Å elinka, una tradizionale e antica minestra … afrodisiaca di Roberto Zottar

Diffuso in tutto il Mediterraneo, da secoli il sedano è utilizzato sia come pianta medicinale sia in cucina e le varietà più impiegate sono il “sedano da costa”, l’Apium graveolens dulce, di cui si utilizzano i piccioli fogliari lunghi e carnosi, e il “sedano rapa” o sedano di Verona o Apium graveolens rapaceum, di cui si consuma la radice rotonda a polpa bianca. Un tempo si riteneva che il sedano avesse ‘mille’ proprietà ed era apprezzato per il suo intenso aroma che ne ha determinato anche la denominazione scientifica di graveolens, “molto odoroso”. Un antico proverbio recita “Se il contadino sapesse il valore del sedano, allora ne riempirebbe tutto il giardino”. La radice e il succo del sedano, per le proprietà digestive, stimolanti e antireumatiche, figuravano tra i rimedi dell’antica farmacopea. Ippocrate affermava: “Per i nervi sconvolti, il sedano sia il vostro alimento e rimedio”. Achille nell’Odissea lo usa per far guarire il suo cavallo gravemente malato. Selinunte, antica città greca in Sicilia, deve il suo nome di Selinus al sedano selvatico presente nella sua piana e poi anche sull’immagine delle sue monete. Nel Medioevo la badessa e Santa Ildegarda di Bingen lo considerava una panacea contro ogni male, afrodisiaco per eccitare i sensi e allontanare la malinconia. Le sue qualità afrodisiache erano ricordate anche da Michele Savonarola che metteva in guardia le donne caste dal mangiarlo. Nel ‘700 in Francia divenne di gran moda come stimolante erotico, crudo o cotto in un potage cremoso ideato da Madame de Pompadur contro la sua frigidità e per sensibilizzare i sensi. All’inizio dell’Ottocento il famoso gastronomo Grimod de la Reynière scriveva: “Pur perdendo, quando è cotto, una parte delle sue qualità, non si può tuttavia nascondere che il sedano sia una pianta ricca di aromi: corroborante, stimolante, eccitante e di conseguenza fortemente afrodisiaca”. Sarà forse per questo che i conigli ne sono ghiotti?Per la ricetta che vi oggi propongo quindi è una tradizionale minestra a base di sedano, la sope di sèlino o Šelinka, da ‘šelin’ – ‘sedano’ in Sloveno. Questo minestrone è presente, con ricette anche molto diverse tra loro, nelle Valli del Vipacco, del Natisone, sul Carso e sul Collio. Per realizzarla, secondo una nota Trattoria di San Michele del Carso, ammollate 250 g di fagioli secchi e sbollentate un osso di prosciutto crudo a pezzi. In un pentolone mettete 2 kg di patate, sbucciate e a tocchetti, ½ kg di sedano in foglie, i fagioli e l’osso, una crosta di formaggio, sale e peperoncino. Coprite d’acqua e fate cuocere per almeno 6 ore.

Buon Appetito!

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PROVERBIO

Il proverbio friulano della settimanadi Vita nei campi“ Se a San Maurizi al fâs seren, vintôs l’unviêr co ven” ovvero se il giorno di San Maurizio, il 22 settembre, il cielo è sereno l’inverno prossimo sarà ventoso”.

Corsi di lingua e cultura friulana con la Società Filologica

Sono aperte le iscrizioni all’edizione 2021. A Udine primo appuntamento venerdì 8 ottobre

Sono aperte le iscrizioni all’edizione 2021 dei Corsi pratici di lingua e cultura friulana, organizzati dalla Società Filologica Friulana con il sostegno dell’ARLeF. Le lezioni tratteranno grafia, grammatica e strumenti linguistici informatici.
Il corso di Udine si terrà nella sede della Società Filologica in via Manin 18. Inizierà venerdì 8 ottobre 2021 alle ore 17 e proseguirà per 11 lezioni settimanali (di cui tre da 2 ore e otto da 2 ore e mezza). Il docente sarà il dott. Flavio Vidoni. Al termine del corso sarà rilasciato un attestato di frequenza a chi avrà partecipato ad almeno il 70% delle ore di lezione. L’attestato costituisce titolo culturale per accedere alla Lista regionale degli insegnanti con competenze di lingua friulana.

