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Epidemie e pandemie, cosa insegna la storia

peste
Largo Mercatello a Napoli durante la peste del 1656 di Micco Spadaro

La peste imperversò in Europa dalla metà del 1300 fino all’ultima pandemia (fra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento), quando finalmente fu scoperto l’agente responsabile e la modalità di trasmissione. La “peste nera” trecentesca causò la morte di circa un terzo della popolazione europea, mentre quella tardo ottocentesca determinò circa 10 milioni di decessi in tutto il mondo. Le prime forme di profilassi furono avviate proprio con la peste ed è ben noto che fu Venezia a introdurre l’isolamento coatto dei malati, nell’isola del lazzaretto vecchio (1423), e la quarantena nell’isola del lazzaretto nuovo (1468) per tutti coloro che giungevano in laguna dalle zone esterne.

La scomparsa di un terzo della popolazione europea nel corso di queste terribili epidemie determinò importanti cambiamenti sociali. Intere famiglie nobiliari o reggenti scomparvero, lasciando i loro beni alla chiesa che si arricchì oltremisura. A sua volta, ciò favorì l’ascesa di “uomini nuovi”, cioè di individui che, pur senza un certo “pedigree” aristocratico, giungevano fino alle più alte posizioni sociali. Infine, la mancanza di uomini per lo svolgimento delle attività produttive favorì, a quanto pare, la meccanizzazione dei mezzi di produzione. Può essere significativo citare tre concetti utilizzati da Giovanni Filippo Ingrassia, importante medico palermitano del Cinquecento, nel suo Del pestifero & contagioso morbo (1576). La peste, secondo l’autore, doveva essere combattuta con “oro, fuoco e forca”. L’“oro” stava a indicare le ingenti quantità di denaro da investire per sostenere il blocco delle attività produttive in caso di pestilenza. Il “fuoco” serviva a bruciare e igienizzare tutte le proprietà degli appestati, che venivano considerate “pestilenziali”, cioè possibile fonte di contagio. Infine, la “forca” era necessaria per punire severamente chiunque trasgredisse alle disposizioni di isolamento e denuncia dei malati in caso di epidemia. Si tratta di concetti che, pur con le dovute differenze, valgono anche ai nostri giorni: per far fronte all’emergenza, infatti, servono sostegni economici, è necessario igienizzare luoghi e strutture e far rispettare rigidamente le nuove disposizioni sanitarie.

La sifilide

Anche la sifilide, la prima pandemia europea che scoppiò fra la fine del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento per cause ancora non ben chiare, merita una riflessione. Di certo, si sa che questa nuova malattia fu osservata per la prima volta in coincidenza con l’invasione dell’esercito del re francese Carlo VIII in Italia, il quale reclamava diritti dinastici sul Regno di Napoli. L’epidemia si diffuse in tutta Europa, sconvolgendo la coscienza delle popolazioni per i suoi effetti devastanti sul corpo. Con la sifilide emerse per la prima volta, grazie a un medico veronese che studiò a Padova, Girolamo Fracastoro, l’idea di “contagio”, cioè di trasmissione dell’infezione da persona a persona. Fu chiaro sin da subito che si trattava di una malattia venerea, causata cioè dal contatto sessuale, che portò alla riscoperta, in occidente, dell’uso di un proto-preservativo, introdotto dal docente padovano Gabriele Falloppia. Come per la peste, anche in questo caso fu chiaro che fosse necessario l’isolamento dei malati per limitare il diffondersi dell’epidemia. Nacquero, così, i cosiddetti ospedali degli “incurabili”, dove i malati dovevano obbligatoriamente venir confinati. Allo stesso modo, la nuova malattia fu accompagnata dallo stigma sociale, forse ancor di più rispetto alla peste. Chi si ammalava, infatti, aveva compiuto, con ogni probabilità, atti “impuri”, cioè la frequentazione di prostitute, sicché veniva isolato e abbandonato dalle proprie stesse famiglie. Da notare che si era in epoca di controriforma. La chiesa cattolica, dunque, si adoperò per aiutare e sostenere questa vera e propria nuova categoria di reietti sociali: la compagnia del divino amore in particolare si occupò di favorire la costruzione di nuovi ospedali per gli incurabili in tutto il territorio italiano. Lo stigma sociale si diffuse non solo a livello individuale, ma anche fra popoli diversi. Gli italiani chiamarono la sifilide “mal francese”, sostenendo, con ciò, che fosse stata portata in Italia dai transalpini. I francesi, a loro volta, rifiutarono questa attribuzione ignominiosa e la chiamarono “mal di Napoli”. Allo stesso modo, i cristiani la definirono “mal orientale”; gli asiatici “male dei Portoghesi”; i portoghesi “male spagnolo”. È un atteggiamento, questo, che in qualche modo riecheggia anche nelle cronache attuali, dato che ogni Stato sembra guardare ai propri vicini come fonte del contagio. Infine, la sifilide fu caratterizzata, in misura forse maggiore rispetto alla peste – nei confronti della quale serpeggiava una sorta di implicita rassegnazione – dalla ricerca di una cura medica. Mercurio e legno di guaiaco furono le prime cure sperimentate, ma senza particolare successo. Anzi, il mercurio era, sostanzialmente, tossico. Il primo farmaco efficace fu l’arsenobenzolo (il noto Salvarsan) introdotto da Paul Ehrlich nel 1910, grazie al quale vinse il Nobel. Ma la cura definitiva fu la penicillina, scoperta da Alexander Fleming nel 1928 e prodotta su scala industriale a partire dagli inizi del 1940.

