A Sežana si sono riunite il 30 marzo le organizzazioni antifasciste di Slovenia, Italia, Austria e Croazia per esprimere lo sdegno per le azioni della destra estrema e per lanciare un appello per la tolleranza e la convivenza pacifica e contro i tentativi di dividere l’Europa. 54 altre parole

via Le organizzazioni antifasciste di Slovenia, Italia, Austria e Croazia insieme per la tolleranza e la convivenza pacifica — NoviMatajur

Le organizzazioni antifasciste di Slovenia, Italia, Austria e Croazia insieme per la tolleranza e la convivenza pacifica — NoviMatajur

05/04/2019 LEFT – Di Maio attacca Salvini: “Preoccupa la Lega alleata con chi nega l’Olocausto”

via Le grandi scoperte di Giggino — LEFT — Vauro

Le grandi scoperte di Giggino — LEFT — Vauro

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Proverbio sloveno

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Ciò che ieri riposava,oggi si risveglia
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Gruppo linguistico slavo

Guarda la storia del più grande gruppo etnolinguistico d’Europa che ha svolto un ruolo fondamentale nella storia europea e mondiale

PS. So che il primo stato bulgaro fu fondato a metà del 600, ma quello era più uno stato turco. Inizia nella cristianità della Bulgaria nell’864 perché questo è stato quando la Bulgaria divenne uno stato slavo. Inoltre potresti voler guardare a schermo intero

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Parole della settimana:ROM 3

ROM POPOLO

Antiziganismo
Lo stesso argomento in dettaglio: Antiziganismo.
La storia dei rom e dei sinti è una storia di soppressione che va dalla discriminazione quotidiana e persecuzionerazzista fino agli internamenti operati dal regime fascista e al genocidio sistematico, perpetrato dal regime nazista. Fin dal loro arrivo in Europa gli “zingari” sono stati definiti “stranieri pericolosi” e sono stati accusati di spionaggio, stregoneria, di essere creature diaboliche e spaventose, così come di rifiutare di lavorare per la loro “predisposizione al furto”.

Le istituzioni che si occupano dei rom si trovano spesso ad affrontare il problema di una opinione pubblica ostile, orientata a considerare solo i “dati antisociali” e le “statistiche criminali” con la conseguenza di individuare nella condizione dei rom un fenomeno di devianza sociale. Il modello “segregazionista” che ne consegue, che contempla disuguaglianze a livello della sfera pubblica, prosegue l’assenza di una politica di “reale integrazione”.

I rom vivono in due mondi diversi, due mondi che sono per alcuni aspetti incompatibili, per altri semplicemente paralleli. Il costante rapporto con i gagè è una relazione del tutto diversa con quella di altri popoli e minoranze etniche. Una relazione che non è di “confine”, in quanto non vi sono “territori rom” e “territori non-rom”; né può essere definita una relazione coloniale, in quanto i gagè non hanno mai conquistato i rom, né viceversa. Le popolazioni non-rom costituiscono l’ambiente sociale dove vivono i rom. I rom vivono in mezzo ai gagè, all’interno di una struttura che è destinata da un lato a resistere a tutti i tentativi di genocidio culturale (dopo essere sopravvissuti all’olocausto), dall’altro a sfruttare con successo le risorse economiche e territoriali dei gagè, convivendo in un’ostilità estrema e collocandosi in tutte le nicchie nelle quali intravedono una possibilità.

Rom e criminalità
Secondo il risultato di una commissione d’inchiesta del Senato della Repubblica Italiana, a costruire l’immagine negativa del popolo rom contribuisce anche l’accattonaggio, specie se affidato a minori o a donne molto anziane. In particolare, il popolo è intrappolato nel circolo vizioso della cosiddetta “discriminazione statistica”: “siccome pare che in quella comunità ci sia più devianza, non mi fido e non do lavoro”. Quindi gli individui di quella minoranza non hanno vie di uscita e ripiombano in comportamenti, come l’accattonaggio, fastidiosi per la maggioranza o si procurano reddito con atti delittuosi di varia gravità che rinforzano il pregiudizio statistico.