Il corso è gratuito e aperto a tutti gli interessati. Iscrizioni fino ad esaurimento dei posti disponibili. Necessario il Green Pass.

Altri corsi sono in partenza in vari Comuni del Friuli. Per informazioni ed iscrizioni rivolgersi all’Ufficio Formazione della Società Filologica (tel. 0432 501598 int. 3 – formazione@filologicafriulana.it), o consultare il sito http://www.filologicafriulana.it (sezione Lingua Friulana – Corsi pratici).https://www.ilfriuli.it/articolo/tendenze/corsi-di-lingua-e-cultura-friulana-con-la-societa-filologica-/13/252100

Slovenia, Croazia: filo spinato

La regista croata Tiha K. Gudac

“Mi chiedono ‘sei pro o contro l’immigrazione?’, ma la domanda non ha senso, non c’è da essere pro o contro, l’immigrazione esiste. Piuttosto, bisogna scegliere come gestirla”. Un’intervista a Tiha K. Gudac, regista del documentario Å½ica, filo spinato

24/09/2021 –  Giovanni Vale

«Žica  Â», letteralmente “filo spinato”, è il secondo documentario della regista croata Tiha K. Gudac (classe 1982). Dopo aver esordito nel 2014 con «Goli», che ripercorre la storia del nonno internato a Goli Otok, Gudac si occupa questa volte del filo spinato che il governo sloveno ha posizionato sul confine tra Croazia e Slovenia e sull’impatto che questo nuovo muro ha sulle comunità locali. Il film è parte del progetto «Borderline» prodotto da Off World  e dedicato a diversi confini europei, raccontati attraverso sei documentari. Žica, uscito nel 2021, ha vinto il premio “Menzione speciale” al RAFF – Rab Film Festival.

Com’è nata l’idea di un film sul filo spinato tra Slovenia e Croazia?

Tutto è iniziato nel 2016, quando si è sviluppato il progetto «Borderline», con l’obiettivo di realizzare una serie di documentari sulle frontiere dell’Unione europea. Io ho proposto il confine croato-sloveno e realizzato un primo trailer. Allora c’era qualcosa di davvero macabro nel paesaggio: le autorità slovene avevano posto a terra dei rotoli di «nastro spinato» (razor wire), che è molto più tagliente del normale filo spinato e può incidere la carne fino all’osso. Per questo, si trovavano molti animali morti lungo il confine. La mia idea è stata selezionata e le riprese sono iniziate nel 2019.

Qual è la situazione al confine croato-sloveno oggi?

Festival

Il Festival del cinema di Rab  (RAFF) è arrivato nel 2021 alla sua terza edizione. Organizzato con lo slogan “Budi glas istine” (Sii la voce della verità), il festival diretto dal giornalista croato Robert Zuber porta sul grande schermo e nel contesto estivo dei cinema all’aperto dell’isola di Arbe (Rab) dei documentari impegnati e lungometraggi provenienti dai Balcani e non solo. Quest’anno il premio della giuria è andato a Murina di Antoneta Alamat Kusijanović, mentre quello del pubblico a Lihar (Loan Shark) di Nemanja Ćeranić. Å½ica ha ricevuto una menzione speciale.

I rotoli di nastro spinato sono stati sostituiti con una recinzione sulla quale è stato collocato il filo spinato. La barriera è più lunga e più resistente, ma perlomeno meno pericolosa per chi ci cammina vicino.

Nel tuo documentario ti concentri sulle conseguenze che il filo spinato ha nella vita quotidiana di chi ci vive vicino. Da dove sei partita?

Mi sono concentrata sull’area attorno al fiume Kupa (Kolpa, in sloveno) che divide i due paesi, in particolare, la zona di Petrina (Slovenia) e Brod na Kupi (Croazia). Si tratta di una regione che in Croazia è nota con il nome di Gorski Kotar e dove si registrano gli inverni più rigidi, secondi solo a quelli del monte Velebit. Date queste difficili condizioni di vita, la popolazione locale si è unita, da un lato all’altro del confine, e oggi rappresenta un’unica comunità in cui si parla sia sloveno che croato, e anche una terza lingua dialettale, che è un miscuglio delle prime due.

