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Cara Italia, ascolta questo silenzio…

Nei giorni scorsi, ho letto questa lettera aperta dei Fridays for future; oggi pubblico un video a riguardo.

Ricordo che il 24 aprile, ci sarà lo sciopero digitale più grande di sempre!

Per maggiori informazioni:

https://ritornoalfuturo.org/24-aprile/

https://www.fridaysforfutureitalia.it/
https://www.youtube-nocookie.com/embed/k1KKIXMf2Ko

Video credit Fridays For Future Italia caricato su YouTube

da https://websulblog.blogspot.com/2020/04/cara-italia-ascolta-questo-silenzio.ht

QUESTO BLOG ADERISCE A QUESTA INIZIATIVA

Pubblicato in: FVG

SCAMPOLI DI STORIA

Sonja, spia partigiana tra i tedeschi

di Spetič Stojan

Alta, slanciata, con due gambe da favola, bionda. Sonja era una tipica mula triestina,  nata e vissuta a San Giacomo con il padre falegname ebanista al cantiere navale San Marco e la madre che, essendo un’ottima cuoca, dava una mano nelle trattorie di questo rione operaio. Quando le sue figlie erano troppo piccole per lasciarle a casa, le dava in custodia ad una giovane sartina, Maria Bernetič.
Venne la guerra e Sonja, adolescente, voleva rendersi indipendente. Partì per Roma dove fece la ballerina di fila negli avanspettacoli di Vanda Osiris e Renato Rascel. Con queste compagnie viaggiarono nelle regioni vicine, come nel film “Polvere di stelle”. A Pescara nei giorni dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43 vide arrivare i tedeschi. Decise di tornare a Trieste che nel frattempo era stata annessa al Terzo Reich nella regione militare chiamata OZAK (Zona di operazione del Litorale adriatico).
Bisogna dire che sua madre era nata ad Essen in Germania figlia di una famiglia di minatori emigrati da Maribor. Così i tedeschi li considerarono “Volksdeutsche”, cioè cittadini del Reich, e non sudditi di un territorio occupato. E Sonja parlava perfettamente il tedesco. Fece domanda e venne assunta come dattilografa ed interprete al comando della Kriegsmarine, la marina di guerra tedesca, che aveva sede nell’edificio del Comandante del porto.
Prima di fare tutto questo Sonja si era messa d’accordo con il movimento della resistenza sloveno, praticamente con i suoi servizi di spionaggio. I documenti che scriveva, gli elenchi del materiale bellico che veniva fatto passare per il porto, l’arrivo di soldati ed armamenti, veniva meticolosamente annotato e raccolto durante la settimana.
Di sabato Sonja si vestiva come per andare in gita, caricava la sua bicicletta sul treno e scendeva alla stazione di Aurisina. Seguiva una pedalata fino a Gorjansko dove c’era il blocco tedesco. Faceva vedere i documenti e spiegava ai soldati che a Trieste si pativa la fame e che lei sarebbe andata a vedere se c’era del cibo da comprare presso i contadini dei paesi del Carso.
Furbescamente disse loro di aver paura dei partigiani chiedendo se qualcuno di loro era disposto ad accompagnarla. In realtà lei aveva veramente paura, ma non dei partigiani, bensì delle bande di fascisti ucraini e dei collaborazionisti sloveni (domobranci) che non avevano nessun rispetto per le donne.
Ovviamente, vista questa bella ragazza, qualche soldato o sottufficiale si faceva avanti. Accompagnando la bici a piedi assieme al giovane tedesco raggiunse uno dei paesi della zona. Lungo la strada conversarono di arte, musica, poesia. Arrivati nelle vicinanze delle prime case Sonja chiese al tedesco di aspettarla e non farsi vedere: “Se la gente vede che sono con voi non mi daranno il cibo che mi serve. Cerca di capire.”
