Pubblicato in: minoranza slovena

Benedizione dei cibi pasquali

Tra le più consolidate tradizioni pasquali della comunità slovena in Benecia, Resia e Valcanale c’è la benedizione dei cibi da consumare la mattina di Pasqua e del fuoco da distribuire nelle case la sera del Sabato Santo. Un gruppo di fedeli che alla benedizione non vogliono rinunciare anche quest’anno ha proposto di mettere un piccolo fuoco e i cibi pasquali fuori dalla porta di casa, alle 19 di sabato 11 aprile. A impartire la benedizione a quell’ora, dalla Fraternità sacerdotale di Udine, sarà mons. Marino Qualizza. Tutti i valligiani sono invitati ad aderire alla benedizione nello spirito di comunità tanto necessario in questa difficile situazione. https://www.dom.it/blagoslov-velikonocnih-jedi_benedizione-dei-cibi-pasquali/

Pubblicato in: FVG, letteratura italiana

Ieri di Delia Benco

“Ieri” di Delia Benco

Novella autobiografica che può essere vista come “romanzo di formazione” permeato di amara disillusione. Si snoda dall’infanzia di fratello e sorella sulla quale incombe la tragedia familiare della morte della madre; infanzia scandita dai colpi incessanti di tosse. [ 482 more words ]

Novella autobiografica che può essere vista come “romanzo di formazione” permeato di amara disillusione. Si snoda dall’infanzia di fratello e sorella sulla quale incombe la tragedia familiare della morte della madre; infanzia scandita dai colpi incessanti di tosse.

Prosegue con la invadente presenza della nuova compagna del padre e la nuova tragedia della morte del neonato fratellastro. Le pagine successive descrivono il declino del padre e in questa fase la novella può essere letta come “l’omicidio virtuale della figura del padre”. Ma il riaffiorare dall’abisso di dolore lo troviamo nella descrizione dell’incontro e della nascita del rapporto con il futuro marito Silvio Benco; pagine di eccezionale efficacia sia nella descrizione dell’incontro – l’offerta di tre gladioli rosso magenta – sia, soprattutto, nel delineare in poche righe con estrema determinazione lo sviluppo dell’indipendenza e dell’autonomia nell’ambito del loro rapporto.

Recensito con favore da Pietro Pancrazi che, insieme a Silvio Benco – autore della prefazione all’altra opera della moglie Creature – evidenzia la caratteristica più evidente, non solo di questa novella autobiografica ma di tutta la prosa di Delia Benco: quella di filtrare ogni esperienza di ambiente e persone attraverso la più marcata soggettività.

Molti i refusi nell’edizione originale, corretti con molta cautela rispettando il criterio del minimo intervento possibile e, soprattutto in rapporto alle doppie e alle scempie, quello che poteva essere l’uso ortografico locale dell’epoca.

Sinossi a cura di Paolo Alberti

Dall’incipit del libro:

La fotografia che mi sta dinanzi sembrerebbe fatta di recente, tanto bene si è conservata sotto vetro, nella larga cornice nera. Ma è proprio la sua verniciatura fuori moda che la fa retrocedere nel tempo, assegnandole l’età che non dimostra. Rappresenta due bimbi: fratello e sorella che si tengono per mano, appoggiando i gomiti sopra una ringhiera.
Luminosi occhi di cerbiatta ha la bimba, il naso breve, la bocca a labbra sottili, salienti come due ali, un fiume di capelli che allaga tutto lo sfondo, e le si rovescia sulla spalla un po’ alta. Il vestitino è grigio, chiuso al collo e ai polsi. Tiene una mano afferrata alla ringhiera, l’altra sottomessa, vibrante come gli occhi, nella mano del fratello che vi preme su il pollice: vestito di nero, con cravatta incrociata sotto il mento gracile. Due pozzette gli stirano in giù la bocca, e tutta la luce gli si adagia sulla fronte.
Si chiamano Tita e Tito.
Veramente hanno altri due nomi, che figurano soltanto sulle etichette dei quaderni. Frequentano la stessa scuola, a una classe di distanza, e infilano i due portoni eguali, dopo essersi salutati all’angolo.
L’appartamento in cui vivono con babbo e mamma, è al secondo piano di una bella casa in un viale fiancheggiato d’ippocastani, che ha un poggiolo dal quale si scorge, nel fondo di una traversale, l’edificio a cotte rosse della scuola. Cinque stanze, un lungo corridoio e una terrazza a vetri. Potrebbero fare delle lunghe corse, giocare a nascondersi, e talvolta non reggono alla tentazione, ma si arrestano a mezzo il gioco, e in punta di piedi vanno a schiudere un uscio: mamma non riposa: sta leggendo vicino alla finestra e tosse.

https://www.liberliber.it/online/ieri-di-delia-benco/

BUONA LETTURA

Pubblicato in: natura

#unapiantaalgiorno

Ora la nostra rubrica si dedica ad un arbusto che, con la sua simbologia, ha attraversato molteplici culture della storia europea.

