buonanotte ai suonatori — giorgio

Ma dimmi tu questi negri Ma dimmi tu questi negri che vengono a prendersi per disperazione ciò che noi ci prendemmo con la violenza, la spada e la croce santa, lasc Neverland Ma dimmi tu questi negri che vengono a prendersi per disperazione ciò che noi ci prendemmo con la violenza, la spada e la […]

via buonanotte ai suonatori — giorgio

Dieci autori per raccontare il Tagliamento

locanda_Thumb_HighlightCenter196707I testi di Battistutta, Bellotto, Bonanni, D’Agostino, Dallavalle, Dazzan, Forte, Giraldi, Noacco, Trevisan in un racconto corale sulla terra e sulla gente del Friuli
09 aprile 2019
Fresco di stampa “Locanda Tagliamento. Dieci voci raccontano il fiume” (Bottega Errante) è un racconto corale sul fiume principale del Friuli, sulla sua terra, sulla sua gente. Il libro è un canto collettivo composto da dieci storie narrate al tavolo di una ideale locanda sulla riva del fiume. Dieci voci differenti – Luigina Battistutta, Matteo Bellotto, Devis Bonanni, Luca A. d’Agostino, Fabiana Dallavalle, Anna Dazzan, Paolo Forte, Nicolò Giraldi, Cristina Noacco, Giacomo Trevisan e la prefazione di Davide Papotti -, ognuna con la propria sensibilità, con il proprio vissuto e con la propria immaginazione, raccontano l’anima del fiume. Dentro questo libro, si alternano le donne e gli uomini che abitano le sue sponde, i ragazzini che costruiscono la capanna più grande del mondo, i Turchi che tentano di guadare il fiume e invadere l’Occidente, i passaggi a piedi più emozionanti, gli incontri meravigliosi che solo lungo l’acqua bianca e verde del Tagliamento possono accadere. Con contributi di,

Il libro verrà lanciato ufficialmente domenica 14 aprile, dalle 10:30, durante un “Picnic con gli autori” in località Tabine, Villuzza di Ragogna (fronte agriturismo “Al Vecjo Traghet). Gli autori del libro incontreranno il pubblico che, per l’occasione, è invitato a portare con se una merenda; un picnic letterario, dunque, per condividere le proprie vivande e ascoltare alcune delle storie, vere o immaginarie, legate a uno dei fiumi più suggestivi d’Italia.

Dopo il lancio del 14 aprile, “Locanda Tagliamento” verrà presentato a Gorizia il 18 aprile all’interno della rassegna “Il Libro delle 18:03”, il 9 maggio alla Casa della Musica di Cervignano all’interno della rassegna “I giovedì della pecora” e alla Libreria Friuli di Udine il 10 maggio, a Muzzana del Turgnano all’interno della rassegna “Vino di lei” sabato 18 maggio, a San Martino al Tagliamento alla Cantina Pitars il 25 maggio e a Pordenone alla Quo vadis? il 20 giugno.

AUTORE: Valentina Viviani
http://www.ilfriuli.it/articolo/cultura/dieci-autori-per-raccontare-il-tagliamento/6/196707

Gli 80 anni di Claudio Magris

Lo scrittore triestino festeggia il compleanno con un nuovo romanzo da pochi giorni in libreria, ‘Tempo curvo a Krems’

Gli 80 anni di Claudio Magris

Compie 80 anni Claudio Magris, il più grande scrittore italiano vivente, nato a Trieste il 10 aprile 1939. Profondo conoscitore della letteratura mitteleuropea, nel 1963 pubblicò per Einaudi la sua tesi di laurea, il saggio ‘Il mito asburgico nella letteratura austriaca moderna‘, mentre nel 1984 esordì in letteratura con il romanzo ‘Illazioni su una sciabola” seguito poi da ‘Danubio‘ (1986) e ‘Microcosmi’ (Premio Strega 1997), fino all’ultimo ‘Tempo curvo a Krems‘ (Garzanti), edito da pochi giorni.