Da sola raggiungeva il posto stabilito mentre da dietro i cespugli qualcuno vigilava che il tedesco non si muovesse. Sonja consegnò al proprio referente il materiale raccolto ed in cambio le veniva consegnata una cesta con qualche patata, cavoli, uova e strutto. Non dovevano sospettare di nulla. Poi tornarono al blocco dove si congedava dai soldati tedeschi, inforcava la bicicletta per prendere in tempo il treno per Trieste.
Sonja fece la spola tra Trieste ed i piccoli paesini vicino a Comeno per molte settimane portando al suo capo persino carte nautiche e strumenti di precisione per la navigazione che era riuscita a rubare.
Gli ultimi giorni di aprile entrò nel suo ufficio l’ufficiale della Kriegsmarine cui era sottoposta, capitano Stegmann. Chiuse per bene la porta e le disse che le doveva parlare.
“Vedi Sonja”, disse, “io so da tempo che tu fai spionaggio per i partigiani jugoslavi, ma ti ho coperto perché non sono nazista, anzi, li odio. Però devo chiederti un favore. So che i vostri saranno a giorni a Trieste ed io non vorrei lasciare la pelle per qualcosa in cui non credo. Puoi nascondermi da qualche parte finché non sarà passata la buriana?”
Sonja lo portò a casa di sua madre. Non a San Giacomo perché non c’era più, bombardata nel giugno ’44, ma in città. Li lo nascosero finché non le riuscì a fargli ottenere un lasciapassare dalle autorità militari jugoslave che gli consentì di tornare in Germania sano e salvo.
La storia potrebbe finire qui, ma c’è ancora un capitolo. Passati tre decenni si presentò a Cattinara un tedesco alto, abbronzato e canuto. Disse a mio padre, sposato con la sorella maggiore, conosciuto nei giorni prima dell’insurrezione e della battaglia finale per liberare Trieste, che voleva portare dei fiori sulla tomba di Sonja. Sgomento mio padre gli disse che Sonja non era morta e che poteva incontrarla. Era il capitano Stegmann che l’aveva protetta e che lei aveva salvato nascondendolo a casa sua. Fu un incontro commovente, rivangarono ricordi e sensazioni. Rimase a Trieste un paio di giorni e se ne andò. Non ne sapemmo più niente.
Svelato anche l’arcano della presunta morte di Sonja. In epoca fascista le era stato italianizzato il nome in Sofia. Era questo il nome sui suoi documenti. Ma la madre di Sonja, che di nome faceva Genoveffa, in famiglia era chiamata Sofia (Zofi, in sloveno) e qualcuno deve aver avvisato Stegmann quando sul giornale vide il necrologio della nonna confondendone i nomi.
Per i meriti acquisiti durante la resistenza e la guerra di liberazione Sonja Stopar venne insignita con due ordini al valore. Le medaglie le furono consegnate dal console jugoslavo a Trieste. In pubblico affinché si sapesse quello che Sonja aveva fatto nel totale segreto cospirativo. Mettendo così a tacere malelingue ed i dubbi di chi sapeva che aveva lavorato per la marina tedesca. Chi sapeva tutti i particolari non era uso a parlare, nemmeno nel pregiato ristorante di pesce che ha gestito fino alla morte. Era questa l’indole di chi ha lavorato per i servizi di informazione militare.
Sonja Stopar riposa ora nel cimitero di Basovizza.da fb

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Cancelli aperti anche all’Electrolux di Porcia

Cancelli aperti anche all\u0027Electrolux di Porcia

Ieri mattina all’alba è ripartita la produzione anche all’Electrolux di Porcia. Lo stabilimento pordenonese era stato al centro di un braccio di ferro tra proprietà e sindacati, che avevano chiesto di rimandare la ripresa. Alla fine, la Prefettura di Pordenone aveva acceso il semaforo verde e, da oggi, i cancelli si sono riaperti, dopo quasi un mese di cassa integrazione, per circa 300 lavoratori. Previsti turni ridotti, con rotazione degli ammortizzatori, anche per la prossima settimana.