L'immagine può contenere: fiore, pianta, natura e spazio all'aperto

𝓒𝓻𝓪𝓽𝓪𝓮𝓰𝓾𝓼 𝓵𝓪𝓮𝓿𝓲𝓰𝓪𝓽𝓪 e 𝓒𝓻𝓪𝓽𝓪𝓮𝓰𝓾𝓼 𝓶𝓸𝓷𝓸𝓰𝔂𝓷𝓪Perché parliamo di 2 specie diverse nella stessa pagina? Perché sono molto, molto simili. Pensate che per poterle distinguere tra loro bisogna contare il numero di stili all’interno del fiore… e le si possono trovare una a fianco all’altra!Nome comune: BIANCOSPINO

DOVE SI TROVA: I biancospini (comune e selvatico) si trovano nelle boscaglie, negli arbusteti e ai margini dei boschi, dalla costa fino a 1600 m di quota.AMATO DA UMANI E ANIMALI

Le proprietà terapeutiche delle sue bacche sono riconosciute e apprezzate da secoli. Purtroppo i frutti non sono altrettanto apprezzati dai cuochi, essendo insipidi. Di tutt’altro parere devono essere gli uccelli e i piccoli mammiferi, che li divorano con grande voracità, contribuendo in tal modo alla dispersione dei semi. Dall’ANTICA GRECIA alla RIVOLUZIONE FRANCESE

Mangiato dagli uomini già durante il Neolitico, nell’antica Grecia simboleggiava il matrimonio: i suoi boccioli ornavano le damigelle della sposa, la quale invece impugnava un ramoscello. Questa pianta è un simbolo importante anche per la Chiesa d’Inghilterra: quando Giuseppe d’Arimatea si recò in Gran Bretagna per diffondere la parola di Cristo, piantò il suo bastone nel punto in cui sbarcò. Da questo bastone fiorì un Biancospino e, accanto ad esso, sorse la prima chiesa cattolica inglese, la cappella di S.Maria di Glastonbury. Ma non basta! Anche cambiando completamente schieramento troviamo questo arbusto come simbolo: durante la rivoluzione francese fu dichiarato “albero della libertà” e tra il 1789 e i 1792 in Francia ne vennero piantati 60.000. Insomma, un simbolo che ha attraversato l’intera storia del nostro continente.La nostra rubrica si ferma per due giorni, per dare un senso allo scandire dei giorni che stiamo vivendo.Ci rivediamo martedì con la prossima pianta!#unapiantaalgiorno#studioforest

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La Pasqua in Slovenija

post riproposto

La Pasqua, festività centrale del Cristianesimo, in Slovenia come altrove è legata a tutta una serie di gesti ed usanze che variano da regione a regione, pur con alcune caratteristiche comuni.

I festeggiamenti pasquali entrano nel vivo verso la fine della Settimana Santa. Giovedì e Venerdì Santo le campane delle chiese tacciono: al loro posto, la messa viene annunciata con i “klepetci” o “raglje” (raganelle in legno). In passato, durante la Settimana Santa i bambini si divertivano a girare per il paese facendo risuonare i loro “klepetci”.

Il Venerdì Santo, giorno del ricordo della morte di Cristo, i credenti praticano il digiuno e l’astinenza. In alcuni paesi è ancora viva l’usanza di accendere la “duš’ca” (“piccola anima”), una specie di piccola candela che galleggia in un bicchiere pieno d’olio. La “duš’ca” si accendeva anche in occasione di Ognissanti o quando moriva un membro della famiglia.

Menih
Menih

Sabato Santo è il giorno della benedizione dell’acqua, del fuoco e delle pietanze pasquali, consumate durante la colazione di Pasqua. Le massaie iniziano a preparare i dolci tipici e gli altri piatti pasquali la mattina presto o già i giorni precedenti.

Sabato pomeriggio si recano in chiesa portando con sé un cesto preparato con cura, in cui non possono mancare la “gubanca” (dolce ripieno di noci e uvetta), la “pinca” (pane dolce), il “menih” o “pup’ca” (dolce a forma di treccia con un uovo sodo colorato inserito nella parte superiore a mo’ di testa) e i “pirhi” (uova colorate). I padroni di casa si dedicano alla preparazione dei piatti salati: il prosciutto cotto, da accompagnare con il “hren” (rafano), e la “žuca” o “žolca”, gelatina preparata con ossa di vitello e vari tipi di carne.

I cibi pasquali hanno una loro precisa simbologia: le uova colorate simboleggiano la resurrezione, la gubanca rappresenta la corona di spine di Cristo e le radici di rafano ricordano i chiodi con cui Gesù fu crocifisso.

