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Mamma gatta e i ricci

Questi 8 ricci orfani hanno trovato una nuova mamma

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Varianti linguistiche, si va verso un nuovo albo? — NoviMatajur

“Istituzione dell’Albo regionale delle organizzazioni che svolgono attività e iniziative in favore delle varianti linguistiche delle Valli del Natisone, del Torre e della Val Canale”. Questa la modifica che la Giunta regionale del Friuli Venezia Giulia intende apportare alla legge regionale di tutela della minoranza linguistica slovena (26/2007).

L’articolo 18 del disegno di legge 54 (una sorta di ‘omnibus’ recante ‘Disposizione multisettoriali per esigenze urgenti del territorio regionale’), presentato dal governo della Regione lo scorso 30 maggio, è dedicato proprio alla tutela della comunità slovena.
Oltre all’istituzione del nuovo albo delle associazioni che fanno attività a favore delle “varianti linguistiche” – con la stessa espressione usata nella formulazione della legge – si prevede anche che “il finanziamento dei programmi di intervento in favore delle varianti linguistiche delle Valli del Natisone, del Torre e della Val Canale avviene sulla base di un bando annuale approvato con deliberazione della Giunta regionale”. Cosa non nuova visto che sinora, sulla base dello stesso articolo 22 della 26/2007, la Regione ha finanziato le attività di promozione delle “varianti linguistiche” con circa 90mila euro all’anno.

La novità principale del ddl, che inizierà il suo iter di approvazione in V commissione il prossimo 11 giugno, riguarda la creazione dell’albo parallelo a quello che già esiste per le organizzazioni della minoranza linguistica slovena. Questione non banale, vista la presunta ambiguità dell’espressione “varianti linguistiche” (in una legge dedicata esclusivamente alla minoranza slovena) e i sostenitori delle teorie pseudo-scientifiche che credono all’estraneità delle parlate rispetto al sistema dialettale sloveno.
Sul testo pertanto, fa sapere il consigliere regionale della Slovenska skupnost, Igor Gabrovec, l’assessore Pierpaolo Roberti, che ha la delega alle problematiche legate alla minoranza slovena, ha garantito che sarà chiamata ad esprimersi la Commissione regionale consultiva per la minoranza linguistica slovena, che dovrebbe essere convocata in breve.

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Le comunità slovene del Friuli Venezia Giulia

di Rosanna Benacchio

1. Preliminari

L’area abitata dagli slavi alpini, un tempo più estesa verso ovest, è attualmente ristretta alla fascia di confine con la Slovenia, nella parte orientale del Friuli-Venezia Giulia . La colonizzazione degli attuali territori slovenofoni in Italia avvenne tra la fine del VI e gli inizi del VII secolo, epoca in cui una parte delle popolazioni slave si allontanò dalla zona di insediamento originaria (grosso modo, la zona carpatica) dirigendosi verso sud-ovest, nell’area compresa tra le Alpi e i Balcani (➔minoranze linguistiche).Va fatta una sostanziale distinzione tra le minoranze della provincia di Udine (a parte il caso della Val Canale) da un lato e quelle di Gorizia e Trieste dall’altro. Fin dal XV secolo, con l’instaurarsi del dominio della Serenissima, le zone slovenofone del Friuli hanno sempre condiviso la storia di questa regione, mentre le province di Trieste e Gorizia hanno condiviso per secoli il destino degli sloveni d’Oltralpe. Questa diversità si è riflessa anche sul diverso status delle minoranze slovene: quelle del Friuli mostrano un senso di appartenenza all’area culturale slovena meno sviluppato, e solo di recente (1999) sono state riconosciute come minoranze linguistiche. La consistenza demografica complessiva della minoranza slovenofona è attualmente stimabile in poco più di 60.000 persone (Toso 2008: 81).