sifilide
Girolamo Fracastoro mostra al pastore Sifilo e al cacciatore Ilceo una statua di Venere per metterli in guardia dal pericolo di infezione da sifilide. Incisione di Jan Sadeler I, 1588/1595. Credit: Wellcome Collection. Attribution 4.0 International (CC BY

Il vaiolo

Per concludere, può essere interessante citare le epidemie di vaiolo che furono particolarmente virulente nel corso nel 18° secolo. Come la peste, anche il vaiolo è una malattia che, in occidente, ha origini molto antiche. Il primo paziente diagnosticato a posteriori è il faraone Ramses V, morto intorno al 1140 a.C., sulla mummia del quale è stato possibile individuare, con una certa sicurezza, i segni di questa malattia. Tuttavia, il vaiolo fu particolarmente presente, come già accennato, nel 1700: solo a Londra causava la morte di circa 3.000 persone l’anno e 40.000 in tutta l’Inghilterra. Anche in questo caso la malattia era caratterizzata da un forte stigma sociale, soprattutto per quanto riguarda la popolazione femminile. Chi guariva, infatti, spesso rimaneva sfigurato nel volto a causa delle cicatrici lasciate dalle pustole caratteristiche dell’infezione.

A differenza della peste e della sifilide, la gestione del vaiolo fu caratterizzata dal contatto con gli ammalati, piuttosto che dall’isolamento. Visto che si era osservato che chi guariva dalla malattia ne risultava immune, si pensò che un breve contatto con gli infettati potesse risultare protettivo. Così, in Italia s’introdusse la pratica di “comprare il vaiolo”: i giovani visitavano un ammalato lieve di questa malattia, lo toccavano e lasciavano in cambio una moneta, nella speranza di contrarre una leggera infezione che poi li proteggesse per il resto della vita. All’inizio del Settecento, invece, Lady Mary Montagu, moglie dell’ambasciatore inglese a Costantinopoli, osservò in Turchia la pratica della “variolizzazione”, che a quanto pare era comune in Asia da diversi secoli. Consisteva nell’inoculazione nel paziente sano del pus prelevato dalle pustole o dalle escare di pazienti vaiolosi non gravi. Questo metodo, sebbene si diffuse piuttosto rapidamente in Europa, aveva diversi rischi, primo fra tutti quello di causare delle infezioni e persino delle epidemie di vaiolo “iatrogene”.

