Archivi giornalieri: 21 Ott 2019

LA RIVOLTA DI STERPO NEL 1509: LA QUERCIA PIU’ GRANDE D’ITALIA NE FU TESTIMONE

Foto tratta da: “Il ponte” Codroipo 24/10/2017

Angela e Antonio erano giovani e con prole quando partirono per fare i mugnai presso un castello del medio Friuli.

Avrebbero lavorato tra Quadrupio (Codroipo) e Palmanova, zona di confine tra il dominio veneziano e l’impero asburgico; una zona di terreni paludosi e di poca produttività, fatta per lo più di erbe da fieno e poco propensa alle coltivazioni.

Avrebbero lavorato per un castellano, che stava portando avanti un’importante azione di bonifica delle paludi di quei luoghi; in un mulino a pala mosso dall’acqua, protetto da grandi fossati che delimitavano il feudo. Questa sicurezza fu ciò che li mosse a spostarsi dal loro paese, dove la miseria non permetteva di vivere, per tentare di migliorare almeno un po’ la loro condizione.

Quello che probabilmente li colpì, al loro arrivo, furono le due torri del castello posizionato al centro di un immenso complesso fortificato, protetto da terrapieni e da fitti corsi d’acqua e con un parco piuttosto vasto, coltivato con numerosi ortaggi che servivano ad alimentare la famiglia e i loro servitori.
Molti anche gli animali che avevano potuto contare: polli, conigli, qualche mucca, asini cavalli e maiali. Per questo erano state lasciate, all’interno del parco, molte querce, dei cui frutti i maiali erano ghiotti.

Essere mugnai era diventato molto importante, perché nell’ottica del miglioramento fondiario, e quindi economico e di potere politico, i conti Colloredo, padroni del Castello, chiesero a tutti i contadini delle loro proprietà estese da Colloredo di Montalbano a Pontebba, di far arrivare i loro affitti e le derrate a Sterpo e di far macinare le granaglie proprio in quel mulino, sfidando così i conti possessori dei mulini vicini, che erano alleati alla famiglia dei Savorgnan. Per tale motivo erano stati chiamati altri mugnai a rinforzare la manodopera.

Il periodo non era dei migliori, da poco più di 90 anni il Patriarcato era stato sostituito dal dominio della Serenissima. La famiglia Savorgnan, con l’esponente principale, Antonio, fedele alla repubblica veneziana, si stava muovendo per consolidare il suo potere in Friuli. I conti di Colloredo, assieme ad altre casate friulane, rappresentavano una delle più importanti famiglie della fazione opposta alla Serenissima, gli Strumieri.

Erano anni di raccolti magri; la siccità e le piogge, in terreni non bonificati, creavano ambienti insalubri dove era facile ammalarsi e le uniche medicine disponibili sarebbero state il riposo e le preghiere. Ma come si poteva riposare quando si doveva lavorare per mangiare?

Inoltre la nobiltà castellana cercava di allargare i propri privilegi a danno dei sudditi, i quali numerose volte avevano dato segno del loro malcontento, soprattutto con furti e risse ai danni dei ‘sorestans’. Queste agitazioni dei contadini non erano passate inosservate e la famiglia Savorgnan cavalcò il malcontento, cercando di difendere le richieste dei ceti rurali con l’intento di creare un ampio fronte di opposizione alla fazione strumiera.

A Sterpo intanto, i Colloredo, per incrementare le entrate, iniziarono ad allargare le loro superfici coltivate eseguendo lavori di bonifica e di abbattimento dei boschi dove da anni i contadini locali trovavano sostento. Non lontano dal castello inoltre, si estendeva una vasta palude, utilizzata come bene comune dalle comunità di Virco, Flambro e Sevegliano, comunità non sottoposte alla giurisdizione dei Colloredo.
Un accordo di trent’anni prima aveva stabilito regole comuni di sfruttamento della palude tra i diversi villaggi. Quella palude, infatti, con la sua riserva di erbe, assicurava la base di foraggi per il bestiame e, in caso di necessità rappresentava una riserva di terreno destinato alla coltivazione temporanea e collettiva.
I Colloredo però iniziarono a considerare quel terreno come un prolungamento delle loro proprietà e, per meglio sfruttarlo, costruirono un ponte d’accesso sopra il fiume che separava Sterpo dalla palude, per poter agevolare il passaggio di animali e contadini verso quel luogo.