2. Le minoranze slovene del Friuli

2.1 Generalità-Appartengono alla provincia di Udine le comunità della Val Resia, delle Valli del Torre e del Natisone (che costituiscono il territorio della cosiddetta Benecia), nonché, separate da queste, più ad ovest, le comunità della Val Canale. Fatta eccezione per quelli della Val Canale (§ 2.5), si tratta di dialetti parlati sul versante occidentale delle Alpi Giulie, per la maggior parte circondati dall’area linguistica romanza, a contatto con la quale hanno vissuto per secoli. Fin dal 1420, in seguito alla caduta del Patriarcato di Aquileia, questi territori entrarono a far parte della Repubblica di Venezia, condividendo da quel momento le vicende storiche del Friuli: alla caduta della Serenissima, dopo le guerre napoleoniche e mezzo secolo di dominazione austriaca (1814-1866), divennero parte dello Stato italiano. Sia dal punto di vista economico che linguistico-culturale, questi territori non facevano quindi riferimento all’area slovena, bensì a quella romanza. Per la precisione, fino al 1866, il friulano era l’unica lingua in contatto con i dialetti sloveni del Friuli. Il dialetto veneziano era diffuso soprattutto tra la popolazione urbana e occupava una posizione marginale. Dopo l’unione all’Italia, l’influenza dell’italiano, accanto al friulano, divenne evidente, soprattutto nei settori del lessico politico-amministrativo e tecnico. Solo dopo la seconda guerra mondiale però l’italiano comincia a svolgere un ruolo importante, entrando in concorrenza con il friulano e sostituendolo gradualmente. Per le suddette ragioni storiche, anche se hanno mantenuto il proprio dialetto e molte delle proprie abitudini e tradizioni, gli sloveni del Friuli non hanno però sviluppato quel senso di appartenenza all’area culturale e linguistica slovena che contraddistingue invece Trieste e Gorizia e, in minor grado, la Val Canale.Le principali caratteristiche comuni dei dialetti sloveni del Friuli, e le peculiarità linguistiche che li contraddistinguono dallo sloveno standard, sono in genere il risultato di fenomeni di interferenza romanza (dall’italiano o dal friulano) quali:(a) la regressione (e la perdita) del neutro, con assunzione di desinenze del maschile o del femminile a seconda del genere della corrispondente parola italiana: per es., nomin. plur. jabulke (< jabulku «mela»), jajce (< jajcë «uovo»), jëzaravi (< jëzaru«lago»); nomin. sing. miesta (in luogo di miesto «città»), brda (in luogo di brdo«montagna»);(b) la conservazione dell’imperfetto (in resiano), a differenza dello sloveno standard e della maggior parte delle lingue slave;(c) la possibilità per i ➔ clitici di occupare il primo posto nella frase (con perdita della cosiddetta legge di Wackernagel): per es., sa diwa muko «si mette la farina»,ga ublikla? «lo ha indossato?», mu je poviedala «gli ha detto», se parbliža an zahleda «si avvicina e vede»;(d) il fenomeno della ripresa pronominale dell’oggetto: per es., mlë to mi plaža «a me mi piace», mene me na nič intereša «a me non mi interessa affatto», ecc.Per quanto riguarda il rapporto fra i codici a disposizione della comunità, nei dialetti della Val Resia, del Torre e del Natisone si ha una situazione di sostanziale diglossia piuttosto che bilinguismo (➔ bilinguismo e diglossia). Di bilinguismo si può semmai parlare per le Valli del Natisone, dove la situazione sociolinguistica è più simile a quella delle aree di Trieste e Gorizia e dove lo sloveno standard gioca un ruolo importante. L’applicazione della legge 23 febbraio 2001 n. 38 «Norme per la tutela della minoranza linguistica slovena del Friuli Venezia Giulia» (➔legislazione linguistica), che venne a colmare una lacuna legislativa riguardante proprio l’area in questione, potrebbe col tempo portare a una situazione di bilinguismo in tutte le aree slovenofone del Friuli, omogenea a quella della Venezia Giulia. Oltre alla diglossia, per la quale italiano e dialetto sloveno hanno utilizzazione complementare, bisogna tenere presente che in tutte e tre queste aree è usato anche il friulano. Nelle tre aree inoltre non solo si tramanda una ricca tradizione popolare (canti, racconti, ecc.), ma attualmente si registra anche una ricca produzione letteraria in vernacolo, soprattutto in versi (come le poesie di R. Quaglia e S. Paletti in Resia, di G. Cerno per il Torre, di M. Cernetig per il Natisone, ecc.).2.2 Il dialetto della Val ResiaIl dialetto (denominato in sloveno rezijansko) è parlato in Val Resia, una piccola valle che si estende dalle falde del massiccio montuoso di Canin, che divide l’Italia dalla Slovenia, fino al paese friulano di Resiutta, non lontano dal grosso centro abitato di Moggio Udinese.Il resiano si è conservato meglio degli altri dialetti sloveni del Friuli. Ciò si spiega bene con le caratteristiche orografiche di questa piccola e stretta valle, circondata per tre lati da montagne impervie, con un’unica apertura sul lato occidentale, verso la pianura friulana. Per