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In viaggio con Marcello: Le tradizioni gastronomiche del Friuli Venezia Giulia —

Quante cucine diverse si incontrano nella tradizione gastronomica del Friuli Venezia Giulia? A questa e a molte altre domande  cercheranno di rispondere Marcello Masi e i suoi “compagni di tavola” Rocco Tolfa e Carlo Cambi, nella puntata in onda sabato 13 aprile alle 10.15 su Rai2, raccontandoci come è cambiato il nostro modo di mangiare e quale sarà il futuro della nostra alimentazione. Con loro, Giorgia Fantin Borghi, esperta di storia del galateo, che con tono ironico e divertente ci ricorderà quali sono le buone maniere da adottare a tavola.
Si esplorerà così l’anima ricca e composita della cucina del Friuli Venezia Giulia, regione di confine dallo spirito mitteleuropeo, terreno di incontro per popoli e artisti come Joyce, Svevo e Pasolini. I momenti storici che questa regione ha attraversato, a partire dalla dominazione veneziana, hanno determinato fortemente il patrimonio gastronomico che oggi può vantare.
Lo chef Paolo Zoppolatti, friulano di Cormons, preparerà un intero pranzo con le specialità più celebrate della regione, dal golosissimo frico, una “torta” di formaggio taleggio fritta in padella, ai cjarsons, originali ravioli di pasta riempita con gli ingredienti più impensati. Un approfondimento verrà poi dedicato al caffè, che proprio al porto di Trieste deve il merito della sua grande diffusione in Italia, e al dolce italiano più famoso nel mondo, il tiramisù.
Come sempre, anche nella puntata sul Friuli Venezia Giulia verrà valorizzato il legame con il mondo del vino e i possibili abbinamenti tra i cibi in tavola e i vini della tradizione regionale. Questa volta, in primo piano ci saranno i vitigni del Collio, mentre Bruno Pizzul annuncerà una divertente “squadra” di vini friulani.

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Slavo o sloveno?

L’amore per il proprio dialetto, che tutti affermano di voler conservare e tutelare, esige che venga definito correttamente.

“Tappa a San Pietro al Natisone. Primo dei Sette Comuni in cui si parla il dialetto sloveno”.

Benito Mussolini

I neofascisti e i nazionalisti nostrani tentano da 50 anni di convincerci che il dialetto parlato nelle valli del Natisone non ha nulla in comune con la lingua slovena. Di tutt’altro avviso era invece il loro “maestro” ed ispiratore Benito Mussolini il quale, su questo specifico problema, aveva delle idee chiare ed ha contestato “ante litteram” i suoi futuri epigoni ed ammiratori, nel suo libro “I1 mio diario di guerra MCMXV – MCMXVII” (Libreria del Littorio), pubblicato dopo la prima guerra mondiale, leggiamo, alla data 15 settembre 1915 la seguente nota: “Tappa a S. Pietro al Natisone. Primo dei Sette Comuni in cui si parla il dialetto sloveno. Incomprensibile per me”.

Nell’anno successivo, trovandosi a Plezzo (Bovec, nell’alta valle dell’Isonzo) scrive nel diario: “Questi sloveni non ci amano ancora. Ci subiscono con rassegnazione e con malcelata ostilità”.

Dunque Mussolini sapeva che dal Ponte San Quirino fino a Plezzo abitavano gli sloveni che parlavano il dialetto sloveno o la lingua slovena. E quando nel 1933 ha proibito anche nelle valli del Natisone l’uso della lingua slovena, sapeva quello che faceva.

I1 7 gennaio del 1912 il Consiglio comunale di Grimacco ha approvato all’unanimità una Relazione sullo stato del comune da sottoporre all’attenzione del presidente della provincia di Udine in cui si afferma tra l’altro che il Comune “è popolato da circa 1700 abitanti, tutti di razza e lingua slava, e di costumi in tutto simili alle popolazioni di confine della stessa razza e lingua del limitrofo Impero Austro-Ungarico”. Dunque, nel comune di Grimacco, nel 1912, si parlava la stessa lingua che si parlava ‚nella valle dell’Isonzo, cioè quella slovena. Parola dei consiglieri comunali e del sindaco di Grimacco.

Nell’anno scolastico 1928-29 il cardinale Bisletti della Sacra Congregazione dei Seminari diede comunicazione all’Arcivescovo di Udine, Mons. Nogara, di aver ottenuto un contributo di Lire 9.000, concesso dallo Stato italiano “allo scopo di organizzare i corsi per l’insegnamento della lingua slovena ai chierici di codesto seminario” (di Udine).

I corsi continuarono per tutto il Ventennio fascista, continuarono durante la seconda guerra mondiale e anche nel dopoguerra, fino agli anni ’70, quando, per mancanza di chierici, furono sospesi.

In questo modo lo Stato finanziava corsi di s1oveno per i futuri sacerdoti che avrebbero potuto esercitare il ministero pastorale non in Slovenia ma nei paesi sloveni della diocesi di Udine. Lo Stato italiano sapevo già nel 1928 che nella provincia di Udine esistevano gli sloveni e non i “paleo-slavi”.”Novi Matajur”

