Archivi giornalieri: 22 Ott 2019

La bussola del direttore

Un Paese di ladri e di truffatori, potenziali s’intende. A Pordenone si sono inventati le aziende per arrivare a ottenere senza averne diritto i contributi europei. Che poi non diciate che rubano solo a certe latitudini. Magari la differenza sta nel fatto che qui li scoprono prima.

Friulani nel mondo. Siamo anche in Cile. Da lì uno di noi racconta la guerriglia in corso.

I poveri ci sono anche in Fvg, anche se non li vediamo, anche se non sono solo quelli che vediamo per strada. Ne ha dato notizia una associazione nazionale che ha realizzato una analisi sulla nostra regione.

Oggi parliamo di influenza e raffreddore che quest’anno si annunciano particolarmente aggressivi. Il primo caso italiano di influenza grave risale già al 27 settembre ed è stato registrato proprio qui in regione, all’ospedale di Udine. Colpita una donna di 50 anni, sana e senza alcun tipo di patologia, che a causa delle complicanze batteriche, è stata intubata e ha dovuto affrontare un ricovero che si è protratto per oltre venti giorni. Il consiglio, soprattutto per anziani è bambini, è quello di vaccinarsi.

Una cartolina da Lusevera/Bardo

Lusevera (Bardo in sloveno[3][4], Lusèvare in friulano[5]) è un comune italiano sparso di 620 abitanti in Friuli-Venezia Giulia. Sede comunale non è l’omonima località, ma la frazione di Vedronza.

Territorio

Il territorio comunale di Lusevera è situato nell’alta valle del Torre. Alle spalle, al di la della prima linea di cresta montuosa del Gran Monte, è situato il gruppo montuoso del Monte Canin. A est confina marginalmente con la Slovenia.

Lusevera (Ud).

Lusevera (Ud).

Clima

Lo stesso argomento in dettaglio: Stazione meteorologica di Lusevera.

La frazione di Musi risulta essere la località più piovosa d’Italia con ben 3300 mm di precipitazioni medie annue[6].

Storia

Nel 1969 vi fu aggregata la frazione di Uccea, già parte del comune di Resia[7]. Tuttavia, con legge n. 7 del 1995, la regione ha riportato la situazione a quella precedente[8].

Nel 1976 il comune fu devastato dal terremoto del Friuli, che provocò enormi crolli e danni.

Le fortificazioni

Durante la guerra fredda, nel territorio comunale erano state realizzate delle fortificazioni dette “opere” che facevano parte della soglia di Gorizia. Le fortificazioni realizzate nel comune di Lusevera erano quelle di Micottis, Musi e Tanamea.

La fortificazione di Micottis, dal nome della omonima località, frazione del comune di Lusevera, era una piccola fortificazione situata sulla strada Lusevera- Villanova al bivio per Taipana.

Le fortificazioni di Musi e Tanamea facevano sistema nella difesa dell’alta valle del Torre e della piana di Udine.

La fortificazione di Musi era situata sulle alture di Musi in corrispondenza del restringimento della valle dell’Uccea e all’inizio della valle del Torre.

La fortificazione di Tanamea era scavata nella roccia a chiudere la valle dell’Uccea, situata immediatamente dopo il passo di Tanamea verso il confine e difendeva l’accesso dall’alta valle dell’lsonzo alla valle del Torre e alla piana di Udine.

Lingue e dialetti

Nel comune di Lusevera si parla un dialetto sloveno, che tradizionalmente gli abitanti usano chiamare Po naÅ¡in o Po Nasen, che in italiano si traduce “a modo nostro”. Il comune rientra nell’elenco del DPR 12 settembre 2007 “Approvazione della tabella dei comuni del Friuli-Venezia Giulia nei quali si applicano le misure di tutela della minoranza slovena, a norma dell’articolo 4 della legge 23 febbraio 2001, n. 38”. (GU n. 276 del 27-11-2007).

continua… https://www.wikiwand.com/it/Lusevera

Renato Appi poeta,scrittore friulano

Impiegato alla Cartiera Galvani, per lunghi anni vicepresidente della Società filologica friulana (dal 1974) e dell’Ente Friuli nel mondo (dal 1977), A. (Cordenons, 1923 â€“ Pordenone, 1991) fu «un entusiasta con tratti utopistici e quasi adolescenziali, un animatore instancabile» (Ciceri). Tra le associazioni da lui promosse “Il cjavedàl” di Cordenons. A. combatté in Francia dove fu fatto prigioniero e rinchiuso in un campo di concentramento, da dove evase tre volte, l’ultima con successo. Decisiva anche per la scrittura l’esperienza della prigionia a Trier (Treviri), tra il 1943 e il 1944, esperienza che A. rievocherà in anni maturi: «Ad appena vent’anni ero prigioniero di guerra in Germania. Nell’incertezza del domani, nelle privazioni, nella solitudine, nella sofferenza, che tale stato comportava, il pensiero andava costantemente alla casa lontana, ai familiari, agli amici che si temeva di non poter più rivedere. E si viveva di ricordi. Erano costantemente presenti alla memoria soprattutto i giorni felici dell’infanzia», e dell’infanzia si riversano sulla pagina i risvolti favolosi. Ma importa la ricaduta della lingua: «E con i ricordi dei luoghi e delle persone ritornavano le voci e il loro suono diventava onda, ritmo, cantava dentro e si faceva poesia». Il friulano (il friulano di Cordenons, ai margini del dominio) come nicchia e rifugio, appartenenza e cornice condivisa. Per quanto il codice materno di A. «non fosse il dialetto friulano e contadino di Cordenons, ma il veneto ripulito della borghesia locale» (Rizzolatti). Il «paese» come maglia profonda e il friulano come suo specchio saranno una conquista graduale, anche se il bilancio potrà dichiarare: «Il rapporto, la magìa instauratasi allora hanno continuato, attraverso gli anni, a legare il mio animo ai suoni musicali della mia parlata, che è quella dei miei cari, dei miei avi, dei miei amici, della mia terra». Nel 1945, al rientro dalla prigionia, A. mette in scena Ritorno alla vita, un dramma in italiano (con inevitabili e scolastiche ingenuità: «esecrata baracca», «Evadere da questo misero luogo, rompere le catene che ci serrano e andare incontro a quegli occhi che laggiù ti chiamano…»), che dà spazio a crudi inserti tedeschi, a rendere (anche acusticamente) l’urto del campo. …  http://www.dizionariobiograficodeifriulani.it/appi-renato/

