FVG, minoranza friulana

Proverbio della settimana

di Vita nei campi
“Tant a va in sot la ploe di San Giuàn, e tant al va in sot il sec” ovvero:”Tanto va in profondità la pioggia del giorno di San Giovanni e tanto in profondità va anche il secco”

FVG

La stelle alpine

Negli anni 195O/1960 non so se qualcuno si ricorda ,le strade della Benecia (Slavia veneta) erano “abbellite”da cartelli in cui era scritto:”Vietato fotografare”. A chi contravveniva a questo divieto venivano sequestrate e distrutte le foto e pagava un’ammenda. Tutto ciò era giustificato da motivi militari,per tutelare i confini.
Io facevo le scuole elementari e non avevo mai raccolto le stelle alpine,a quei tempi non era flora protetta.
Mio padre che conosceva molto bene la Val Torre ,su mia insistenza, un giorno di settembre mi portò in montagna per ammirare ed eventualmente cogliere stelle alpine.Mi portò veramente ,perchè gran parte del tragitto lo feci sulla sua schiena.Mi ricordo che c’erano bellissimi prati,galli cedroni , pernici ed altri uccelli. Trovammo le stelle alpine che immortalammo in belle foto che io non vidi mai.
Scesi a valle salimmo in auto e dopo un po’ ci fermarono i Carabinieri che chiesero i documenti ed ispezionarono l’automobile.Sequestrarono il rullino della macchina fotografica ed il fatto seguì il suo iter.Dopo un po’ di mesi arrivò la notifica:condannato a pagare 5.934 L. che per quegli anni era una bella cifra.Non c’erano segreti militari nelle foto,ma solo una bambina coi fiori,ma la legge era la legge ed andava rispettata.Fu un episodio che non scorderò mai!

