Lockdown

A Family Quarantine Guide: How To Survive Lockdown With Kids

Tutti stiamo in casa,

quando usciamo con mascherina,

a fare la spesa uno solo,

distanza di un metro dagli altri,

un continuo lavaggio di mani,

non più saluti affettuosi,

alla tivù si parla solo del corona,

su fb c’è sempre qualcuno

che dice che è tutta una montatura,

guai a vaccinarsi perchè sarà

la fine di questa nostra vita.

#unapiantaalgiorno

Oggi la nostra rubrica si dedicherà alla fusione tra botanica e… numismatica! 𝓗𝓮𝓵𝓲𝓪𝓷𝓽𝓱𝓮𝓶𝓾𝓶 𝓷𝓾𝓶𝓶𝓾𝓵𝓪𝓻𝓲𝓾𝓶

Nome comune: ELIANTEMO MAGGIORE

L'immagine può contenere: pianta, fiore, natura e spazio all'aperto

DOVE SI TROVA: Come dice il nome “Helianthemum”, dal greco “hèlios” = e “anthos” = , questo “fiore del sole” ama i posti soleggiati. Quindi lo possiamo trovare nei prati aridi o negli orli dei boschi più caldi della nostra regione. Uno dei suoi habitat preferiti sono quindi i magredi. Cosa sono?I MAGREDI sono paragonabili a delle steppe , quindi a praterie aride. L’aridità di questi ambienti non è dovuta alle scarse precipitazioni (come tutti noi sappiamo, il medio Friuli non ha certo un clima… desertico), bensì al suolo che, essendo composto da ghiaie, è molto permeabile.Un tempo, i magredi friulani occupavano un enorme semicerchio ai piedi delle montagne, dalle Valli del Natisone ai greti del Meduna e del Cellina. Ora si sono molto ridotti, principalmente per l’espansione delle coltivazioni , resistendo nei dintorni dei principali torrenti e fiumi dell’alta pianura.NUMISMATICA BIZANTINAIl nome della specie, “nummularium”, deriva dalla somiglianza del fiore, tondo e dorato, con una moneta! L’origine è antica, in quanto i nummi erano le monete impiegate nell’Impero romano d’Oriente. Un appassionato di storia e di numismatica potrebbe dire: “Ma come! I nummi erano di bronzo, mica d’oro!”. Questo forse indica quando il mondo della numismatica e quello della botanica siano lontani! Infatti avrebbe ragione: 5760 nummi di bronzo equivalevano ad una moneta d’oro, il SOLIDO. Vediamo se indovinate quali termini italiani derivano dal nome di quest’ultima moneta!

XIX. LA COGNATA.

RACCONTI

DI CATERINA PERCOTO (1812 – 1887)