Germanista, scrittore, studioso della Mitteleuropa e di autori come Biagio Marin e Italo Svevo, Magris è stato, nel 1970, il relatore della prima tesi di laurea dell’allora sede udinese del corso di laurea in Lingue e letterature straniere dell’Università di Trieste. Corso di laurea da cui poi nacque l’Ateneo friulano, nel 1978.

“Gli 80 anni di Claudio Magris ci ricordano che vive tra noi la voce di una grande coscienza morale e civile – scrive il segretario regionale del Pd Fvg Cristiano Shaurli -, uno scrittore che con le sue opere ha trasformato conoscenza e cultura in parametro di civiltà. Nel giorno del suo compleanno, la comunità del Partito democratico del Friuli Venezia Giulia lo ringrazia per il suo pensiero e la sua scrittura. Esprimiamo a Magris un forte e sincero augurio di continuare a lungo la sua testimonianza di saggezza, cultura e impegno civile”.

Durante una delle sue visite a Udine, nel 2006, abbiamo chiesto a Claudio Magris di rispondere alle domande della rubrica “Sul comodino di…”, pubblicata dal settimanale il Friuli. Dopo alcuni giorni, lo scrittore ci ha inviato via fax un suo scritto, con la dicitura “Per spiegare perché non so rispondere…”. Si tratta del racconto Mal di test, del 1994, tratto da Utopia e disincanto © Garzanti Libri s.p.a., 1999, 2001, un brano da leggere che condiviamo con i lettori in occasione degli 80 anni dello scrittore.

“Il suo colore preferito?”, chiede una delle tante domande del test. La risposta, in questo caso, è facile e univoca: l’azzurro, il colore del mare, della lontananza e dell’assenza. Anche la predilezione per il gabbiano – cui non per nulla si reca ogni anno il tributo di una visita sull’isola Levrera, dinanzi a Cherso, quando si schiudono le sue uova – esime da esitazioni. Un altro quesito sembra inizialmente anch’esso problematico.

Il fiore più amato è certo il papavero, ma mentre lo si scrive si sente che il fiordaliso, la viola e la margherita non possono essere esclusi; inoltre forse non è giusto rispondere papavero, che da solo è poco: i papaveri sono incantevoli, ma tutti insieme, un campo, almeno un ciuffo, mentre una rosa basta da sola, e dunque anche quella domanda facile lascia interdetti. I questionari, d’ogni genere, si moltiplicano e arrivano da ogni parte; se Camus diceva che l’esistenza dell’individuo poteva essere riassunta, ai suoi tempi, nella formula “fornicava e leggeva giornali”, oggi si dovrebbe forse aggiungere che questi, in più, riempie questionari, o rilascia brevi dichiarazioni, per lo più telefoniche, sui temi più disparati. Non è il caso di deplorare il fenomeno con la patetica predica sulla parcellizzazione della vita e dell’individuo nella società contemporanea; rispondere a test era un gioco non disdegnato da scrittori come Proust e Thomas Mann, che è difficile accusare di superficialità.

I questionari rivolti agli scrittori solleticano a rispondere per varie ragioni: per curiosità, per il piacere del gioco, per la vanità di trovarsi al fianco di grandi maestri egualmente interpellati, per il timore di trasgredire le regole sociali del proprio clan culturale e di esserne messi ai margini. Anche se le domande sono numerose, si pensa di sbrigarle rapidamente, sia perché le risposte devono essere telegrafiche sia perché si è persuasi di avere idee, opinioni, gusti, convinzioni, amori, odi, pensieri. Soprattutto si è persuasi di avere in qualche modo già espresso nei propri libri gran parte di questi sentimenti e pensieri; non sembra dunque difficile tradurli dalla loro espressione fantastica, metaforica, in una dichiarazione esplicita. Forse che Conrad e Stevenson avrebbero avuto difficoltà a dire che amavano il mare? Per tale attestazione non occorre la grandezza con cui hanno rappresentato il mare. Ma invece, sin dai primi passi, si annaspa. Come si fa a indicare il poeta preferito? Leopardi o Baudelaire? Già in quest’alternativa c’è una violenza invadente, o forse questa è una nobile scusa per la propria irresolutezza. Anche considerando – ma è un modo per trarsi un po’ d’impaccio – fuori categoria Dante o Shakespeare, come autori per i quali la definizione di poeta è troppo restrittiva, altri si affollano subito, legittimi e imperiosi; lasciar fuori Petrarca è un disagio troppo grande, si scrivono nomi e li si cancella con un frego di penna, anche una sola poesia di un autore che si ama soltanto per quella lirica appare insopprimibile.

