Archivi giornalieri: 18 Gen 2020

Il dialetto sloveno della Val Torre

Nel dialetto della Val Torre ad esempio alla mano  dicono brač(la parola è presa in prestito dal friulano).Questo dialetto si parla in Italia,nella zona montana ad ovest della Benečia ,a nord di Udine e a sud della più conosciuta Resia nell’estremo ovest della comunità che parla la  lingua slovena.A causa della lunga assimilazione linguistica e delle ostilità, ci sono  sempre meno persone che lo parlano. I giovani non lo conoscono e le vecchie generazioni si vergognano a parlarlo.A Villanova delle grotte/Zavarh ci saranno 4 o 5 persone che lo conoscono,gli emigranti anziani invece hanno mantenuto la parlata originale. Janos Jezovnik

Anni fa una parente emigrata in Australia si meravigliò nel sentire che non si dicesse più Benetke (slo) cioè Venezia ma Vignesie (friulano).

Anche questo fa capire che la parlata della Val Torre è un dialetto sloveno!!!

L’INTERVISTA

Nella raccolta di fiabe della Slavia friulana «Domače pravljice-Domače pravce», il linguista JanoÅ¡ Ježovnik ha dimostrato che i nostri dialetti sono sloveni L’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze estive si è svolto, per gli alunni del plesso scolastico di Taipana-Tipana, con un evento particolare. Mercoledì, 13 giugno, la Cooperativa Most, in collaborazione col Comune di Taipana, ha organizzato per loro la presentazione del libro «Domače pravljice-Domače pravce», pubblicato dalla Cooperativa col sostegno della Regione Friuli-Venezia Giulia. I bambini hanno ricevuto il volume già lo scorso anno, in occasione della festa di Natale. A nome della Cooperativa Most, Luciano Lister ha spiegato loro come il libro contenga fiabe scritte nel dialetto sloveno di Sorzento-Sarženta, raccolte da Ada Tomasetig. La pubblicazione è arricchita dai disegni di Moreno Tomasetig, anche lui presente a Taipana per disegnare dal vivo per i bambini, e da un DVD con cartoni animati, che sono anche stati proiettati. Due tra le 18 fiabe raccolte, infatti, sono state animate dallo studio Malalinea. Del legame tra il dialetto sloveno di Taipana e la lingua slovena standard ha parlato lo slovenista JanoÅ¡ Ježovnik, che per la pubblicazione ha trasposto le fiabe dal dialetto sloveno delle Valli del Natisone in lingua slovena letteraria e preparato un’introduzione linguistica. Ježovnik viene dalla Slovenia ed è intervenuto nel dialetto sloveno della zona, per la gioia dei presenti. Quali sono le sue impressioni rispetto all’incontro coi bambini a Taipana? «Sono contento che i bambini abbiano accolto in modo così positivo le fiabe e i cartoni proposti col libro. Quando abbiamo parlato in e del dialetto, qualcosa l’ hanno capita e ciò indica come la situazione, forse, non sia così negativa. Ci sarebbe bisogno, però, di utilizzare di più il solo dialetto anche coi bambini». È intervenuto proprio nel dialetto sloveno di Taipana, come è possibile? «Più che in quello di Taipana, forse in quello delle Valli del Torre, perché ho imparato il dialetto così come lo si parla nella località di Pradielis-Ter. Questa parlata in qualche misura si differenzia da quella di Taipana, si tratta, però, di parlate molto simili. Mi occupo di ricerche inerenti il dialetto sloveno delle Valli del Torre; più precisamente, su questo tema sto preparando la mia tesi di dottorato, in cui proverò a illustrare quali sono le principali differenze e somiglianze tra le singole parlate del dialetto».Cosa ha riscontrato nelle sue ricerche sul dialetto sloveno delle Valli del Torre? «Ciò è, in verità, più a margine delle ricerche, ma più ci dirigiamo verso ovest, meno sentiamo il dialetto, meno viene usato dalla gente, solo dai più anziani, quasi senza eccezioni. Verso est, il dialetto