Ma la miseria dei tempi e le tensioni già in essere, videro in quest’azione un ennesimo sopruso. Sempre più frequenti iniziarono proteste, zuffe e disordini da parte dei contadini, finchè il ponte venne distrutto, e gli animali dei Colloredo che pascolavano nella palude comune vennero sequestrati assieme ai loro pastori. Anche i servi dei Colloredo, trovati a falciare in quei luoghi, furono malmenati e scacciati dagli abitanti di Virco.

La risposta non si fece attendere e fu piuttosto dura. I Colloredo catturarono ed imprigionarono molti contadini di Virco, torturandone alcuni e abbandonandoli poi tra le sterpaglie, a monito. Rinchiusero persino i capifamiglia che si erano recati dal Conte a chiedere giustizia.

Questo crescendo di violenze e di rancori degenerò durò qualche anno, fino a che, in una sera d’estate del 1509 alcune centinaia di contadini dei paesi vicini, esasperati da povertà e soprusi, si organizzarono in maniera spontanea e si diressero verso il castello. Conoscevano benissimo quei luoghi e nel silenzio che precede la notte superarono agilmente le acque e i fossati costruiti a difesa del Castello fino a cogliere di sorpresa il figlio di Albertino di Colloredo e i suoi armigeri.
Il conte e gli abitanti del maniero furono fatti prigionieri e radunati al centro della proprietà, dove solitamente pascolavano gli animali, e tra derisioni, botte e scherni, dovettero assistere impotenti al propagarsi degli incendi che illuminarono a lungo le paludi e le campagne circostanti mentre veniva dato fuoco. Torri, edifici e stalle vennero saccheggiati e dati alle fiamme.

Grande fu la risonanza di questo accadimento tra la nobiltà. Per la prima volta la temerarietà dei contadini si era spinta fino al punto di infrangere le “leggi naturali” che vedevano i padroni essere padroni e i servi essere servi; nessuno fino ad allora poteva pensare ad un castello preso d’assalto, saccheggiato e distrutto «fino ali fondamenti», e che il suo proprietario “potesse essere imprigionato, tenuto in ostaggio e costretto a subire l’aggressione violenta e derisoria dei sudditi.”.

Tuttavia non riuscirono a comprendere quali fossero le azioni giuste da mettere in campo per porre rimedio alle tensioni crescenti che si stavano propagando e a quel primo episodio ne seguirono altri che condussero ai tumulti, alle stragi di Udine e alle rivolte nelle campagne di poco più di un anno dopo, nel carnevale del 1511, noto per la “la crudel zobia grassa”.

Il 30 luglio 1509 finì la storia del castello di Sterpo. Oggi, di quel grande complesso fortificato non è rimasto quasi niente di visibile.

Solo nel parco, immersa nel verde e con le radici nell’acqua di risorgiva, rimane salda un’immensa quercia, che silenziosa assistette alle lotte di quegli anni, alle successive scosse di terremoto, alla peste e alle rivolte.
E vive, vive ancora oggi, che è stata riconosciuta la più grande farnia d’Italia. E’ alta 21 metri e larga 7, così gigante che nel suo tronco riuscivano a entrarci i partigiani, per nascondersi, passando da una fessura ancora esistente. Uno dei suoi rami è così grande che per sostenerlo hanno dovuto costruire una colonna di appoggio.
Ha tra i 500 e i 600 anni. E solo lei è rimasta a ricordarsi, di quei due giovani mugnai che si stupirono nel vedere tanti animali che mangiavano le sue ghiande, nel parco di un grande castello.

