Nascita della Slavia friulana

Slavia - Benecija - Una storia nella storia

Benečija-Slavia. Una storia nella Storia (in italiano) È di nuovo a disposizione il libro di storia dal titolo «Slavia-Benečija. Una storia nella Storia », scritto da Giorgio Banchig e illustrato da Moreno Tomasetig, edito dalla cooperativa Most a fine 2013. Per il grande successo che ha avuto, il volume è andato esaurito in pochi mesi ed è stato ristampato nel 2015. Il libro, disponibile sia in lingua italiana sia in lingua slovena, parla della storia della Slavia dalle origini ai giorni nostri. «Il diritto di conoscere la propria storia è un diritto fondamentale e inalienabile della persona umana – scrive Banchig nella prefazione –. La specificità della storia della Slavia sta nel fatto che, nel corso dei secoli la comunità slovena delle Valli del Natisone ha sviluppato una coscienza identitaria fondata sulla lingua slovena e sulle istituzioni di autonomia amministrativa e giudiziaria godute dalle origini all’inzio del XIX secolo. Ritengo che il mio lavorocolmi una lacuna nella conoscenza della storia locale, che finora è stata trattata da più autori e per singole epoche, oppure in maniera generica e sbrigativa, quando non addirittura ideologica». «L’identità di un popolo è indissolubilmente legata alla sua lingua. Nelle valli del Natisone la lingua slovena si è mantenuta senza nessuna scuola grazie a una forte tradizione orale, tramandata di generazione in generazione per 1200 anni fino all’istituzione della scuola bilingue nel 1984 e poi, in seguito alla repressione fascista, grazie all’attività dei sacerdoti», ha detto mons. Marino Qualizza alla prima prestazione del libro. «Si tratta di un’opera necessaria per la nostra zona – ha aggiunto il prof. Roberto Dapit dell’Università di Udine –. È un volume fruibile da tutti e a tutti i livelli. È particolarmente interessante, poi, che insieme allo sviluppo delle vicendestoriche, venga presentata anche la storia linguistica di questo luogo. Tra i “Brižinski spomeniki”, primi documenti in lingua slovena (972-1039) e il primo libro stampato sloveno, Catechismo di Trubar del 1550, c’è stata la cosiddetta “epoca dei manoscritti”, a cui le nostre zone diedero un contributo fondamentale. Ricordiamo, per esempio, i manoscritti di Cergneu e di Castelmonte». «La nostra è una storia per molti versi circoscritta, ma che più volte ha incrociato e subìto la Storia grande, quella del Friuli, della Slovenia, dell’Italia e dell’Europa – scrive Banchig –. Si pensi solo alle invasioni o migrazioni dei popoli, che hanno attraversato le valli, e alle guerre, che hanno insanguinato i monti; si pensi ai confini, da quello che all’inizio del XVI secolo ha diviso gli sloveni dell’Isonzo da quelli del Natisone, alla Cortina di ferro che ha spaccato l’Europa e il mondo in due blocchi; ma si considerino anche i processi inversi, quelli degli scambi culturali ed artistici, dei rapporti umani e familiari che in nessuna epoca hanno conosciuto frontiere». https://www.dom.it/ristampata-la-storia-della-benecia_ponatisnili-zgodovino-benecije/

Cividale del Friuli 2013 Editore: Most società cooperativa a r.l. Pagine: 385-il prezzo: 20,00 euro  è del 2015

Nascita della Slavia friulana

L’arrivo degli slavi sulle sponde del fiume Natisone avvenne nel VII secolo in epoca longobarda ed è documentato dallo storico Paolo Diacono (battaglia di Broxas, cioè Ponte San Quirino, del 663 circa), mentre i primi insediamenti sono inquadrabili all’inizio dell’VIII secolo (battaglia e pace di Lauriana -località individuata da Trinko in Lavariano e da Bonessa più verosimilmente nella zona di Mersino- avvenute nel 720 circa). Gli slavi dovettero presumibilmente assimilare la precedente popolazione romanza. Si convertirono al Cristianesimo probabilmente all’opera missionaria dei patriarchi di Aquileia che dal 730 stabilirono la loro sede a Cividale.

Slavia friulana/Benecija

Allargando l’orizzonte a tutte le popolazioni slave presenti in Friuli, non ci sono elementi che documentino un inquadramento cronologico degli altri insediamenti nelle valli del Torre e dello Judrio (piuttosto affini agli slavi del Natisone) e nella val di Resia. Non è da escludere che in alcune zone si verificarono insediamenti anche posteriori di popolazioni provenienti da altre aree.

