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Il luppolo

di Antonino Danelutto

Vita Nei Campi

Lupulus, piccolo lupo: così Plinio il Vecchio, vissuto nel I sec. d. C., definì il luppolo a causa della sua aggressiva tendenza ad arrampicarsi sugli arbusti e a diffondersi occupando man mano tutti gli spazi attorno a sè. Il luppolo (nome scientifico Humulus lupulus, in friulano urtiçòn) cresce comunemente ai margini di boschi umidi, nelle siepi, nei fossi, in luoghi incolti. E’ pianta lianosa perenne nota fin dai tempi antichi. Ha fusto legnoso coperto di peli rigidi e raggiunge l’altezza di alcuni metri. Le foglie sono opposte, hanno tre-cinque lobi e margine seghettato, sono ruvide di sopra e resinose di sotto. I fiori sono piccoli, giallo-verdognoli: quelli maschili sono riuniti in un’infiorescenza a pannocchia, mentre quelli femminili sono a due a due all’ascella di brattee che assumono la caratteristica forma di cono. Da notare che, essendo il luppolo una specie dioica, i fiori maschili si formano su individui diversi da quelli con i fiori femminili .
I teneri germogli primaverili sono ricercati per risotti, minestre, frittate e ripieni per torte salate; lessati e conditi con olio e limone sono ottimi e dal sapore gradevolmente amarognolo.
In fitoterapia la droga è costituita dai coni delle infiorescenze femminili raccolti in agosto-settembre ed essiccati. Contengono numerose sostanze dotate di attività farmacologica, fra cui olio essenziale, tannini e soprattutto princìpi amari. Questi ultimi sono presenti nella resina giallastra secreta dalle ghiandolette gialle che vengono liberate con la battitura dei coni e che formano la cosiddetta farina di luppolo o luppolina. Il luppolo stimola l’appetito e facilita la digestione, favorisce il sonno, è discreto calmante ed antispastico. Nell’uso popolare, un tempo, si consigliava ai sofferenti d’insonnia di usare un cuscino imbottito di coni.
Ma il principale e più importante uso che si fa del luppolo riguarda la produzione della birra, alla quale conferisce il caratteristico sapore amarognolo e ne favorisce la conservazione grazie alle sue proprietà antibatteriche. La quasi totalità del luppolo importato in Italia proviene dalla Germania dove, nelle estese coltivazioni di piante femminili che producono i coni, si conta un numero assai ridotto di piante maschili che hanno il solo il compito di fornire il polline fecondatore. Individui maschili e femminili di luppolo sono presenti anche nell’orto botanico udinese di Godia-Beivars, appena riaperto a tutti, e in particolare alle scolaresche, fino a metà settembre. Ingresso libero.

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LA ZUCCHINA (cucurbita pepo) di Stefano Montello

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Di Donovan Govan. – Image taken by me using a Canon PowerShot G3 (reference 7914)., CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=122204

Parlare di zucchine è parlare del nulla.
Ma, partendo dal presupposto più volte sottolineato in questo libro, che l’orto (l’ Orto) è metafora della vita e della conoscenza, non possiamo leggere il nulla come paradigma di inutilità ma nella sua specifica accezione filosofica di Nulla (Nihil).
Perché parlare di zucchine è parlare del Nulla?
Lo zucchino è una pianta dandy dal carattere fatuo. Intanto perché ha foglie verdi con dei disegni che in controluce rivelano dei riflessi argentati che sanno tanto di medaglie al valore millantate o di tazzine tenute in bella mostra dentro una vetrina e mai adoperate; il fusto e la pagina inferiore delle foglie sono coperti da piccole spine che producono dei graffi alla pelle ma senza farla sanguinare, e dunque è pianta che se ne sta sulla difensiva pur senza avere il coraggio di offendere; i grandi fiori gialli che al mattino si aprono al sole e alla rugiada ricordano certe rose carnose e sensuali; nelle mattine estive lo zucchino rivolge le sue foglie verso il cielo, a raccogliere la rugiada che poi fa scorrere attraverso il fusto sino a portarsela alle radici: visti così, in un’alba lattiginosa, queste piante ricordano un’assemblea di frati francescani che cantano in coro la preghiera del mattutino.
Ma la pianta dello zucchino sa essere anche di una bellezza monumentale. E’ pianta tropicale e nel linguaggio degli ortolani viene indicata come pianta “indeterminata”, che cioè, teoricamente e se messa nelle condizioni giuste, non smette di crescere e produrre. Nelle stagioni ottimali, con calore adeguato ed umidità relativa piuttosto alta, queste piante raggiungono i due metri ed anche più di altezza e hanno un ciclo colturale di produzione molto lungo: possono produrre anche sino ai primi freddi del tardo autunno.
Ma pur essendo fisicamente maestosa, lo zucchino nasconde un segreto sottoterra che ne inficia lo splendore e ne indebolisce il carattere: non ha radici. E tutto questa esplosione di superba indolenza può essere sradicato con una semplice forzatura della mano, con una pressione senza troppo sforzo, con una piccola dose di violenza. Stupisce la fine poco gloriosa della pianta quando, una volta sradicata, in una settimana lasciata al sole e agli agenti atmosferici si sbriciola, diventa polvere e neppure è più adatta a far da concime. In una parola: diventa nulla. Due metri e passa di pianta, un peso di venti chili, dei frutti che a completa maturazione pesano quattro, cinque chilogrammi ciascuno…e poi non resta nulla.Vita Nei Campi