Fu così che, alla fine del Settecento, Edward Jenner scoprì e introdusse la pratica della vaccinazione, utilizzando il pus del vaiolo vaccino, ovverosia del vaiolo che infettava le vacche e che, essendo simile a quello umano, aveva l’effetto di immunizzare efficacemente l’uomo contro la malattia. Interessante notare che, dopo un iniziale decremento della diffusione del vaiolo, su scala mondiale, nella prima metà dell’Ottocento, la malattia riprese a diffondersi perché le nuove generazioni, pensando di aver sconfitto il morbo, smisero di vaccinare i propri figli, esponendoli con ciò all’infezione. Anche in questo caso, la storia sembra ripetersi: basti pensare agli sciagurati movimenti no-vax degli ultimi tempi.

Jenner

Jenner durante una vaccinazione. Credit: Wellcome Collection. Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

Ieri e oggi

Cosa insegna la storia? Ebbene, la storia evoluzionistica ci insegna che non potremo mai abbassare la guardia di fronte alla possibile emergenza di nuove malattie infettive. La “corsa agli armamenti” continua e probabilmente continuerà per sempre fra noi e i germi. Basti pensare all’emergenza più o meno recente di nuove malattie, come l’AIDS negli anni Ottanta e ora il covid-19; alla ricomparsa di “vecchie” malattie ora divenute antibiotico-resistenti, come la tubercolosi; oppure, ancora più semplicemente, al virus dell’influenza, che ogni anno miete vittime a livello mondiale e con una certa ciclicità pluridecennale muta in modo significativo, diventando particolarmente virulento e mortale, come quello che causò la cosiddetta “Spagnola” nel 1918-1919, quello dell’“Asiatica” nel 1957, quello di “Hong Kong” nel 1968, e così via.

La storia umana, politica e sociale, invece, insegna che ci sono due strade da prendere, immediatamente e senza esitazioni, al principio di una nuova epidemia. Innanzitutto, l’isolamento degli ammalati e l’interruzione di qualsiasi tipo di rapporto sociale ed economico all’interno e all’esterno della popolazione. Certo, ciò può comportare un costo economico molto elevato, ma il caso dell’epidemia di peste a Venezia del 1576 dovrebbe costituire un esempio e un monito imprescindibile. Il senato veneziano, quando si osservarono i primi casi di peste, esitò a promulgare le leggi di quarantena già ben strutturate per questo tipo di epidemia, per timore di ripercussioni sull’economia della città. Ebbene, quest’esitazione portò alla più ampia diffusione del contagio che portò alla morte un terzo della popolazione e mise ancora più in ginocchio l’intera città. Quindi, non si devono temere danni economici che l’esitazione non può che aggravare, ma si devono introdurre, istantaneamente, forme di contenimento e, allo stesso tempo, robuste forme di sostegno “statale” all’economia.

In secondo luogo, l’apparire di una nuova malattia infettiva deve far attivare, prontamente e nel modo più intenso possibile, la ricerca scientifica per nuovi farmaci e l’introduzione di un possibile vaccino. Ricordiamo, se ce ne fosse ancora il bisogno, che l’unica malattia infettiva “eradicata” è il vaiolo, guarda caso la prima malattia nei confronti della quale, storicamente, fu introdotto un vaccino efficace.

https://ilbolive.unipd.it/index.php/it/news/epidemie-pandemie-cosa-insegna-storia

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#unapiantaalgiorno

Oggi altra passeggiata virtuale in ambiente non urbano!
Una pianta facilmente riconoscibile per le simpaticissime infiorescenze a “pouf” color indaco 
Parliamo della

 𝓖𝓵𝓸𝓫𝓾𝓵𝓪𝓻𝓲𝓪 𝓫𝓲𝓼𝓷𝓪𝓰𝓪𝓻𝓲𝓬𝓪

Nome comune: VEDOVELLA DEI PRATI

DOVE SI TROVA? Una vera amante degli ambienti secchi. E’ molto facile incontrare le vedovelle nei prati aridi e nei magredi della nostra Regione.
Alzi la mano chi non l’ha mai vista?! 
Chi l’ha trovata in montagna potrebbe aver visto anche la Globularia cordifolia, più incline a vegetare su terreni ghiaiosi e rocciosi! 