Qualcuno ha ipotizzato che nella pianura friulana alcuni loro insediamenti si sarebbero originati in seguito alle incursioni ungare del X secolo, anche se è più probabile che ciò fosse avvenuto in piena età patriarchina (dal secolo XI in poi), ma in ogni modo i gruppi slavi della pianura vennero assimilati culturalmente dalla popolazione friulana rimanendone solo la memoria toponomastica. Se questa ipotesi, per nulla suffragata da alcun documento, pare piuttosto azzardata, essa si rivela del tutto improbabile per le aree montuose, ciò non solo per un’inesistente documentazione riguardante incursioni ungare ivi avvenute, ma anche perché le direttrici seguite dai magiari (provenienti dalla Pannonia) riguardavano il Carso e il Collio, mentre le zone montane, ubicate più a nord, erano percorse da migrazioni o incursioni provenienti dalla Carinzia.

Il Patriarcato d’Aquileia e la Repubblica di Venezia

Probabilmente già in epoca longobarda ebbe origine la gastaldia d’Antro che comprendeva le popolazioni delle varie vallate del Natisone e parte della valle dello Judrio; nell’XI secolo, la gastaldia di Antro, ovvero l’organismo territoriale in cui erano comprese le valli del Natisone, dell’Alberone, del Cosizza e dell’Erbezzo, divenne un bene personale dei Patriarchi di Aquileia e ciò fino al 1420 quando il Patriarcato fu conquistato dalla Serenissima Repubblica di Venezia.

Nei secoli XIII e XIV, l’area fu coinvolta nelle vicende belliche del patriarcato, caratterizzato da guerre intestine in cui erano protagonisti potenti feudatari quali i conti di Gorizia e i Villalta – Urusbergo, e comunità quale Cividale. Principale edificio era il castello patriarcale di Antro. Nel XV secolo la Serenissima concedette a tutti gli schiavoni una serie di privilegi fiscali e una forte autonomia amministrativa e giudiziaria, in virtù del fatto ch’essi abitavano in zone particolarmente impervie ed avevano il compito di sorvegliare i cinque passi che portavano nella valle dell’Isonzo e dello Judrio: Pulfero, Luico, Clabuzzaro, Clinaz e San Nicolò.

I privilegi in epoca veneziana

Il territorio della gastaldia di Antro era suddiviso nelle due convalli di Antro e di Merso. I loro organismi giudiziari erano le banche (ossia tribunali) istituite nel XV secolo con 12 giudici popolari ciascuna, che si riunivano attorno alle lastre o tavoli di pietra di età protostorica. La prima si riuniva ad Antro, ma anche a Biacis e Tarcetta, la seconda a Merso superiore. Il gastaldo assisteva come garante. Per brevità, possiamo dire che avevano reciprocamente la funzione di tribunale di primo grado mentre gli appelli si facevano da banca a banca e in ultima istanza al provveditore di Cividale. Potevano giudicare “in civile, criminale e criminalissima” ovvero potevano giudicare anche in caso di omicidio e comminare anche la pena di morte. L’autonomia giudiziaria valeva comunque per circa la metà del territorio, essendo il restante concesso in feudo a nobili friulani per lo più cividalesi che comunque spesso avevano competenze in casi di “bassa giustizia” così come le vicinie paesane, composte dai capifamiglia di uno o più villaggi che erano chiamate a comporre le controversie tra i “vicini” venendo talvolta definite impropriamente loro stesse come “banche” (si veda il caso della cosiddetta “banca” di Drenchia, con sede a Costne di Grimacco).

Per quanto riguarda l’amministrazione della cosa pubblica vi era un sistema elettivo che partiva dal basso e la sua istituzionalizzazione è di inizio Cinquecento. Alla base c’erano i “comuni”, che avevano proprie vicinìe (cioè le assemblee dei capifamiglia di più villaggi, esistenti già in tutto il mondo antico); a capo di esse c’erano i “decani” che, a loro volta, eleggevano due “sindici”: uno per la contrada di Antro e uno per quella di Merso. I decani si riunivano per trattare problemi comuni nell’arengo di ciascuna convalle e tutti insieme nella “vicinìa grande” o “arengo” nei pressi della chiesa di San Quirino (San Pietro al Natisone).

Gli obblighi militari, invece, riguardavano la guardia dei confini con la fornitura di 200 uomini, nonché la sorveglianza di alcune porte di Cividale e la costruzione della fortezza di Palma.

Molte tasse gravanti su tutta la repubblica vennero qui abolite, così come l’area non fu soggetta al taglio di alberi destinati alla flotta veneziana. Con la successione della contea di Gorizia a favore degli Asburgo (1500) e la guerra di Venezia contro la Lega di Cambrai e quindi l’Impero (1508-1515), dopo il trattato di Noyons la Schiavonìa si trovò a ridosso del confine con l’Impero e ne ebbe a soffrire pesanti conseguenze commerciali ed economiche. Per compensare Cividale della perdita del Tolminotto e delle miniere di mercurio d’Idria la gastaldia d’Antro venne unita a quella di Cividale. Durante la guerra di Gradisca (1615-1617) gli schiavoni furono coinvolti nella difesa del territorio e in alcuni combattimenti.