Massima attenzione alle misure di sicurezza: all’ingresso dello stabilimento, specializzato nella produzione di lavatrici, kit di mascherine e guanti per tutti i dipendenti, oltre alla rilevazione della temperatura con termoscanner. Ridefiniti anche gli spazi, per consentire il mantenimento delle distanze.

La ripresa è stata promossa anche dalle rappresentanze sindacali, che hanno sottolineato come siano state rispettate tutte le idonee disposizioni per la sicurezza dei lavoratori, compresa anche l’organizzazione dei trasporti, con più autobus dedicati per consentire maggior distanziamento tra i passeggeri.

https://www.ilfriuli.it/articolo/economia/cancelli-aperti-anche-all-electrolux-di-porcia/4/218692

Pubblicato in: FVG

Manuel Cohen, A mezza selva #7: Ida Vallerugo

Amedeo Giacomini, uno dei massimi neodialettali del Secondo Novecento con Franco Loi, Franco Scataglini e Raffaello Baldini, così scriveva: «Forse meglio dei loro compagni di strada, Elsa Buiese, Ida Vallerugo, le grandi e minime scrittrici tutte che, in questi ultimi travagliatissimi anni, hanno cantato nella koinè (la Buiese) o nelle parlate locali delle loro montagne le proprie e le altrui nevrosi, hanno dato un volto nuovo alla poesia in friulano, un sound che non è più quello intimistico o crepuscolare degli epigoni di Pasolini e nemmeno quello astrattamente protestatario del neo-realismo, bensì il sound della realtà presente, così duro e amaro da spingerci a trovare le nostre radici non nella storia dei nostri padri e delle nostre madri, ma, come ci invita la Vallerugo, in quella dei nonni, nella vita di quegli avi che, essendoci ormai tanto lontani, non possono più farci male. È, ripeto, il loro un modo nuovo di fare poesia in friulano: non al femminile o al maschile, ma nella verità delle coscienze; ciò assume un valore di portata piuttosto rilevante: Novella Cantarutti prima, Maria Forte, Elsa Buiese e Ida Vallerugo poi hanno contribuito a rinnovare con la loro sensibilità la nostra lingua poetica, a farla finalmente lingua di un popolo» (in Appunti per una storia non conformista della letteratura friulana, dalle origini ai nostri giorni, «Il Belli», n. 1, settembre 1991). Nel sound della realtà presente, la radice matria ed etnografica marca gli stigmi dell’appartenenza:

da Maa Onda

L’aurec

Aurec’ gno dôlc’, amâr
meil picjât d’unvier
i ràpis pì madûrs e viludâs
i ai leât in un mac pesant
e i lu puârti e i ti puârti
fia mè in ta la muart
par blancj stradi ch’a si dîsfin
bandonadi da la rasón.
Essi cun te che pì i na tu
so al é tant di pì che il vivi
fra i vîs indafarâs ch’a mi tuélin il rispîr
chè pâs ch’a ocòr
par essi danâs a la mè manêra.
Essi cun te simpri grignél par grignél
aurec’ gno picjât al gno trâf sutîl
in chêsta stansa da la puârta par gì four piturada
indulà che un canài plen di fan
a nal à tacât il sió rap stret fra li mans
parcé i grignéi a son contâs…

L’aurec.

Aurec’ mio dolce, amaro/ miele appeso d’inverno// i grappoli più maturi e vellutati/ ho legato in un mazzo pesante/ e lo porto e ti porto/ figlia mia nella morte/ per bianche strade che si dissolvono/ abbandonate dalla ragione.// Essere con te che più non ci sei/ è tanto di più che il vivere/ tra i vivi indaffarati che mi tolgono il respiro/ quella pace che occorre/ per essere dannati alla mia maniera./ Essere con te sempre granello per granello/ aurec’ mio appeso alla mia trave sottile/ in questa stanza dalla porta d’uscita dipinta/ dove un bambino pieno di fame/ non ha mangiato il suo grappolo stretto fra le mani/ perché i granelli sono contati…

(Aurec: mazzo di rami di vite con i grappoli più scelti legati insieme. Veniva appeso alle travi del soffitto. L’uva appassita veniva mangiata d’inverno. Il suo nome varia da zona a zona e non ha un nome corrispondente in italiano. Qui, l’Aurec è sinonimo della nonna morta.)

