Vignetta

Gino Strada torna ad attaccare Matteo Salvini. Dopo il “no” del Viminale allo sbarco di 300 migranti che si trovano in queste ore a bordo di Open Arms nel Mediterraneo, arriva ancora una volta l’affondo del fondatore di Emergency sul ministro: “Salvini chiude i porti per la nave Open Arms carica di migranti? In linea con tutte le dichiarazioni precedenti del ministro, la solita volgarità, assenza di umanità, il solito bullismo nell’affrontare quelle che sono tragedie per altre persone”, spiega all’Adnkronos…

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/ong-strada-passa-agli-insulti-salvini-volgare-fa-bullismo-1620356.htmltumblr_inline_pk5gc9ieXk1v39csj_540

Annunci

Panettone contro pandoro

storia-panettone-pandoroLe vite parallele dei due dolci natalizi più famosi d’Italia. Due dolci nati nelle corti degli Sforza e degli Scaligeri, ma che non hanno mai smesso di evolversi. Fino all’arrivo dei signori Motta e Melegatti

Fossimo in Spagna, lo definiremmo “el clásico”. La sfida delle sfide. Più di guelfi e ghibellini, più di Coppie e Bartali, più di rossi e neri. Stiamo parlando del dilemma che, da sempre (o quasi), divide gli Italiani a tavola:panettone o pandoro? Noi, ovviamente, scegliamo di non scegliere. E ce ne andiamo allegramente alla scoperta delle origini di questi due capolavori natalizi.

Il “pan de Toni”

Cominciamo dal panettone. Secondo la leggenda, nacque nella Milano diLudovico il Moro, signore della città alla fine del XV secolo. Durante la vigilia di Natale, il cuoco di casa Sforza bruciò malauguratamente il dolce preparato con il banchetto. Lo sguattero, un certo Toni, decise così di scarificare il suo panetto di lievito che aveva tenuto da parte per il suo Natale. Lo lavorò a più riprese con farina, uova, zucchero, uvetta e canditi, fino a ottenere un impasto soffice e molto lievitato. Il risultato fu strepitoso: gli Sforza lo apprezzarono a tal punto che decisero di chiamarlo, in suo onore, “pan de Toni”, da cui deriverebbe il termine “panettone”. Ma a contendere a Toni l’invenzione di questo dolce ci sono, sempre secondo leggende tutt’altro che affidabili, tali Ughetto degli Atellani e suor Ughetta (ma “ughett” in milanese significa uvetta…).

Il lievito arriva nell’Ottocento

Di sicuro, l’origine del panettone affonda nell’usanza medievale di preparare pani più ricchi, come quelli serviti durante il “rito del ciocco”, quando il capofamiglia serviva grandi pani di frumento di fronte al ceppo di Natale che ardeva nel camino. Le prime prove documentali dell’esistenza del panettone risalgono al 1606, quando nel primo Dizionario milanese-italianosi parla di un non meglio precisato “panaton de danedaa”. Ma è dall’Ottocento che derivano le descrizioni più precise, come quella di Francesco Cherubini, che definisce il “panattón o panatton de Natal” come “una specie di pane di frumento addobbato con burro, uova, zucchero e uva passerina (ughett) o sultana, che intersecato a mandorla quando è pasta, cotto che sia risulta a molti cornetti. Grande e di una o più libbre sogliamo farlo solo a Natale; di pari o simil pasta ma in panellini si fa tutto l’anno dagli offellai e lo chiamiamo panattonin. Nel contado invece il Panatton suole esser di farina di grano turco e regalato di spicchi di mele e di chicchi d’uva”. Il panettone di un tempo doveva dunque essere piuttosto basso e non lievitato, sorprendentemente simile allabisciola valtellinese e al pandolce genovese. Il primo a parlare di lievito fu, nel 1853, il Nuovo cuoco milanese economico di Giovanni Felice Luraschi; l’anno successivo, con il Trattato di cucina di Giovanni Vialardi, arriveranno i cedri canditi. Vialardi era piemontese e cuoco dei Savoia: questo testimonia il successo del panettone presso le aristocrazie di tutto il Nord-Ovest. E magari, chissà, avrà contribuito a quella “fratellanza” tra Piemontesi e Milanesi che sarà alla base del nostro Risorgimento. L’attuale forma, però, risale solo agli anni Venti: Angelo Motta, forse ispirandosi a una partita di 200 kulic (dolce pasquale ortodosso molto simile al nostro panettone) per la comunità russa di Milano, decise di arricchire di burro il suo panettone e di fasciarlo con carta paglia, dandogli l’attuale forma “alta”. Molti panificatori milanesi, memori dell’antico panettone “basso”, continuano però tuttora a produrlo con questa forma.