queste ragioni, il resiano non solo è entrato poco in contatto con l’area linguistica romanza, ma si è sviluppato in condizioni di sostanziale isolamento anche rispetto alla lingua slovena, conservando numerosi tratti arcaici che contraddistinguono questo dialetto all’interno dell’area linguistica slovena (e slava in generale) e che costituiscono il motivo principale dell’ininterrotto interesse di cui esso è stato oggetto tra gli slavisti ormai da circa due secoli (Benacchio 2002: 20-24).Il resiano è stato molto studiato anche di recente, soprattutto in funzione di una sua normalizzazione secondo un canone standard in grado di favorirne l’uso scritto e quindi la conservazione (Steenwijk 1992; 1994; 1995; ➔pianificazione linguistica). Dal 2005 contribuisce alla diffusione della norma linguistica anche la rivista «Näš glas» («La nostra voce»). La norma ortografica ha consentito anche l’adozione di segnaletica toponomastica bilingue (in italiano e in resiano).La valle è pressoché interamente abitata da popolazione autoctona (circa 1100 persone), di cui però solo la componente anziana parla correntemente il resiano. Anche tra le generazioni più giovani, comunque, si registra un rinato interesse per la parlata locale. Sebbene in misura limitata, l’insegnamento del resiano viene impartito anche nelle scuole. L’UNESCO Atlas of the World’s Languages in Danger(2009) assegna al resiano l’indice 3 («in pericolo»).2.3 Il dialetto del TorreIl dialetto (in sloveno tersko) è parlato nella valle superiore del fiume Torre (Ter), nonché in altre piccole valli attraversate dai suoi affluenti. Verso nord e verso est quest’isola linguistica è in contatto rispettivamente con le parlate della Resia e del Natisone. A ovest e a sud invece esso confina con l’area linguistica romanza. La popolazione slovena (circa 2000 persone) è concentrata nelle zone montuose.Il dialetto è in una situazione decisamente più critica rispetto al resiano. Non mostra gli stessi segnali di ripresa, anche se recentemente sono uscite alcune pubblicazioni (soprattutto destinate all’uso liturgico) nella parlata locale. Anche qui si tenta di salvaguardare il dialetto tramite l’insegnamento, ma in misura ridotta rispetto a quanto avviene in Resia. Tale situazione critica, tradotta nei parametri UNESCO, potrebbe corrispondere a un indice di rischio 2 («seriamente in pericolo»), che contrassegna lingue usate quasi esclusivamente dalle generazioni più anziane.2.4 Il dialetto del NatisoneIl dialetto (in sloveno nadiško) è parlato nella valle attraversata dal fiume Natisone nonché nelle valli minori del bacino di questo fiume. Verso ovest esso confina con il dialetto del Torre, mentre a nord-est è in contatto col dialetto dell’Isonzo, ormai in Slovenia. Verso sud le valli del Natisone si aprono nella pianura friulana. Questo dialetto si differenzia dagli altri finora trattati per il fatto di essere stato in contatto diretto con i dialetti sloveni parlati sull’altro versante delle Alpi. Non a caso, esso ha conservato una minore quantità di tratti linguistici arcaici rispetto al dialetto del Torre e ancor meno rispetto al resiano e costituisce il dialetto sloveno del Friuli più vicino alla lingua slovena standard. Particolarmente forte è in questo territorio il senso di appartenenza alla comunità linguistica e culturale slovena, che non si discosta molto da quello diffuso tra gli sloveni di Trieste e Gorizia. Nella Valle del Natisone, per es., è attiva una scuola bilingue dove i bambini studiano lo sloveno standard, come a Trieste e Gorizia. A Cividale escono due giornali, «Novi Matajur» e «Dom», portavoce della popolazione slovena delle Valli del Natisone (e, più in generale, del Friuli), redatti parzialmente nel dialetto locale.Sicuramente anche grazie alla presenza della scuola bilingue, il dialetto del Natisone (che è parlato da circa 7000 persone) è ben conservato anche tra le giovani generazioni e, tra tutti i dialetti del Friuli, è quello che teme meno il pericolo di estinzione. Tradotta nei parametri UNESCO, la situazione potrebbe riflettere un indice di rischio 4 («minacciato»).
2.5 Il dialetto della Val CanaleIl dialetto (che appartiene al cosiddetto ziljsko) occupa un posto a sé tra le aree linguistiche slovene del Friuli. È parlato all’estremità nord-orientale della regione, nel tratto che collega Pontebba a Tarvisio, in una zona in cui lo sloveno è a contatto con l’italiano e il tedesco (oltre che col friulano). Il territorio, per secoli appartenuto all’Austria, entrò a far parte dell’Italia solo dopo la prima guerra mondiale. L’influsso dell’italiano (e del friulano) ha pertanto avuto qui un significato minore rispetto agli altri dialetti del Friuli.Il dialetto è usato da una minoranza di persone, per lo più appartenenti alle generazioni più anziane. Tale situazione, altamente critica, tradotta nei parametri UNESCO, potrebbe corrispondere a un indice 2 («seriamente in pericolo») se non addirittura 1 («gravemente in pericolo»).