Ragazza che raccoglie fiori. Federico Zandomeneghi

Era una bella sera d’autunno; l’ultimo riflesso del sole dava
nelle invetriate, e faceva sorridere le rose del Bengala, che in leggiadri mazzolini penzolavano dinanzi alla finestra, leggermente
commosse dalla brezza vespertina. Dinanzi a quella finestra stava
seduta al lavoro Teresa, ma, colle mani abbandonate sul grembo,
si aveva lasciato cadere il ricamo, e la sua bella fronte corrugata
pareva ravvolgesse tristi pensieri. Sul sofà a lei dirimpetto era
adagiata la suocera, e finiva di recitare l’ufficiuolo della Vergine.
La dolce poesia di quell’ora passava inavvertita ad entrambe. La
vecchia, nel fervore della sua divozione, non aveva occhi per
guardare alle bellezze del tramonto, o forse dinanzi alle sue chiuse pupille splendevano imagini di un tramonto più bello consolato
da celesti speranze. Ma qual era la spina che trafiggeva il cuore
della giovane? La luce queta, che così amabilmente le accarezzava la bionda testa, perchè non aveva potere in quella sera di rasserenarla e aprirle sulle labbra il consueto sorriso? – Ell’era la compagna del primo dei figli della suocera; di fresco s’era ammogliato
anche il secondogenito, ed ella aveva accolto in casa la cognata
col cuore e colle braccia aperte. I fratelli fra loro si amavano, ed
amavano la madre, e tutti i progetti di felicità della Teresa consistevano nel conservare questa dolce armonia, e nel trattarsi con
confidenza e con reciproca amicizia. Il suo marito aveva dovuto
la mattina recarsi alla città, e la nuova venuta, con poco delicato
riguardo, aveva concertato per quel giorno una gita di piacere, ed
era uscita collo sposo senza dirlo a lei; anzi, quasi mostrando di
schivarne la compagnia. Al suo cuore amoroso, che non sapeva
godere se non in unione de’ suoi cari, quest’era una crudele ferita.
E perchè il dolore è come fonte perenne che a disseccare non giova l’attignere, così ella, meditandolo, s’empieva l’anima di sempre
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XIX.
LA COGNATA.
Era una bella sera d’autunno; l’ultimo riflesso del sole dava
nelle invetriate, e faceva sorridere le rose del Bengala, che in leggiadri mazzolini penzolavano dinanzi alla finestra, leggermente
commosse dalla brezza vespertina. Dinanzi a quella finestra stava
seduta al lavoro Teresa, ma, colle mani abbandonate sul grembo,
si aveva lasciato cadere il ricamo, e la sua bella fronte corrugata
pareva ravvolgesse tristi pensieri. Sul sofà a lei dirimpetto era
adagiata la suocera, e finiva di recitare l’ufficiuolo della Vergine.
La dolce poesia di quell’ora passava inavvertita ad entrambe. La
vecchia, nel fervore della sua divozione, non aveva occhi per
guardare alle bellezze del tramonto, o forse dinanzi alle sue chiuse pupille splendevano imagini di un tramonto più bello consolato
da celesti speranze. Ma qual era la spina che trafiggeva il cuore
della giovane? La luce queta, che così amabilmente le accarezzava la bionda testa, perchè non aveva potere in quella sera di rasserenarla e aprirle sulle labbra il consueto sorriso? – Ell’era la compagna del primo dei figli della suocera; di fresco s’era ammogliato
anche il secondogenito, ed ella aveva accolto in casa la cognata
col cuore e colle braccia aperte. I fratelli fra loro si amavano, ed
amavano la madre, e tutti i progetti di felicità della Teresa consistevano nel conservare questa dolce armonia, e nel trattarsi con
confidenza e con reciproca amicizia. Il suo marito aveva dovuto
la mattina recarsi alla città, e la nuova venuta, con poco delicato
riguardo, aveva concertato per quel giorno una gita di piacere, ed
era uscita collo sposo senza dirlo a lei; anzi, quasi mostrando di
schivarne la compagnia. Al suo cuore amoroso, che non sapeva
godere se non in unione de’ suoi cari, quest’era una crudele ferita.
E perchè il dolore è come fonte perenne che a disseccare non giova l’attignere, così ella, meditandolo, s’empieva l’anima di sempre
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nuove amarezze. Riandava tutti gli atti, tutte le parole della cognata; e ciò che prima aveva interpretato a bene, adesso le aveva
un senso funesto. Le pareva, che quella giovane non fosse venuta
in casa coll’idea di fondersi nella famiglia, che con tanto affetto
l’aveva ricevuta nel suo seno; che non avesse l’intenzione di far
suoi nè i loro dolori, nè le loro gioie. Scopriva adesso che il suo
contegno era studiato, e che sotto il velo di modi gentili e benigni
si nascondeva una crudele freddezza. Si ricordava di un giorno in
cui avevano ricevuta la visita di alcuni cari amici, ed ella,