Ci si accorge di assomigliare a un personaggio di Capek, il signor Vasàtko, che, sottoposto a un test, confonde lo psicologo perché è incapace di rispondere a una parola-stimolo con un solo termine, il primo che gli venga in mente, ma ne sciorina ogni volta decine, in un’irrefrenabile e bislacca catena associativa.

E gli scrittori? Due – indiscutibili – sono due non-scrittori, due entità sovrapersonali e plurime, lo Spirito Santo e Omero, se è vero che hanno scritto la Bibbia e l’Iliade e l’Odissea. Ma gli altri? È subito una gran confusione, come in certi pasticci sentimentali in cui si finisce per non sapere chi si ama di più e non si sa che pesci pigliare. Cervantes, Sterile, Tolstoj, Kafka, ma non si penserà di tralasciare Dostoevskij o Flaubert, scherziamo, e poi… per quel che riguarda le eroine preferite nella finzione, la Pisana insiste a voler prendere il posto della marchesa di Merteuil, ma è impossibile dire se vi riesca o no, in quel codazzo di altre donne che si fanno avanti. Con gli eroi romanzeschi prediletti è ancora peggio; un attimo prima di chinarsi sul questionario sembrava di averne, ben chiari, due o tre, ma subito dopo altri premono, incalzano, spingono, il capitano Achab arranca accanto al signor Pickwick e a Zeno, dalla soffitta di un villaggio di Singer s’affaccia Nathan Yozefover; è una folla e non si ha voglia di dirigere il traffico, di metterla in ordine e in fila, bensì di esserne felicemente sopraffatti. Sino a questo punto si tratta, tutt’al più, di una patologica indecisione critica o di una incoercibile ma felice vocazione poligamica; forse è bene non saper scegliere fra chi si ama, è certo giusto non scegliere tra i propri figli, anche se se ne hanno cento come Priamo. Le cose saranno certo più chiare per quel che riguarda non la finzione letteraria, bensì la vita, la realtà; uno saprà certo dire cosa ama, odia, teme o desidera di più, i luoghi che preferisce e quelli che aborre. Cos’è per lei la felicità perfetta, qual è il disastro più grande?

Sembra di sapere così bene cosa sia, la felicità, finché è un’aria che avvolge, un orizzonte verso cui si guarda; forse la si è anche avuta, nonostante tutto, giorni perfetti non cancellati da tanti altri di dolore, di paura, di oscurità. Ma come definire, dichiarare un’esistenza condivisa, un volto, amore, amicizia, figli, riso, armonia, una stagione? E il mondo intorno, non dovrebbe anch’esso essere almeno non infelice, perché questa felicità fosse “perfetta” e non filistea? E qui le cose si complicano ulteriormente, perché non si può escludere il meschino desiderio di lasciar trapelare un animo nobile e altruista, e nemmeno l’altrettanto meschino timore di apparire banali. È forse facile indicare nella liberazione degli schiavi la riforma che si ammira di più; ma il disastro più grande? la guerra, l’infamia, tragedie individuali più difficili da sopportare di quelle collettive, violenze senza nome…