3. Le minoranze slovene della Venezia Giulia
Nelle province di Gorizia e Trieste si parla sloveno nei territori del Collio e del Carso goriziano e triestino. Il dialetto del Collio (in sloveno briško) è parlato in un’area molto limitata nell’omonima regione che si estende solo in minima parte in Italia, nel Goriziano (la maggior parte del Collio fa oggi parte della Slovenia). Si tratta di un’area prevalentemente rurale dove l’uso del dialetto è molto più diffuso che quello dello sloveno standard. 
L’area slovenofona principale della regione è costituita dalle zone rurali intorno a Gorizia (Gorica) e Trieste (Trst). Naturalmente, anche se in misura minore, la popolazione slovena è presente anche nei centri urbani. Per quanto riguarda Trieste, per es., secondo Toso (2008: 82), almeno il 10% della popolazione è slovena. Per l’omogeneità linguistica e storico-culturale che le caratterizzano, le minoranze di Trieste e Gorizia possono essere trattate assieme. Come è noto, infatti, Trieste e Gorizia, e lo stesso Collio, entrarono a far parte del Regno d’Italia solo dopo la prima guerra mondiale. Fino ad allora, a partire dal XV secolo, esse erano state sotto il dominio della casa degli Asburgo, condividendo il destino degli sloveni d’Oltralpe. La continuità storico-geografico-culturale del rapporto con la lingua standard è rimasta quindi ininterrotta per secoli. Non a caso, la popolazione slovena di Trieste e Gorizia percepisce e difende la propria appartenenza alla lingua e alla cultura slovena, e in queste province operano scuole e altri enti culturali (organizzazioni ricreative, sportive, teatrali, musicali, ecc.) sloveni. Tali istituzioni hanno una lunga e solida tradizione (assente nel Friuli) che risale ancora al periodo dell’amministrazione austro-ungarica. Entrate a far parte dell’Italia, soprattutto nel secondo dopoguerra con la fine del fascismo (che aveva perseguito una politica di assimilazione culturale e linguistica) le comunità slovene di Trieste e Gorizia, sostenute dalla stessa Slovenia, poterono riannodare i fili di questa tradizione e usufruire nuovamente di tali istituzioni culturali. Queste contribuirono sensibilmente da un lato a promuovere la crescita culturale e sociale della minoranza, dall’altro a diffondere il modello linguistico dello standard sloveno, favorendone l’uso didattico ed evitando così un impiego esclusivamente dialettale della lingua. Analoga funzione è svolta dai numerosi organi di stampa (per es., il quotidiano «Primorski dnevnik») e dalle trasmissioni radiofoniche della RAI (Toso 2008: 84). 
In sloveno standard, infine, si esprimono gli autori letterari più affermati della zona, siano questi autori di prosa come B. Pahor, A. Rebula, F. Bevk o di poesia come M. Košuta, M. Kravos, A. Gradnik, per citare solo quelli già affermati. 
Non va comunque dimenticato che anche in queste aree sono vivi i dialetti (per la precisione, il kraško e il notranjsko) e che anche qui esiste una produzione letteraria, soprattutto poetica, in vernacolo (per es., M. Mijot). Sempre in dialetto locale si tramanda anche qui una ricca tradizione popolare. 
Il rilievo del dialetto rimane comunque scarso, soprattutto se comparato a quello rilevato nella provincia di Udine. A eccezione dell’area del Collio, che presenta diglossia fra italiano (standard) e varietà dialettale slovena, nelle province di Trieste e Gorizia è ormai maturata una situazione di sostanziale bilinguismo italiano-sloveno. Contemporaneamente, opera però sempre anche una condizione di diglossia, dovuta al fatto che l’italiano e lo sloveno standard vengono utilizzati in situazioni e con ruoli diversificati e complementari. Esiste cioè un’indubbia distribuzione non paritaria delle due lingue, testimoniata anche dal fatto che i fenomeni di interferenza vanno oggi quasi esclusivamente in una sola direzione, dall’italiano verso lo sloveno e non dallo sloveno all’italiano (Francescato & Ivašič 1978: 31-33). Usando le parole di Ž. Gruden, la situazione linguistica degli sloveni di Trieste «fluttua tra la politica linguistica dell’autorità, che spinge verso la diglossia e lo sforzo della minoranza, che tende ad assicurarsi il bilinguismo» (Gruden 1976-1977: 73). Non bisogna infine dimenticare la situazione di diglossia che si manifesta all’interno di ognuna delle due lingue, sloveno e italiano, quando accanto alla variante standard vengono anche utilizzati, in situazioni complementari, lo sloveno dialettale e il triestino. Nel complesso, lo sloveno della Venezia Giulia gode comunque di un grado di vitalità elevato. 
Studi
Benacchio, Rosanna (2002), I dialetti sloveni del Friuli tra periferia e contatto, Udine, Società Filologica Friulana. 
Francescato, Giuseppe &Ivašič, Marta(1978), La comunità slovena in Italia: aspetti di una situazione bilingue, «Quaderni per la promozione del bilinguismo» 21-22, pp. 1-38. 
Gruden, Živa (1976-1977), Prispevek k spoznavanju jezikovne situacije tržaških Slovencev, «Jezik in slovstvo» 3, pp. 72-79. 
Steenwijk, Han (1992), The Slovene dialect of Resia. San Giorgio, Amsterdam, Atlanta. 
Steenwijk, Han (1994), Ortografia resiana. Tö jošt rozajanskë pïsanjë, Padova, CLEUP. 
Steenwijk Han (1995), Piccolo dizionario ortografico resiano. Mali bisidnik za tö jošt rozajanskë pïsanjë, Padova, CLEUP. 
Toso, Fiorenzo (2008), Le minoranze linguistiche in Italia, Bologna, il Mulino. 

