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L’AMORE SUI MONUMENTI DI AQUILEIA

Amici miei… Aquileia non è mica Pompei o Ercolano con le sue pitture, con i graffiti in quantità che incisi sulle pareti tanto ci apprendono della vita festaiola e gaudente e intima di queste due cittadine. Esse si beavano nell’incanto del golfo partenopeo e trascorrevano giorni placidi, tranquilli in cui i piacere e i divertimenti e gli amori avevano non piccola parte.Non già che Aquileia fosse un romitorio, un monastero di cenobiti: basti dire che essa era un grande porto, e tutti mi comprendono, chè immediati si affacciano al riguardo i confronti con i porti dio mare nazionali e stranieri e con la loro meno buona fama, ma i problemi che nella città fortificata si presentavano agli abitanti, qui in prossimità dei confini e delle minacce che esse troppo spesso in sé contenevano o preannunziavano imponevano ovviamente un altro tenore di vita, più serio, più controllato.

Amore e Psiche che si baciano

Ecco qui il gruppo marmoreo, un po’ malconcio ma gli altri marmi di Aquileia con lo stesso soggetto non eccellono per conservazione migliore, di Amore e Psiche che affettuosamente e insieme puramente si baciano e si abbracciano.Non c’è nel gruppo nulla della commovente storia dei due amanti quale è deliziosamente sviluppata nel romanzo LE METAMORFOSI dell’africano Apuleio, romanzo che più comunemente, ancorché meno esattamente, va sotto il nome de L’ASINO D’ORO..Ma ritornando al marmo mi piace ripetere che il bacio delle due creature è più pieno di grazia e di casti sensi; infatti i loro corpi sono staccati, non si toccano, i due innamorati sono spiritualmente non carnalmente uniti.E qui mi sia consentita una digressione.La cultura in esame cioè mi trae a rammentare la partecipazione di matrimonio che un amico archeologo ebbe a mandarmi qualche decennio fa.Essa diceva… “Eros et Psiche nos coniunxerunt” . Cioè queste nostre nozze sono dovute all’Amore e alla Psiche, dunque non solo all’attrazione fisica reciproca poiché se l’amore, e così lo celebra anche il “Convito” di Platone, è desiderio delle cose belle, esso non può esaurirsi nella materialità ma deve elevarsi fino al bello spirituale assoluto che è splendore duraturo, eterno di ogni perfezione.Questo voleva significare la frase riferita onde anche Psiche li aveva uniti, ossia l’anima in una reciproca comprensione, in un’intesa concorde forgiata dallo spirito la quale sola può garantire la vera felicità..Un altro bassorilievo ancora mi ha stupito vivamente attratto qui al Museo di Aquileia.E’ quello di un sarcofago che come dalla breve epigrafe sul listello di uno dei fianchi celebrava il bel mito di Admeto e Alcesti.La fiaba la credo troppo nota perché io abbia a dilungarmi onde mi limito a brevi cenni.L’oracolo di Delfo con un suo responso ha predetto che il re Admeto dovrà morire entro tre giorni se non trova qualcuno disposto a sostituirsi a lui, pronto a sacrificarsi per lui..Ma né congiunti né amici, né cittadini né schiavi, e nemmeno i suoi già vecchi genitori si mostrano inclini a rinunziare alla vita, cui tutti si rivelano attaccatissimi, al fine di garantire la continuazione dell’esistenza di Admeto.Non così Alcesti, la fedele, devota sua giovane sposa. Qui essa, a sinistra del riguardante ritta in piedi, in atteggiamento di mestizia, come anche dal peplo tratto sul capo e dalla mano portata al mento, semplice e raccolta, si accomiata dal mondo dei vivi per il bene, per l’avvenire del suo sposo regale reprimendo il santo affetto che essa sente per le sue due creature.Di fronte a lei, a destra, Ermes, psicopompo, deputato dunque ad accompagnare le anime nel mondo di là, che con gesto misurato, ma chiaro e manifesto indica ad Alcesti di seguirlo ormai nel gran viaggio da cui non vi ha più ritorno, viaggio che lo porterà dalla gioconda luce del sole al regno delle tenebre, al mondo delle ombre inconsolabilmente tristi, come anche dal noto rimpianto che esprime Achille nell’incontro con Ulisse disceso nell’Ade.