L’impressione che si ha, guardando il tuo film, è che l’armonia locale sia stata distrutta da un’agente esterno…

È così, non si tratta di un’esagerazione. Penso alla storia di Zlatko, uno dei protagonisti del documentario. Lui vive sul lato croato del fiume, ma siccome in quel punto non c’è una strada, lui attraversa la Kupa con una piccola barca per fare la spesa o cercare ciò che gli serve dal lato sloveno del fiume. Tanti altri, invece, hanno la casa da un lato e i campi dall’altro e quindi utilizzano i piccoli ponti per andare dall’altra parte. Ecco, con l’arrivo del filo spinato sono stati chiusi tutti i valichi minori e ora le persone devono fare a volte un giro di 40 km per arrivare dall’altra parte.

An image from «Žica», a documentary by Croatian director Tiha K. Gudac

An image from «Žica», a documentary by Croatian director Tiha K. Gudac

C’è una bella scena nel film, in cui si vede la polizia locale mentre cerca di convincere gli abitanti della necessità del filo spinato…

Tutti i protagonisti del film si trovano in una situazione in cui non vorrebbero essere. I poliziotti sono persone del luogo che hanno trovato un lavoro sicuro e stabile in un’area in cui non ci sono fabbriche o grandi imprese. Ora si ritrovano a dover posizionare filo spinato e fare respingimenti illegali. La popolazione locale, naturalmente, non ne vuole sapere del filo spinato, perché separa le comunità, impedisce agli animali di raggiungere il fiume ecc. I migranti, infine, arrivano dall’altro capo del mondo e cercano di sopravvivere e di attraversare il confine.

Il film segue anche le vicende di Omar e Mohammed, due migranti che dalla Bosnia Erzegovina cercano di raggiungere l’Italia. La loro testimonianza dei respingimenti è molto forte…

Mi ricordo un giorno, durante le riprese, quando ci siamo messi a chiacchierare a Velika Kladuša (Bosnia Erzegovina), facendo finta di avere una conversazione normale. Uno di loro mi ha chiesto quali fossero i miei hobby e quand’è venuto il suo turno ha detto: “Io cammino per la Croazia finché non mi riportano di qua”. Hanno provato ad arrivare in Slovenia 10–15 volte e ogni volta sono stati picchiati e respinti. Il comportamento violento della polizia croata non è solo inaccettabile perché viola i diritti umani di queste persone ma, se vogliamo, è anche irresponsabile nei confronti dei cittadini europei, perché traumatizza delle persone che poi arriveranno in Europa, cariche di paura e di rabbia.

Che idea ti sei fatta del modo in cui i governi europei stanno rispondendo alla questione migratoria?

Ho l’impressione che non si voglia vedere la realtà. Si parla di “crisi”, quando in verità le migrazioni non sono un fenomeno passeggero, ma che anzi durerà e, temo, peggiorerà nei prossimi anni. Il focus del mio film era il filo spinato ma inevitabilmente si è allargato all’immigrazione e mi sono resa conto che sul tema la gente ha una visione in bianco e nero. Mi chiedono “sei pro o contro l’immigrazione?”, ma la domanda non ha senso, non c’è da essere pro o contro, l’immigrazione esiste. Piuttosto, bisogna scegliere come gestirla. E siccome si tratta di un fenomeno complicato, serve una risposta articolata e non semplice come un muro o una barriera di filo spinato, che in ultima istanza non serve a nulla.

An image from «Žica», a documentary by Croatian director Tiha K. Gudac

An image from «Žica», a documentary by Croatian director Tiha K. Gudac

Il tuo film è già stato presentato in diversi festival in Germania e nei Balcani. Quali sono state le reazioni finora?