Napoleone, l’Austria e l’Italia

I privilegi della Slavia cessarono assieme alla Serenissima nel 1797 e il passaggio del territorio veneziano all’Impero Asburgico; la situazione peggiorò ulteriormente durante il periodo napoleonico (1805-1813) quando furono abolite le vicinie, gli arenghi e le banche e furono istituiti otto comuni; questo sistema fu confermato dagli austriaci. Nel 1866 dopo la Terza guerra d’Indipendenza italiana, l’Austria cedette il Veneto e la Slavia passò sotto il Regno d’Italia. Sin dal 1848 i discendenti degli antichi slavi sostennero unanimemente il processo di unificazione, in virtù del legame con la Serenissima che aveva garantito loro una forte autonomia.

In particolare dopo la presa di Roma del 1870, si definirono due diverse prese di posizione in ambito politico e nazionale: così come buona parte della classe politica locale (Cucavaz, Musoni, Sirch e altri) era fortemente filo italiana, buona parte del clero divenne invece filo slovena e anti italiana perché ravvisava nel nuovo regno uno Stato sacrilego e responsible dello spodestamento del papa re.

Il periodo italiano si contraddistinse in una serie di iniziative di carattere sociale quali la fondazione di parecchie scuole elementari, l’Istituto magistrale, una Società Operaia di ispirazione mazziniano-garibaldina, un Comizio agrario nato con la finalità di diffondere cultura tecnica tra gli agricoltori e gli allevatori. A questo si aggiunsero i primi interventi viari con la sistemazione delle strade, malgrado parecchie aree montane videro il loro isolamento plurisecolare perdurare un po’ più a lungo. I politici irredentisti friulani, quali Pacifico Valussi e Giovanni Marinelli, propugnarono uno sviluppo dell’artigianato, dell’economia, della cultura e delle infrastrutture e purtroppo le polemiche ideologiche del periodo ad essi successivo hanno mistificato ingiustamente l’opera di tali uomini, che rispettarono la connotazione slavofona di quelli che definivano i “nostri slavi” così come nel 1848 Daniele Manin si rivolgeva ai “fratelli slavi” del distretto di San Pietro degli Schiavoni, mentre non vedevano di buon occhio gli sloveni filo austriaci del goriziano.

Il distretto di San Pietro al Natisone (come si chiamarono ufficialmente le Valli del Natisone) fu pesantemente coinvolto dal primo conflitto mondiale, in particolare con la disfatta di Caporetto del 1917. Durante il dopoguerra si irrobustirono le infrastrutture tra cui la ferrovia Cividale-Caporetto.

Nel 1933 il fascismo proibì a livello nazionale l’uso di tutti gli idiomi che non fossero la lingua italiana. Alcuni rappresentanti del clero locale vi si opposero con decisione, ma dovettero adeguarsi (salvo eccezioni nelle aree montane) anche perché non sostenuti dall’arcivescovo Giuseppe Nogara né dal Vaticano.

Durante la seconda guerra mondiale, a partire dal 1942, il territorio divenne zona di operazioni delle formazioni partigiane slovene. Dopo l’8 settembre 1943 si formò la Repubblica di Kobarid-Caporetto che comprendeva anche le Valli del Natisone e che fu attiva fino ai primi giorni di novembre, quando qui si insediarono truppe tedesche sostenute dai militari della Repubblica Sociale Italiana. La popolazione civile dovette subire violenze e angherie d’ambo le parti.

Dopo la seconda guerra mondiale nella Slavia si aprì la questione della definizione dei confini e si inasprì la dualità politico-identitaria. Chi all’epoca della guerra fredda si considerava di nazionalità slovena veniva identificato come filo-jugoslavo e comunista. Parte della popolazione locale, invece, influenzata dalle formazioni segrete, si autodefiniva italiana; non ricercò alcuna autonomia culturale né la protezione linguistica della quale godettero invece gli sloveni delle province di Gorizia e Trieste, storicamente e culturalmente molto più legati alla Slovenia. Il clero sloveno da parte sua riprese l’uso della lingua slovena nelle chiese e si adoperò per il riconoscimento dei diritti culturali delle loro comunità. Anche le forze di sinistra si impegnarono per la tutela della lingua slovena, mentre la Democrazia Cristiana, partito di maggioranza assoluta nella Slavia, assunse una posizione opposta sulla questione linguistica.

Le organizzazioni segrete in funzione anticomunista e antijugoslava (Organizzazione O, Terzo corpo volontari della libertà) che poi sfociarono nell’organizzazione Gladio ebbero nella Slavia numerosi affiliati, per lo più membri del corpo degli Alpini, impiegati statali, ex fascisti e appartenenti alle forze armate della Repubblica di Salò.

da https://www.wikiwand.com/it/Slavia_friulana

Fogolar / ognjišče
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Iz_Bene%C5%A1ke_Slovenije,_pri_doma%C4%8Dem_ognji%C5%A1%C4%8Du_1931.jpg#/media/File:Iz_Bene%C5%A1ke_Slovenije,_pri_doma%C4%8Dem_ognji%C5%A1%C4%8Du_1931.jpg


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