Dove vorrebbe vivere? i luoghi amati mi sono ben presenti, a cominciare da quello in cui vivo, ma, appena messi in testa alla classifica, si rattrappiscono, ristagnano in un’afa, mancano di qualcosa di indefinibile, che non si oppone all’amore per essi, ma alla sua proclamazione. Man mano si prosegue nel questionario, si è risucchiati in un vortice di incertezza; non sono tanto le idee, i gusti, le predilezioni a traballare, quanto lo stesso io chiamato a declinarli, che si sente improvvisamente astratto, irreale, un po’ come quando si ascolta per la prima volta la propria voce registrata, e si stenta a credere che esca dalla propria bocca. Era o pareva tanto più reale raccontare a qualcuno dei luoghi e delle persone amate, rievocare libri, figure e isole. Chi cerca di far parlare i prigionieri e rifugge dalla tortura, sa bene che il metodo migli ore è lasciarli raccontare, finché viene fuori, non premeditata, la loro esistenza e ciò che essa contiene, anche quello che non si vorrebbe far sapere al carceriere. Come può il questionario pretendere che il suo compilatore dica ciò che egli avrebbe voluto essere? forse niente, perché si basta così e si gode pure la vita negli intervalli fra le catastrofi, oppure ciò che gli manca, ossia tutto, perché si accorge di essere un’ombra, una controfigura, come se un altro contemplasse con tenerezza il campo di papaveri, mentre lui cincischia sul suo fiore preferito. Nel mondo dei test, la persona viene sempre più sminuzzata negli atomi delle sue singole prestazioni o tendenze, specificabili e schedabili. Già Musil osservava come scomporre l’individuo nelle sue qualità significasse distruggere l’individuo stesso, produrre un “uomo senza qualità” che di fatto è un coacervo di qualità, anche notevoli, senza l’uomo.

Come si può dunque osare indicare, nella risposta alla domanda numero 16, il tratto principale del proprio carattere, se quelle botte e risposte fanno anzitutto dubitare di avere un carattere? L’io si frantuma e le sue qualità svaporano. Non si può farne una colpa alla computerizzazione che governa il mondo. Quella logica non snatura la vita, come protestano i nostalgici del buon tempo antico, ma ne dice forse la verità, mette a nudo il meccano di cui siamo fatti e che riluttiamo a vedere; lascia filtrare, negli spazi bianchi fra una “D.” e una “R.”, il vuoto, il niente, l’indicibile e impensabile morte, che le favole e i racconti conoscono bene ma eludono e rimandano, come Sheherazade.

Come vorrebbe morire? chiede il questionario. Immagini di serenità, coraggio, coralità di figli e nipoti, il volto che si vorrebbe aver vicino anche in quel momento come sempre, il leonardesco sonno dopo una vita ben spesa – tutto sbiadisce, s’infrange, contro il tono asettico della domanda che sbarra la strada alla risposta, come i vetri aguzzi incastrati sui muri di cinta per impedire di scavalcarli. Come è più facile raccontare dell’amore, del riso o della morte, intrattenere ascoltatori o lettori col fluire ininterrotto di parole non spezzate da nessuna “D.” né “R.”, che simulano la continuità della vita, epica e calda anche nel dolore, e coprono il silenzio gelido, la frattura e il discreto dell’essere, gli interstizi vuoti messi in evidenza dal questionario. Il gesto di narrare crea, finge e costruisce un’identità, mentre chi risponde ai test sente di perderla, come un accusato dinanzi al poliziotto o al giudice che lo interroga. Fra le varie domande, ce n’è una relativa a un proprio motto.

Naturalmente non ce l’ho, ma potrei adottare – e rivolgere eventualmente pure agli estensori di questionari – il ritornello che un pluribocciato scolaro tedesco opponeva a ogni domanda dell’insegnante, sia che questi gli chiedesse la data dell’incoronazione di Carlomagno, sin che volesse sapere da lui in quanto tempo si svuota una vasca, considerata la quantità d’acqua versata da un rubinetto e quella che esce dallo scarico: “Vorrei averle io, le sue preoccupazioni!”. (Marta Rizzi)     

 http://www.ilfriuli.it/articolo/cultura/gli-80-anni-di-claudio-magris/6/196773

Redditi da Guerra fredda

EDITORIALE

bunker-274x300Non fa nemmeno più notizia il fatto di trovare i comuni della Benecia in fondo alla classifica del reddito pro capite del Friuli Venezia Giulia. Il deprimente quadro economico e sociale, il gelo demografico e il degrado ambientale – tutti fenomeni strettamente interconnessi – sono da tempo cronici e traggono origine dal secondo dopoguerra, quando sul nostro territorio calò quella Cortina di ferro che per oltre quarant’anni divise l’Europa in due blocchi contrapposti ideologicamente ed economicamente, ma soprattutto militarmente.

