorio XII, arrivato nella cittadina per il Concilio di Cividale – ha spiegato Banchig –. Alla fine di questo pranzo era prevista la gubana, ma si discute se si trattasse di quella delle Valli o quella di Cividale, diverse per lievitazione, ingredienti e cottura».

Fu una sorpresa, perché la gente la portava coperta, per incuriosire gli importanti ospiti su cosa fosse e su come fosse preparata. Nel menù erano previsti anche la «spongje sclave», ossia il burro, il vino «cividin » invecchiato, la trota lessa del Natisone.

«A un certo punto viene annunciata la gubana e, quando la scoprono, qualcuno, guardandola, la definisce una frittata», ha concluso Banchig.

Donatella Ruttar, da parte sua ha spiegato come la gubana sia stata scelta come argomento di quest’anno perché si adattava bene al tema dell’arte condivisione e dell’ospitalità.

«Chiedendo alle signore di preparare la gubana per il concorso, la risposta è stata che non vi era ragione per cucinarla: la gubana si prepara per le occasioni, come il senjan, la Pasqua, i matrimoni».

Il ripieno, «gubančanje», con il quale si preparava la gubana, serviva anche per un altro dolce tipico della nostra tradizione: gli strucchi, che possono essere lessi o fritti; e quelli fritti, a loro volta, ricordano dei piccoli confetti.

Dopo la proiezione di un video trittico sulla preparazione della gubanca, si è dato il via alla degustazione e alla valutazione delle nove gubane in concorso: i giudici – Ennio Furlan, Toni Gomišček e Gian Paolo Grì – hanno preso in esame diverse caratteristiche: dall’aspetto, alla compostezza, al taglio, al profumo e al gusto.

Alla vincitrice della «competizione », Gabriella Cicigoi, è stato consegnato l’attestato da parte del sindaco, Mariano Zufferli, il quale ha ricordato come, a suo tempo, quando si voleva creare un consorzio di tutela per la gubana, nacquero delle discordie e si perse un’opportunità.

davNella categoria dei cibi eccezionali

Ospite di riguardo della serata sulla «gubanca», allo Smo di San Pietro al Natisone, è stato l’antropologo Gian Paolo Grì che come titolo del suo intervento ha proposto «Più del pane, quando il cibo si fa dono, arricchisce l’accoglienza e fonda la reciprocità».

A differenza del pane, ha spiegato Grì, la gubana non appartiene alla categoria degli alimenti quotidiani, ma a quella dei cibi eccezionali, quelli che caratterizzavano le date straordinarie del calendario. È nella categoria degli alimenti arricchiti dal meglio che poteva garantire il territorio. Grì ha descritto la gubana «non come una ricetta, ma come cento combinazioni» e ha affermato che «il patrimonio non è quello dei marchi, ma questa varietà di situazioni».

Ha poi sviluppato il suo intervento intorno a un brano di un notaio e storico cividalese, Marcantonio Nicoletti, che ha pubblicato molti manoscritti inediti, tra cui «Storie del Patriarcato aquileiense di Filippo da Lenconio», scritta nel tardo ‘500, testo prelevato da un saggio del 1961 di Gaetano Perusini edito a Graz.

Nicoletti descrive gli abitanti delle Valli come «gente di semplice e religiosa vita, che tenacemente mantiene le franchigie, prepara comunemente agli incomodi della vita o con gli animali soli bradi oppure con gli animali e la terra». Aggiunge poi Nicoletti che «dopo d’aver grassamente mangiato, come si ha costume per le nozze, sopra la tavola si porta un Pane vagamente composto in forma sferica sopra il quale, con una contesa fra rustici veramente nobili, s’allarga la mano con quella maggior summa di danari che a ciascun più particolarmente pare di convenirsi ».

Grì ha comparato, poi, la ricchezza rappresentata dalla gubana a quella simboleggiata dal sale, tanto che l’offerta di rito all’ospite sulla porta erano il pane e il sale. «Meglio ancora una fetta di gubana e un pizzico di sale», ha concluso l’antropologo fra gli applausi. (Veronica Galli)https://www.dom.it/ta-prava-je-samo-gubanca_di-gubanca-ce-ne-una/

 

Pubblicato in: dom, friuli, luoghi, minoranza slovena, minoranze linguistiche, scelto da olgited, Slavia friulana, storia

ALLA SCOPERTA DELLE ULTIME DUE «PEČI»(forni) DI TOPOLÒ

Image_4

Sempre nell’ambito delle Giornate europee del patrimonio culturale, domenica 23 settembre è stata dedicata alla scoperta di Topolò/Topolove.