GIAN PAOLO GRI
“Vietato fotografare

Negli anni Sessanta le strade del Friuli erano ancora accompagnate da minacciosi avvisi “Vietato fotografare”. Alle servitù e ai cartelli materiali giustificati da presunte ragioni militari si aggiungevano divieti mentali non meno pervasivi, a tutela di confini guardiati con anche maggior cura. C’era un Friuli che non doveva essere mostrato: soggetti tabù, immagini da non divulgare, aspetti che era meglio nascondere sotto le pieghe. Resta esemplare la reazione del Messaggero Veneto al manifesto del “Gruppo friulano per una nuova fotografia”, diffuso il 1 dicembre 1955 dai giovani spilimberghesi desiderosi di importare qui, in un Friuli provinciale e conformista, la lezione di “una fotografia asciutta”, che andasse “diritta al nome delle cose”. Arturo Manzano, autorevole critico d’arte, certo del plauso dei lettori, poteva ironizzare con titolo e sottotitolo: “Infelice annuncio dell’avvento di una “nuova fotografia”. La presunzione al posto della conoscenza dei fatti e del doveroso rispetto delle persone”.
I cartelli, quelli materiali e gli altri, pesavano soprattutto sul Friuli marginale; e come negli anni Cinquanta ci fu la protesta benpensante e cittadina contro le immagini “asciutte” che svelavano le valli prealpine del Friuli occidentale, così una decina di anni dopo toccò alle immagini delle Valli del Natisone di Riccardo Toffoletti. I due contesti erano egualmente problematici, antropologicamente “densi” per le caratteristiche di diversità e specificità, segnati da una condizione strutturale – economica e demografica – che li faceva pensare giunti al capolinea, in attesa del colpo finale.
Invece sono ancora là. Restano contesti non meno problematici di allora, così che la riproposta di immagini di quattro decenni fa non ha nulla di nostalgico o di artificioso; ma alle vecchie questioni non risolte se ne è aggiunta una nuova, ed è quella rappresentata proprio dal loro resistere: l’ostinata volontà di continuare ad esserci e a contare, nonostante tutto, con le proprie caratteristiche peculiari.
Fotoreportage definiva 40 anni fa Toffoletti il suo lavoro. L’indicazione del ‘genere’ chiariva di per sé la scelta di fotografare e proporre al pubblico un problema, non un ambiente caratteristico, con i suoi personaggi, non un paesaggio tipico; già la definizione affermava il legame con la tradizione fotografica impegnata e rinnovata, che fra i suoi propositi aveva la scelta di dar voce ai mondi marginali e subalterni. “Persone e non personaggi”, diceva uno slogan. E siccome, a differenza dei personaggi che recitano copioni altrui, le persone parlano di sé e per sé, ecco che la fotografia diventava operazione complessa e richiedeva non solo scatti, ma anche ascolto e dialogo, anche osservazione partecipante, come si direbbe in antropologia. Da qui la scelta conseguente di utilizzare come didascalie proprio spezzoni di dialogo colti dal vivo: frasi capaci di esprimere dall’interno le diverse sfaccettature del problema rappresentato dalla situazione in cui versavano le Valli del Natisone.
Una didascalia mi ha colpito particolarmente; è una frase colta da Toffoletti a Mersino, interessante già dal punto di vista linguistico per lo sforzo di traduzione che rivela dal dialetto in lingua, ma forte come un macigno perché ha a che fare con la dignità e tocca proprio quella questione della “resistenza” che giustifica 40 anni dopo la riproposta delle immagini di allora e del dibattito che ne derivò: “A me non mi dice nessuno lei, così io non ci ho nessun rispetto anche di nessuno, perché tutti mi chiamano tu. Un rispetto deve avere anche altri di me! Ci vorrebbe più soldi e più rispetto”.
Anche in Friuli il Novecento è stato il secolo che ha visto costituirsi in maniera vigorosa, e a contrasto con un folklorismo di maniera sempre risorgente, l’intreccio complesso e obbligato fra una etnologia fatta di parole e una etnologia fatta di immagini. Non c’è ambito dell’etnografia regionale che possa prescindere dai corredi fotografici, talvolta in maniera diretta e privilegiata (le forme dell’insediamento, l’architettura tradizionale, gli arredi interni, i saperi tradizionali e gli strumenti di lavoro, le forme della socialità e della ritualità comunitaria), in altri ambiti in maniera più complessa. Lo si vede bene ora, dopo che negli ultimi anni si è sviluppato un intenso lavoro di inventario, catalogazione e riproposta di fondi fotografici: strumenti indispensabili per una fondata e perfino sofisticata descrizione etnografica, capace di cogliere le specificità interne e i processi di trasformazione che nel corso del Novecento hanno determinato la messa ai margini del genere di vita tradizionale.