Personalità famose
Django Reinhardt, chitarrista manouche belga
Elek Bacsik, chitarrista e violinista ungherese
Florin Cioabă, re dei rom (rumeno)
Ion Cioabă, re dei rom (rumeno)
Panna Czinka, violinista ungherese
Joaquín Cortés, ballerino spagnolo
Nina Dudarova, poetessa russa
Helios Gómez, pittore e poeta spagnolo
Daniel Güiza, calciatore spagnolo
Rabbi Howell, calciatore inglese
Gipsy Kings, gruppo musicale francese
Leksa Manuś, linguista lettone
Matéo Maximoff, scrittore francese
Dijana Pavlović, attrice italiana
Michele di Rocco, pugile italiano
Ricardo Quaresma, calciatore portoghese
Santino Spinelli, in arte “Alexian”, musicista e compositore italiano

Fine
fonte https://www.wikiwand.com/it/Rom_(popolo)

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SLAVIA: L’etimologia di “slavo”. Tra gloria e schiavitù

Una schiavitù proverbiale

Dopo un’espansione che li portò, tra il quinto e l’ottavo secolo, in Asia minore e in Grecia, in Africa settentrionale e sul Baltico, gli slavi subirono la risposta dei franchi, dei tedeschi, dei danesi e dei bizantini che – dopo averne subito il “maremoto” – riguadagnano al loro controllo ampie fette di territori slavizzati e ne assoggettano la popolazione ancora in larghissima parte pagana. In particolare fu notevole l’asservimento degli slavi settentrionali i quali, occupate le pianure di una Germania abbandonata a seguito delle migrazioni verso sud di longobardi, franchi, goti e vandali, videro il rapido riorganizzarsi dei gruppi rimasti in entità statali via via più organizzate. Bavari, sassoni e poi franchi, fino ai cavalieri teutonici, per circa due secoli gli slavi subirono la “riconquista” germanica. Tale “riconquista” fu così violenta che il poeta ceco Jan Kollar, nel XVIII° secolo, chiamò la Germania “cimitero degli slavi”.

La schiavitù degli slavi divenne proverbiale e diede origine, in pressoché tutte le lingue europee, al termine “schiavo”. Il vocabolo latino “sclavus” (schiavo, appunto) fece la sua comparsa nel XIII° secolo sostituendo il termine classico “mancipium” (da cui “emancipare”, uscire da stato di asservimento). Allo stesso tempo, nel greco bizantino, compare il termine “sklavos” per dire “servo, schiavo”. I due termini derivano da “slavo” (e non viceversa) poiché all’epoca gli slavi erano “schiavi per eccellenza”. Fu così che il nome di un popolo divenne un termine estensivo per una categoria di persone, tanto che oggi lo ritroviamo nell’italiano, nel francese (esclave), nel catalano (scrau), nel tedesco (sklave), nell’olandese (slaaf) e nell’inglese (calco perfetto, slave).

Durante l’alto Medioevo carovane di slavi percorrevano l’Europa da una piazza all’altra, Venezia, Ratisbona, Lione erano i principali mercati per questa particolare “merce”. A Verdun si trovava il più importante mercato di eunuchi del continente. La riduzione in schiavitù delle genti slave fu moralmente possibile, ed anzi caldeggiata, proprio in virtù del loro paganesimo. Il Concilio di Meaux, nell’845, stabilì il divieto di vendere “merce” cristiana ma non riteneva che si dovessero avere particolari cure per i non battezzati. Non bastò a proteggerli la conversione al cristianesimo, poiché a sostituire i tedeschi furono i tataro-mongoli, che ne fecero razzia in Russia, e i mercanti musulmani durante il dominio ottomano sui Balcani: la schiavitù degli slavi di Bosnia ed Erzegovina è descritta nel Viaggio d’Oltremare del siniscalco di Filippo il Buono, nel 1432. Gli slavi, per l’Europa tedesca e il papato germanizzato, furono per larga parte del Medioevo considerati qualcosa “d’altro” rispetto all’Europa. Il mito dell’alterità slava, della loro irriducibile diversità dal corpo latino-germanico, è durata dal Medioevo fino al Novecento: nei piani dei nazisti non c’era infatti anche l’eliminazione e l’asservimento degli slavi di Polonia?

