San Valentino

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Di Leonhard Beck – Bildindex der Kunst und Architektur:

PROVERBI

A San Valentin al cjante l’odulin – A San Valentino canta l’allodola

A San Valentino  il canto dell’allodola annuncia l’arrivo della primavera.

A Sant Valentin l’unviar al fas l’inchin.
A San Valentino l’inverno fa l’inchino

Svet Valentin ima ključ od korenin.(Slovenia)
San Valentino ha le chiavi delle radici.

EVENTI – A Udine torna come ogni anno la storica fiera di San Valentino con bancarelle, dislocate tra via Pracchiuso e largo delle Grazie.
Il 14 febbraio in Borgo Pracchiuso a Udine, in occasione della festa di San Valentino, si svolge la festa in suo onore.
San Valentino a Borgo Pracchiuso è anche un’importante fiera regionale (una delle sette fiere storiche di Udine-dal 1699) con un ricco mercato ambulante, un appuntamento atteso che richiama migliaia di visitatori da tutto il Friuli ed anche oltre.
Come vuole la tradizione, il 14 febbraio sulle bancarelle si vendono le chiavette benedette, realizzate in stagno dipinto in oro e argento, i colori delle chiavi dello stemma Papale. Il simbolo dello strumento di ferro che veniva messo nelle mani del malato durante le crisi epilettiche. Nell’antichità questa forma di malattia era considerata un’infermità temutissima perché si credeva che gli epilettici fossero posseduti dagli dei o dai demoni. La tradizione popolare attribuiva alla chiave di ferro un potere protettivo e curativo e per questo una chiave, possibilmente vecchia e arrugginita, veniva messa nella mano della persona colta dalle convulsioni.

Alla sagra si vendono i colaz di San Valentin, fatti di pane benedetto a forma di otto. Sono i biscotti della cresima che derivano da un’antica tradizione.La festa di San Valentino, un tempo religiosa e oggi puramente commerciale, si è sovrapposta alle precedenti celebrazioni pagane dell’imminente primavera.
Un grande evento che si ripete ogni anno, se ancora non avete avuto occasione di parteciparvi non perdetevi questo San Valentino.

don Antonio Cuffolo

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foto dal giornale Dom

Nacque a Platischis di Taipana (Udine) il 15 settembre 1889 da Sebastiano e Mariana Specogna. Nel 1902, all’età di tredici anni, entrò al Seminario arcivescovile di Udine e, dopo aver frequentato i corsi di teologia, fu ordinato sacerdote nel 1914, ma in coincidenza con l’inizio della prima guerra mondiale, per cui fu subito chiamato alle armi. In un primo periodo prestò servizio quale cappellano militare a Bologna e Venezia, poi, nel 1915, fu inviato al fronte sull’Isonzo presso Gorizia, dove subì delle ferite e contrasse una malattia contagiosa. In seguito fu nominato parroco di Mernicco, dove svolse anche le funzioni civili di sindaco, e nel 1918 il governatore di Trieste lo nominò commissario civile dei comuni di Dolegna e Cosbana nel Collio, funzione che svolse fino al 1920. Da questa data al 1959, anno della sua scomparsa, prestò servizio pastorale presso la chiesa di Lasiz, nel comune di Pulfero, in qualità di cappellano, diventando poi vicario e infine parroco. Don C. è considerato il maggiore discepolo di monsignor Ivan Trinko e si dimostrò, già nel periodo degli studi, uno strenuo difensore dei diritti umani e linguistici degli abitanti della Slavia friulana. Dagli anni Venti si impegnò alacremente contro le discriminazioni che, anche nella provincia di Udine, affliggevano sacerdoti e fedeli di lingua slovena. Nel 1933, come ad altri sacerdoti locali, anche a C. fu imposto il divieto di usare la lingua slovena in ambito liturgico e catechistico. Se nell’epoca fascista incontrò serie difficoltà a esercitare la professione quale sacerdote sloveno, queste non cessarono del tutto nemmeno nel dopoguerra. Simili esperienze permisero di fornire allo scrittore France Bevk ampie informazioni per la stesura del romanzo Kaplan Martin Čedermac [Il cappellano Martin Čedermac] (1938), che ritrae i sacerdoti della Benecia nel tentativo di difendere i diritti della comunità rivendicando l’uso legittimo della propria lingua. C. fece parte della commissione incaricata della stesura del Katoliški katekizem (Gorizia, 1928), l’ultimo catechismo stampato per gli sloveni della Benecia e utilizzato anche nei primi anni del dopoguerra. L’ampia produzione scritta di C. è redatta prevalentemente nella varietà slovena locale. L’opera maggiore è il diario stilato in sloveno e italiano Moj dnevnik z važnimi dogodki od leta 1938 do leta 1946 [Il mio diario con gli eventi importanti dall’anno 1938 all’anno 1946] – La seconda guerra mondiale vista e vissuta nel‘focolaio’ della canonica di Lasiz (1985), che contiene due distinte cronache della seconda guerra mondiale, scritte in tempi e con accenti diversi: una in sloveno dal 1938 al 1946, l’altra in italiano dal 1940 al 1947. C. inoltre si dedicò alla raccolta di materiale etnografico trascrivendo canti e annotando tradizioni popolari che soltanto in parte sono stati pubblicati; rimane infatti inedito il manoscritto Zbirka ljudskih nabožnih pesmi [Raccolta di canti popolari religiosi], per il momento non accessibile. Si spense a Cividale del Friuli il 13 ottobre 1959 di  Roberto Dapit da http://www.dizionariobiograficodeifriulani.it/cuffolo-antonio/

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I primi bucaneve/zvončiči (galanthus nivalis)

bucaneve
foto personale

In Alta Val Torre/Terska dolina la natura si sta risvegliando.Ieri ho visto che timidamente stanno spuntando i primi bucaneve:il sole è più caldo e l’acqua della pioggia ha fatto uscire la loro testolina bianca.

Il nome del genere (“Galanthus”) deriva da due parole greche: “gala” = latte (bianco come il latte) e “anthos” = fiore.
Il nome specifico (“nivalis”) fa riferimento alla sua precoce fioritura in mezzo alla neve.Tra le varie leggende anche Adamo ed Eva sono collegati al bucaneve: un racconto inglese narra che Eva scacciata dal paradiso terrestre fu presa dallo sconforto nel trovarsi su una terra buia e gelida, ma ben presto l’apparire di un bucaneve (grazie al miracolo di un angelo) le diede di nuovo forza e speranza. da https://www.wikiwand.com/it/Galanthus_nivalis

Schneeglocken
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