nell’effusione della sua anima contenta, s’era lasciata andare a
stendere le braccia alla cognata come per istringerla al cuore, e
farla partecipare a quella pura gioia di famiglia: era stata civilmente respinta, e il ghiaccio di quell’atteggiamento, schivo e quasi disprezzante, le tornava adesso in mente, ed era come mettere il
dito in ferita che non abbia ancora rimarginato.
Dopo che vivevano insieme, esse si avevano dato assai pochi
baci. Qualche rara volta per convenienza, per dovere; ma colla tenerezza, coll’espansione di due amorose sorelle, oh cotesto ella
non osava neanche sperarlo! Avevano comune la vita, ma no
l’affetto. E quella povera vecchia ch’ella vedeva lì pregare, oh!
anch’ella non era amata. Attenzioni, premure suggerite dalla riflessione, ma non dal cuore. Forse quando si avrà bilanciato il diritto e il rovescio dello stato che si abbracciava, nel novero dei
pesi a cui bisognava pur rassegnarsi, saranno entrate la suocera e
la cognata!… Forse quando la campana del villaggio suonerà il
mortorio di quest’affettuosa madre di famiglia, e i suoi figli piangeranno la sua ultima dipartenza, e la casa sarà nel lutto, in mezzo
alle lagrime, troverassi un cuore che potrà sentirsi sollevato d’una
parte de’ suoi pesi…! E l’anima contristata lasciavasi andare a
sempre più meste fantasie, e non vedeva l’ora che tornasse il marito, per poter piangere tra le sue braccia e disfogare un poco
l’amarezza da cui sentivasi così crudelmente oppressa.
Picchiano, ed entra una donna, curva per gli anni, macilente,
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nuove amarezze. Riandava tutti gli atti, tutte le parole della cognata; e ciò che prima aveva interpretato a bene, adesso le aveva
un senso funesto. Le pareva, che quella giovane non fosse venuta
in casa coll’idea di fondersi nella famiglia, che con tanto affetto
l’aveva ricevuta nel suo seno; che non avesse l’intenzione di far
suoi nè i loro dolori, nè le loro gioie. Scopriva adesso che il suo
contegno era studiato, e che sotto il velo di modi gentili e benigni
si nascondeva una crudele freddezza. Si ricordava di un giorno in
cui avevano ricevuta la visita di alcuni cari amici, ed ella,
nell’effusione della sua anima contenta, s’era lasciata andare a
stendere le braccia alla cognata come per istringerla al cuore, e
farla partecipare a quella pura gioia di famiglia: era stata civilmente respinta, e il ghiaccio di quell’atteggiamento, schivo e quasi disprezzante, le tornava adesso in mente, ed era come mettere il
dito in ferita che non abbia ancora rimarginato.
Dopo che vivevano insieme, esse si avevano dato assai pochi
baci. Qualche rara volta per convenienza, per dovere; ma colla tenerezza, coll’espansione di due amorose sorelle, oh cotesto ella
non osava neanche sperarlo! Avevano comune la vita, ma no
l’affetto. E quella povera vecchia ch’ella vedeva lì pregare, oh!
anch’ella non era amata. Attenzioni, premure suggerite dalla riflessione, ma non dal cuore. Forse quando si avrà bilanciato il diritto e il rovescio dello stato che si abbracciava, nel novero dei
pesi a cui bisognava pur rassegnarsi, saranno entrate la suocera e
la cognata!… Forse quando la campana del villaggio suonerà il
mortorio di quest’affettuosa madre di famiglia, e i suoi figli piangeranno la sua ultima di partenza, e la casa sarà nel lutto, in mezzo
alle lagrime, troverassi un cuore che potrà sentirsi sollevato d’una
parte de’ suoi pesi…! E l’anima contristata lasciavasi andare a
sempre più meste fantasie, e non vedeva l’ora che tornasse il marito, per poter piangere tra le sue braccia e disfogare un poco
l’amarezza da cui sentivasi così crudelmente oppressa.
Picchiano, ed entra una donna, curva per gli anni, macilente,
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imbacuccata la testa in un sudicio fazzoletto, e la misera veste,
che la copriva, lasciava trasparire la forma della magra persona.
Credevano che volesse l’elemosina; ma ella chiese di parlare colla
padrona. Quando fu nella stanza, guardava intorno a sè curiosa
tutti gli oggetti, e le sue labbra ammencite si compone vano ad un
impercettibile riso d’ironia, che tradiva l’umiltà de’ suoi atti e
l’affettata mansuetudine del suo volto. La Teresa, che più d’una
volta aveva veduto con quanta benevolenza la suocera accoglieva
i poverelli e lasciava che venissero a narrarle le loro disgrazie, accostò una sedia, e fe segno alla mendica che vi si accomodasse.
Questa si mise in faccia alla padrona di casa, e per alcuni istanti si
fissarono entrambe con grande attenzione.