Euripide nella sua famosa tragedia “Alcesti” immagina poi, di fronte a sì iniquo destino e all’immenso spirito di sacrificio di quella sposa ideale, che Eracle il gran benefattore in fondo dell’umanità come dalle fatiche da lui sostenute, riesca indi a strappare Alcesti alla morte, all’Averno e a ricondurla al marito, ai figli, a quella luce di cui tutti siamo avidi e che è grande coefficiente della gioia del vivere.

STATUA DI AFRODITE – I secolo d.C.
Museo Archeologico Nazionale 
Aquileia

.Ho qui sul mio tavolo un frammentino di cotto, oh… una cosa apparentemente da nulla, raccolta da un mio amico aquileiese, al quale nel suo attento girovagare per i campi da agricoltore appassionato e intelligente quale egli è, nessuna anticaglia sfugge, anche se frammista alla terra, poiché egli rivela in materia un occhio esercitatissimo ed acutissimo…Non vi rimangono che due volti, cioè quello di un satirello riconoscibili come tale dalle orecchie puntute e dalla corona di edera in testa, ed il visino di una ninfa.Infatti l’amore dei satiri e di tutta la famiglia relativa si svolgeva essenzialmente alle ninfe che essi rincorrevano e inseguivano per le foreste, su per i monti e per i prati.Ecco, egli l’ha raggiunta, l’ha stretta fra le sue braccia, ed ella si lascia stringere come appare dal bacio ardente che suggella le loro bocche.

Il piccolo gruppo è modellato con cura. Il formatore è giunto a rendere lo struggente amore di questi esseri che la fantasia ellenica voleva viventi o, meglio, vaganti in una libertà assoluta a godersi la natura sì ma anche a sollazzarsi nel gaudio quasi selvaggio delle loro avventure amorose.