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, con il diffondersi delle terribili teorie razziste, gli storici tedeschi giunsero ad affermare che gli slavi non fossero nemmeno indoeuropei (o “indogermanici”, come dicevano loro). Una falsità che derivava dal pregiudizio radicato nella storia tedesca, una storia che si è violentemente incrociata con quella degli slavi. Il pregiudizio era tale che il filologo tedesco J. Peisker, nel 1905, sostenne che gli slavi fossero stati schiavi fin dall’antichità: tesi – palesemente infondata –  che faceva comodo a uno stato con ambizioni egemoniche verso est, e che occupava antiche terre slave. Tesi che sarebbe poi stata portata all’estremo dai nazisti che elaborarono, nel 1940, il Generalplan Ost che prevedeva l’eliminazione fisica e la deportazione di polacchi e cechi. L’assunto nazista era semplice: se sono schiavi da sempre, come sosteneva Peisker, è perché tale è la loro natura. Quindi perché non assecondarla? Ad Auschwitz sono molti i nomi di cittadini polacchi, non ebrei né oppositori politici, presenti negli elenchi degli internati. La loro colpa? Essere slavi e non essere abbastanza biondi.

La teoria panslavista 

Abbiamo dunque visto come il nome di un popolo sia andato a designare una particolare categoria sociale, quasi a segnarne un destino. Ma cosa significa davvero “slavo”‘, da dove ha origine? L’etimologia è incerta. Nel XVIII e XIX secolo prese piede una teoria che intendeva “emancipare” la parola “slavo”: secondo alcuni letterati russi, in piena temperie panslavista, l’etnonimo “slavo” deriverebbe dal sostantivo “slava”, ovvero “gloria” e “fama”. Un termine comune a molte lingue slave moderne che attesterebbe la grandezza originale degli slavi. Era quella una chiave di lettura ispirata dal nazionalismo e presto i linguisti ne dimostrarono l’infondatezza.

La teoria celebrativa

Quello che però è certo è che la radice “slav” deriva dall’indoeuropeo “klou / klau” (Villar) con il significato di “sentire“. In greco la radice “klou / klau” ha dato luogo alle nozioni di “sentire” e “ascoltare”, e chi è ascoltato ha fama. Esito simile a quello del latino “inclitus” (avere fama). Che quindi gli slavi fossero quelli che “avevano fama” è una ipotesi suggestiva e che ben risponde all’abitudine tipica dei popoli antichi di nominarsi in senso auto-celebrativo. A sostegno di questa tesi ci sarebbe l’analogia con il nome di un altro gruppo etnico dell’antichità, i Venedi, collocati da Plinio il Vecchio e da Tacito sulle sponde della “Vistla”, l’odierna Vistola. Un popolo che Tolomeo definì “di grandi dimensioni” ed “esteso sul golfo venedico”, cioè il Baltico.

Secondo alcuni storici la presenza dei Venedi lungo la Vistola proprio nel periodo in cui gli slavi erano emigrati in quelle terre, deporrebbe a favore del fatto che i Venedi fossero slavi. La radice del nome dei Venedi è l’unica cosa certa: deriva dalla radice indoeuropeaa “wen”, con il significato di “amare”. Quindi “wenetoi” sarebbero “gli amati” o forse “gli amabili”, nel senso di amichevoli (stessa radice del popolo dei Veneti dell’Adriatico occidentale, italici; dei Veneti celti descritti da Giulio Cesare; dei Veneti illirici della Dalmazia; della tribù laziale dei Venetulanos). E’ questa un’altra nominazione autocelebrativa in cui taluni vedono un elemento a suffragio della teoria autocelebrativa del nome “slavo”, poiché slavi sarebbero appunto i Veneti.

La teoria dell’unità linguistica

Due etimologie interessanti cominciarono a prendere piede nel secondo dopoguerra, facendo leva sui rinnovati studi di paleolinguistica e linguistica comparativa. Secondo la prima “slavo” andrebbe accostato a “slovo”, cioè “parola”. Gli slavi sarebbero quindi “coloro che parlano con le stesse parole” in contrapposizione a “nemcy”, i “muti” (è significativo che quell’appellativo, conservatosi nella lingua polacca, si riferisca oggi ai soli tedeschi). La connessione tra “slavo” e “slovo” è quasi automatica e sappiamo che molte tribù slave del Medioevo non distinsero mai i due termini.  E’ questa la teoria più accreditata e diffusa.