Il pubblico ne è stupito, perché si parla di luoghi familiari, molto vicini. In Slovenia, tuttavia, il film non è ancora stato proiettato, lo sarà a breve al festival del cinema di Portorose. Ma per quanto riguarda i respingimenti o la violenza sui migranti in generale, non mi sembra che ci sia un vero dibattito pubblico. Ci sono tante inchieste, pubblicazioni, ma quando si guarda alle dichiarazioni dei responsabili politici, c’è solo negazione. E mi dispiace, vorrei che la società reagisse di più, perché altrimenti finisce che ci si abitua pian piano a tutto, come al filo spinato davanti alla propria casa. E se guardiamo agli ultimi dieci anni in Europa, con la scusa del male minore o del male necessario, ci siamo in realtà abituati all’avanzata del fascismo.

https://www.balcanicaucaso.org/aree/Croazia/Slovenia-Croazia-filo-spinato-212734

ALLA MIA NAZIONE

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico
ma nazione vivente, ma nazione europea:
e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,
governanti impiegati di agrari, prefetti codini,
avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,
funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,
una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!
Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci
pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,
tra case coloniali scrostate ormai come chiese.
Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,
proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.
E solo perché sei cattolica, non puoi pensare
che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.
Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

Tutte le poesie (Mondadori, 2003)

Pier Paolo Pasolini

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OMBRE di Pierluigi Cappello

Sono nato al di qua di questi fogli
lungo un fiume, porto nelle narici
il cuore di resina degli abeti, negli occhi il silenzio
di quando nevica, la memoria lunga
di chi ha poco da raccontare.
Il nord e l’est, le pietre rotte dall’inverno
l’ombra delle nuvole sul fondo della valle
sono i miei punti cardinali;
non conosco la prospettiva senza dimensione del mare
e non era l’Italia del settanta Chiusaforte
ma una bolla, minuti raddensati in secoli
nei gesti di uno stare fermi nel mondo
cose che avevano confini piccoli, gli orti poveri, le cataste
di ceppi che erano state un’eco di tempo in tempo rincorsa
di falda in falda, dentro il buio. E il gatto che si stende
in questi posti, sulle lamiere di zinco, alle prime luci
di novembre, raccoglie l’aria di tutte le albe del mondo;
come i semi dei fiori, portati, come una nevicata leggera
ho sognato di raggiungere i miei morti
dove sono le cose che non vedo quando si vedono
Amerigo devoto a Gina che cantava a voce alta
alla messa di Natale, il tabacco comprato da Alfredo
e Rino che sapeva di stallatico, uomini, donne
scampati al tiro della storia
quando i nostri aliti di bambini scaldavano l’inverno
e di là dalle montagne azzurrine, di là dai muri
oltre gli sguardi delle guardie confinarie
un odore di cipolle e di industria pesante premeva,
la parte di un’Europa tenuta insieme
da chiodi ritorti e bulloni, martelli e chiavi inglesi.
Il futuro non è più quello di una volta, è stato scritto
da una mano anonima, geniale
su di un muro graffito alla periferia di Udine,
il futuro è quello che rimane, ciò che resta delle cose convocate
nello scorrere dei volti chiamati, aggiungo io.
E qui, mentre intere città si muovono
sulle piste ramate degli hardware
e il presente irrompe con la violenza di un tavolo rovesciato,
mio padre torna per sempre nella sua cerata verde
bagnata dalla pioggia e schiude ai figli il suo sorridere
come fosse eternamente schiuso.
Se siamo ancora cosa siamo stati,
io sono lo stare di quell’uomo bagnato dalla pioggia,
che portava in casa un odore di traversine e ghisa
e, qualche volta, la gola di Chiusaforte allagata dall’ombra
si raduna nei miei occhi da occidente a oriente, piano piano
a misura del passo del tramonto, bianco;
e anche se le voci del mondo si appuntiscono
e qualcosa divide l’ombra dall’ombra
meno solo mi pare di andare, premendo un piede
dopo l’altro, secondo la formula del luogo,
dal basso all’alto, seguendo una salita.

Azzurro elementare. Poesie 1992-2010 (BUR Rizzoli, 2013)

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SLAVIA: La Slavia italiana, dalla Puglia al Friuli

La presenza di popolazioni slave in Italia non è recente, esse sono parte integrante del nostro paese da secoli, giunte sulla scorta delle grandi migrazioni che nel VII secolo le portarono dalla Polonia e della Germania fino ai Balcani. La direttrici della penetrazione slava in Italia sono due, una marittima (dall’Adriatico e dall’Egeo verso la Puglia e la Sicilia) e una terrestre, dall’attuale Slovenia al Friuli e al Veneto.