Donna e la sua anima – Museo Archeologico Nazionale Aquileia

.Si fa qui ammirare – e la osservano con vivo compiacimento i tanti visitatori del Museo – la elegantissima “Julia Donace, la conturbernalis”, cioè la compagna o l’amica di Quinto Cerrinio Corinto.Egli la volle effigiata sul fianco della grande ara funeraria da lui dedicata in primo luogo al suo patrono, un legionario defunto in Aquileia.Nel simpatico bassorilievo la gentile figura dell’amica è quasi integra, anche se ha sofferto un po’ nella boccuccia che un malaccorto restauro ha ancor più alterato.Il vedovato amante ha voluto che lo scultore gli rappresentasse la sua diletta come egli era solito vederla ogni giorno, piena di attrattiva nel suo vestire semplice ma di schietto buon gusto che ne fasciava la maliosa figura mettendo in risalto le belle forme; l’acconciatura poi è civettuola a onde e con un filare di riccioletti che le recinge a mo’ di corona la fronte mentre due ricci maggiori scendono ai lati delle orecchie e la massa dei capelli si raccoglie in una treccia pendula sulla nuca.Una mano, la sinistra, con gesto convenzionale solleva un lembo della gonna, l’altra non poteva restare inerte, né si poteva farle tenere la mela come si vede spesso in quelle figure che rappresentano donne regolarmente coniugate.Ed allora ecco il ventaglio rotondo nella destra alzata, ventaglio di sapore moderno, che le avrà tenuto compagnia nelle sue passeggiate estive in sulla sera lungo i portici colonnati del Foro di Aquileia – una specie di “Procuratie” avanti lettera – a godersi la ricca esposizione dei gioielli, delle gemme, delle meraviglie che le botteghe all’insegna della città di Roma come da un “negotiator margaritarum” cioè di prole, “ab Roma”, città fastose orientali mettevano in bella mostra..Ho lasciato per ultimo un monumento senza pregi artistici di sorta, esso infatti recava la sola iscrizione con l’espressa indicazione però che la dedica era fatta alle deità dei trapassati.Eppure io penso che principalmente per il testo dell’epigrafe che deve essere tanto piaciuto, qualche amatore si sia quasi innamorato del monumento al punto da portarselo via sì che non abbiamo la minima idea dove esso sia finito, dove cioè si trovi oggi.L’ultima notizia infatti che ne resta è del 17° secolo..Trascrivo anzitutto il testo della lapide da datarsi al 1° o 2° secolo dell’impero romano..“ANICIA P. L. GLVCERA, fui. Dixi de vita mea satis fui provata quae viro placui bono qui me ab imo ordine ad summum perduxit honorem”..Parafrasiamo queste parole che si direbbero sgorgate e dettate invero dal cuore..“Io sono stata Anicia Glucera – Glucera è vocabolo greco e significa Dolce, Soave – ché ora non lo sono più. Ma per quel che concerne la mia vita terrena posso dire schiettamente di essere vissuta abbastanza, essendo stata apprezzata altamente dal mio buon marito che mi volle tanto bene e cui tanto piacqui. Egli infatti mi trasse dall’infima condizione sociale in cui mi trovavo – parole che stanno a significare che ella era nata schiava, come è attestato del resto pure dal nome greco – onorandomi in massimo grado con l’introdurmi nell’illustre e celebre famiglia degli Anicii”..Gli Anicii sono cioè documentati anche da altre epigrafi aquileiesi e la loro gente si sarebbe elevata, anche per sensi di fede, su tante altre agli inizi del Cristianesimo..Fra le numerose lapidi sepolcrali di Aquileia antica è questa una delle più sentite e più affettuose che ci sia stata tramandata: per essa dopo duemila anni Anicia Glucera, la sposa fedele, che io immagino bella e soffusa di grazia, vive ancora nei cuori di quanti, uomini e donne sono sposi fedeli, devoti, onde il “jugum dilectionis”, il giogo, come dice la Chiesa, dell’amore, diviene lieve, giocondo, trasformandosi in un nodo di felicità perenne..

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.Ed infine a mo’ di appendice un singolare monumento aquileiesi.Esso ci ricorda certo Albio Vitale che appare in bassorilievo, togato sul fianco destro dell’ara.Sennonché egli era uno scapolo impenitente e il sepolcro gli è stato dedicato da un amico il quale non sapendo, come riempire, cioè che cosa raffigurare sull’altro fianco del monumento poiché il nostro signor Vitale non aveva né moglie né amiche, pensò bene di metterci una danzatrice orgiastica che come tale rientra nel ciclo di Dionisio Zagreo, il dio dei vivi e dei morti, onde la figura vuole rendere le gioie che si aspettano gli eletti nel al di là.L’idea della morte è significata da lei con delle spighe che ella tiene nella destra alzata.

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Valli del Natisone: 10 cose da fare per innamorarsi del confine orientale del Friuli — Ritagli di Viaggio

Cosa vedere e cosa fare nelle Valli del Natisone in Friuli Venezia Giulia? Ecco 13 luoghi che amo tra natura, cultura, storia e gastronomia L’articolo… 22 altre parole

Valli del Natisone: 10 cose da fare per innamorarsi del confine orientale del Friuli — Ritagli di Viaggio
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da Vita nei Campi