La mattina di Pasqua all’alba i credenti prendono parte alla processione chiamata “Vstajenje” (letteralmente: “resurrezione”), che di solito si svolge alle cinque di mattina. Dopo la Santa Messa, al ritorno a casa, la famiglia si riunisce alla colazione pasquale, dove consuma i cibi che il sacerdote ha benedetto durante la messa del mattino o durante il rito del Sabato Santo. Anche gli animali di casa ricevono il loro pezzetto di cibo benedetto.

I “pirhi”

Cesto
Cesto con gubanca e pirhi per la benedizione

Le uova colorate, chiamate “pirhi”, sono un elemento immancabile della Pasqua slovena. Le uova vengono di solito rassodate e colorate, spesso con colori naturali come ad esempio la buccia esterna della cipolla per dare un colore bruno-rossastro e gli spinaci per il colore verde.

Nella regione della Bela krajina i pirhi vengono chiamati “pisanice” o “pisanke” e vengono realizzati con un procedimento particolare. Le uova vengono decorate con cera d’api fusa e poi immerse nel colore. Nei punti in cui è stata applicata la cera il colore non aderisce al guscio. Successivamente, togliendo la cera, sull’uovo rimangono le decorazioni. Le belokrajinske pisanice sono di solito decorate con motivi geometrici, disegni di fiori e piante stilizzati e i monogrammi IHS e MARIA.

Le belokranjske pisanke
Le belokranjske pisanke

I giochi con i “pirhi”
I “pirhi”, che una volta venivano regalati ad amici e parenti come dono di Pasqua, sono anche protagonisti di alcuni giochi tradizionali. Alcuni sono simili al gioco delle bocce, dove però le bocce vengono sostituite dalle uova colorate. Nel gioco chiamato “šikanje” o “picanje” ogni giocatore appoggia un uovo sodo a un muro. A turno, si gettano delle monete nelle uova: chi manca l’uovo perde la propria moneta, mentre chi riesce a colpire l’uovo si guadagna le monete e l’uovo stesso.

La video-ricetta di Slovely.eu

Slovely.eu, in collaborazione con la gentilissima signora Slavka Lakovič di San Floriano del Collio / Števerjan (Gorizia) ha realizzato una breve e semplice video-ricetta (in italiano e in inglese) della gubanca e del menih. La trovate sul nostro canale Youtube o semplicemente cliccando sul video qui sotto.

Pubblicato in: FVG

Sabato Santo

Sabato santo 2020. Quando è Sabato santo nel 2020?

Il sabato santo è il secondo giorno liturgico del Triduo pasquale, che comincia con la Messa nella Cena del Signore nella sera precedente il Venerdì santo, e termina con la Domenica di Pasqua, di cui il primo atto liturgico è la veglia pasquale.[1]

Il sabato santo è un giorno di silenzio, di raccoglimento, di meditazione, per Gesù che giace nel sepolcro. Si attende l’annuncio della risurrezione di Gesù, annuncio che avverrà nella solenne veglia pasquale. Questa si svolgerà dopo il tramonto del sole ed è considerata parte della celebrazione della Domenica di Pasqua, per cui chi vi assiste compie il precetto di partecipare alla messa domenicale.[2]

Un’antica omelia diceva: “Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi.”[3]

Il sabato santo è perciò “aliturgico”,[4] nel senso che in esso non si celebra la messa, celebrazione che viene indicata alcune volte con il termine “liturgia” o “divina liturgia”, particolarmente nel rito bizantino.

“Soltanto il Venerdì e il Sabato santo la liturgia romana stabilisce che l’altare sia totalmente spoglio (privo di tovaglia, candelieri, croce, tappeti, ecc.), quale ‘icona’ della passione del Signore e assenza, in questi giorni austeri, della celebrazione del divin Sacrificio.”[5]

La santa comunione si può dare soltanto in forma di viatico, cioè l’eucaristia impartita a chi è in pericolo di vita. Si esclude la celebrazione delle nozze e degli altri sacramenti, eccetto quelli della penitenza e dell’unzione degli infermi.[6]

La Chiesa cattolica considera degno di lode protrarre il digiuno ecclesiastico e l’astinenza dalle carni anche per tutto il sabato santo, tuttavia non ne fa un obbligo per i fedeli.[7]

Nella liturgia delle ore secondo il rito romano, questo giorno è l’unico sabato in cui si recitano i vespri del giorno, non i primi vespri della domenica che segue. La compieta, che è omessa da chi partecipa alla veglia pasquale, è però quella che di solito si recita dopo i secondi vespri della domenica…https://www.wikiwand.com/it/Sabato_santo

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Crasulas a Enemonc

Tradizioni pasquali in Carnia “Crasulas a Enemonc”, (Rattles in Enemonzo), an anthropological research video about the rites of passage attended by the young males of Enemonzo, a small town in Carnia, Udine. M. Quargnolo award and special mention at the XI Mostre dal Cine furlan (11th Friulian Cinema Exhibition), DVD, 43 min.