da https://www.facebook.com/manovaliperlautonomia/

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Per approfondimenti:
– Furio Bianco in “Sterpo 1509 – Storia di una rivolta e di un castello nel Friuli rinascimentale”. Ed. SFF e Comune di Bertiolo
– il Gazzettino “Ha visto rivolte, terremoti, incendi e pesti: ecco la quercia più vecchia d’Italia” Mercoledì 11 Ottobre 2017

La comunità serba di Trieste festeggia i 150 anni

Oggi lunedì 21 ottobre la comunità serba di Trieste, la più numerosa e tra le più antiche e influenti della città, festeggia il secolo e mezzo di vita della sua chiesa, San Spiridione. (Video di Andrea Lasorta)

A un friulano il premio di poesia Mattarella

immagine dal web

Il friulano Italo Coccolo, con il suo libro di poesie “Fiori nel Vento”, è il vincitore della quinta edizione del Premio giornalistico letterario “Piersanti Mattarella” per la poesia, ideato e organizzato dalla Onlus Memoria nel cuore di Palermo e dedicato al presidente della regione Sicilia barbaramente ucciso dalla mafia.

La cerimonia di premiazione, quest’anno, si è tenuta nella millenaria cornice dell’abbazia di Montecassino, in Lazio, al termine del convegno sulla legalità dal titolo “Il recupero del senso del dovere” con interventi di illustri oratori.

Con le parole dell’autore “Fiori nel Vento”, edito dall’Orto della Cultura di Pasian di Prato, è “una raccolta di poesie che parlano di noi umani e del mondo che stiamo vivendo, poesie che vorrebbero combattere l’indifferenza, l’intolleranza e l’esclusione e chiedono partecipazione e accoglienza, per costruire tutti insieme la pace”.

Sono stati consegnati anche premi speciali per il Giornalismo 2019 a Flavia Piccinini e per il “Senso del dovere 2019” al giornalista Massimo Giletti e alle sorelle Napoli.

  • AUTORE: Rossano Cattivello

Corsi di sloveno a Udine

Conoscere la cultura, la storia, le tradizioni slovene, l’ambiente e la vita quotidiana come elemento di valore interculturale. Scoprire gli innumerevoli punti di contatto con le nostre radici storiche. Il tutto con l’opportuno supporto linguistico dello sloveno, che è anche una delle lingue minoritarie del Friuli Venezia Giulia. Sono aperte le iscrizioni al percorso di cultura e lingua slovena, organizzato dall’associazione don Eugenio Blanchini. Per adesioni e ulteriori informazioni, gli interessati possono rivolgersi all’indirizzo di posta elettronica blanchini@dom.it o telefonare al 0432732500 (dal lunedì al venerdì tra le 8.30 e le 16.30). La partecipazione è gratuita. Sempre a cura dell’associazione don Eugenio Blanchini, in collaborazione con l’associazione Alpi, Ã¨ già partito il sesto anno di attività in sloveno per bimbi a Udine città con un’insegnante madrelingua proveniente dalla Slovenia. L’ appuntamento settimanale per i piccoli in età prescolare e dei primi anni delle elementari è ogni lunedì dalle 16.00 alle 18 nell’oratorio della parrocchia di San Quirino, in via Gemona. La partecipazione è gratuita, c’è solo la necessità che uno dei genitori si iscriva all’associazione Alpi al fine di garantire la copertura assicurativa per il proprio figlio. Ci sono ancora posti disponibili. Gli interessati possono mandare un messaggio all’indirizzo di posta elettronica blanchini@dom.it o telefonare al numero 0432 732500 (dal lunedì al venerdì dale 8.30 alle 16.30). Per ulteriori informazioni si possono contattare anche Igor Jelen (+39 348 7965945 – igorcostarica@ hotmail.com), Ezio Gosgnach (+39 392 0410219 – ezio.gosgnach@ hotmail.it) e Rino Laurencig (+39 3387409132 – laurencig@ alice.it). https://www.dom.it/tecaj-slovenscine-v-vidnu_corso-di-sloveno-a-udine/