Il perché dell’odierna drammatica situazione delle nostre valli trova spiegazione nel racconto di un soldato semplice, in servizio di leva negli anni Settanta del secolo scorso nella fanteria d’arresto a Purgessimo, 120° battaglione Fornovo: «Sostanzialmente presidiavamo un complesso di bunker con cannoni/mitragliatrici sotto il monte Matajur. La nostra consegna era far saltare i ponti/abitazioni civili che ostacolavano i nostri simpatici cannoni MECAR 90/32 (…) resistere non più di 15 minuti e poi (se sopravvivevamo, cosa alquanto discutibile) attaccare alle spalle. Quando non ero tra i monti, ero furiere e ho visionato sia i piani di “distruzione” che le informazioni di intelligence sul “nemico” di competenza della nostra piccola porzione di fronte. Si sapeva tutto, dal numero potenziale delle truppe… al nome/nazionalità del battaglione nemico… che nello specifico sarebbe stato ungherese».

Da queste poche frasi si evince che per la Benecia il destino era segnato a priori. Ma appare anche chiaro che gli stati maggiori italiani e atlantici erano ben consapevoli come il pericolo militare non arrivasse dalla vicina e «non alineata», seppure comunista, Jugoslavia. Altro discorso sono gli scontri ideologici e la strumentalizzazione della questione slovena.

A trent’anni dal 9 novembre 1989, data della caduta del Muro di Berlino, assurto a emblema dello scontro tra due sistemi, quello democratico e pluralista, da una parte, quello comunista e totalitario, dall’altra, l’Istituto per la cultura slovena, con il patrocinio del Comune di San Pietro al Natisone ha promosso, mercoledì, 10 aprile, una tavola rotonda dal titolo «L’impatto della Guerra fredda e della Cortina di ferro sulla Benecia », con relatori esperti di storia che quel periodo hanno vissuto in prima persona e sentito sulla propria pelle.

È facile constatare che valli del Natisone e del Torre, Resia e Valcanale, con la loro popolazione di lingua e cultura slovena, hanno retto alla Prima guerra mondiale, al fascismo e alla Seconda guerra mondiale, ma sono state messe al tappeto dalla Guerra fredda e dalle trame di organizzazioni più o meno segrete. È difficile, a volte addirittura impossibile, trovare antidoti efficaci a una situazione fortemente compromessa. Anche perché, trent’anni dopo il crollo del Muro di Berlino e quindici anni dopo l’ingresso della Slovenia nella Nato e nell’Unione Europea, la Cortina di ferro ancora sopravvive ideologicamente in molte teste. Dell’una e dell’altra parte.

Ezio Gosgnach

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📰 Il vento che tira in Friuli ðŸŒ¬ï¸

Dall’infanzia alla primaria, tracollo dovuto a denatalità e scarsi apporti migratori. A settembre 2018 in questa fascia mancavano all’appello mille 724 iscritti

sagre-friuliVia libera alla proposta di legge Lega-Pd sulla valorizzazione delle sagre

Contributi ai Comuni del Fvg, gruppi di volontari e osservatorio regionale per gli eventi. Bordin: convergenza positiva con la minoranza. Bolzonello: buon lavoro comune

ThumbJpegFeff,presentata la 21esima edizione :la via della Seta porta a Udine

76 i titoli in programma, di cui 51 in concorso, provenienti da 12 cinematografie. 3 le anteprime mondiali e 14 le opere prime. Ospiti d’onore la super diva cinese Yao Chen e il super divo hongkonghese Anthony Wong, che ritirerà il Gelso d’Oro alla Carriera…https://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2019/04/10/news/feff-presentata-la-21sima-edizione-la-via-della-seta-porta-a-udine-1.30178947