  • Non mi conosci?
  • No, davvero!
    E continuava ad osservarla attraverso gli occhiali.
  • Non ti ricordi più di me? Guardami bene…. sono passati tanti
    anni, tante sventure! nondimeno, possibile ch’io ti sia affatto uscita dalla memoria?
  • E siete…?
  • Paola! la tua cognata!…
    A questo nome la suocera diè un grido, e gettati gli occhiali, si
    guardarono entrambe con una così tremenda espressione di odio,
    che la giovine si sentì rabbrividire. L’una, sotto la maschera di un
    viso pietoso, composto a forzata dolcezza, pareva il serpente che
    già pregusta gli spasimi della vittima, ch’è venuto ad avvelenare;
    l’altra, percossa all’improvviso da una funesta memoria, non aveva avuto tempo da domare l’impeto dell’anima conturbata, e quel
    nome, come scintilla caduta in mezzo alla polvere, aveva in un
    momento rideste le antiche passioni del suo cuore; e quella faccia
    accesa, quegli occhi quasi fuori dell’orbita, quella persona tutta
    tremante per l’ira, incutevano spavento. Sul tavolo stava ancora
    aperto l’ufficiuolo della Madonna; la sua mano convulsa, teneva
    ancora il rosario che con tanta devozione aveva poc’anzi recitato;
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    imbacuccata la testa in un sudicio fazzoletto, e la misera veste,
    che la copriva, lasciava trasparire la forma della magra persona.
    Credevano che volesse l’elemosina; ma ella chiese di parlare colla
    padrona. Quando fu nella stanza, guardava intorno a sè curiosa
    tutti gli oggetti, e le sue labbra ammencite si compone vano ad un
    impercettibile riso d’ironia, che tradiva l’umiltà de’ suoi atti e
    l’affettata mansuetudine del suo volto. La Teresa, che più d’una
    volta aveva veduto con quanta benevolenza la suocera accoglieva
    i poverelli e lasciava che venissero a narrarle le loro disgrazie, accostò una sedia, e fe segno alla mendica che vi si accomodasse.
    Questa si mise in faccia alla padrona di casa, e per alcuni istanti si
    fissarono entrambe con grande attenzione.
  • Non mi conosci?
  • No, davvero!
    E continuava ad osservarla attraverso gli occhiali.
  • Non ti ricordi più di me? Guardami bene…. sono passati tanti
    anni, tante sventure! nondimeno, possibile ch’io ti sia affatto uscita dalla memoria?
  • E siete…?
  • Paola! la tua cognata!…
    A questo nome la suocera diè un grido, e gettati gli occhiali, si
    guardarono entrambe con una così tremenda espressione di odio,
    che la giovine si sentì rabbrividire. L’una, sotto la maschera di un
    viso pietoso, composto a forzata dolcezza, pareva il serpente che
    già pregusta gli spasimi della vittima, ch’è venuto ad avvelenare;
    l’altra, percossa all’improvviso da una funesta memoria, non aveva avuto tempo da domare l’impeto dell’anima conturbata, e quel
    nome, come scintilla caduta in mezzo alla polvere, aveva in un
    momento rideste le antiche passioni del suo cuore; e quella faccia
    accesa, quegli occhi quasi fuori dell’orbita, quella persona tutta
    tremante per l’ira, incutevano spavento. Sul tavolo stava ancora
    aperto l’ufficiuolo della Madonna; la sua mano convulsa, teneva
    ancora il rosario che con tanta devozione aveva poc’anzi recitato;
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    i suoi capelli bianchi indicavano già vicino il sepolcro: erano entrambe sull’ultimo confine della vita, e l’odio tuttora vivo…. Cinquant’anni di lontananza e di sventura, non avevano avuto forza