Gli slavi in sud Italia

Risale al 926 un documento che attesta con l’appellativo di Å¾upan (vale a dire “signore”, in serbo) il reggente della città di Vieste. A Palermo, fino al 1090, quando ebbe termine la dominazione araba sull’isola, esisteva una “via slava”, a render conto della presenza di quella comunità in città. Già nel VII secolo si assistette a migrazioni dalla Dalmazia, sovente associate ad atti pirateschi, e di proto-bulgari nelle Marche. Tuttavia la presenza slava nell’Italia meridionale non è stata durevole essendo legata alle fortune degli stati slavi balcanici e in particolare alla Repubblica di Ragusa, la “quinta repubblica marinara”, la cui influenza commerciale si estendeva dalla Dalmazia alla Puglia alla Sicilia.

La “slavia” friulana

Destinata a lasciare un segno duraturo è invece stata la migrazione degli slavi nell’Italia settentrionale, in Friuli e Veneto. E’ probabile che il loro arrivo in Italia abbia seguito la rotta tracciata dai Longobardi i quali, nella loro spinta verso occidente, lasciarono libere alcune regioni orientali che gli slavi ripopolarono complice anche la fuga della popolazione autoctona. Si stanziarono così nell’attuale Friuli e nel Veneto, lungo il corso del fiume Natisone che collegava Aquileia, sede di un importante patriarcato, all’Europa centrale.

La prima attestazione certa della presenza slava in Italia è fornita dall’Historia Langobardorum di Paolo Diacono che narra della battaglia di Broxas (oggi Porta Brossana, presso Cividale del Friuli). Qui, nel 664 circa, le popolazioni slave stanziate nei territori circostanti tentarono la conquista di Cividale approfittando dell’assenza del duca longobardo Vetteri. Paolo Diacono ricostruisce la vicenda che portò alla battaglia e alla sconfitta degli slavi i quali, in massima parte, fuggirono nelle valli da cui erano discesi. Al di là del fatto storico, la testimonianza di Paolo Diacono ci consente di datare la presenza slava in Italia. La popolazione slava non lasciò traccia di una cultura propria avendo probabilmente abbracciato fin da subito la religione cristiana ed essendosi assimilati alla popolazione locale. Se così fosse, gli slavi italiani sarebbero stati i primi a convertirsi al cristianesimo. Solo la lingua rimase, non sappiamo in che misura, elemento distintivo delle comunità slave.

Altri insediamenti slavi vennero favoriti, nel X secolo, dal patriarcato di Aquileia che aveva necessità di ripopolare le proprie terre a seguito delle invasioni ungare. Fu così che genti slave furono invitate a stanziarsi nelle valli del Torre e dello Judrio e nella val di Resia. Il relativo isolamento e la distanza dalle altre terre slave  portò questi nuovi immigrati a una rapida assimilazione. Al secolo XI risale invece la presenza slava nel Collio dove, grazie al diretto contatto con le popolazioni slave stanziate nell’attuale Slovenia, gli slavi riuscirono a mantenere una propria identità linguistica e culturale.

Gli slavi ai tempi delle Serenissima

La presenza slava doveva comunque essere numericamente consistente se, allorché la regione fu conquistata dalla Repubblica di Venezia, fu concesso agli “schiavoni” un particolare statuto civile che li esentava dagli obblighi militari e accordava privilegi fiscali e amministrativi. E’ possibile che il termine “schiavone”, che come sappiamo divenne un etnonimo diffuso per definire le genti slave, avesse un’accezione estensiva e si applicasse anche a coloro che non erano slavi. Durante la Serenissima la presenza slava in Veneto e Friuli fu favorita dai commerci che collegavano le coste della Dalmazia, Venezia e Padova. Toponimi che ricordano la presenza slava sono diffusi in tutto il Veneto ma non tutti sono da ricondurre alla presenza di genti slave: le “porte schiavone” che restano nella toponimia locale erano spesso i luoghi del commercio degli schiavi che, nel basso Medioevo, erano in buona misura slavi fatti prigionieri nell’Egeo, in Grecia e nei Balcani.