Ma oltre l’etnografia? Lavorando alcuni anni fa proprio nel Cividalese e cogliendo dalla voce dei protagonisti il durissimo prezzo pagato per passare dai campi ai cementifici locali fotografati da Toffoletti nel loro desolato abbandono, l’antropologo Douglas R. Holmes scriveva: “Per chi viene da fuori, italiano o straniero, il Friuli” – e al suo interno la Benecia tanto più – “è una zona non molto nota, e nemmeno è stata spesso meta di antropologi. Non sono stati ancora formulati interrogativi antropologici per affrontare il suo ingannevole carattere” (Disincanti culturali. Contadini-operai in Friuli, 1991). E’ vero; ma buoni interrogativi antropologici intorno al “carattere ingannevole” vengono indirettamente formulati proprio da fotografie come queste, interessate meno ai paesaggi, ai mestieri, agli oggetti e alle forme tipiche, e più ai problemi. Fotografie non reticenti, proposte sapendo di toccare nervi scoperti e di violare il tabù imposto dal “Vietato fotografare”, sapendo di attirarsi l’accusa di parzialità.
Mi è difficile oggi decifrare completamente la natura originaria dell’operazione. In quel 1968, probabilmente, era più forte di quanto non possa essere oggi l’illusione di riuscire a far parlare attraverso le immagini una realtà oggettiva. Ma anche allora la natura stessa del fotografare, fatta di scelte, non poteva che lasciare fra le mani la consapevolezza delle tante selezioni messe in atto e la coscienza del peso della soggettività all’interno del proprio lavoro di fotografo, anche quando voleva essere di polemica documentazione. Il “realismo ingenuo” era semmai di altri, meno consapevoli che basta cambiare punto di vista e inquadratura per mutare il significato; altri che pretendevano una fotografia “utilizzata anziché come illustrazione, come documentazione assoluta di una realtà, necessaria e oggettiva alla stregua di una tavola di risultati statistici”. Trovo l’affermazione nell’anomalo e provocatorio catalogo che accompagnava, nel novembre di quel 1968, la presentazione del fotoreportage di Toffoletti a Udine, nella Galleria del Centro.
A incorniciare alcune delle foto, in quel catalogo sta infatti un singolare Rapporto antropogeografico firmato dall’architetto Giovanni Pietro Nimis. Leggendolo, si capisce come – miscelato alle fotografie – abbia potuto innescare un dibattito dai toni accesi, di cui fortunatamente resta traccia scritta. Episodio interessante, e non secondario, del Sessantotto udinese. Sullo sfondo di immagini asciutte e di didascalie cariche di interrogativi impliciti ed espliciti (basterebbe il confronto con il ricco e articolato repertorio di fotografie delle Valli di Mario Magajna, in quello stesso periodo), il Rapporto di Nimis aggiungeva benzina al falò: un breve profilo storico, la scelta di Savogna come comune-campione a cui riferire una batteria impietosa di tavole statistiche relative alle variabili demografiche, una proposta di soluzione ancora più impietosa delle tabelle.
A leggere quelle pagine oggi, 40 anni dopo, non si capisce bene se si tratta di un’analisi-proposta seria, pensata e formulata in termini realistici, o non piuttosto di una provocazione giocata sul paradosso, come un pamphlet settecentesco carico di ironia nei confronti della supponenza efficientista e arrogante della political arithmetic: il Mandeville della Modesta difesa delle pubbliche case di piacere, o meglio ancora lo Swift della Modest Proposal, con il suggerimento di risolvere il problema della fame delle famiglie d’Irlanda con la trasformazione in cibo dei figli bastardi. Là il problema dell’incremento demografico a fronte della fissità delle risorse, qui il fenomeno opposto di un drammatico decremento demografico giudicato irreversibile: con la proposta – seria, temo – di uno “spopolamento organizzato”, di una eutanasia programmata, luciferinamente razionale. Soluzione ideale? Intervenire col bisturi, disgiungendo: che finalmente si separino montagna e montanari; che i montanari residui vengano fatti arretrare con decisione sulla linea di pedemontana, a Cividale e dintorni, così da ricavarne quel che ancora si può di utile e garantire servizi altrimenti impossibili; che l’ambiente così liberato dalle servitù di una comunità umana comunque segnata, venga riorganizzato in funzione del bisogno di natura e del loisir cittadino: paesi che si fanno villaggio turistico, l’ambiente che si trasforma in parco, e quant’altro.