L'immagine può contenere: spazio all'aperto e acqua

La “magnifica” trota friulana_di Adriano Del Fabro

Tra i documenti sulla trota più significativi dell’Ottocento, vanno ricordati i Bullettini dell’Associazione Agraria Friulana. La Commissione di esperti incaricata di studiare la convenienza dell’avvio della piscicoltura nell’udinese scrive che: “La trota è quello che meglio rimunera delle cure prodigategli. L’allevamento delle trote in grande e in luoghi liberi da noi non può farsi proficuamente che nei siti privilegiati, ove la freschezza delle acque e la natura sassosa del fondo non offrono comodità di vita ai pesci voraci naturali nemici delle trote”. L’Associazione, era molto impegnata nella promozione della troticoltura anche in chiave di fornitura di cibo antipellagra. Anche la Provincia di Udine, nel 1931 osservava che la carne della trota era ottima e, perciò, ne consigliava l’allevamento, specie della varietà iridea.L’almanacco ”Avanti cul brun” del 1935, descrive “speciali” le trote del Livenza.Nel pordenonese, le sperimentazioni ripresero a cavallo tra le due guerre e, verso il 1940, se ne fecero carico due allevatori di Lestans e di Pasiano di Pordenone. Negli anni ’Cinquanta, secondo quanto riferisce Mario Renzi, le trote dell’Isonzo erano tra le più apprezzate della regione. Nel 1960, Emilio Sartorelli fa una descrizione particolareggiata dei pregiati salmonidi presenti nelle acque regionali.A partire dagli anni Sessanta, la troticoltura friulana visse uno straordinario sviluppo che durò ininterrottamente per oltre trent’anni. Se nel 1955, in regione, erano attivi solo quattro allevamenti, nel 1983 se ne contavano 98. Il protagonista del fortunato romanzo del 1991 di Sergio Maldini: “La casa a Nord Est”, un giornalista romano in fuga dalla capitale, assapora con gusto frico e trote affumicate in una trattoria sulle rive dello Stella, a Sterpo. Alla ricerca della pace interiore, si dedica a “pescare trote, laggiù, nei fiumi limpidi della Bassa”.Dall’anno 2000, la trota affumicata di San Daniele è inserita nell’Elenco regionale dei prodotti agroalimentari tradizionali. Nell’aprile del 2009 si è costituita, a Udine, l’Associazione allevatori di trota friulana. Trote e salmerini del Friuli Venezia Giulia, dal 2013, possono pure fregiarsi del marchio di qualità regionale AQuA, garantito dall’Ersa.Alla trota friulana sono dedicate una decina di sagre, mentre sono una cinquantina i luoghi della ristorazione dove questo pesce viene proposto in mille modi e ricette. Non è solo la freschezza a funzionare da stimolo per operatori e consumatori, ma anche le tante preparazioni che gli stessi allevatori e trasformatori sono in grado di eseguire e porre in vendita direttamente. Ciò ha reso il consumo della trota molto più popolare.

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da favole al telefono

Il cacciatore sfortunato

Il cacciatore sfortunato

Prendi il fucile, Giuseppe, prendi il fucile e vai a
caccia, – disse una mattina al suo figliolo quella donna. –
Domani tua sorella si sposa e vuol mangiare polenta e
lepre.
Giuseppe prese il fucile e andò a caccia. Vide subito
una lepre che balzava da una siepe e correva in un campo.
Puntò il fucile, prese la mira e premette il grilletto. Ma il
fucile disse: Pum!, proprio con voce umana, e invece di
sparar fuori la pallottola la fece cadere per terra.
Giuseppe la raccattò e la guardava meravigliato. Poi
osservò attentamente il fucile, e pareva proprio lo stesso
di sempre, ma intanto invece di sparare aveva detto:
Pum!, con una vocetta allegra e fresca. Giuseppe scrutò
anche dentro la canna, ma com’era possibile, andiamo,
che ci fosse nascosto qualcuno? Difatti dentro la canna
non c’era niente e nessuno.

E la mamma che vuole la lepre. E mia sorella che
vuol mangiarla con la polenta…
In quel momento la lepre di prima ripassò davanti a
Giuseppe, ma stavolta aveva un velo bianco in testa, e dei
fiori d’arancio sul velo, e teneva gli occhi bassi, e
camminava a passettini passettini.