è ancora parlato dagli appartenenti alla generazione di mezza età e anche i bambini lo capiscono. Da un punto di vista linguistico, invece, direi che le componenti occidentali del dialetto rappresentano un insieme singolo, con proprie caratteristiche. Partendo da alcune differenze principali, è possibile dividere il dialetto in almeno due componenti un po’ diverse». Che futuro vede per questi dialetti? «La parte orientale, situata più vicina al confine di Stato con la Slovenia e maggiormente aperta verso le Valli del Natisone – ossia località come Masarolis-Mažeruola; forse Canebola-Čeniebola; Prossenicco-Prosnid un po’ meno, perché si tratta di una località più isolata, di montagna – per la vicinanza dei centri abitati della zona, ha ancora una buona prospettiva rispetto al mantenimento del dialetto. Nelle parti più occidentali e in quota, invece, ovvero spostandoci verso l’alta montagna e più verso ovest, il dialetto è utilizzato da davvero molte meno persone. Qui sarebbero necessari interventi radicali, almeno nel senso dell’introduzione dello sloveno nelle scuole locali». Abbiamo notato, per esempio, che a Taipana l’insegnamento dello sloveno, anche se si tratta di poche ore a settimana, aiuta molto… «Parlo proprio di questo. È questo ciò di cui ha bisogno un bambino: di incontrarsi con la lingua, di avere almeno qualcosa a cui si può aggrappare e di acquisire, forse, la consapevolezza per iniziare a parlare in dialetto, per esempio coi nonni. Ci vuole un sistema su cui poter poggiare ciò che sente nel proprio ambiente. Finchè il dialetto nell’ambiente lo si sente ancora, ovviamente». Vanno smentite, tra l’altro, le affermazioni ideologiche e politiche secondo cui i dialetti, qui, non siano sloveni… «Nelle ricerche su lingue e dialetti possiamo, ovviamente, notare parole che possono essere mutuate dalle lingue con cui il dialetto convive già da diverso tempo, e che possono acquisire significati nuovi o mantenere i vecchi… Possiamo osservare l’ordine delle parole, su cui può, però, e allo stesso modo, influire qualche altra lingua. Se, invece, osserviamo lo sviluppo delle caratteristiche di suoni e accenti – che, come dimostrato, sono le più stabili – tali dialetti, seppur in alcuni aspetti piuttosto diversi da quelli della parte centrale della Slovenia, rappresentano una prosecuzione di una stessa lingua d’origine. Ciò significa che, in confronto coi dialetti centrali, si sono sviluppati a modo proprio, tuttavia secondo gli stessi indirizzi. Si tratta degli stessi tipi di suono, degli stessi rapporti strutturali all’interno della stessa lingua». In che modo si guarda al nostro territorio e ai nostri dialetti nelle zone centrali della Slovenia? «Comunque in modo troppo poco attento. Penso che la situazione non sia molto entrata nelle coscienze, non sia molto presente nelle riflessioni. Chiunque sa che da qualche parte, là in Italia, c’è una qualche minoranza slovena; molte meno persone saprebbero, però, mostrare su una cartina dove si parli lo sloveno – dove, quindi, vivano i parlanti sloveno. Dubito che in molti si rendano conto di quale sia la situazione su questo territorio. Anche nelle zone centrali della Slovenia, forse soprattutto a livello politico, questa coscienza manca». Se queste fiabe fossero presentate agli alunni delle scuole primarie e secondarie di primo grado di Lubiana, in che modo reagirebbero? «Credo che, come tutti i bambini, sarebbero entusiasti delle fiabe. Sarebbe utile se, oltre alle fiabe, si presentasse il loro luogo d’origine. Questo sarebbe un buon punto d’inizio per un percorso. Ancora meglio, secondo me, reagirebbero i bambini delle località vicine dall’altra parte del confine di Stato, che a casa conoscono già un dialetto simile».