http://www.treccani.it/enciclopedia/comunita-slovena_(Enciclopedia-dell’Italiano)/

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Identità cancellata P.Parovel

Elenco cognomi tratto dal libro introvabile di Paolo Politi

Tra i colpi d’ingegno del fascismo nella cosiddetta Venezia Giulia c’è anche un colpo di spugna che non è per niente conosciuto nel resto dell’italico stivale, e che le scuole si guardano bene dall’insegnare o da rendere noto, così, non tanto perchè ormai serva a molto, ma un tanto per verità storica. Con il colpo di spugna infatti, la popolazione della suddetta nuova regione, da multietnica e multiculturale quale era, diventa in pochi anni italianissima grazie alla “restituzione” in forma italiana di tutti i cognomi. Dal momento che non mi piace parlare a vanvera, a differenza di altri, che basano le loro tesi sul sentito dire, in molte parrocchie dell’Istria e del Quarnero è possibile consultare registri che riportano atti di nascita o di matrimonio dove la quasi totalità dei cognomi è riportata con la ch finale o con la ć (che in croato corrisponde alla ch), dipendeva dalle origini del prete o del parroco, mentre a Trieste basta richiedere un registro del cimitero di S. Anna o dei vecchi atti del catasto precedenti al 1918 per constatare quello che sostengo, quindi? Cosa è stato restituito? Tutte le schede riguardanti l’italianizzazione dei cognomi è conservata totalmente all’Archivio di Stato di Trieste in via La Marmora. C’è da aggiungere che ci fu qualcuno che richiese l’italianizzazione del cognome, chi per convinzione patriottica, chi per meglio presentarsi nei confronti dei nuovi “padroni”, la tessera del PNF chiudeva il cerchio. Riporto una lista di cognomi tratta dal libro del Prof. Paolo Parovel “L’identità cancellata”. Per inciso anche il libro è stato “cancellato” perchè è quasi impossibile da trovare. foto e testo dal post di Sergio Cisco su fb