Figura appartata e ritrosa la cui produzione assomiglia al percorso di un fiume carsico: alle raccolte in lingua (1968, 1972) segue un silenzio editoriale lungo un quarto di secolo, interrotto sporadicamente da rare uscite su riviste e antologie (1983, 1984, 1987), fino all’esordio neodialettale di Maa onda (1997) che raccoglie testi scritti dal 1979. Ida Vallerugo è nata e vive a Meduno, città devastata dal terremoto del Friuli del 1976 e dove la parlata ancora vigente è il friulano occidentale, ennesima varietà del friulano. Proprio il sisma, e la scomparsa della nonna, sembra siano tra i fattori scatenanti la sua scrittura. Testimonianza ne è la prima silloge neodialettale, Maa onda, dove, rileva Brevini: «nell’immagine della nonna l’autrice raffigura il mondo contadino delle proprie radici, di cui i versi costruiscono una dolente saga fatta di fatiche, emigrazioni… La morte della nonna è colta nella sua coincidenza con la distruzione del mondo contadino, che dilata sul piano collettivo l’esperienza di sradicamento, che l’io poetico avverte a livello individuale» (cfr. F. Brevini, Le parole perdute, Einaudi, Torino 1990).

da Maa Onda

da https://poetarumsilva.com/2018/05/07/manuel-cohen-a-mezza-selva-7/#comments

Pubblicato in: natura

#unapiantaalgiorno

Oggi torniamo con lo spirito tra i boschi, a ripararci dalla calura di questa primavera arida ed estiva. ⛱️

💚𝓐𝓹𝓸𝓼𝓮𝓻𝓲𝓼 𝓯𝓸𝓮𝓽𝓲𝓭𝓪

Nome comune: LATTUGA FETIDA

DOVE SI TROVA: È una pianta timida, e tende a nascondersi tra gli alberi o vicina ad essi. 😳 Preferisce i luoghi ombrosi e umidi, anche se a volte fa capolino nei prati e nei pascoli meno aridi.

NON TUTTO CIÒ CH’È ORO BRILLA 🎇
A vederla, ma anche a sentirla nominare, non ci dice niente.
Incrociandola sul proprio cammino può tranquillamente passare inosservata, forse scambiata per un tarassaco. Anche quando se ne apprende il nome, non ispira certo attrazione: FETIDA, ma a chi può interessare una pianta fetida? 🤢
Tuttavia la sua cattiva fama è ingiustificata: se ci si sofferma ad annusarla, non ha certo un cattivo aroma, anzi. Se il suo nome non… i(n)spira molto è per via delle sue radici: se le scoprite i “piedi” 🦶🏿 strappandola farà onore al suo nome e oltre al danno (per lei) ci sarà anche la beffa (per il vostro naso).

Eppure anche questa pianta è PREZIOSA. Non per niente da alcuni è stata chiamata “radicchio del malgaro” 🥬. Essendo abbastanza facile da reperire nelle zone montane nel periodo dell’alpeggio, forniva una integrazione economica e veloce alla povera dieta degli abitanti delle Terre Alte.
Se, nonostante le apparenze e il nome, proviamo ad assaggiarla, infatti, ci accorgeremo che ha un piacevole sapore di patate 🥔. Veniva impiegata come alternativa alla cicoria, con la quale condivide una sostanza, l’inulina, che la rende indigesta da cruda. È forse da questa comunanza che deriva il suo nome: “aposeris”, infatti, tradotto dal greco significa “diversa (apo) dalla cicoria (seris)”.

Domani la nostra rubrica prosegue con una pianta altrettanto discreta che si può trovare nelle città. Buona giornata!

#unapiantaalgiorno

#studioforest

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