PALLINE COLORATE
Un gioco da ragazzi la spiegazione del nome del genere. “Globularia” fa riferimento alla forma a pallina delle infiorescenze. Un po’ più contorto il termine “bisnagarica”, che ci riporta a una presunta somiglianza con una pianta grassa messicana molto spinosa: l’Echinocactus visnaga ( http://cactus-art.biz/schede/ECHINOCACTUS/Echinocactus_visnaga/Echinocactus_visnaga/Echinocactus_visnaga_810.jpg ). A sua volta essa significa ‘circondata da raggi’. Ciò potrebbe ricondurci al fatto che la nostra vedovella -che di spine non ne ha manco una- ha il fusto circondato da foglioline… Misteri della nomenclatura botanica! 
Ricordiamo che nella nostra Regione tutta la flora spontanea è PROTETTA  A seconda della rarità e dell’importanza ecologica delle specie, vengono adottate diverse misure di tutela e conservazione.
Guardiamo e imprimiamo nei nostri ricordi, taccuini di viaggio, o schede di memoria la bellezza di queste magnifiche abitanti delle terre aride! 

#unapiantaalgiorno

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Tradizioni, Santi Sepolcri e processioni per la Settimana Santa, in Canal del Ferro, Val Canale, ed altri luoghi.

Tradizioni, Santi Sepolcri e processioni per la Settimana Santa, in Canal del Ferro, Val Canale, ed altri luoghi.

Essendo vicini alla Pasqua, ho deciso di pubblicare la terza parte della mia piccola rassegna sui riti nella settimana santa, questa volta con particolare riferimento alla Val Canale e Canal del Ferro. Pongo, in premessa, una parte, da me tradotta dal friulano, presa da un eccellente lavoro di Renzo Balzan (Edelweiss): Tradizion e usancis tal timp di Pasche Maiòr, Andrea Moro ed., 2014, che pubblico con il permesso dell’autore.

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La grande festa, in casa di Zuan, era la Pasqua. Per i bambini scoppiava la mattina della domenica quando uno o l’altro di loro, dopo lunga attesa, indossava i pantaloni nuovi o quello più grandicello metteva le scarpe, le prime grandi e con la punta “americana” che non facevano male ai piedi, tanto grandi che dovevano durare sempre e che Tita le aveva usate anche il giorno delle nozze.
Le donne e le ragazze, invece, cominciavano Pasqua il venerdì Santo, quando toglievano pentole e ciotole, e staccavano i secchi e portavano fuori la rastrelliera della cucina sul selciato. Poi incominciavano a fregare il rame con un misto di farina e aceto e ponevano i bricchi ed i coperchi, lucenti, sui balconi.
Per Zuan, invece, prima della Resurrezione veniva la “Passione”, che iniziava il mercoledì santo, quando le campane della pieve suonavano l’inizio delle funzioni della Settimana Santa. Zuan, allora, abbandonava i suoi strumenti di lavoro, si lavava viso e mani, poi mandava a prendere la giacchetta di velluto per i giorni della festa, si pettinava i baffi, e tirava fuori dal cassetto il libro nero degli”Uffici”, vecchio, con i punti di cucitura grossi ed i fiocco rosso a tenere il segno sulla prima lamentazione del profeta Geremia. (Balzan Renzo, Tradizione ed usanze nel tempo di Pasqua, Andrea Moro ed., 2014, p.3).

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Nella settimana Santa i bambini si recavano presso le ricche famiglie del paese a prendere le catene del focolare che poi, con gran fracasso ed allegria, trascinavano lungo le strade e gli acciottolati. Le portavano indietro pulite dalla fuliggine e lucenti, ed in cambio ricevevano qualche soldino. Durante le giornate in cui le campane tacevano, le funzioni in chiesa erano accompagnate dal suono di “scraçulis e batacui” , raganelle e pendagli, di diversa forma e grandezza.

Il venerdì santo nessuno lavorava, si pregava, e le preghiere di quella giornata avevano una virtù particolare, che veniva così descritta: «Tante stelle sono nel cielo, tante gocce sono nel mare, tanti peccati Dio ci può perdonare». Si credeva, pure, che il vino bevuto in quella giornata, si tramutasse tutto in sangue.
La sera del venerdì santo si svolgeva la tradizionale processione, accompagnata dal rumore di “scraçulis e batacui”, raganelle e pendagli. Le vie erano illuminate da stoppini imbevuti di petrolio, a cui si dava fuoco quando la processione si avvicinava. (Ivi, p. 13).