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“Cinque frati non bastano” e il monastero sull’isola si arrende dopo 1437 anni

Dopo l’estate l’addio al santuario di Barbana, uno dei luoghi di culto più antichi d’Europa. Appello al Papa

“Cinque frati non bastano” e il monastero sull'isola si arrende dopo 1437 anni

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Frate Fulgenzio accende il motore della “Santa Maria”. Sposta la coppia di gabbiani che per la notte si è riparata sulla sua barca di legno bianco. Sgancia le cime dagli ormeggi.

Il silenzio della laguna è rotto solo dal canto delle tortore. Il vecchio francescano lascia il minuscolo approdo dell’isola di Barbana per andare a fare la spesa a Grado. Succede ogni mattina da 35 anni.

Questa volta però è uno dei suoi ultimi viaggi tra le valli da pesca e lungo i canneti. Anche oggi, a 86 anni, deve visitare le persone che lo aspettano e provvedere alle necessità dei confratelli. La Beata Vergine, a lungo supplicata da marinai e pescatori, non ha fatto il miracolo.

Dopo 1437 anni di custodia i frati abbandonano uno dei santuari cristiani più antichi e più amati d’Europa, fondato nel 582 tra le acque del mare Adriatico, che già allora spingeva l’Occidente nell’Oriente. L’addio al convento di Barbana, visitato ogni anno da migliaia di pellegrini di tutto il continente, misura il distacco consumato tra la nostra civiltà e le sue origini.

Nessuno ha potuto impedire l’addio dei cinque frati rimasti sull’isola, a cinque chilometri dalla terraferma. Nessuno riesce ad arrestare il declino di luoghi, valori e liturgie che, al di là di fedi e culture, per oltre duemila anni hanno alimentato una visione collettiva del mondo. Anche padre Zeno, 83 anni, oggi è solo nella cappella delle confessioni costruita sopra il millenario eremo di Barbano e Tarilesso.

Celebra la messa a occhi chiusi, davanti a banchi deserti in una chiesa vuota. Risponde a se stesso, recitando anche le preghiere che l’omelia assegna a fedeli che non ci sono più. Dalle pareti pendono centinaia di ex voto sbiaditi: marinai salvati dal naufragio, pescatori risparmiati dalle tempeste, contadini sfuggiti al peso di carri e cavalli. «La mia missione — dice — è conclusa. In Europa non ci sono più vocazioni. Frati, suore e sacerdoti sono vecchi, come i credenti. Monasteri, conventi e seminari sono vuoti. Chiese e parrocchie chiudono. Dietro la crisi delle grandi idee che hanno dato un senso anche all’esercizio del potere, c’è la metamorfosi dell’amore».

La sensazione di un tempo scaduto dentro un’era che si chiude, a Barbana è violenta. La chiesa originaria, eretta per ringraziare la Madonna di aver salvato Grado da peste e mareggiate, è stata custodita dai primi monaci per quattro secoli. I benedettini sono rimasti nel monastero per cinquecento anni.

I francescani abitano il santuario dal 1450. Refettorio, biblioteca ospizio per i pellegrini possono ospitare centinaia di persone. Nel cimitero, tra pini marittimi e olmi, sono sepolti frati e sacrestani che nei decenni qui si sono dati il cambio. «Per la prima volta — dice padre Marciano, vecchio superiore — la catena si spezza. Abbiamo provato a resistere, è stato inutile».

