ll nostro virus sul nostro confine

La senatrice Tatjana Rojc sugli scenari sorti dopo la diffusione dell’epidemia 

Dragi bralci, riprendo, su invito di Miha Obit, una riflessione che avevo in parte proposto sul «Piccolo» di Trieste e che tocca da vicino gli sloveni della provincia di Udine. Ci siamo infatti convinti di essere davvero liberi, alla caduta del confine con la Slovenia, quando vedevamo finalmente realizzato il sogno di un’Europa dei popoli, dove tutti, indistintamente, ci saremmo potuti riconoscere come parte della stessa entità, e che gli sloveni lungo il confine avevano compreso da sempre. Di essere, cioè, una unica, inscindibile comunità, nonostante quelle sbarre che impedivano di varcare con passo leggero una soglia sospetta, e entrare entro i confini di un territorio che molti continuavano a infangare. Eravamo convinti di esserci finalmente e definitivamente liberati del passato. Oggi sono ritornate quelle paure e portano un nome diverso: COVID-19. Hanno, però, la stessa forza di metterci di fronte a nuove sfide. Il virus vuole toglierci la fiducia nei confronti di chi, magari, vorrebbe stringerci la mano in segno di saluto oltre quella sbarra ai valichi con la vicina Repubblica, che è tornata dal passato, si è insinuata nelle nostre vite, riportandoci indietro nella storia. Una storia che faticosamente abbiamo cercato di ripensare. La diffidenza nei confronti degli altri è, certamente, dettata da una necessità vera, quella di tutelare la nostra salute e quella degli altri, ma dovrebbe farci ricordare quanto sia stato importante il percorso. Alla caduta del muro di Berlino trent’anni fa, sapevamo che sarebbero caduti altri confini, quello nostro in particolare che ci ha lacerati. Tutti eravamo convinti che l’Europa sarebbe stata invincibile, perché si costituiva da quel momento non più come mera identità economica, ma come progetto politico preciso, quello, cioè, di un futuro comune. Con quanta lungimiranza i sindaci delle nostre Valli e del Posočje da mezzo secolo insistono a ribadire la necessità di progetti comuni che non hanno solo la necessaria valenza simbolica, ma anche una chiara volontà di delineare un nuovo percorso di sviluppo di un territorio che, voglio ribadirlo ancora, ha una straordinaria potenzialità, ancora non compresa né, tanto meno, scoperta nella sua bellezza e nel suo valore. Noi tutti abbiamo seguito da vicino e condiviso il processo di indipendenza della Repubblica di Slovenia, ora membro a tutti gli effetti dell’Unione Europea e degli Stati di Schengen, ed è dunque del tutto pertinente porci la domanda se il coronavirus, questa epidemia che ha (temporaneamente) scardinato le certezze e la vita di tutti i Paesi europei (e non solo) abbia di fatto mutato anche i nostri equilibri. La difficile situazione economica che si prospetta, soprattutto dopo le ultime limitazioni che il Governo italiano ha dovuto imporre, richiederà un impegno importante da parte di tutti, per riemergere, per non lasciare nessuno di noi alla deriva. E ciò richiede un supporto certo del Governo e della Banca europea. Ma ci sono anche problematiche che potrebbero sembrare minori e che, invece, incidono sulla vita della Benečija, minandone il futuro: la decisione di trasferire definitivamente il servizio di continuità assistenziale e guardia medica da Špeter a Cividale significa togliere un altro argine allo spopolamento di un territorio già in difficoltà che avrà sicuramente gravi ripercussioni sulla tenuta sociale ed economica delle Valli. E questa è una delle battaglie che ci aspetta alla fine dell’emergenza e che dobbiamo fare nostra. Il nostro nemico COVID-19 ha messo in crisi tutta l’economia europea, e la nostra regione sta subendo ripercussioni economiche gravissime. Dobbiamo, innanzitutto, lavorare per mantenere vivi i rapporti proficui e amicali che si sono creati tra la Regione e la Slovenia. Il Governo sloveno ha deciso un controllo serrato delle vie di comunicazione, e fa confluire tutti i passaggi dall’Italia attraverso sei punti che coincidono con sei vecchi valichi internazionali lungo tutto il confine, creando grandi disagi e ostacolando il flusso giornaliero di migliaia di lavoratori che hanno fatto crescere il nostro territorio, costringendoli a percorsi più lunghi e, quindi, a volte, a rinunciare. E non dimentichiamo quegli agricoltori che hanno finalmente tirato un respiro di sollievo alla caduta del confine, perché non necessitavano più di un lasciapassare per coltivare i propri terreni da una e dall’altra parte del confine, che si sono visti fortemente penalizzati dalle nuove restrizioni confinarie e che, per fortuna, il Governo sloveno ha escluso dalle limitazioni. Perciò va sostenuta con forza anche la richiesta di tenere aperto il passaggio del valico di Stupizza. Quando il picco dei contagi del virus comincerà a scendere e ci saranno meno vittime, quando dunque l’emergenza sanitaria sarà superata, la ripresa dell’economia non sarà facile e sarà necessario lavorare per fronteggiare le conseguenze economiche nel Paese e in Regione, con una particolare attenzione, nel Fvg, per il tessuto economico transfrontaliero. Per la nostra terra, superare il muro è stato di fatto un processo lungo e faticoso e porta il segno di tutto il Novecento: sono state le esperienze dei popoli di confine a inventare un’Europa paneuropea, abbattendo i muri. Quando è caduto il confine tra Italia e Slovenia, finalmente siamo ritornati a essere tutti europei. Mi auguro che noi stessi, assieme alle future generazioni, sapremo custodire questa eredità costata dolore, sangue e sacrificio. Soprattutto con una collaborazione fattiva tra Stato, Regione e la Repubblica slovena. Anche in momenti come questi, in cui più che mai si rende necessario un dialogo aperto e costruttivo. Per il bene di tutti. Tatjana Rojc Senatrice della Repubblica italiana (Novi Matajur, 25. 3. 2020)

da SLOVIT

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