U. D. (Dom, 30. 6. 2018)

da Slovit http://www.dom.it/wp-content/uploads/2018/06/Slovit-n-6-giugno-2018

Un fiore bello da mangiare

di Roberto Zottar

Bella e romantica come il profumato fiore, ma decisamente più saporita, la rosa di Gorizia è una delle eccellenze culinarie di questo periodo, annoverata tra i PAT – Prodotti alimentari tradizionali – della nostra Regione e tra i presidi Slow food.
L’estetica basterebbe da sola, ma quando il gusto incontra la sua delicata dolcezza e croccantezza si capisce appieno il suo valore e si cambia per sempre la percezione sui radicchi invernali veneti solitamente amari. E’ una coltivazione limitata solo alle campagne di Gorizia i cui segreti vengono gelosamente custoditi e tramandati da poche famiglie produttrici.
Questo radicchio che è sostanzialmente una cicoria, un ecotipo di Cichorium intybus varietà sativa, deve il nome alla forma del cespo a bocciolo di rosa, caratterizzato da un colore rosso intenso. La rosa ha anche un fratello più raro e più dolce, il radicchio canarino, che ha le foglie giallo chiaro ed assomiglia ad un uccellino arruffato. La rosa, che esprime un’antica sapienza contadina, non ha origini certe: probabilmente i primi semi furono portati a Gorizia dal Veneto nell’Ottocento e l’ortaggio si è adattato alle condizioni ed alle esigenze locali. La prima citazione di questo radicchio risale al 1873 negli scritti del barone Karl von Czoernig von Czernhausen, funzionario boemo, lo stesso che battezzò Gorizia “la Nizza austriaca” per il suo clima mite.
Ma come si ottiene questo ortaggio che è il radicchio più caro del mondo? La tecnica culturale rientra tra le mode di metà Ottocento di forzatura dei radicchi introdotte nel trevigiano dal vivaista belga Van den Borre. Dopo le prime gelate in campo, le piante, raccolte e legate in mazzi, sono messe al buio a 12° per 15 giorni su un letto di torba, mentre nel passato si accatastavano sul letame delle stalle che con il suo calore di fermentazione le preservava dai danni del freddo. Nel tepore umido la pianta riprende a vegetare, il cuore cresce, si colora, diventa croccante e acquisisce un sapore dolce. Al momento della vendita si tolgono le foglie esterne, con uno scarto dell’ottanta percento, e si lavano i piccoli cespi.
In cucina, a mio avviso, la rosa di Gorizia non va assolutamente cotta: il radicchio va assaporato crudo e accompagnato da patate e fagioli lessati, uova sode a spicchi oppure solo condito con olio d’oliva, aceto e sale. Anche la piccola radice, tagliata sottile, è ottima da mangiare. Splendido anche assaggiato alla friulana, tagliato in quattro quarti e condito con lis fricis di maiale tostate in padella e sfumate con aceto. Si può servire ridotto a julienne, con appena un filo d’extravergine e del fior di sale, appoggiato su un filetto di branzino cotto al vapore. Un sogno!

fonte https://www.facebook.com/vitaneicampi/

FOR EST propone

Domenica 19 Gennaio

Doppia escursione invernale nella Conca di Fusine

Per esplorare la natura nel suo elegante manto invernale, proponiamo una doppia escursione nello splendido catino glaciale dei Laghi di Fusine.
A causa dello scarso innevamento infatti non sarà necessario l’ausilio delle ciaspole!

Si potrà partecipare alla facile escursione:
Al mattino, per godere della piena luminosità del giorno e apprezzare la conca in tutto il suo splendore..
Al pomeriggio, nell’atmosfera ovattata della Foresta di Tarvisio mentre si prepara alla lunga notte invernale..