Si capisce la reazione preoccupata, fra gli abitanti delle Valli, di quanti pur sottoscrivendo la crudezza dell’analisi e le imputazioni di colpa, si battevano perché i paesi delle Valli continuassero a esistere e fiorire. Nella trascrizione del dibattito udinese di quell’inverno del Sessantotto, le righe più belle che leggo sono di Paolo Petricig: là dove, giocando sul filo dell’ironia, afferma che quello di Nimis era sì “un importante contributo”, ma solo “fino alla penultima pagina”.
A ben pensare, quattro decenni dopo la situazione non è molto cambiata, almeno in termini di dibattito. In mezzo restano le foto, a testimoniare la perdurante gravità dei problemi e il difficile processo che dovrebbe permettere di tenere i piedi nella modernità senza trovarsi spinti ancora di più verso i margini; su un lato continua a collocarsi lo sguardo lucido e impietoso dell’efficientismo economico e tecnico esterno (con i piedi ben saldi nella palude della indecisione politica); sull’altro resta lo “sguardo interno” altrettanto lucido, ma pietoso, di chi non è disponibile a procedere per disgiunzioni, ma crede invece e chiede maggior attenzione alle correlazioni fra i tanti fattori in gioco. Non si tratta soltanto di tabelle, elenchi di dati, numeri; ma persone, relazioni fra persone all’interno delle comunità e fra comunità e ambiente, memorie, paesaggio, saperi, narrazioni, lingua, musica, arte, inventiva, sapori, sensibilità religiosa, e tanto altro ancora.
Mutata è la situazione di contesto più larga. Chiudendo il bel volume del 2001, edito per sua cura dalla Cooperativa Lipa (Valli del Natisone – NediÅ¡ke doline), dedicato proprio a una riproposta globale della storia e cultura della Valli nel segno del rifiuto delle disgiunzioni e dell’attenzione invece ai legami, ancora Paolo Petricig richiamava le novità più significative. Se l’episodio del ’68 si collocava dentro un quadro incorniciato dalle speranze e dai progetti (e dalle illusioni) maturati a seguito dell’istituzione dell’autonomia regionale, ora si tratta di pensare e progettare avendo alle spalle il Trattato di Osimo e gli atti che seguirono, le normative sulle minoranze linguistiche, il terremoto del ’76 e la ricostruzione, la caduta del muro di Berlino, l’indipendenza della Slovenia e il suo ingresso nell’Unione Europea. Tutte opportunità nuove e “congiuntive”. Se alle spalle delle Valli c’è una storia segnata dall’incombere del confine, ora alla gente delle Valli è chiesto di pensarsi in modo nuovo, in assenza di confine. Una bella scommessa.
Intanto, come per il fotoreportage di Toffoletti, la sfida ai diversi livelli del “Vietato fotografare” e il bisogno di dar senso alle immagini attraverso il dialogo con le persone ha segnato in questi anni anche il percorso dell’antropologia alpina e della miglior geografia umana. A dare significato alla ricerca e a dare altra leggibilità ai documenti che ne derivano è ora un atteggiamento nuovo, che Mauro Pascolini, proprio in riferimento alle NediÅ¡ke doline, sintetizza bene così: “Si è soliti sempre risalire le valli, percorrendo a ritroso il territorio, privilegiando una visione che dalla pianura si rivolge alla montagna e codificando così un atteggiamento che da sempre è stato presente e che in qualche maniera è diventato, specie negli ultimi anni, una spia della sudditanza della montagna verso la pianura, o meglio della dominanza della forza economica e talvolta culturale del piano verso il monte. Il tentativo è quello di invertire la prospettiva e quindi di leggere il territorio cercando prima di tutto di far riemergere il senso di appartenenza e di identità che i luoghi generano”.
“Un rispetto deve avere anche altri di me!”: l’orgogliosa affermazione colta 40 anni fa da Riccardo Toffoletti a Mersino, fra uno scatto e l’altro, resta lezione fondamentale per ognuno che voglia mettere piede da quelle parti e desideri coglierne l’anima orgogliosa.