Il venerdì Santo è il giorno in cui le campane tacciono, il giorno del rumore delle raganelle, il giorno della processione della via Crucis. Durante la settimana santa si svolgevano, pure, sacre rappresentazioni e rituali di penitenza, come le flagellazioni, ora vietate.

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In alcuni paesi vengono allestiti i Sacri Sepolcri, di origine medievale. Nei Sepolcri del goriziano, e non solo, ad esser rappresentati erano soprattutto i soldati romani posti a guardiare la tomba del Signore, mentre Gesù veniva collocato disteso, coperto da un velo. La sua grandezza era sempre minore di quella delle guardie, ed intorno al Sepolcro venivano poste piante, lumini, fiori. L’usanza di costruire il Sepolcro monumentale, con assi leggere di legno, è presente anche in Carinzia ed in Slovenia (Ivi, p.62). Le famiglie, a turno, si avvicendavano nella preghiera, e nella veglia. (Ivi, p.62)»

Nel Tirolo austriaco, invece, sono gli gli altari ad esser addobbati a festa durante il Venerdì Santo della Settimana Santa, in preparazione della Pasqua, ed ad esser allestiti come Sepolcri  – ci ricorda Alessio Varisco. (Alessio Varisco, I Santi sepolcri nella settimana di Passione in Austria, in: http://www.antropologiaartesacra.it/). Infatti come precisa Bartolo Salone, «Il termine “sepolcro” viene utilizzato ancor oggi nel linguaggio popolare di alcune regioni del Sud Italia per indicare quello che più propriamente andrebbe definito come “altare” o “cappella” della reposizione. L’altare della reposizione, per intenderci, è quello “spazio” della chiesa allestito al termine della “missa in cena Domini” del Giovedì Santo destinato ad accogliere le specie eucaristiche consacrate e a conservarle fino al pomeriggio del Venerdì Santo, quando, al termine della liturgia penitenziale, verranno distribuite ai fedeli per la comunione sacramentale». (Bartolo Salone, I Sepolcri del giovedì Santo fra fede e tradizione, in: http://www.laperfettaletizia.com/2012/04/)

«Quest’opera di ingegno, talune volte una vera e propria merlettatura di fiori profumati che aumentano oltremodo la suggestione, si svolge […] in molti piccoli centri. Meticoloso e grande il lavoro che gravita intorno agli altari che consentono di ricostruire in maniera plastica -delle volte estremamente fantasiosa, ma comunque bella ed espressiva- il Santo Sepolcro. Il prototipo è il sepolcro di Gesù Cristo in Gerusalemme. (…). Tutti questi gesti -siano essi fiori intrecciati in corone o architetture riproducenti a livello mensurale o in proporzione l’edicola della Sepoltura nella Chiesa della Risurrezione gerosolimitana- esprimono non solo degli ornamenti votivi, bensì in essi è possibile scorgere la grande devozione del popolo e la grande venerazione per il Redentore, […]. Quest’usanza collezionò un ampio consenso nei tempi trascorsi ove davanti alle chiese ed alle cappelle si dava spesso seguito ad una veglia. Tale prassi con l’alternanza di guardia organizzata è ciò che accade in Austria ancora oggi presso alcune località tirolesi in cui si celebrano veglie per presidiare il Sepolcro» (Ivi.). Tale usanza, sempre secondo Varisco ebbe il suo apice «nell’età barocca, seppure sul finire del Settecento e gli inizi dell’Ottocento si giunse a bollarla come “forma di venerazione infantile” per poi -in seguito- addirittura proibirla. Fu così che andarono smarrite molte preziose opere artistiche di quell’epoca così fervida di pietà popolare, significativi esempi di devozione. La tradizione riprese nuovamente piede solamente dopo la seconda metà del XX secolo quando furono ricostruiti ed agghindati con passione nuovi altari». (Ivi). I più prestigiosi Santi Sepolcri del Tirolo sono nella chiesa: di St. Andrä a Lienz, di Patscch, di S. Valentin presso Nauders e di Laurentius a Wattens, risalenti ad un periodo fra metà 1700 e metà 1800, ed ognuno ha sue caratteristiche peculiari, descritte da Varisco. (Alessio Varisco, op cit.. Cfr. anche: Pasqua. I Santi sepolcri pasquali in: http://www.tirolo.com/eventi-primaverili).

