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Nel viale bianco

ANTONIA POZZI

CIMITERO DI PAESE

Cimitero di paese,
che lontani monti
col pensoso sorriso della prima neve
guardano; dove entrano i vivi
nel pallido meriggio come
in un amato giardino.
Portano i bimbi chiari crisantemi
colti alle siepi
degli orti: incespicano
nei lunghi steli, salendo
pei gradini di pietra
al cancello.
Portano le mamme
altri bimbi sul petto, quieti
nel sonno, rosei
come crisantemi
più grandi.
Sui tumuli, con le corolle
più belle, disegnano croci
e parole di pace
le mani degli uomini: pure
nell’amorosa opera come
le mani dei fanciulli
alle quali s’intrecciano.
Vola dai boschi, a brevi
intervalli, un trillo d’uccello
e s’ode
sopra il fruscio dei passi
nel viale bianco.

2 novembre 1933

(da Parole, 1939)

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Un piccolo cimitero di paese, dove si conoscono molti dei morti che guardano fissi dalla fotografia sulla tomba, e dove si conosce la maggior parte dei vivi che si incontrano con i loro mazzi di crisantemi. È questo che ritrae nel giorno della Commemorazione dei Defunti la poetessa milanese Antonia Pozzi (1912-1938): un luogo lontano dalle grandi opere monumentali delle città, un posto dove meditare con tranquillità sotto i cipressi, con le montagne azzurre sullo sfondo, e sentirci ancora vicini a chi non c’è più.

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Nix

FOTOGRAFIA © NIX

.https://cantosirene.blogspot.com/2015/11/nel-viale-bianco.html

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Il ricordo dei cari

USANZE
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Nelle Valli del Natisone un tempo era diffuso ovunque, nell’ultimo giorno di ottobre, l’uso che i bambini andassero di casa in casa a pregare per i defunti. I padroni di casa davano loro per riconoscenza dei panetti. L’usanza prende il nome dalla raccolta dei panetti, infatti viene chiamata «hliebce brat».Nell’ambito di questa tradizione, ancora viva nella vallata di San Leonardo, oggi i bimbi dopo le preghiere ricevono anche del denaro.

Così un tempo si onoravano i morti a Prossenicco-Prosnid

1 e 2 novembre nei ricordi di Alma e Roberto

A Prossenicco di Taipana,Alma(86 anni) e Roberto (78 anni) raccontano.
“Una volta qui a Prossenicco quando una persona moriva,veniva tenuta in casa ,la si vegliava , si stava tutti insieme.Prosnid era diviso in due “località” e per la sepoltura spettava alle famiglie che abitavano in quella parte del borgo scavare la fossa.Non era facile specialmente in inverno quando la terra era gelata fino a un metro,sotto,e si stava anche mezza giornata,in più persone,a scavare la fossa,con le pale – ricorda Roberto – Dovevamo stare attenti dove si faceva la fossa , perchè le aree di sepoltura non erano ben delimitate,come oggi.A volte succedeva di che il piccone finisse su una bara già tumulata tempo prima.Allora si ricopriva e si ricominciava tutto daccapo -.
Le casse da morto venivano realizzate a Prossenicco da 3 artigiani:Agostino Budolic,Valentino Melissa e a volte anche Ersilio Budolic.Erano 4 assi semplicissime messe assieme da due chiodi.Per coprire le fessure tra una parte di legno e l’altra si ricopriva la bara internamente con della carta nera.Quindi la messa funebre e il corteo verso il cimitero:il morto lo si portava sempre a spalla ,non esistevano carri o altri sistemi di trasporto.-Tumulato il feretro,la famiglia metteva poi una croce di legno sul cumulo di terra.-Niente nome ,niente foto,nessuna delimitazione con marmi o sassi attorno a quel simbolo cristiano,che valeva più di tutto.Del resto ognuno sapeva chi era stato sepolto in quel piccolo pezzo di terra consacrata”.
E ancora oggi nei camposanti di Prossenicco ,gli anziani del posto sanno dove riposano,in pace, da tempo,le spoglie dei loro morti,anche se quella croce di legno non c’è più divorata dal tempo:”Fanno un piccolo tumulo di terra e ci mettono un fiore sopra,per il primo novembre”.
Gesti intimi,privati,che raccontano dell’amore per chi sappiamo esserci sempre accanto,anche dopo la morte fisica.
“Per la ricorrenza dei Santi la gente andava a sistemare le sepolture che, durante il resto dell’anno,lasciava un po’ a parte, costretta dal duro lavoro nei campi,in stalla,nei boschi.Si mettevano delle candele bianche semplici,piantate nella terra,e accese finchè duravano.Erano belli i cimiteri illuminati”.
I fiori? ” Li facevano di carta crespa,di tutti i colori,messi nelle latte di pomodori pelati,se ne trovavano-dice Alma-.Alba Melissa,anche lei di Prossenicco,ricorda che alcuni facevano un tappeto di fiori recisi,molto piccoli,attorno alla croce di legno.E che mettevano dei nastri,sul simbolo di fede in Cristo:di color rosa per le defunte,celesti per i defunti uomini.Bianchi per i bambini.In chiesa,invece,veniva allestito un catafalco:sulla portantina usata per deporre il feretro durante i funerali,si metteva una bara vuota,vicino all’altare di destra.Ai piedi della cassa,coperta da un drappo nero,un’acquasantiera e un contenitore per le offerte:”La gente benediva il feretro come se ci fosse un defunto in carne e ossa all’interno;e dava un soldo,destinato poi ai poveri o alla Chiesa locale,per le opere di bene “.
In quel “morto metaforico””,insomma,si coagulava ed elaborava il dolore del lutto di un’intera comunità.
Paola Treppo
fonte il dom del 31 ottobre 2015