Gian Paolo Gri, docente di Antropologia culturale all’Università di Udine

FVG, letteratura italiana

«Piangere non è un sussulto di scapole» – Pierluigi Cappello — Poesia in rete

Grande Pierluigi!

Piangere non è un sussulto di scapole e adesso che ho pianto non ho parole migliori di queste per dire che ho pianto le parole piú belle le parole piú pure non sono lo zampettío delle sillabe sull’inverno frusciante dei fogli stanno cosí come stanno né fuoco né cenere fra l’ultima parola detta e […]

«Piangere non è un sussulto di scapole» – Pierluigi Cappello — Poesia in rete
cronaca, FVG

E’ successo in Friuli

Hanno indossato le magliette con slogan che inneggiano allo stupro, al razzismo e all’antisemitismo. Poi si sono fatti scattare una foto tutti in fila e l’hanno pubblicato sui social. Per questo motivo la Questura di Udine ha deciso di chiudere per 15 giorni il Jonny Luanie, il ristorante di San Daniele dove il gruppo di giovani friulani si è presentato con le magliette incriminate e si è fatto scattare le foto. Il provvedimento arriva pochi giorni dopo la chiusura della discoteca Kursaal di Lignano(qui i ragazzi avevano prenotato il tavolo con il nominativo “Centro Stupri”).

Testo alternativo
FVG

Nulla è perduto. Da van Gogh a Monet in mostra a Illegio 10 capolavori smarriti e rimaterializzati

FRUTTO DELLA PARTNERSHIP CON SKY ARTE, CON FACTUM ARTE DI MADRID, E CON BALLANDI ARTS, L’ESPOSIZIONE SARÀ UN VIAGGIO DENTRO DIPINTI NON PIÙ ESISTENTI MA TORNATI ALLA LUCE GRAZIE ALLA TECNOLOGIA. ECCO NEL DETTAGLIO LE LORO STORIE.

https://www.artribune.com/arti-visive/2020/06/mostra-illegio-10-capolavori-smarriti/?fbclid=IwAR2jtDS_4Iwff_JyIPqy7kBZiOsTr2nb75bj7GGMZqNkV8TCv1YYF_KKuM810/10/

Scoprire la storia di un Van Gogh distrutto o di un Vermeer rubato e capire come questi capolavori “perduti” sono stati ricostruiti è alla base della mostra Nulla è perduto, in programma a Illegio, in provincia di Udine, dal 4 luglio al 13 dicembre 2020. Frutto della partnership con Sky Arte, con Factum Arte di Madrid, e con Ballandi Arts, l’esposizione sarà un viaggio dentro realtà non più esistenti, ma ancora capaci di emozionare. Verranno esposti sette capolavori inestimabili e smarriti per sempre, la cui storia è stata narrata nella serie di documentari che Sky Arte ha intitolato Il mistero dei capolavori perduti, a cura di Giovanni Troilo. Questi dipinti sono tornati alla luce grazie alle tecnologie di Factum Arte, l’organizzazione diretta da Adam Lowe a Madrid e dedicata a valorizzare l’arte con arte: a partire da una foto in bianco e nero e attraverso l’impegno di una squadra di storici, artisti, restauratori ed esperti di software 3D, le sette opere sono tornate in vita sotto forma di rimaterializzazioni, capaci di restituire ogni particolare degli originali scomparsi, compresa la tridimensionalità delle pennellate sulla superficie pittorica. Vediamo la loro storia nel dettaglio, accanto a quella di altri due casi di grande fascino, che il visitatore potrà ammirare grazie alla ricostruzione da parte di artisti contemporanei…

-Claudia Giraud PrevNext

1. JAN VERMEER – CONCERTO A TRE: RUBATO ALL’ISABELLA STEWART GARDNER MUSEUM DI BOSTON NEL 1990
Foto Concerto a tre Vermeer_Rimaterializzazione by Factum Arte

Concerto a Tre (c.1663-66) di Jan Vermeer, oltre ad essere una delle sole quaranta opere che vengono attribuite al grande maestro dell’Age d’Or olandese, è anche il più grande furto di un’opera d’arte nella storia, tanto che gli investigatori stanno ancora conducendo indagini per scoprire dove sia nascosto. Rubato all’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston nel 1990 insieme ad altre quattro opere nella sala degli olandesi e ad altre, ancora non ritrovate, è considerato il dipinto più prezioso tra quelli attualmente dispersi.