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74° anniversario della Liberazione

L’ anniversario della Liberazione d’Italia (anche chiamato festa della Liberazione , anniversario della Resistenza o Semplicemente 25 aprile ) è una festa nazionale della Repubblica Italiana che ricorre il 25 aprile di ogni anno.E’ un giorno fondamentale per la storia d’Italia in quanto simbolo della vittoriosa lotta di resistenza militare e politica attuata dalle forze partigiane durante la seconda guerra mondiale a partire dall ‘ 8 settembre 1943 contro il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e l’occupazione nazista continua qui… https://www.wikiwand.com/it/Anniversario_della_liberazione_d%27Italia

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Oltre alla cerimonia ufficiale del 25 aprile in piazza Libertà e in piazzale XXVI Luglio a Udine, la città si riempie di appuntamenti per festeggiare il 74° anniversario della Liberazione organizzati dal Comune di Udine in collaborazione con l’ANPI in diversi quartieri: Paderno, Cussignacco, Rizzi, Borgo Villata e S.Osvaldo.

 

TRIESTE

Strappo 25 aprile di Anpi e Cgil.Giovedì in Risiera doppia cerimonia.

Per la prima volta la Festa della Liberazione si fa in due.Dopo quella istituzionale ne seguirà un’altra: “Valori antifascisti da difendere”

Fedriga :-sarò in Risiera,la memoria non è di parte-

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ANPI Servola – VZPI Škedenj

 Il Comitato per il Monumento invita alla Cerimonia commemorativa in occasione del 25 Aprile presso il Monumento ai Caduti di Servola, S.Anna e Coloncovez nella Guerra di Liberazione.
Oratore sarà lo storico Štefan Čok.
Partecipa il Coro Fran Venturini, diretto da Cinzia Sancin.

Odbor za spomenik vabi na svečanosti ob Prazniku osvoboditve pri spomeniku padlim v NOB iz Škednja, od Sv.Ane in s Kolonkovca.
Slavnostni govornik: zgodovinar Štefan Čok.
Sodeluje PZ Fran Venturini (vodi Cinzia Sancin).

 

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⛪Pasqua/Velika noč🔔a Villanova delle grotte-Zavarh

pf_1555877154Pasqua/Velika noč a Villanova delle grotte-Zavarh
Come ogni anno a Zavarh (Lusevera) la Messa pasquale è officiata da don Renzo Calligaro parroco da 46 anni.

Il pane🥐è stato cotto dalla sig. Sunta (sull’altare nel cestino).La Messa è in italiano e sloveno della Terska dolina/Val Torre.Don Renzo Calligaro di Buja,paese friulano, ha imparato lo sloveno.🕊️🐰🐣Grazie/Hvala/Buoh loni

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I GAP friulani al servizio dell’OZNA?

ezimba13224150629903Intervista con lo storico Federico Tenca Montini, recente vincitore di un premio dello SLORI

Lo SLORI, l’istituto di ricerca della comunità slovena in Italia, lo ha recentemente premiato per la sua tesi di dottorato dedicata alla Jugoslavia e la questione di Trieste. Federico Tenca Montini ha passato gli scorsi anni chiuso negli archivi di Slovenia, Croazia, Serbia ed Italia. Per farlo ha imparato lo sloveno ed il croato. Venerdì presenterà al Circolo della Stampa di Trieste gli ultimi due volumi di Acta Histriae, insieme a Gorazd Bajc, Borut Klabjan ed Urška Lampe. Ora da ricercatore all’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione continua la sua indagine archivistica.

“La strategia jugoslava per Trieste- precisa Tenca Montini– si differenziò a seconda del periodo. Inizialmente si puntò a favorire il più possibile la collaborazione con i comunisti locali. Trieste e Monfalcone erano città con una forte presenza operaia. Quando la situazione sul campo lo rese possibile, si puntò all’occupazione militare, che non arrivò così in la, com’era nei progetti jugoslavi, ma gli permise comunque di prendere Trieste, Monfalcone e Gorizia. Ciò però non bastò, perché il 9 giugno 1945, con l’Accordo di Belgrado, furono costretti a lasciare queste città”.

Nella lunga trattativa diplomatica che ne seguì quando ci fu la consapevolezza jugoslava che Trieste fosse perduta?

“Contrariamente alle supposizioni della storiografia (e questo mi ha dato un bel po’ di filo da torcere per difendere la mia tesi) questa consapevolezza venne raggiunta appena con la Nota bipartita dell’ottobre del 1953 (in cui Stati Uniti e Gran Bretagna manifestarono la propria intenzione di ritirare le proprie truppe e di lasciare all’Italia il controllo della Zona A n.d.a). Nell’estate del 1952 e ancora più marcatamente in quella del 1953 gli jugoslavi, ubriachi del successo della loro politica estera che segnava il picco della loro collaborazione con l’Occidente, pensavano di poter mantenere Trieste come territorio autonomo o vagamente legato alla Jugoslavia, in sintesi si credeva di poter arrivare al Territorio Libero di Trieste”.