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opera dell’artista di Zavarh-Villanova delle grotte
Dario Pinosa “2 Novembre”

Ocikana

In Alta Val Torre per i Santi è tradizione preparare la “ocikana”
 
A Monteaperta – Viškorša questo piatto si chiama “polenta polita”(polenta condita)

A Rezija/Resia (Lischiazze) era usanza preparare il pane detto “bohajimčic e donarlo a suffragio delle anime

*Vahti: parola di origine germanica e deriva dal medio alto tedesco wahte (guardia,controllo)


Una volta – Dan bot :Vahti- Ognissanti e il giorno dei morti
 
Il giorno di Tutti i Santi – Vahti ,le persone che avrebbero suonato tutta la notte le campane per ricordare i morti,al pomeriggio andavano per le case a chiedere cibo per la cena di mezzanotte.Tutti donavano farina,formaggio,vino,burro ecc.
Dalla sera  i suonatori suonavano fino alle 24,poi sosta per la cena e si continuava a suonare fino alle 6 del mattino.Il giorno dei morti la gente portava i fiori sulle tombe.Alla sera si cucinava la “ocikana”(gnocchi di polenta conditi con burro fuso e formaggio latteria grattugiato).
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in Alta Val Torre era usanza mangiare
tutti dalla stessa terrina come si usa(va) nei paesi slavi
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Il Friuli devastato dal maltempo è in Italia?

No, perchè pare essere stato ignorato ma il 4 novembre tutti a sciacquarsi la bocca di retorica nazionalista

 

 

Nella prima seduta utile del Parlamento italiano subito dopo la fine della prima guerra mondiale si debuttò gridando: “L’Italia è compiuta”.

Ad un prezzo enorme, catastrofico, e con la batosta subita da Caporetto si rischiava di “perdere” ciò che era stato annesso ben tempo prima dello scoppio della guerra, a partire da alcune zone del Friuli. Quel Friuli che è stato violentato da una forza della natura incredibile, in una regione dove è stato decretato lo stato d’emergenza. Comuni isolati, senza luce, con danni enormi. A partire da Sappada, da poco entrata in Friuli. Ma ciò è stato, nella migliore delle ipotesi solo sfiorato da qualche media nazionale, da altri, totalmente ignorato.
E poi, il 4 novembre, tutti a sciacquarsi la bocca con la solita nauseante retorica nazionalista. Intanto, i friulani,che hanno conosciuto sciagure immani, dal Vajont, al terremoto, alle guerre, senza piagnistei, si son rimboccati le maniche e si son messi al lavoro. Come è nel loro stile. Quello stile che non è italiano, e dunque, no, il Friuli non è in Italia. Per come trattato, o meglio per come ignorato, e per la reazione avuta dai suoi cittadini.

Marco Barone
fonte foto social https://xcolpevolex.blogspot.com/search/label/xcolpevolex