Chiara Bianco artista

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Chiara Bianco, di origini friulane (alta Val Torre) da parte materna, vive a Torino.Opera anche su commissione.
pag fb https://www.facebook.com/pg/chiarabiancoartista/about/?ref=page_internal

blog http://chiarabianco.blogspot.com/?fbclid=IwAR3LV2a92El0gsdiUC8vor5YWADhljJfIYyyJt4dG51bvZb6-ijcbsm9SeI

Di Zverinice prijateljice (Amiche bestioline)

Matjaz_Pikalo
 Slovenj Gradec 1963 scrittore, attore, musicista sloveno
Slovenj Gradec

https://wordpress.com/read/feeds/438291

ZAJČEK IN GRDINICA

Slonel sem na ganku,
se čudil naravi in njeni malariji,
počutil sem se kot bi bil v galeriji.
Pripihal je vetrc
in okoli vogla povlekel:
–Lahko bi listje pometel, sem si rekel,
ko nekdo po mostičku je pritekel.
Bil je zajček, na smrt preplašen,
sledi da mu zmaj, kozel strašen!
–Kaj zdaj – je kozel ali zmaj?,
sem hotel potešit svojo radovednost,
čeprav imel je minimalno prednost.
–Oboje! je zavpil in se zame skril.
Zverinica, da po imenu je grdinica,
ima rep in rogé ter koničaste zobé!
Hoče za júžino ga snesti,
s kostmi in kožo vred pojesti!
Å e mene je preplah zajel,
čeprav sem metlo v rokah imel!
–Veš kaj prišlo mi je na misel?
sem rekel, samo da ne bi več na meni visel.
Kaj ko bi grdinico zvabil v svojo luknjico,
postavil nanjo kamen in
čez žverco napravil amen!?

Matjaž Pikalo

IL CONIGLIETTO E IL GRIFONE

Appoggiato al balcone, stupito
dalla natura, dalla sua leggiadria,
mi sentivo come in una galleria.
Soffiava un vento leggero
che attorno al cantone andava a girare:
– Potrebbe, pensavo, le foglie spazzare,
quando dal ponticello qualcuno vidi arrivare.
Era il coniglietto, a morte impaurito,
un leone, un’aquila lo aveva inseguito!
– E allora – è un’aquila o un leone?
volevo placare la mia curiosità
pur se non era la priorità.
– Entrambi! gridò con occhi frementi.
L’ animale si chiama Grifone,
ha larghe ali e criniera da leone!
Per pranzo vorrebbe mangiarlo,
con le ossa e la pelle gustarlo!
Persino io ne fui terrorizzato,
pur se la scopa avevo già afferrato!
– Sai cosa mi è venuto in mente?
dissi, perché le cose non fossero cruente.
E se attirassi il Grifone nella sua tana
e ci mettessi sopra un macigno,
non sarebbe per lui il canto del cigno?

tradotto da M.O.