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Per quanto riguarda l’alta Val Canale, in diverse chiese, per esempio in quelle di Pontebba, San Leopoldo, Ugovizza, Valbruna, Cjampros di Tarvisio, veniva allestito il Santo Sepolcro, (Renzo Balzan, op. cit., p.56) mentre il Canal del Ferro viene ricordato maggiormente per le Processioni del Venerdì Santo.

Ad Ovedasso, frazione di Moggio Udinese, la processione si svolgeva nelle vie del paese in orario tale da non interferire con quella che avveniva a Resiutta. Infatti il Venerdì Santo gli abitanti di Resiutta, cioè i resiuttani, salivano in processione al monte Calvario, ed erano ben visibili da Ovedasso. A chiusura della processione vi erano qui come là, dei giovani che scandivano il ritmo delle preghiere con la batule (attrezzo composto da una tavoletta percossa da un martello). Anche a Resiutta si ricordano dei ragazzi che accompagnavano con forte rumore la processione. (Antonino Danelutto, La religiosità nel Canal del Ferro: i percorsi del sacro, in: L’incerto confine, quaderno n.7 dell’Associazione della Carnia Amici dei Musei e dell’arte, 2000, p. 113). Per quanto riguarda la chiesetta costruita sul monte Calvario, si narra che vi fosse, ai tempi dei turchi, una casetta dove la ragazze andavano a ballare ed a divertirsi con gli ufficiali di quell’esercito. Alla fine della guerra, per riparare allo scandalo, la casa fu demolita ed al suo posto fu costruito l’edificio sacro. (Ivi, p. 112).

Particolare -scrive Antonino Danelutto- è tuttora la processione del Venerdì Santo che da alcuni anni prende avvio da Raccolana, mentre prima si svolgeva solo per le vie di Chiusaforte. Lungo il percorso si può ammirare una grande croce luminosa costruita sopra l’abitato di Raccolana, sul ripido pendio del monte Jame. La croce viene illuminata con 129 candele infisse nel prato sfalciato, ma originariamente venivano utilizzate le conchiglie delle chiocciole riempite di olio raccolto fra la popolazione del borgo, mentre lo stoppino era fatto di cotone per i calzetti, e resta accesa per tutta la durata della processione. Fino agli anni ’50 le processioni venivano disturbate dalle incontenibili raganelle (crâçulis) che si facevano sentire rumorosamente anche in chiesa, sovrastando quella più grande (crâçulon) in dotazione del nonzolo. Poteva poi accadere che il sacerdote avesse difficoltà in chiesa a portare a termine l’officiatura. Da note dell’ archivio parrocchiale si viene a sapere che «Una volta si inginocchiò davanti al popolo, supplicandolo di avere miglior contegno, un’altra volta il chiasso, fatto anche da donne e ragazze munite di raganelle, era così assordante che «i cantori non si capivano fra loro e il sacerdote, dopo aver interrotto più volte la predica, sospese la funzione e se ne tornò in canonica». (Antonino Danelutto, op. cit., pp. 113-114). Infine, dal 1923, si decise di far intervenire alla officiatura anche la forza pubblica, e tutto si svolse più regolarmente.
Inoltre il giorno del venerdì santo a Raccolana, i paesani, invece di salutarsi con “bondì e mandi” come sempre, si scambiavano come saluto: «Sia lodato Gesù Cristo» a cui si rispondeva: «Sempre sia lodato». (Ivi, p. 114).

Anche a Saletto, attualmente frazione di Chiusaforte, si svolgeva la tradizionale processione del Venerdì Santo., che veniva talvolta abbellita da croci luminose distese sui prati della località Cju Câli. (Ivi, p. 114).