Eventi

La mia scuola perfetta. Il vantaggio della mescolanza di culture

RIFLESSIONI

Eraldo Affinati

Il Piano triennale di Offerta Formativa (Ptof) è la carta d’identità di ogni scuola. Questo documento, redatto dai docenti secondo apposite direttive ministeriali, che dettano i criteri da seguire per fotografare la situazione esistente le azioni da svolgere al fine di migliorare le eventuali criticità, deve essere approvato dal consiglio d’istituto.

Quando i genitori iscrivono i figli a scuola lo dovrebbero avere ben presente: è in quelle pagine che viene descritto il contesto sociale dell’istituto nel suo rapporto con il territorio, le materie che si insegnano, i titoli di studio rilasciati, gli obiettivi e le scelte strategiche, le attività praticate, i criteri adottati per la valutazione degli apprendimenti, i piani di formazione e le azioni da mettere in campo per favorire l’inclusione. Questo testo è la presentazione che ogni scuola fa di se stessa per attrarre maggiori iscrizioni: chi lo considerasse un volantino pubblicitario certo semplificherebbe, tuttavia non…

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Ecco il primo Dom del 2020

Nella prima uscita del 2020, il quindicinale Dom mette in evidenza il libro «Rojaki-Pol stoletja sodelovanja med beneškimi in posoškimi Slovenci» edito dalla cooperativa Most in occasione del 50° incontro di inizio anno tra gli sloveni della provincia di Udine e del Posočje. Nel gennaio 1971 nella trattoria Štih di Staro selo si incontrarono otto rappresentanti del comune di Tolmin (che allora comprendeva anche Kobarid e Bovec) e otto operatori culturali e sacerdoti delle valli del Natisone e del Torre. Lo scopo era di coinvolgere nel dialogo tra Italia e Jugoslavia (in questa parte del confine a tirare le fila erano i Comuni di Cividale e Tolmin) la comunità slovena della provincia di Udine, fino a quel momento trascurata. Sicuramente quelle sedici persone, decise a rinnovare, nonostante gli allora due sistemi politici ed economici tra essi antagonisti, la millenaria collaborazione tra le genti dei due versanti del Matajur, Stol, Kolovrat, Canin e Predil, bruscamente interrotta dopo la seconda guerra mondiale, mai si sarebbero nemmeno sognati che un paio di decenni più tardi le loro valli si sarebbero trovate insieme nell’Europa unita e senza confini, con una Slovenia stato indipendente e sovrano. Lo storico Giorgio Banchig scrive: «Quando i confini sono caduti, quegli uomini erano commossi, quasi increduli, tuttavia più preparati degli altri a vivere nella nuova Europa e a comprendere il profondo significato del poter attraversare il confine senza doversi fermare a mostrare i propri documenti e a dichiarare i propri acquisti. Quegli uomini avevano sognato quel momento, avevano operato affinché giungesse, gli avevano preparato la strada». Ecco gli altri argomenti trattati dal Dom. Editoriale: Collaborazione da rafforzare. Vita religiosa: il papa afferma che la la pace è un cammino di speranza e riconciliazione. Storia e cultura: Siamo liberi finché conserviamo la lingua slovena e le nostre tradizioni. Approfondimento sull’ecologia: il dato di fatto è che non esiste la bacchetta magica. Valli del Natisone: nei contributi dei Comuni alle associazioni lo sport fa la parte del leone; monito dal Dan emigranta: se non ci saranno abitanti morirà anche la lingua slovena; nei concerti di Avvento e Natale sorrisi e canti nella lingua dei nostri paesi da Ugovizza a Masarolis. Valli del Torre: Pradielis perde il negozio, Taipana spera di riaverlo. Valcanale: con la buona volontà e il sorriso si possono far rivivere le tradizioni. Resia: dalle Stelle d’argento scintille di spiritualità e volontariato. Valle dell’Isonzo: dagli aghi ai cateteri, il sessantesimo anniversario della fabbrica TIK di Kobarid. Sport: un pareggio per la Valnatisone che non vince dal 3 novembre.https://www.dom.it/ne-prezrite-prvega-doma-v-letu-2020_ecco-il-primo-dom-del-2020/