Dal nadalin all’atto di nascita ufficiale

Da Milano passiamo a Verona per l’altra metà del cielo natalizio, quella dei fedeli del pandoro. A differenza del panettone, qui c’è una data di nascita ben precisa: il 14 ottobre 1894, quando Domenico Melegatti brevetta il nome, la forma e la ricetta del pandoro (anche se sembrano essersene dimenticati, vista l’ultima disastrosa campagna di marketing)…continua https://www.lacucinaitaliana.it/news/in-primo-piano/panettone-e-pandoro-origini/

 

 

GRAPPA – DALLA FINE SFIORATA, L’AFFERMAZIONE

ceschia-giacomo_poli-museo_1005

di Gabriele Caiazza

Nei primissimi anni del XX secolo, delle ormai parecchie distillerie esistenti nel Friuli sabaudo erano considerate le maggiori la già ricordata Canciani & Cremese di Plaino, la Giuseppe Pittini di Gemona e la Fratelli Monino di Martignacco; al termine del primo decennio si contavano ben 42 opifici “a contatore” oltre a 70 “distillerie agrarie” di piccole dimensioni, nel complesso capaci insieme di superare i 2̇185 ettolitri di prodotto nell’annata 1908/09, con una crescita del 21,7% rispetto all’annata precedente. Fra le tante, diverranno presto famose le già citate Candolini, Ceschia, Domenis e Mangilli. Al di là del confine, nel vicino Friuli asburgico, fra le non poche distillerie d’acquavite era attiva anche l’azienda agricola Gropplero, da un sessennio insediatasi nella villa ex de Agricola-Bolaffio di Viscone. Nel frattempo, in quel di Ronchi, al già ricordato Orazio Nonino succedette nel 1911 il figlio Vigji detto Livon, la cui fama si sparse rapidamente: «ai Roncs, al fâs une sgnape tant buine», scrisse non a caso in quello stesso anno il casaro di Rivolto!
Il primo conflitto mondiale 1914/18 rischiò seriamente di cancellare ogni esperienza distillatoria in Friuli, soprattutto dopo la “rotta” di Caporetto: le distruzioni e le spoliazioni che fu costretto a patire l’apparato produttivo regionale, soprattutto nel corso dell’interminabile 1917 dell’occupazione austroungarica , misero in ginocchio il ben più che discreto livello raggiunto dall’industria prebellica configurandosi come un enorme furto costato danni complessivi pari a un miliardo e duecento milioni di lire dell’epoca alle ditte friulane, la cui capacità produttiva fu in sostanza azzerata (Robiony 2011).
Fortunatamente le cose non finirono così in malo modo e, all’indomani dell’infausta “vittoria”, il processo di ricostruzione e di riorganizzazione fu alquanto sollecito e permise a una buona parte degli opifici e delle industrie regionali di riavvicinarsi già a metà anni Venti ai livelli produttivi toccati nell’anteguerra. Sicché in quel torno di tempo riprese anche la lavorazione delle vinacce e proprio nel 1918 furono fondate due storiche aziende friulane: a Ceresetto di Martignacco, Giuseppe Buiese comperò una distilleria preesistente insieme alla connessa dimora padronale dei conti Miani, ubicazione che la ditta manterrà finché Remo Buiese – poi coadiuvato dal figlio – non costruirà la nuova sede a Martignacco e vi trasferirà l’intero impianto e le cantine d’invecchiamento; ad Aquileia, con il costituirsi della società Distillerie Comar, verso la fine di quello stesso fatidico anno 1918, fece il suo esordio la storia distillatoria dell’omonima famiglia originaria di Fiumicello.
Oltretutto, la Grande Guerra aveva ormai fatto conoscere anche al di fuori delle tradizionali zone di produzione quella che più tardi (1974) Marcello Pillon definirà poeticamente «la grande amica, la compagna delle trincee»… La grappa, «bevanda della gente semplice, di quella che, in cambio di duri sacrifici, si accontenta di poco»… In essa i soldati «nel silenzio delle alte cime, isolati, spesso stremati dalla fatica o logorati dalla nostalgia» speravano di trovare «conforto, stimolo o rinnovata energia»… e per loro la borraccia diventava «ristoro per la fatica, medicina per la febbre, rimedio per la ferita, calore per il gelo immenso» nonché «offerta di amicizia, sapore di cose buone, odore della casa lontana, speranza per il ritorno o viatico per l’infinito»…https://www.facebook.com/vitaneicampi/posts/2174064516008434?__tn__=K-R

per saperne di più https://www.grappa.com/ita/grappa_dettaglio.php/titolo=friuli_venezia_giulia/idpagina=13/idnews=7/idsezione=1