2. VINCENT VAN GOGH – VASO CON CINQUE GIRASOLI: DISTRUTTO DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE
Foto Vaso con cinque girasoli, Vincent van Gogh Rimaterializzazione by Factum Arte

Un dipinto di Vincent Van Gogh che raffigura cinque girasoli, realizzato nel 1888, viene distrutto nel 1945 durante un’incursione dell’aviazione americana in tutto il Giappone. Uno degli importanti dipinti della serie Girasoli â€“ per la precisione l’opera intitolata Vaso con cinque girasoli che si discosta dalle altre per lo sfondo blu intenso in contrasto con il giallo steso a tocchi – era stata infatti comprata da un imprenditore e poeta giapponese. Quando Ashiya (Osaka), la città del magnate giapponese, viene bombardata, il dipinto non ha scampo.

3. GUSTAV KLIMT – MEDICINA: BRUCIATO DALLE SS AL CASTELLO DI IMMENDORF NEL 1945
Foto Medicina, Gustav Klimt, Rimaterializzazione by Factum Arte

Il dipinto Medicina (1900-1907) di Gustav Klimt, raffigurante la dea della salute Igea, è commissionato per il soffitto dell’Aula Magna dell’Università di Vienna, dove però non è mai collocato perché respinto dall’ateneo. Venduto a un suo facoltoso amico pittore, Medicina viene però confiscato dai nazisti all’inizio della Seconda Guerra Mondiale che lo trasferiscono in un remoto castello austriaco con lo scopo di proteggerlo dai bombardamenti. Qui vi rimane fino a quando non è distrutto da un incendio.

4. FRANZ MARC – LA TORRE DEI CAVALLI AZZURRI: SEQUESTRATO DA HERMANN GOERING. DISPERSO DAL 1945
Foto La Torre dei Cavalli Azzurri, Franz Marc, Rimaterializzazione by Factum Arte

La straordinaria opera La Torre dei Cavalli Azzurri (1913) di Franz Marc, l’ultimo grande dipinto figurativo dell’artista prima di approdare all’astrazione, è tra i prodotti più alti del movimento Die Blaue Reiter di Monaco. Dopo la Prima Guerra Mondiale il dipinto viene acquistato dalla National Gallery di Berlino, ma nel 1937 è rimosso dai nazisti e incluso nella mostra di Arte Degenerata. Successivamente, Herman Goering â€“ il principale luogotenente di Adolf Hitler â€“ se ne impossessa, includendolo nella sua collezione privata. Da quel momento se ne perdono le tracce.

5. CLAUDE MONET – NINFEE: DISTRUTTO IN UN INCENDIO AL MOMA NEL 1958
Foto Ninfee, Claude Monet, Rimaterializzazione by Factum Arte

In quasi trent’anni Claude Monet produce oltre 250 dipinti su tele di grandi dimensioni – la serie Ninfee (1914-26) – che hanno appunto come unico soggetto lo stagno che l’artista costruisce nella sua casa a Giverny. Nel 1955 il MoMA di New York decide di comprarne un’enorme tela di circa sei metri, contribuendo a far diventare il ciclo di dipinti un simbolo dell’arte moderna. Quando nel 1958 il quadro viene distrutto da un incendio gigantesco, avvenuto durante l’orario di apertura del museo, il MoMA decide di compensare la perdita delle tele acquistando dopo solo un anno un trittico di Ninfee dal figlio di Monet.