Che poi, come qualcuno diceva all’epoca, si sarebbero “pappati”.

“L’idea era proprio questa e lo si dice chiaramente in alcuni documenti, tra cui uno firmato dallo stesso Tito e redatto a Brioni: un po’ alla volta, con un misto di legami politici ed economici, si sarebbe rafforzata la collaborazione con questa zona”.

Ci fu il rischio di arrivare ad un conflitto armato?

“Ci fu e anche in vari momenti. Nel 1945 fare sloggiare gli jugoslavi da Trieste e dalle altre zone fu meno pacifico rispetto a quanto viene ricordato oggi. Venne fatta una dimostrazione militare angloamericana con sovrapposizione delle truppe. Gli schieramenti si erano già incontrati a Trieste, ma ad un certo punto, prima di raggiungere un accordo sul ritiro, gli angloamericani arrivarono ben oltre Gorizia e questo fece una certa impressione a Lubiana. Kardelj (il numero uno del regime in Slovenia n.d.a) in un comunicato a Tito scrisse che a Belgrado non stavano scherzando, tanto che i diplomatici occidentali avevano già accesi i motori degli aerei e minacciavano di andarsene”.

Trieste comunque era molto più importante per gli sloveni che per gli altri.

“Questo è vero progressivamente, perché non subito tutta l’Istria venne data alla Jugoslavia. È vero che l’esercito poté rimanere in Istria, ma de jure la cosa viene a sistemarsi con il Trattato di pace”.

Si parla del confine repubblicano tra Slovenia e Croazia?

“Non ho trovato carte di questo genere. Io mi sono focalizzato più sulla diplomazia politica che sulle delimitazioni sul campo”.

Lei però ha trovato anche altre cose negli archivi. La battaglia per i confini iniziò ben prima della fine della guerra. Come si giocarono le carte i contendenti?

“Ci furono dei giri di carte abbastanza complessi, anche perché gli attori erano molti. Oggi si tende a pensare che ci fossero solo gli italiani e gli jugoslavi, ma c’erano anche i nazisti che stavano usando la nostalgia per l’Austria, poi c’erano gli interessi degli anglo-americani”.

La rivitalizzazione dell’Austria venne fatta cercando il consenso sia degli italiani sia degli sloveni.

“A seconda di chi deteneva la maggioranza in un dato territorio si davano dei contentini, delle misure che soddisfacevano le rispettive agende nazionali. Del resto, era molto semplice pacificare l’Europa giocando su un mosaico di piccoli popoli”.

C’era poi un gioco sulla questione friulana, a cui gli sloveni davano più peso della sue reale portata.

“Questa è la mia interpretazione, a giudicare dai materiali che sto vedendo nell’ambito di un progetto che sto portando avanti per conto dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione. C’erano in gioco gli interessi della Jugoslavia e della Slovenia, quelli dei comunisti e dei non comunisti, poi c’era la variabile del Friuli e della “Slavia veneta”, ovvero delle valli del Natisone abitate da una popolazione di origine slovena”.

A Lubiana si pensò che la questione friulana potesse essere un grimaldello per realizzare sogni massimalistici di espansione territoriale, magari arrivando al Tagliamento.

“Questa era una delle possibilità. Nell’estate del 1944 gli angloamericani non sfondarono la linea Gotica sull’Appennino e questo significò che c’era altro tempo a disposizione per modificare la situazione sul campo a proprio vantaggio. C’era quindi l’occasione da parte slovena di giocare eventualmente la carta friulana, ipotizzando una nuova repubblica jugoslava, una opportunità valutata anche da certi ambienti friulani, ma la loro idea non era esattamente coincidente con gli interessi della Jugoslavia. In uno dei documenti più rilevanti tra quelli che ho trovato si valutava la possibilità di ‘darsi in Friuli un ordinamento altrettanto progressista come quello jugoslavo’, ma indipendentemente da Belgrado”.

E c’erano i documenti che parlano dei difficili rapporti tra partigiani comunisti italiani e il resto della resistenza.

”Sì, ne ho trovato uno a Roma. Si tratta di un rapporto del comitato per il Veneto del Partito comunista italiano, del dicembre del 1944. In quel periodo il IX Corpo d’armata jugoslavo aveva chiesto alla Brigata Garibaldi e Natisone, in procinto di trasferirsi in territorio sloveno di li a qualche settimana, di agire contro l’Osoppo”.

E tutto si chiude con l’eccidio a Malga Porzus. Ci sono gli jugoslavi dietro a questa faccenda?…

https://capodistria.rtvslo.si/news/friuli-venezia-giulia/i-gap-friulani-al-servizio-dell-ozna/485821?fbclid=IwAR0Hctl1t1o941jNqGqRCOvpie2AHIEwXTHKswBaqIrd9HSMdN4HWJkuDW4