Quei ladri di mele che stuzzicano i ricordi

Quando ero piccolo, vale a dire molto oltre mezzo secolo fa, in questo periodo dell’anno, quando noi scolaretti delle elementari tornavamo da scuola alla fine delle lezioni e dopo la refezione, quando ne potevamo usufruire, non c’era tempo per sedersi al tavolo della cucina per riposare, per giocare, per mettersi a fare i compiti o guardare la tv, che neppure ce la sognavamo. Là, sui ripidi prati disseminati di annosi castagni, ci aspettavano papà e mamma; le nostre manine erano particolarmente utili per riempire le ceste intrecciate, su misura per ciascuno di noi fratelli, dal papà con striscioline di nocciolo; facevamo a gara chi le riempiva per primo. Ed eravamo bravi; tanto che dopo il nostro passaggio avrebbe avuto vita grama la famigliola di ghiri che aveva la tana nel cavo del vicino vecchio melo. Era così che ci creavamo la nostra identificazione culturale, linguistica, etnica, religiosa e civile. Assimilando il nostro ambiente assieme al cibo quotidiano.

Ricordo con piacere quegli anni e nello stesso tempo mi rattristo nell’osservare la situazione odierna. Non che tutti i castagni e gli alberi da frutto siano scomparsi, sopraffatti dal bosco. No; sono scomparsi i contadini, i boscaioli, i piccoli allevatori di qualche bovino e di animali da cortile. Il bosco s’è mangiato prati e campicelli e oggi, che abbiamo strade asfaltate – ma antichi tratturi e sentieri invasi da cespugli e rovi –, parliamo di ricchezza verde e propagandiamo la nostra «natura incontaminata», la forestoterapia, la quiete ed il silenzio. La nostra natura, una volta, – comunque non contaminata da pesticidi, diserbanti, fertilizzanti chimici e quant’altro – nel suo piccolo, nonostante tutto, era anche generosa, senza che tuttavia potesse ripagare adeguatamente il sudore e la fatica di chi caparbiamente le chiedeva da vivere.

Oggi questi sono ricordi, sbiaditi dalla nostalgia per chi li ha vissuti e mezze favole da terzo mondo per ragazzi e giovani millennials. Non ci sono, o sono rari, figli e nipoti della mia generazione che raccolgono quel poco di frutti che spontaneamente i vecchi alberi producono ancora. Oggi l’aria buona e l’ambiente selvaggio richiamano, soprattutto in questo periodo, frotte di amanti della natura ed essi non disdegnano affatto raccogliere quel che trovano di interessante e di commestibile nei pressi delle strade, magari convinti che, come nel paradiso terrestre, tutto sia benedetto da Dio e a disposizione del re del creato.

C’è da dire, invece, che tutto il territorio delle Valli del Natisone è proprietà privata e che di norma come tale andrebbe rispettata. Aggiungerei poi che, dall’altro lato, può esser considerato un peccato lasciar marcire frutti che alla fine rimangono a disposizione di cinghiali e caprioli, visto che i proprietari non se ne occupano. Vero. E questo evidenzia un problema di fondo di questo nostro piccolo paradiso beneciano/sloveno – identificato come tale anche da norme statali –. Una comunità coesa, desiderosa di riscatto, bisognosa di autoidentificazione linguistica, etnica e culturale come è la nostra, sta andando pericolosamente incontro ad un destino inverso a quello che sta percorrendo la natura: essa si riprende il suo e la nostra comunità sta perdendo i propri connotati e le proprie forze vitali.

Mai sarebbe successo «ai miei tempi» che ladri, professionisti o meno, rubassero nei moderni frutteti locali sulle rive del Natisone una quantità cospicua di mele. Quando la socialità valligiana poggiava su solide basi, anche numeriche, la gente si conosceva e, volere o no, era solidale nell’autodifesa dei propri interessi in quanto coincidevano.

Oggi si discute di nuove forme di unione dei comuni montani che abbiano interessi, convenienze, problemi analoghi. Chissà che non si venga finalmente a valorizzare specificità non solo ambientali, ma anche linguistiche e culturali; un patrimonio che viene apprezzato più dagli estranei che da chi ci vive immerso.

Riccardo Ruttar

https://www.dom.it/quei-ladri-di-mele-che-stuzzicano-i-ricordi_kraje-jabolk-obujajo-spomine/?fbclid=IwAR1hMeYTNV9F9GjSZyKRCFpv9-qQuyXLmFtWJHHxRv7vFs7kGDjnT1aDpoU