La “galobica”(colombina)in tivù

2priprava-pletenice-222x300La benedizione del cesto dei cibi pasquali il sabato Santo è la tradizione più caratteristica di Benecia, Resia e Valcanale/ Benečija, Rezija in Kanalska dolina, comune all’intero mondo sloveno e, più in generale, slavo, mentre non esiste nella contermine area linguistica friulana o italiana. È una tradizione molto sentita e rispettata. Forte è il desiderio di tramandarla alle giovani generazioni con le sue modalità originarie e il suo autentico significato. Anche per questo sarà al centro del terzo della serie di cinque telefilm per ragazzi prodotti dalla struttura di lingua slovena della sede regionale Rai per il Friuli Venezia Giulia, con il titolo «Krivopetniki» e protagonisti gli allievi della scuola media bilingue di San Pietro al Natisone/Špietar.
La Domenica delle Palme, il 14 aprile, alle 20 sulla rete Rai 3 bis (canale 103 del digitale terrestre), andrà in onda il telefilm registrato nelle scorse settimane a Sorzento/Sarženta, a casa delle sorelle Ada e Angela Tomasetig. «I ragazzi si cimenteranno nella preparazione della “galobica” (pubblichiamo la preparazione nella tabella qui sotto), la colombina di Pasqua, più in generale nella composizione della cesta dei cibi pasquali, che vengono portati alla benedizione il Sabato Santo. Le due sorelle Tomasetig e Giovanni Coren vi deporranno, oltre la “galobica”, delle uova sode, del salame, del vecchio pane, del sale, della crusca e una focaccia», anticipa il regista e coautore dei telefilm, Jan Leopoli. La puntata sarà replicata il Giovedì Santo, 18 aprile, sempre alle 20.
La serie «Krivopetniki» sta ottenendo un grande successo, in Benecia, come a Gorizia, Trieste e in Slovenia. Domenica, 10 marzo, è stato trasmesso il secondo episodio, girato a Montefosca/Čarni varh, dopo quello ambientato a Masseris/Mašera. Entrambi gli episodi, di circa venticinque minuti, hanno conquistato grandi e piccoli.
I telefilm sono nati sull’onda di un input giunto durante la registrazione di una puntata della trasmissione radiofonica «Nediški zvon», quando Riccardo Ruttar aveva detto a Leopoli di avere tre fratelli in grado di portare in televisione antiche usanze e tradizioni, antichi stili di vita e mestieri delle Valli del Natisone. Le registrarazioni si sarebbero potute usare anche ai fini di un ampliamento del museo SMO.
Parallelamente, nell’ambito dei programmi per ragazzi, la redattrice Lucija Tavčar e la responsabile dei programmi in lingua slovena, Martina Repinc, stavano pensando a delle trasmissioni sul patrimonio culturale. Così è nata la serie «Krivopetniki».
Per ogni episodio Tavčar e Leopoli si avvalgono dell’aiuto di Marina Cernetig, dell’Istituto per la cultura slovena di San Pietro al Natisone/ Špietar. Propongono le tematiche che potrebbero essere d’interesse e Marina aggiunge quant’altro c’è sul territorio. Molta attenzione è riservata a dare copertura a tutte le zone delle Valli del Natisone.
Alla Rai si pensa, quindi, allo scenario; poi vengono contattati tutti i collaboratori che parteciperanno al nuovo episodio. Leopoli e Tavčar sono quasi ogni settimana in Slavia per vagliare le location e prendere accordi con chi comparirà nel nuovo episodio – anche rispetto a cosa dirà e presenterà.
Successivamente ci si accorda con la scuola bilingue di San Pietro al Natisone/ Špietar rispetto alla data e alle modalità di registrazione. Nel giorno concordato arriva l’équipe di Studio Trak, composta da Aleks Purič, Marko Kandut e Marko Tence. Seguono due o tre giorni di montaggio, una visione dell’episodio interna alla sede Rai e, infine, la messa in onda.
Leopoli ci tiene a ringraziare la scuola bilingue Pavel Petričič di San Pietro al Natisone, la sua dirigente, Sonja Klanjšček, il suo vice, Davide Clodig, e la prof. Danijela Štekar Blažič nonché il maestro Matej Pintar. Le riprese, di fatto, avvengono in orario scolastico, con la partecipazione di diversi alunni.
Dal punto di vista linguistico, spiega Lucija Tavčar, la trasmissione presenta una compresenza di dialetto sloveno delle Valli del Natisone, la cui trasmissione ai giovani è importante, anche come lingua del mondo emotivo, e di lingua slovena standard – perché la sede regionale della Rai per la programmazione in lingua slovena ha il compito di diffondere anche la lingua standard. Così, alcuni personaggi parlano sloveno standard; i bambini parlano un linguaggio misto, tra lingua standard e parlato.
Nelle province di Gorizia/Gorica e Trieste/Trst l’uso del dialetto sloveno delle Valli del Natisone non ha generato particolari problemi di comprensione. All’occorrenza i bambini hanno chiesto ai genitori o alla generazione adulta che cosa significassero alcuni termini dialettali, riuscendo poi a capire senza grossi problemi. (U. D.)