    di placarlo: erano tornate giovani entrambe per risentir tutto il furore di questa brutta passione; e la sola morte poteva forse quietare il battito di que’ due cuori esulcerati.
    Esse avevano vissuto un tempo insieme in quella medesima
    casa. La Paola vi era nata: vide con occhio invidioso entrarvi la
    sposa del fratello prima ch’ella s’avesse trovato un marito. La bellezza della cognata, i riguardi che le si usavano, infine il suo ricco
    corredo nuziale, che non le lasciava in nessuna maniera la speranza di poterla eguagliare, le erano tante trafitture. Cominciò a vendicarsi col far ricorso a tutti quei piccioli dispetti che sanno soltanto le donne. La malevolenza fu reciproca, e per alcuni anni,
    esse divennero il martirio l’una dell’altra. Finalmente la Paola trovò marito; si lasciarono senza che il rancore dei loro cuori fosse
    estinto. Parve che la fortuna s’incaricasse ben presto della punizione d’entrambe, perchè l’una in capo a pochi anni rimase vedova; la Paola, andata a vivere in paese lontano, senza amicizie di
    sorta, nel seno d’una numerosa famiglia che l’accolse come una
    straniera, pagò ad usura le lagrime che aveva fatto versare. Dovette uscirne col marito e co’ figli. Dopo molte crudeli disavventure, dopo aver cambiato più volte di domicilio, si trovò, negli ultimi anni della sua vita, vedova, senza figli, e ridotta a mendicare
    un tozzo di pane. Allora si ricordò della casa paterna, e risolse di
    finalmente subire la tremenda umiliazione d’implorare la carità
    della cognata. La sola religione potè indurre questa a non negarle
    soccorso; ma era uno sforzo di virtù, a cui il cuore terribilmente
    ripugnava, e il beneficio stesso, fatto senza affetto, senza nessuna
    compassione, diveniva tanto amaro, che pareva una specie di vendetta.
    La Teresa, testimonio di questa scena deplorabile, intravide
    l’abisso, dove potevano condurla i suoi propri sentimenti. Fremet366
    i suoi capelli bianchi indicavano già vicino il sepolcro: erano entrambe sull’ultimo confine della vita, e l’odio tuttora vivo…. Cinquant’anni di lontananza e di sventura, non avevano avuto forza
    di placarlo: erano tornate giovani entrambe per risentir tutto il furore di questa brutta passione; e la sola morte poteva forse quietare il battito di que’ due cuori esulcerati.
    Esse avevano vissuto un tempo insieme in quella medesima
    casa. La Paola vi era nata: vide con occhio invidioso entrarvi la
    sposa del fratello prima ch’ella s’avesse trovato un marito. La bellezza della cognata, i riguardi che le si usavano, infine il suo ricco
    corredo nuziale, che non le lasciava in nessuna maniera la speranza di poterla eguagliare, le erano tante trafitture. Cominciò a vendicarsi col far ricorso a tutti quei piccioli dispetti che sanno soltanto le donne. La malevolenza fu reciproca, e per alcuni anni,
    esse divennero il martirio l’una dell’altra. Finalmente la Paola trovò marito; si lasciarono senza che il rancore dei loro cuori fosse
    estinto. Parve che la fortuna s’incaricasse ben presto della punizione d’entrambe, perchè l’una in capo a pochi anni rimase vedova; la Paola, andata a vivere in paese lontano, senza amicizie di
    sorta, nel seno d’una numerosa famiglia che l’accolse come una