Realizzato da Nino Specogna

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Ancora sulla lingua

Un altro contributo alla discussione

E’ un buon segno che si discuta di temi importanti. Benvenuti quindi dibattiti sul nediško (ma anche sul po našin, po vašin, po vaseh e così via), sulla lingua letteraria slovena, sulla matrice slava, sulle relazioni tra le varie espressioni della nostra cultura. Con un’unica avvertenza: che non si alimenti la confusione ed ogni volta non si riparta da Adamo ed Eva, perdendo di vista il traguardo.
Ognuno la pensi come vuole, percorra la strada che più gli aggrada per tornare a casa, perché alla fine è qui che ci troveremo.
Il racconto che Nino Specogna fa della sua esperienza di vita è una testimonianza forte della nostra storia recente, peraltro comune alla stragrande maggioranza di tutti noi. Sullo stesso tema Gianni Tomasetig di Zverinec-Sverinaz ha recentemente pubblicato il bel libro “L’osteria della nonna”.
Chi vuol conoscere la realtà della Benečija d’oggi ha a disposizione libri di storia (ce ne sono tanti), documentazioni, testimonianze analoghe a quella di Specogna. Per capire la realtà locale è sufficiente collegare cause ed effetti, senza bisogno di ricorrere a ragionamenti arzigogolati, a logiche “illogiche”, a specchi su cui arrampicarsi; è sufficiente il comune raziocinio.
E’ tutto molto semplice e logico, anche se il potere nazionalista ha cercato per più di un secolo d’intorbidire le acque con teorie, argomentazioni ed esasperazioni francamente pacchiane.
Esiste una realtà nostra, non solo culturale, ed una che hanno cercato di imporci.
Hanno usato la tecnica del logoramento creando diatribe fantasiose ed alternative inesistenti.
Prendiamo la scuola. Cosa insegnare, come insegnare: ecco creato un problema inesistente. Gli addetti ai lavori, filologi e linguisti, dicono chiaramente cosa si deve fare. Avranno ragione? Noi, nel dubbio volendo andare con i piedi di piombo, ci guardiamo intorno, andiamo a vedere come fanno gli altri.
Il napoletano, dialetto della lingua italiana, è parlato da milioni di persone. Vanta fior di vocabolari, canzoni, poesie, teatro ed altro. I napoletani lo amano e lo difendono con i denti, eppure nelle scuole napoletane s’insegna in italiano.
Tra il dialetto napoletano (figlio) la lingua italiana (padre) ed il latino, lontano progenitore dell’italiano, (nonno) intercorrono le normali relazioni che riguardano l’evoluzione di una lingua.
In Istria i nostri amici della minoranza italiana non perdono occasione per sottolineare che la loro cultura è istro-veneta. Parlano un dialetto molto vicino al veneziano eppure nelle scuole insegnano l’italiano. I napoletani amano il dialetto napoletano con la stessa intensità con cui gli istriani amano il loro e come noi amiamo il nostro. In tutto il mondo s’insegna la lingua.
Lo stesso discorso vale in Benečija. Abbiamo il nonno (lo Slavo) il padre (la lingua slovena) ed il figlio (dialetto nediško o tersko o altri).
Ma se tutto è così ovvio e chiaro come mai ci vengono continuamente ed ossessivamente propinate altre soluzioni?
Claudio nelle sue osservazioni all’articolo di Nino Specogna afferma che dobbiamo capire la nostra identità. E’ un’altra testimonianza tragica. Ci hanno ridotto talmente a mal partito che non sappiamo neppure cosa siamo.
Prendiamo il caso che voglia sapere come sono fatto, uno specchio mi darà la mia immagine. Quello che vedrò potrà piacermi o no ma sono proprio io. A meno che qualcuno non abbia piazzato davanti a me uno specchio deformante o, peggio, una fotografia a suo piacimento. In questo caso vedrò ciò che lui vuole e rimarrò imbrogliato fino a che non riuscirò a scoprire l’inganno.
C’era, e c’è ancora (anche se in contrazione), una parte del potere italiano (nazionalisti, vecchi liberali) che gli sloveni nel Friuli orientale non li tollerava proprio ed ha usato tutti i mezzi per eliminarli. Adoperando carota e bastone.
Nel tempo le insistenti pressioni iniziali si sono trasformate, con il fascismo, in metodi violenti fino ad arrivare nel secondo dopoguerra ad una vera e propria pulizia etnica.
Talvolta qualcuno argomenta che questa parola è un po’ forte per descrivere quanto successo in Benečija; ma quale altra può essere usata se si ha coscienza delle cifre, quando tre quarti della popolazione slovena è stata costretta a lasciare la propria terra.
Infine un argomento sgradevole. A mio avviso il recupero della nostra cultura può avvenire in diversi modi, utilizzando la lingua o il dialetto. Basta che ci sia limpidezza d’intenti, che si voglia veramente rinascere.
Purtroppo questa limpidezza non può essere riconosciuta ad alcuni fautori dello sviluppo a senso unico del dialetto.
Parlano i fatti. Richiedono ad alta voce la tutela del nediško, ma trovano ogni scusa per non usarlo, per non cantarlo. Si guardano bene dal sostenere manifestazioni come Moja vas o il Senjam beneške pjesmi (che sono sempre e solo in perfetto dialetto), o a condannare i distruttori di più di trenta cartelli stradali bilingui (sempre in perfetto dialetto) a Grmek-Grimacco, e così via. In realtà, oggi che lo stato italiano è propenso a risarcire i danni del passato, il loro obiettivo è di soffocare la cultura slovena della Benečija in un folklore inutile e letale.
Per nostra fortuna la storia va avanti e questa posizione è perdente. Negli ultimi anni è cambiato tutto: terminati i ricatti della guerra fredda i governi italiani stanno rapidamente mettendo da parte i nazionalisti locali e la politica antislovena. Hanno capito che gli amici vanno tutelati. La Slovenia poi è diventata stato e l’Unione Europea, diventando sempre più forte, sarà il guardiano dei diritti di tutti. E’ una cornice nuova e positiva.
Fabio Bonini da http://www.lintver.it/natisoniano-opinioni-natisonianobonini.html