6. TAMARA DE LEMPICKA – MYRTO: RUBATO A PARIGI DA UN GENERALE NAZISTA
Foto Myrto, Tamara de Lempicka_Rimaterializzazione by Factum Arte

Glamour e alla moda, Tamara de Lempicka Ã¨ una figura audace e fantasiosa, la cui pittura elegante e drammatica riassume su tela tutto lo spirito dell’Art Déco. Myrto (1929) – una provocatoria rappresentazione di un incontro amoroso tra due donne – è uno dei suoi dipinti più famosi, commissionato dal suo collezionista più devoto, il Dottor Pierre Boucard, un magnate dell’industria farmaceutica. Quando scoppia la Seconda Guerra Mondiale, la sua villa di Parigi viene confiscata da giovani ufficiali nazisti, uno dei quali ruba la tela nel 1943. Il dipinto, da allora, non è stato mai più ritrovato.

7. GRAHAM SUTHERLAND – SIR WINSTON CHURCHILL: DISTRUTTO PER VOLONTÀ DI LADY CHURCHILL
Sutherland Rimaterializzazione Ritratto Sir Winston Churchill

Nel 1954 Graham Sutherland, uno dei più celebri artisti inglesi, riceve dal Parlamento britannico l’incarico di ritrarre Winston Churchill durante l’ultimo anno del secondo mandato da Primo Ministro del Regno Unito: un regalo da parte dei membri di entrambe le Camere per l’80esimo compleanno del grande statista. Churchill, però, non apprezza il deciso realismo dell’opera e Lady Churchill ne ordina, così, in segreto, la distruzione.

8. CARAVAGGIO – SAN MATTEO E L’ANGELO: PERDUTO E RICOSTRUITO
Ricostruzione di San Matteo e l_angelo, Antero Kahila ,olio su tela _ Photo, Central Art Archives, Henri Tuomi

Il San Matteo e l’angelo Ã¨ una tela dipinta da Michelangelo Merisi detto Caravaggio, realizzata entro fine maggio del 1602 per la Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi a Roma. Una prima versione, però, raggiunge i Musei di Berlino nel 1815 e viene distrutta verso la fine della Seconda Guerra Mondiale nell’incendio della Flakturm Friedrichshain. L’artista Antero Kahila, di Helsinki, tra il 2003 e il 2008 compie una grande ricerca sulla tecnica e sul linguaggio di Caravaggio, per riuscire infine nell’impresa di rimaterializzare filologicamente il San Matteo perduto, con un risultato molto vicino all’originale.

9. LE VETRATE DELLA CATTEDRALE DI CHARTRES RIMATERIALIZZATE
Vetrate, insieme

Le vetrate della facciata principale della Cattedrale di Chartres non sono scomparse o distrutte, ma a causa della loro collocazione architettonica non potranno mai essere esposte in una mostra o ammirate da vicino nei dettagli. Per questo sono state rimaterializzate nel laboratorio di San Bellino di Rovigo da Sandro Tomanin e dai suoi collaboratori.

10. DUE SCULTURE LIGNEE DI DOMENICO DA TOLMEZZO PERDUTE E ORA RITROVATE
Domenico da Tolmezzo, Sculture in legno San Vito e San Maurizio

Nella mostra Nulla è perduto c’è anche l’esposizione di un’altra tipologia di opere: quelle originali, un tempo perdute e recentemente ritrovate. È il caso delle due sculture lignee intagliate e dorate da Domenico Mioni detto Domenico da Tolmezzo, raffiguranti San Vito e San Maurizio. Realizzate tra il 1492 e il 1498 proprio per l’ancona lignea della Pieve di San Floriano di Illegio, ma rubate nel 1968, sono ricomparse sul mercato antiquario a Bonn nel 2018 e ora ritornate nel loro paese d’origine.

EVENTO CORRELATO
Nome eventoNulla è perduto
Vernissage04/07/2020 no
Duratadal 04/07/2020 al 13/12/2020
CuratoreAlessio Geretti
Generidocumentaria, new media
Spazio espositivoCASA DELLE ESPOSIZIONI
IndirizzoPiazza G. B. Piemonte 1 33028 Illegio – Tolmezzo (Ud) – Illegio – Friuli-Venezia Giulia