La teoria geografica

Suggestiva è poi la teoria geografica. Grazie all’archeologia sappiamo che le genti slave, prima della grande migrazione verso il cuore dell’Europa, che differenzierà i vari popoli, vivevano in uno “spazio comune” situato nel bacino paludoso del Pripjat, tra i fiumi Dnepr e Dnestr. Secondo alcuni studiosi il termine “slavo” indicherebbe proprio quello spazio originario acquitrinoso, derivando dall’indoeuropeo “skloak” (che in latino ha dato origine a “cloaca” che significa “canale di scolo” o “acquitrino”). Insomma, il classico trasferimento del nome del luogo al popolo che vi abita, cosa per altro comune tra le genti slave: la tribù dei Vislani, che viveva lungo il fiume Vistola (oggi Wisla in polacco); quella dei Pomerani, che viveva po (a ridosso) more (del mare); quelli che vivevano nelle pole (pianure), cioè i polani / polacchi. Secondo questa teoria gli slavi sarebbero dunque “il popolo che vive negli acquitrini”, in quella regione originaria da cui sono poi migrati per segnare per sempre la storia d’Europa.

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Parole della settimana:ROM 2

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Édouard Manet, Gitana con sigaretta, 1862, Princeton University Art Museum

ROM (popolo)

Alcuni gruppi rom hanno adottato altri autonimi come: Romacel, Romaničal, Kale, Manuš e Sinti sono alcuni esempi di autodefinizioni usate da popolazioni di lingua romaní. Altri gruppi usano nomi che derivano dalla loro lingua per indicare occupazioni tradizionali, come ad esempio i kalderaš, calderari, stagnai” (dal romeno căldărar), i čurari “che fanno i setacci” (dal rumeno ciurar), gli ursari “che comandano gli orsi” (dal rumeno ursar), i sepeči “che fanno i cesti” (dal turco sepetçi), i bugurdži “che fanno i trapani” (dal turco bugurcu), ecc. In alcune regioni i gruppi hanno nomi più specifici, per esempio nei Balcani i rom musulmani (inclusi turchi ed albanesi) usano l’autonimo khorakhanè termine che deriva dal nome dell’impero Turco-Karakhanide dell’Asia centrale intorno all’anno 1000.[senza fonte] Alcuni gruppi rom slavi usano il termine das, parola che deriva dall’indico das che significa “schiavo”. I non-rom sono usalmente definiti gadže (gadžo “uomo non-romaní”, gadži “donna non romaní”). Questo antico termine che designa l’alterità, l’estraneità al gruppo, è analogo al termine kaddža usato tra i Dom in medioriente, al termine kača usato dai lom armeni, ed al termine kājwā (oppure kajjā o kājarō) usato tra i differenti gruppi dom in India…

Lingua

Dialetti della lingua romaní
Dialetti della lingua romaní
Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua romaní.

La lingua romaní o romanes (in romaní: “rromani ćhib“) è una lingua indoeuropea parlata, oggigiorno, soltanto da una parte dei popoli romanì (rom e sinti).I parlanti romaní, in Europa, sono circa 4,6 milioni, il 60-70% dei quali in Europa orientale e nei Balcani.

Il romaní è l’unica lingua indoaria parlata, quasi esclusivamente, in Europa, fin dai tempi del Medioevo. È una lingua che la maggior parte dei linguisti ritiene discenda dalle lingue vernacolari dell’India settentrionale, i pracriti in contrasto con la lingua letteraria colta dei religiosi, il sanscrito, e che si sarebbe sviluppata indipendentemente proprio per la struttura sociale in caste che già caratterizzava l’India antica.

Studi di linguistica e di filologia hanno individuato moltissimi termini della lingua romanì che derivano dal persiano, dal curdo, dall’armeno, dal greco, che testimonierebbero del tragitto percorso dalle popolazioni rom, dal subcontinente indiano fino in Europa, in un periodo storico compreso tra l’VIII ed il XII secolo d.C.