Gli slavi friulani, sloveni o beneciani?

La sorte della “slavia” italiana seguì quella della Serenissima e, nel 1797, con il passaggio della Repubblica di Venezia all’Impero asburgico, gli slavi si trovarono a far parte di un “commonwealth” che comprendeva altre nazioni slave. Venne così l’età dei Risorgimenti, quello italiano ma anche quello sloveno, croato e serbo. Le nazioni slave riscoprivano la propria storia e rivendicavano l’indipendenza dai grandi imperi. In Slovenia, e non senza difficoltà, si affermò un modello linguistico ed estetico che portò alla prima codificazione dello sloveno. Nel 1808, anche grazie all’occupazione delle truppe napoleoniche, a Lubiana venne data alle stampe la prima grammatica slovena e accanto alle istanze culturali procedono quelle politiche. Sarà solo con la fine della Prima guerra mondiale e la caduta dell’Impero austro-ungarico, che gli sloveni troveranno una via per l’indipendenza entrando a far parte del Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, nucleo della futura Jugoslavia.

La nuova mappa del mondo lasciava però il 30% della popolazione slovena al di fuori dei confini del nuovo stato. Quelli residenti nei territori giuliani, friulani e veneti passarono allo stato italiano. Resta tuttavia controverso se quelli della “slavia” italiana siano da considerarsi sloveni oppure se si tratti di un gruppo autonomo, che con le vicende slovene ha poco a che spartire. In soccorso ci vengono i linguisti che, attraverso il metodo comparativo, hanno stabilito che la lingua slava parlata ancora oggi nella “slavia” italiana sia una variante dello sloveno e non una lingua slava evolutasi in modo indipendente dalla comune lingua protoslava. E così è venuta la recente legge di tutela della minoranza slovena in Italia (l. 38/01) che ne ha riconosciuto la presenza storica e i diritti fondamentali. Resta tuttavia chi si oppone a questo tipo di lettura e rivendica l’antichità dello “slavo del Natisone” e ritiene che gli slavi italiani non siano sloveni, da qui l’invenzione del nome “beneciani” per distinguerli dai cugini sloveni. “Beneciano” è un termine che deriva dallo slavo “Benečija”, ovvero Venezia: slavi veneziani, quindi.

Una convivenza da riscoprire

Le relazioni tra comunità slava e italiana non è sempre stata pacifica. Le persecuzioni antislave operate dal fascismo, la vendetta delle foibe, e le tragedie della Seconda guerra mondiale hanno tracciato un solco profondo tra le due comunità. La presenza slava in Friuli e nell’area giuliana fu occasione per rivendicare alla Jugoslavia quelle terre e durante la guerra partigiana non mancarono atrocità come quella, nota, di PorzûsAncora oggi la memoria su quei fatti è oggetto di divisioni e strumentalizzazioni politiche. Tuttavia la presenza slava in Italia è millenaria ed è sempre stata una convivenza pacifica, riscoprirla nella sue radici può forse aiutare a superare i traumi più recenti. 

https://www.eastjournal.net/archives/58422

Faggete d’autunno e foliage nella Valle dei Musi — Marta Pieri – Guida Naturalistica

Con l’arrivo dell’autunno il bosco cambia nei colori e abitudini degli animali che ci vivono e non poteva mancare un’escursione naturalistica dedicata al foliage! Cammineremo su facili sentieri attraversando diversi ambienti della valle dei Musi e ammireremo le diverse sfumature dei colori autunnali. Parleremo anche di fauna selvatica, ed in particolare di come gli abitanti […]

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Intercultural Playback Theatre, è in pieno svolgimento in Carnia il nuovo progetto ERASMUS+ promosso dall’APS KLARIS — APS KLARIS

Il conto alla rovescia è finito e da lunedì 20 settembre è in pieno svoglimento, presso il Villaggio EFA Bella Italia di Plans di Luze/Piani di Luzza, il nuovo progetto di scambio internazionale giovanile realizzato dall’associazione di promozione sociale e culturale APS KLARIS. Si intitola Intercultural Playback Theatre. Training course on oncreasing softs skills for […]

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