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La crisi demografica si abbatte anche sul Friuli Venezia Giulia

In dieci anni la popolazione residente tra zero e 6 anni è passata da quasi 73mila a 62mila bambini
La crisi demografica si abbatte anche sul Friuli Venezia Giulia

13 febbraio 2020

Sul Friuli Venezia Giulia sta per abbattersi una carestia demografica. I numeri non lasciano scampo: in dieci anni la popolazione residente tra zero e 6 anni è passata da quasi 73mila a 62mila bambini. Più in generale, dopo i già insufficienti benefici dell’onda lunga delle nascite pre-crisi, nella nostra regione i minori stanno nuovamente diminuendo. Tra non molto, chi riempirà le nostre scuole? Chi risponderà alle richieste di assunzione delle aziende? Chi sosterrà con il proprio lavoro (e conseguenti tasse) il Welfare pubblico?

Purtroppo, le politiche per la natalità messe timidamente in campo negli ultimi anni sono frammentarie, discontinue e concentrate sulle famiglie a basso reddito, lasciando per esempio escluso il nerbo strategico della società, quella che un tempo era chiamata classe media. Eppure, dove sono stati adottati sostegni universali e duraturi nel lungo periodo, come in Svezia (diventata ormai esempio paradigmatico) i risultati sono arrivati.

In sostanza, quantità, qualità e stabilità nel tempo della spesa pubblica a favore della natalità sembrano essere tutti fattori decisivi nel determinare l’entità dell’impatto sulle scelte dei potenziali genitori. Innanzitutto la qualità della spesa: misure per offrire asili nido a prezzi sovvenzionati e misure che sostengono il reddito dei genitori (soprattutto i padri) che abbandonano temporaneamente il lavoro per prendersi cura dei figli, come accade in Svezia, sembrano più efficaci rispetto a bonus e altri benefici relativi alla nascita del figlio. In secondo luogo, contano anche le aspettative sulla stabilità delle misure introdotte: sostegni alla natalità che siano ritenuti duraturi nel tempo possono avere un impatto più forte nel medio-lungo termine. In questo caso, purtroppo per l’Italia, conta molto la credibilità dello Stato e della classe politica.

La decisione di fare un figlio non si matura dall’oggi al domani, richiede tempo, certezze e prospettive. Quindi bonus bebè che vanno e che vengono, proposti dallo Stato e poi dalla Regione, la cui soglia Isee si alza e si abbassa non rappresentano incentivi adeguati per combattere la peste bianca (denatalità).

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L’utilizzo del maiale

dal web

da http://www.lintver.it/cultura-ricette-maiale.html

Come utilizzavano una volta il maiale. Nulla andava sprecato!Una volta dal maiale si ricavavano salami, salsicce, pancetta, ma soprattutto lardo, che era l’unico condimento adoperato da tutti per tutto l’anno.

Il lardo era conservato intero, dopo esser stato ben salato e pepato. Di volta in volta se ne prelevava un pezzo per servirsene. I ritagli del lardo erano sciolti al fuoco. Il lardo liquido serviva soprattutto a conservare le salsicce. Infatti, queste erano poste in vasi che poi si riempivano di lardo liquido, che, una volta raffreddato, s’induriva, diventava bianco e conservava le salsicce per lunghi mesi, non essendo queste a contatto con l’aria.

Dalla testa del maiale erano tolti i guanciali (i muscoli delle guance) ed erano fatti essiccare. In questo modo erano utilizzati come condimento oppure erano mangiati come prosciutto. Il resto della testa era cucinato.

Le spalle anteriori potevano essere utilizzate sia per fare salumi oppure per ricavare prosciutti. Le parti posteriori diventavano senz’altro ottimi prosciutti oppure ottimi salami.

Con la parte superiore della schiena (brozadola) si facevano le bistecche. Le ossa erano utilizzate sia per fare il brodo, sia per ricavarne sapone. Le setole si raccoglievano ed erano utilizzate per fare pennelli oppure erano inserite nella punta degli spaghi da cucito, perché entrassero meglio nella cruna dell’ago.

La coda e il grasso adiacente ad essa, servivano per ungere gli scarponi, specie durante l’inverno.

Di quest’animale era utilizzato tutto e ogni famiglia ne allevava almeno uno. La pelle, una volta tolto il lardo, serviva per ungere le seghe e i segoni, le grandi seghe a mano per tagliare i grossi tronchi o per fare tavoloni.

Col sangue si faceva il sanguinaccio (mulce) e con i polmoni una specie di salsicce, chiamate polmonelle.

Il grasso del sottoventre era utilizzato per la profumatissima zazieka, mangiata a colazione con la polenta, dopo esser stata ben scaldata fino ad esser portato al punto di fumo.

Il maiale era ammazzato col coltello, dopo essere stato immobilizzato e posto sopra una scala a pioli. In questo modo il maiale poteva essere trasportato facilmente da un posto all’altro.

Con l’acqua bollente si scaldavano i peli, che poi erano tolti col coltello ben affilato. Quando era loro permesso, i bambini raccoglievano i peli per poi venderli al zunjar, l’uomo che passava di paese in paese a comperare stracci, pelli d’animali (volpi, scoiattoli, ghiri, tassi, lepri, conigli) e appunto anche peli di maiale.

Alunna di Gabrovizza della Scuola Media di S. Pietro

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Udine – Sagra di San Valentino

di Giorgio De Zorzi
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Il culto di San Valentino era molto diffuso in Italia ed in Europa, per i suoi particolari carismi di taumaturgo contro la peste e l’epilessia, probabilmente dalla pestilenza che infierì sui Balcani negli anni che vanno dal 265 al 270. Proprio in quest’anno trovò la morte.