Oggi il romaní è lingua minoritaria riconosciuta in AustriaFinlandiaGermania e Svezia, lingua ufficiale del distretto di Šuto Orizari nella Repubblica di Macedonia e lingua ufficiale di 79 comuni rurali e della città di Budești in Romania. In Italia, la lingua romaní non gode di alcuna forma di tutela a livello nazionale, nonostante la presenza storica plurisecolare. Il presunto nomadismo è stato utilizzato dal legislatore per escludere le comunità parlanti la lingua romaní dai benefici della legge n. 482 del 1999.

Religione

I rom hanno solitamente adottato la religione del paese di residenza – in Europa, cristianesimo (cattolico e ortodosso, ma anche chiese protestanti in Europa occidentale) e Islam. Nei Balcani la maggioranza dei rom è ortodossa, in Italia sono soprattutto cattolici, come in Spagna e in America meridionale.

Struttura sociale

A causa dell’eterogeneità tra le comunità rom, gran parte degli antropologi ed etnologi ritengono possibile indicare in dettaglio solo le dinamiche intra-gruppo che fanno da sfondo agli aspetti sociali e organizzativi del “gruppo“: la consapevolezza di appartenere all’etnia rom, il desiderio di essere indipendenti e dissociati dai gadže (gagé), l’adattabilità e la sopravvivenza alle condizioni che minacciano la propria identità etnica.La struttura sociale del gruppo, in generale, è definita dalla “coscienza collettiva” determinata dai confini che vengono posti nei confronti dei gagé, così come nei confronti degli altri gruppi rom e sinti.

La famiglia (padre, madre, figli) è la struttura base della comunità rom. Oltre essa si pone la famiglia estesa, che comprende i parenti con i quali vengono sovente mantenuti i rapporti di convivenza nello stesso gruppo, comunanza di interessi e di affari. Oltre alla famiglia estesa, presso i rom esiste la kumpánia, cioè l’insieme di più famiglie non necessariamente unite fra loro da legami di parentela, ma tutte appartenenti allo stesso gruppo e allo stesso sottogruppo o a sottogruppi affini.

La tradizionale struttura sociale dei rom è rimasta intatta solo presso alcuni piccoli gruppi. Il Porrajmos distrusse la gran parte delle organizzazioni sociali preesistenti tra i gruppi rom e sinti dell’Europa centrale e orientale e i sopravvissuti allo sterminio nazista non furono in grado di ristabilire una nuova identità rom. La politica di assimilazione forzata dei paesi ex socialisti, attraverso il coinvolgimento dei rom nei kolkhoz contribuì, infine, a mettere fine al carattere nomadico delle popolazioni rom e alla struttura sociale che ne conseguiva. Le differenze storiche e culturali sedimentatesi nel corso della diaspora delle popolazioni rom fino in Europa, durante i secoli precedenti, hanno portato a una disomogeneità tra gruppi, principalmente tra i rom e i sinti, che si è sviluppata in differenze linguistiche e sociali.(continua)

fonte https://www.wikiwand.com/it/Rom_(popolo)

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Lupanica Walk, una corsa tra i boschi planiziali nel cuore verde del Friuli

Una corsa nei boschi planiziali a Muzzana del Turgnano. Un evento sportivo il 6 aprile 2019 che si snoda nel cuore di quella che un tempo era l’antica ‘Silva Lupanica’ descritta già nel nel 1° secolo d.C da Plinio il Vecchio. .L’evento comprende la corsa vera e propria, la Lupanica Race, e una camminata non competitiva, la Lupanica Walk. La distanza è di 9.100 metri con una parte iniziale di 3 chilometri su strada quasi interamente sterrata in mezzo alla natura, che conduce alla zona boschiva della ‘silva lupanica’ dove per 4 km dominerà la pace e la potenza degli alberi, per concludersi verso il centro abitato. I boschi planiziali della Bassa Friulana sono i resti dell’antica “Silva lupanica”, la grande foresta che un tempo ricopriva l’intera pianura compresa tra i fiumi Livenza ed Isonzo, nella regione del Friuli, in questa foresta c’erano i lupi(Videoproduzioni Petrussi, a cura di Roberto Mattiussi)