A Dogna la processione del Venerdì Santo avveniva solo nel capoluogo. In fondo alla processione e nelle viuzze laterali, venivano posizionate grandi raganelle che disturbavano i canti e le preghiere, mentre in chiesa era ammessa una piccola raganella che aveva il compito di sostituire il campanello.
Alcuni giovani, poi, seguivano il corteo con gabbie di uccelli da richiamo, il cui canto simulava il pianto per la morte di Gesù.
Le case erano illuminate con candele e globi veneziani, dalle finestre pendevano tappeti, drappi e copriletti ricamati e venivano esposte immagini sacre.
Ai lati del percorso della processione veniva sparsa della segatura che, impregnata di petrolio, veniva accesa durante il passaggio del corteo.
«C’è ancora- scrive Danelutto – chi ricorda un vecchio falegname che abitava in paese: al passaggio della processione esponeva sulla soglia di casa una bara aperta che conteneva un crocefisso di legno». (Ivi, p. 115).
Per tutta la giornata di Venerdì Santo e fino alle 10 di Sabato, i paesani si salutavano con “Diu nus salvi”. (Ivi, p. 115).
Il Sabato Santo, dopo il suono del Gloria, gli anziani uscivano dalla chiesa ed andavano a bere alla fontana pubblica l’ “acqua nuova”. (Ivi, p. 115).

A Pontebba, invece, la Domenica delle Palme giungevano e giungono ancora in processione alla parrocchiale i fedeli di Pontafel con rametti di ulivo in mano.

E sempre a Pontebba, la processione del Venerdì Santo, fino a qualche anno fa, veniva allietata dalla banda musicale. Essa sfilava per le vie del paese tra luminarie, fuochi di artificio, palloncini alla veneziana, e veniva preceduta da un anziano che portava una pesante croce di legno, che veniva percossa con dei bastoni da due giovani vestiti con una tunica bianca. (Ivi, p. 115).

Per quanto riguarda la Val Canale, A San Leopoldo, come ad Ugovizza, si teneva una processione il Sabato Santo, detta “Processione della Resurrezione”. Durante la benedizione, a San Leopoldo, venivano sparati mortaretti a spese della chiesa. (Ivi, pp. 132-133).

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Santi sepolcri vengono costruiti anche in altre Regioni d’Italia, per esempio in Sicilia, ma da che mi narrava l’architetto Valerio Risadelli anche in Calabria, a Catanzaro, ove si fa a gara, fra più chiese, ad allestire il sepolcro più bello.
Ed infatti questo ho trovato su: catanzaroinforma del 2014. Â«Ãˆ entrata nel vivo la celebrazione del Triduo Pasquale. Da ieri sera tantissimi catanzaresi si sono riversati nelle chiese della città per fare visita ai Santi Sepolcri esposti dopo la Messa in Cena Domini […]. Corso Mazzini è stato attraversato da migliaia di fedeli che anche quest’anno hanno voluto fare visita agli altari della reposizione – rigorosamente in numero dispari – raccogliendosi nella preghiera e nella riflessione più intima ringraziando Gesù […]. Un trionfo di colori ha caratterizzato gli addobbi allestiti dalle diverse parrocchie con tanti fiori a fare da ornamento e vasi germogliati di semi di grano come simbolo di vita». (Si rinnova il rito dei Sepolcri nelle chiese di tutta la città, 18 aprile 2014, in: http://www.catanzaroinforma.it/).

Come si presentano in Tirolo attualmente, i Santi Sepolcri lo si può evincere dall’articolo di Silvia Spada Pintarelli: I Santi Sepolcri in Tirolo, in: http://www.emscuola.org/labdocstoria/storiae/storiaeRD/StoriaE-2010-123/dossier18/pdf/Chiese3_04.pdf.