La storia di questo santo si incrocia con quella di Udine nel 1355, quando la famiglia dei conti Valentinis, decise di erigere una chiesa a lui dedicata.

Probabilmente, vista la data a ridosso della grande pandemia di peste nera del 1348 che aveva colpito anche Udine, fu scelto di metterlo a protezione della città, erigendo la chiesa presso la porta che conduceva a San Gottardo, dove in quei tempi c’era un ricovero che fungeva anche da lazzaretto. Si ha notizie di un restauro operato sulla chiesa per volontà della beata Elena de’ Valentinis, morta nel 1458.

Nel 1513, il 14 febbraio, viene fondata la confraternita di San Valentino. Nasce l’idea della costruzione di una nuova chiesa, più ampia e meglio rispondente alle esigenze del borgo. Il conte Manino Manin il 16 ottobre 1545 dona alla confraternita un fondo con una casa, dove qualche anno dopo si comincia la costruzione dell’attuale chiesa di San Valentino, terminata nel 1574.

Fino all’inizio del Novecento, la famiglia Manin per questa donazione, riceveva il giorno di San Valentino, dalla Confraternita, dei pani e dei ceri benedetti. Nel 1581 diventò sede parrocchiale e qui fu trasferita la venerazione del santo titolare.

Nel 1655 il veneziano Tomaso Candido ottenne da Roma il corpo di un martire prelevato dal cimitero di Santa Ciriaca, lungo la via Tiburtina, a Roma, e battezzato con il nome di San Valentino. Nel 1664 egli donò la reliquia alla chiesa di S. Valentino e quindi esposta alla venerazione dietro l’altare, dove si trova tuttora. Il vecchio sacello venne poi dedicato a Sant’Antonio da Padova, che aveva predicato in Via Pracchiuso.

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La sagra di Borgo Pracchiuso si celebra ogni anno fin dal 1689, in onore del Santo. La chiesa al centro della via diventa meta di incessante e folto pellegrinaggio. Vi si celebra il sacramento dell’Eucaristia, si venerano le reliquie, si distribuiscono le chiavette e i famosi “Colaz” di S. Valentino.

La tradizione delle chiavette, risale al potere taumaturgico del santo, invocato contro la peste e contro l’epilessia. In particolare, nei secoli passati si riteneva che per calmare le convulsioni, o per far rinvenire chi sveniva, giovasse, in assenza di altri rimedi, porre una chiave sul petto del malato.

Per quanto riguarda i “Colaz”, sono a ricordo delle sacre Eulogie o pani benedetti che un tempo la confraternita di San Valentino distribuiva a forma di S e che oggi per ragioni di comodità ha raggiunto la forma di un 8.

Questa distribuzione del pane deriva da una tradizione risalente alla chiesa dei primi secoli. Infatti, allora, era il popolo stesso che donava il pane ed il vino all’offertorio. Il sacerdote consacrava la quantità necessaria all’Eucaristia e ciò che avanzava veniva dato ai poveri. Questo pane veniva comunque benedetto, da cui il nome di Eulogia ossia preghiera o benedizione.

In aggiunta a questa tradizione, nella chiesa primitiva, i vescovi avevano adottato l’uso, in segno di comunione, di inviarsi le sacre specie eucaristiche. Però, decaduta questa usanza, per gli inconvenienti che ne derivarono, ecco che si cominciarono a scambiare le sacre Eulogie o pani benedetti.

 Su questi pani vennero incisi poi anche vari simboli come: la Croce; il monogramma costantiniano; le lettere greche A e W; il serpente; le colombe; il motto SALUS. Buon numero di chiese della cattolicità in cui si venerano martiri dei primi secoli, mantengono l’usanza di distribuire del pane benedetto durante le feste o processioni.

Al significato mondano che si da alla festa di San Valentino non va disgiunta l’invocazione per la protezione alla reciproca fedeltà e comprensione fra i fidanzati e gli sposi, a garanzia di stabilità della famiglia.

• Viaggio in Friuli Venezia Giulia http://www.viaggioinfriuliveneziagiulia.it/wcms/index.php?id=5509%2C2455%2C0%2C0%2C1%2C0

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Gioca con il Pust

Sabato 15 febbraio alle 11 allo SMO, Slovensko multimedialno okno di S. Pietro al Natisone sarà ufficialmente presentata al pubblico l’app realizzata da Quasar Multimedia per promuovere il Pust, il carnevale tradizionale locale. Il visitatore potrà compiere un piccolo viaggio nel tempo e immergersi in un ‘altrove’ magico e suggestivo. Potrà selezionare da un monitor touchscreen una delle maschere tipiche del Pust e indossarla virtualmente, ottenendo un video interattivo che gli consentirà di avere un ricordo ‘da protagonista’ della sua visita nella zona. Inserendo il proprio indirizzo mail, il visitatore riceverà poi il proprio video.

da http://novimatajur.it/cultura/gioca-con-il-pust.html?fbclid=IwAR24u7SaxA1QowG74odXrSywi2-v_7RoLkojkWVmW385V5bHIWp-DS_jEmY

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San Valentino

La processione ha portato la reliquia di San Valentino dalla Chiesa di San Francesco alla chiesa del borgo, dedicata ai Santi Silvestro e Valentino. I tamburi Medioevali di Cividale hanno accompagnato il santo lungo tutto il percorso. Gli Scampanotadors furlans hanno regalato alla città un meraviglioso scampanio. La chiave a forma di pane dopo essere stata benedetta è stata distribuita ai fedeli. Quando non esistevano rimedi contro l’epilessia, (Mal de San Valelrntin) si usava imporre una chiave sul petto del malato come rimedio. Credo sia la prima volta che questa manifestazione sia stata celebrata a Cividale.

video di Romeo Trevisan