Benecia, nostro paradiso perduto

Ritorna il racconto, per alcuni il mito perenne del paradiso perduto; perenne, perché può adattarsi a diversi luoghi e situazioni. Uno di questi è certamente la Benecia, da tutti salutata come l’ultima delle terre promesse, per la salubrità dell’aria, il fresco dei boschi, la purezza dei ruscelli e delle sorgenti d’acqua, la varietà dei frutti, in specie le mele. Proprio da queste sono state attratte le novelle Eve, che dagli alberi proibiti hanno staccato il prezioso frutto, per mangiarlo certo, ma dato che si trattava di quintali, non potevano trangugiarlo da sole, e così si sono date al commercio. Non abbiamo notizie di castighi terrestri, di quelli celesti non osiamo parlare, ma la cosa non deve rimanere impunita, perché rinnova antichi soprusi compiuti ai danni dei Valligiani, quando i prati erano più estesi ed i castagni, in questa stagione, davano i loro frutti generosi e saporiti. Se ne sono accorti anche i forestieri che hanno invaso valli e monti, animati da uno zelo purificatore: hanno pulito tutto, inalberandosi pure, se i proprietari non erano soddisfatti di questa pulizia. Com’è strano questo mondo! E continua ad esserlo, perché questo paradiso continua ad essere espropriato da vicini e lontani, magari invidiosi se sul Matajur rischia di arrivare qualche tappa importante, non importa di che cosa, ma comunque importante. No, la Benecia deve continuare a dare e non deve pretendere, perché a ciò non è stata destinata. Anzi deve essere perfino riconoscente per quel che le è tolto, magnificando al sommo qualche piccolo beneficio del passato. Tanto siamo abituati a piegare il capo. E invece la storia non può continuare così, perché dobbiamo diventare i cherubini che difendono il loro paradiso, come nello straordinario racconto biblico. Se faremo nostro questo proposito, potrebbe succedere nuovamente qualcosa di bello per le nostre valli e soprattutto sarebbero valorizzate tutte le iniziative che da decenni accompagnano la nostra vita. Solo che è necessario un salto di qualità ed una maggiore presenza nella società civile, per marcare la nostra azione e mostrare quella determinazione indispensabile per i nostri tempi. Abbiamo degli illustri predecessori, uomini che hanno lavorato perché giungesse fino a noi, il più possibile intatto, il nostro patrimonio che costituisce la nostra carta d’identità e anche il progetto per il futuro. Ritroviamo le stesse motivazioni, fatte di consapevolezza, di cultura, di fede perché il paradiso che ci è stato affidato, possa fiorire, crescere e portare i suoi frutti, non per la rapina altrui, ma per il nostro bene. (Marino Qualizza)

fonte https://www.dom.it/36699-2/?fbclid=IwAR3q566i5Ntvl71Q2YxK-NgezlCO68vTwXtTnyFR02MvgqFQ69q3tg2wDvw

Commemorazione ai Caduti

dal Dom

Sabato, 19. ottobre, i sindaci delle Valli del Natisone e dell’intero mandamento di Cividale si sono recati a Kobarid per rendere omaggio ai caduti nella prima guerra mondiale sepolti nell’ossario di San Antonio. La cerimonia è stata organizzata dall’Ambasciata italiana a Lubiana. Dopo gli onori ai caduti e la deposizione di corone, è stata celebrata la santa messa e, nel cimitero del paese, è stato reso omaggio alla tomba dei partigiani caduti nella lotta di liberazione. Il governo sloveno era rappresentato dal segretario di Stato alla difesa Miloš Bizjak, mentre gli onori di casa sono stati fatti dal sindaco di Kobarid Marko Matajurc.https://www.dom.it/spominska-slovesnost-v-kobaridu_commemorazione-dei-caduti/