Toh, – disse Giuseppe, – anche la lepre va a sposarsi.
Pazienza, tirerò a un fagiano.
Un po’ più in là nel bosco, difatti, vide un fagiano che
passeggiava sul sentiero, per nulla spaventato, come il
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GIANNI RODARI
primo giorno della caccia, quando i fagiani non sanno
ancora che cosa sia un fucile.
Giuseppe prese la mira, tirò il grilletto, e il fucile fece:
Pam!, disse: Pam! Pam!, due volte, come avrebbe fatto
un bambino col suo fucile di legno. La cartuccia cadde in
terra e spaventò certe formiche rosse, che corsero a
rifugiarsi sotto un pino.

Ma benone, – disse Giuseppe che cominciava ad
arrabbiarsi, – la mamma sarà contenta davvero se torno
col carniere vuoto.
Il fagiano, che a sentire quel pam, pam, si era tuffato
nel folto, ricomparve sul sentiero, e stavolta lo seguivano
i suoi piccoli, in fila, con una gran voglia di ridere
addosso, e dietro a tutti camminava la madre, fiera e
contenta come se le avessero dato il primo premio.

Ah, tu sei contenta, tu, – borbottò Giuseppe. – Tu ti sei
già sposata da un pezzo. E adesso a che cosa tiro?
Ricaricò il fucile con gran cura e si guardò intorno. C’era
soltanto un merlo su un ramo, e fischiava come per dire:
«Sparami, sparami».
E Giuseppe sparò. Ma il fucile disse: Bang!, come i
bambini quando leggono i fumetti. E aggiunse un
rumorino che pareva una risatina. Il merlo fischiò più
allegramente di prima, come per dire: «Hai sparato, hai
sentito, hai la barba lunga un dito».

Me l’aspettavo, – disse Giuseppe. – Ma si vede che
oggi c’è lo sciopero dei fucili.

Hai fatto buona caccia, Giuseppe? – gli domandò la
mamma, al ritorno.

Sì, mamma. Ho preso tre arrabbiature belle grasse.
Chissà come saranno buone, con la polenta.

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Alpi carniche

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LE ALPI CARNICHE SU RAI 3
Orgogliosi di questo lavoro vi consigliamo di non perdere il documentario “Da Passo Monte Croce Carnico a Passo Pramollo – Luoghi, storie e abitanti delle Alpi Carniche” che andrà in onda su:
RAI 3 FVG (canale 3 DT) domenica 4 ottobre alle ore 10.30
RAI 3 Bis (canale 103 DT) mercoledì 7 ottobre alle 21.45.
Guardate il trailer di questo straordinario mosaico di natura e umanità che è la Carnia prodotto da Ivo Pecile e Marco Virgilio (Ianus Imagine P…

Altro…

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RACCONTO

Trieste

Trieste è una bocca serrata sul mare.
Un viandante che non sa dove andare. Un abbraccio senza un corpo da stringere, dolente e fragile, impermeabile. Stella cadente, cocciuta propaggine dell’ultimo cielo rimasto. Mi fermo, a notte, a guardare il salotto della piazza rivestito di luci come un albero di Natale orfano di fanciulli, un paese dei balocchi chiuso per turno. Le vie del centro spengono i bagliori e masse di indistinte sagome stanno insieme, in branco, non ridono né piangono, bevono. E’ tardi eppure il brusio non smette di tacere, nulla mi parla se non la statua del piccolo Svevo venutomi ad incontrare. Gli stringo la mano perché vengo da molto lontano per poterlo incontrare e sentire la sua ironia e così mi appare: il contrario di ciò che voleva diventare. Di mattina il sole traluce tra le nuvole e biancheggia sul castello di Miramare, avamposto di supposto amore, finestra sul mare perché forse solo questo è amare. Nel giardino un prato di tulipani accarezza il mio sguardo che beve ogni particolare, mentre le vele che solcano il mare sembrano lì solo per dare la pennellata finale. E’ una città di dolore, una città che stringe il cuore, una città che non consente il ritorno nel suo vestito d’addio.
Franca Massaiu

da http://www.andrealucani.it/trieste.html