    straniera, pagò ad usura le lagrime che aveva fatto versare. Dovette uscirne col marito e co’ figli. Dopo molte crudeli disavventure, dopo aver cambiato più volte di domicilio, si trovò, negli ultimi anni della sua vita, vedova, senza figli, e ridotta a mendicare
    un tozzo di pane. Allora si ricordò della casa paterna, e risolse di
    finalmente subire la tremenda umiliazione d’implorare la carità
    della cognata. La sola religione potè indurre questa a non negarle
    soccorso; ma era uno sforzo di virtù, a cui il cuore terribilmente
    ripugnava, e il beneficio stesso, fatto senza affetto, senza nessuna
    compassione, diveniva tanto amaro, che pareva una specie di vendetta.
    La Teresa, testimonio di questa scena deplorabile, intravide
    l’abisso, dove potevano condurla i suoi propri sentimenti. Fremet366
    te di orrore, e si propose di estirpar subito dalla sua anima il germe funesto dell’odio, e di aprirla in quella vece alle dolcezze ineffabili di un generoso perdono.
    Quando tornò suo marito, uscirono insieme incontro a’ cognati.
    La notte era placida, lo splendore della luna si diffondeva amorosamente sul verde dei campi già irrorati dalla rugiada, come la carezza di un amante che perdona alle lagrime della sua bella pentita.
    Le loro anime assaporavano la soave voluttà del trovarsi di
    nuovo insieme dopo un giorno di assenza. La dolce effusione
    dell’amore li faceva buoni, e discorrevano del come rendere meno
    amara la sorte della sventurata ch’era venuta a rifugiarsi nella loro
    famiglia. Non vedevano l’ora d’incontrare gli altri due per metterli
    a parte del loro progetto. Finalmente li videro venire, e la Teresa
    corse ad abbracciare la cognata e a raccontarle la venuta della infelice. Si unirono tutti e quattro nel pensiero del bene, e l’affetto e
    il benefizio, che volevano insieme versar su quel misero capo disgraziato, strinsero fra essi i santi legami del sangue. In quell’ora
    si sentirono veramente fratelli, e fu il principio della domestica
    felicità che il Signore aveva loro riserbata.
  • https://www.liberliber.it/mediateca/libri/p/percoto/racconti/pdf/percoto_racconti.pdf

3 maggio 1941, viene istituita la provincia di Lubiana — ITALIANI IN GUERRA

Il 17 aprile dopo solo 11 giorni di guerra, il Regno di Jugoslavia invaso il 6 aprile dalle truppe dell’Asse si arrendeva e le potenze vincitrici provvidero allo smembramento dei territori appena conquistati. All’Italia vennero assegnati direttamente o indirettamente ampie porzioni di territorio. Fra di esse spicca la zona di Lubiana che di fatto venne […]

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Portis – Paese fantasma — UrbexReflex FriuliVeneziaGiulia

Dopo il terribile terremoto del 1976, 40 anni fa, quasi tutto ciò che le scosse del sisma ridussero a un ammasso di macerie è stato ricostruito: fabbriche, case e scuole, castelli, dimore storiche ed edifici pubblici. Ma c’è un paese che è rimasto intatto, così, come allora, dopo che la terra ha tremato forte. È […]

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Immersi nella natura: le passeggiate più belle secondo i grandi artisti — La sottile linea d’ombra

In questi giorni di reclusione domestica, una galleria di quadri di grandi artisti che hanno saputo rappresentare il tempo trascorso nella natura!

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