L’annuncio del congedo è stato dato alla processione votiva dei pescatori, giunti in corteo dall’isola della Schiusa, a bordo di barche imbandierate a festa. «Fra qualche giorno — ha detto il padre guardiano Stefano Gallinaro — consegnerò le chiavi al vescovo di Gorizia.Il Signore provvederà: vi invito a pregare in questo momento di difficoltà che accomuna la Chiesa alla civiltà di un’Europa che rinuncia ad accogliere e chiude le porte».

Ad ascoltarlo, su tre pescherecci, gente di mare da tutto l’Adriatico. Gli ultimi frati sperano di resistere a Barbana fino al termine dell’estate. Stefano, Marciano, Fulgenzio, Zeno e Celestino non conoscono il loro destino, ma già hanno raccolto le poche cose per partire. «Abbiamo fatto voto di obbedienza — dicono — lasciare la nostra casa e la comunità che amiamo, dopo tanto tempo, fa soffrire».

Anche il futuro del santuario è un mistero. La curia goriziana, proprietaria dell’isola, assicura solo che «Barbana non chiuderà». Per la prima volta nella sua storia però non resterà più aperta ogni giorno e ogni notte dell’anno. La chiesa aprirà solo la domenica. «Tra ottobre e marzo — dice Franco Biasiol, barcaiolo dell’isola da quasi settant’anni — il complesso invece sarà chiusoDovrebbero arrivare una guardia e dei cani per evitare furti, saccheggi e degrado».

Lo scorso anno il santuario ha ricevuto la visita del cardinale Pietro Parolin. Il segretario di Stato vaticano ha portato un rosario mandato da papa Francesco. Il cimelio ora è intrecciato tra le mani della statua lignea della Madonna, che nei secoli ha lasciato Barbana solo otto volte per brevi omaggi in altri monasteri dell’ex Serenissima repubblica di Venezia.

Per salvare il convento ed evitare il commiato dei suoi frati, la gente di Grado e i fedeli di tutta Europa hanno così deciso di rivolgere un appello al pontefice. A mobilitarsi, l’associazione «Graisani de palù», quella dei marinai d’Italia e dei Portatori della Madonna.

«A Barbana — dice Giorgetto Guzzon, presidente dei Graisani — si sono sempre battezzati i bambini. Qui ci si è sposati, si viene per pensare a cosa serve la vita. È un luogo cruciale anche per chi non è cristiano. Portare via i frati dalla loro casa perché sono vecchi, è come ammazzarli. Solo il Papa li può aiutare».

Servirebbero i giovani, la loro fiducia e il loro coraggio. L’Europa però non fa più figli e nessuno si chiuderebbe oggi su un’isola a pregare un dio. «Il problema — dice Giordano Saisonpescatore da settant’anni  è che tutto ciò che ci ha fatto vivere, è vecchio e scompare. I giovani e i frati, la libertà e la democrazia, il benessere e la generosità finiscono come i cefali, le sardine e i calamari della laguna. Cinquant’anni fa pescavamo 150 quintali di pesci al giorno, adesso cinque cassette. Eravamo trecento, siamo rimasti trentacinque. Nella povertà ormai i soldi sono marginali».

È il tramonto e Frate Marciano, per l’ultima volta, prepara l’orto delle piante officinali di Barbana, che non raccoglierà. «Qualcosa di buono per gli altri— dice — dobbiamo lasciarlo. Se ognuno si porta via tutto e chiude la porta, quando se ne va, non muore la fede: si interrompe la vita».

È la lezione dell’addio dei frati di Barbana all’Europa: dopo 1437 anni hanno deciso che, salendo per l’ultima volta in barca, lasceranno il santuario aperto, le chiavi bene in vista all’ingresso del loro convento vuoto.


Giampaolo Visetti – La Repubblica

http://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/attualita/%E2%80%9Ccinque-frati-non-bastano%E2%80%9D-e-il-monastero-sull-isola-si-arrende-dopo-1437-anni-45694?fbclid=IwAR3j3ndVsmpeQyPrOPpylwlAXk5R3IRc8cdtAmuJD0UP2g_bUvqD1Epv1l8#.XPdjINIzapq