Grazie alla guida di Donatella Ruttar, si è entrati in particolare dell’interno delle case del paese, nella maggioranza delle quali dimorava, untempo, la «peč»: oggi ne sono rimate in tutto due.

Impreziosite di maioliche decorate con simboli religiosi e portate dall’Ungheria direttamente dai nostri antenati migranti, le «peči», come ha raccontato la signora Angela, cui appartiene una delle due ancora superstiti, erano una sorta di punto di aggregazione serale per le donne che rammendavano e i bambini che venivano occupati con qualche attività domestica o con qualche storia. Le «peči» non venivano accese ogni giorno, erano lasciate a diffondere il loro tepore per due o tre giorni.

Si è trattato di una grande innovazione architettonica per l’epoca, perchè, agli inizi, ci si scaldava con un focolare accesso sul pavimento della stanza, a differenza di quanto accadeva nel resto del Friuli, dove si trovava un po’ di calore nei fienili.

Il passo successivo è stato costruire appunto queste «peči» facendo uscire il fumo direttamente in una stanza che svolgeva la funzione di «camino», le cosiddette «črne kuhinje».

Ancora oggi, nelle stanze che in passato erano le «črne kuhinje», si può trovare una sorta di armadio a muro, la cosiddetta «marajna», che era in realtà il frigo in cui venivano conservati i cibi. A Topolò, durante la visita, è stato offerto il pane cotto in una «peč» da Valerio, la gubanca, gli strucchi lessi e le snite preparate da Erica, il tutto allietato dalla musica.http://dom.ita.newsmemory.com/

Pubblicato in: friuli, lingue, minoranza slovena, minoranze linguistiche, novi matajur

Congresso degli slavisti sloveni a Udine

42622010_2194846587396427_4961597210190938112_o A Udine è in corso il Congresso degli slavisti sloveni, in questo momento focus sui dialetti sloveni della Benecia.

Il 27 e il 28 settembre presso palazzo Antonini ci sarà un congresso internazionale, dedicato alla slavistica slovena e alla slovenistica slovena e italiana, con particolare riguardo alle tematiche – linguistiche e culturali – che riguardano il territorio del Friuli. 🇸🇮🇮🇹😉
#Uniud

 ORGANIZZATO DA
Dipartimento di Lingue e letterature, comunicazione, formazione e società, Slavistično društvo Slovenije, Slavistično društvo Trst-Gorica-Videm

 

Pubblicato in: articolo, attualità olgited, azienda, friuli, personaggi

La regina della grappa: 80 anni tra gli alambicchi

27 settembre 2018

02-Grappa-Nonino-Riserva-AnticaCuvée-5-Years-ambGiannola Nonino oggi festeggia il compleanno circondata dall’affetto della sua famiglia e con l’orgoglio di aver portato in alto il nome e la qualità dei prodotti friulani

La grappa, in Friuli, in Italia, nel mondo, ha tanti alfieri ma una sola regina: Giannola Nonino, la donna che è riuscita, assieme al marito Benito, a trasformare un distillato da ‘cenerentola’ a raffinata protagonista di cene e simposi in tutto il mondo. Oggi compie 80 anni, tutti vissuti con eguale entusiasmo e impegno, in azienda e in famiglia e ha ben chiare le caratteristiche e i passaggi che hanno permesso di raggiungere il riconoscimento dell’azienda a livello internazionale.

“Tutto questo è stato possibile perché ci abbiamo creduto, ci crediamo e non abbiamo mollato mai, aiutati da tante persone che condividono con noi i valori più semplici ma più difficili da realizzare: la ricerca della qualità assoluta nel rispetto dell’uomo, della sua terra, dei suoi frutti, della sua cultura. Forse il nostro vero merito è stato quello di sfidare il futuro senza dimenticare la parte migliore del passato” ha dichiarato. Alla base del successo commerciale della distilleria Nonino, azienda friulana c’è infatti l’aver rivoluzionato il modo di produrre e presentare la grappa in Italia e nel mondo.

L’anno della svolta è il 1973 in cui Giannola e Benito creano la prima grappa di singolo vitigno: il Monovitigno Nonino, distillando separatamente le vinacce dell’uva Picolit. Poco più di 10 anni dopo, nel 1984, arriverà il primo distillato di uva intera, l’acquavite d’uva ‘ÙE’, il cui nome, in lingua friulana, è un chiaro omaggio alla nostra terra.…continua http://www.ilfriuli.it/articolo/Tendenze/La_regina_della_grappa-points-_80_anni_tra_gli_alambicchi/13/186579