«Si tratta di costruzioni effimmere, spesso realizzate in legno sagomato e dipinto, che all’interno di un impianto architettonico che può assumere fogge diverse, rappresentano scene della Passione di Cristo, Cristo stesso deposto nel sepolcro e, dopo Pasqua, Cristo risorto. Attorniati da bocce di vetro contenenti liquidi di vari colori illuminate dal retro dalle fiamme delle candele, alle volte decorati con piante, creano un’atmosfera di grande suggestione che induce nello spettatore un forte impatto emotivo e lo coinvolge direttamente nel compianto per il Cristo morto.
L’esistenza di Santi Sepolcri è documentata già dal tardo medioevo. I più antichi erano costituiti da una cassa sopra la quale veniva deposta la statua di Cristo morto. Nella notte di Pasqua la statua veniva nascosta all’interno della cassa e sostituita con l’immagine di Cristo risorto che veniva quindi ‘assunta’ in cielo tramite una corda fissata ad un anello posto sulla sommità della testa dell’immagine stessa, e fatto sparire entro il soffitto della chiesa.
A partire dal Cinquecento, in clima controriformistico e soprattutto per impulso dei Gesuiti, il Santo Sepolcro conosce sempre maggiore diffusione, raggiungendo nel Sei e Settecento, forme molto complesse, espressione tipica del gusto barocco per la rappresentazione illusionistica e teatrale. All’interno delle cappelle laterali delle chiese, ma anche nel presbiterio, vengono allestite grandi “macchine” con architetture prospettiche, colonne utilizzate come quinte, archi, scalinate e balaustre entro le quali si inseriscono le figure della rappresentazione.
Un fondamentale modello per questo Santi Sepolcri è costituito dai disegni e progetti di Andrea Pozzo (Trento 1642 – Vienna 1709), grande architetto, pittore, decoratore e teorico dell’arte».

Certamente in moltissime regioni d’ Italia si possono reperire tradizioni simili, ma non posso certo contenerle in un articolo. Invito pertanto i lettori che volessero approfondire l’argomento, a cercare da soli qualche articolo nel merito.

Nel concludere rimando ai miei due precedenti sempre su questo sito/blog e relativi alla Carnia: Laura Matelda Puppini, Usanze della Settimana Santa in Carnia. (Ultimo aggiornamento lunedì di Pasqua 2015), Laura Matelda Puppini, Usanze della Settimana Santa in Carnia, parte seconda, in particolare a Treppo Carnico. Da Manuela Quaglia, ambedue in: http://www.nonsolocarnia.info.

Laura Matelda Puppini

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Apostolo della Quaresima e anche contro il male pestilenziale

La peste a Gorizia del 1682 e l’esortazione penitenziale del Beato Marco alla città Apostolo della Quaresima!

Questo è il tempo “forte” in cui il Beato Marco d’Aviano mai trascurò di annunciare la verità dell’Amore intramontabile di Dio verso l’umanità vagabonda ed errante, cioè lontana da Dio e dalla sua legge: quei suoi quaresimali, nemmeno uno omesso nei ventitré anni di vita pubblica! quella sua predicazione del dolore perfetto dei peccati, cioè fatto senza paura, incontro al Padre che non ricorda più il tuo peccato se lo riconosci umilmente e sinceramente e lo fai “per amor di Dio”! Avendo abbracciato la regola severa dei Cappuccini, egli anche impegnò se stesso, con abnegazione eroica, nella preghiera personale (quelle sue veglie notturne! quelle messe “angeliche”!), nella mortificazione volontaria (quel suo cilicio! quei digiuni!) e nella carità. La sua quaresima era protratta, si può dire, tutto l’anno, e tale va considerata pure l’obbligata attività presso le corti, in primis quella dell’imperatore d’Austria Leopoldo I, cui fu inviato dall’obbedienza ecclesiale con sincero desiderio, che arrivò spesso al logoramento fisico, di promuovere concordia, unione e pace in tempi di eccezionali difficoltà. Esse furono dettate pure da carestie e pestilenze. Rientrando da zone sospette d’Europa, anche Padre Marco dovette sottoporsi a quarantene. Molto seria si presentò la situazione nel 1682 allorché il cappuccino tornava in estate dalla prima permanenza a Vienna e sulla sua via, in Stiria e Carinzia, serpeggiava almeno dal maggio la peste (Graz era infestata). I passi di confine con la contea di Gorizia CONTINUA IN https://www.beatomarcodaviano.it/quaresima-2020/

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Vorrei la luna-XXX #iostoacasa

video di Romeo Trevisan

L’obiettivo si fa strada tra le antenne televisive condominiali e vede il “Monte Quarin”. La Luna sorge in un punto diverso, ma io la volevo veder sorgere dietro la collina. Con qualche artificio ho realizzato il mio desiderio.