Primo giorno di scuola in Friuli

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Oggi per 142.000 studenti inizia la scuola anche in Friuli.Il calendario scolastico prevede pochi ponti e vacanze brevi:1 novembre,1 maggio e 1 giugno,le lezioni termineranno il 10 giugno per un totale di 206 giorni di scuola. Vacanze di Natale dal 23 dicembre al 6 gennaio,vacanze di Pasqua dal 9 al 14 aprile.

Iscrizioni, continua il trend negativo nelle scuole dell’infanzia delle Valli del Natisone — NoviMatajur

archivio Novi Matajur

Non ci sono, purtroppo, novità sorprendenti nei numeri delle iscrizioni agli istituti scolastici delle Valli del Natisone.
Alla vigilia dell’inizio delle lezioni, il prossimo 12 settembre, i dati finali sui bambini che frequenteranno le scuole  dell’infanzia riflettono, seppur con qualche eccezione, il calo demografico che si registra nei comuni del territorio. Alla bilingue Paolo Petricig ci saranno infatti complessivamente 60 bambini (53 a San Pietro, 7 nella sede di Savogna), 9 in meno rispetto ad un anno fa.
Segno meno anche alle scuole dell’infanzia della Dante Alighieri che avrà in tutto 47 bambini, 3 in meno rispetto allo scorso anno scolastico. Di questi 21 frequenteranno l’asilo di San Leonardo, 15 quello di San Pietro e 11 (uno in più dello scorso anno) quello di Pulfero.

Sensibilmente diversa la situazione nelle scuole primarie. Alla Paolo Petricig ci saranno 157 alunni, per 30 di loro, iscritti alla prima elementare, oggi 12 settembre è il primo giorno di scuola. Sia per la prima che per le classi seconda (33 alunni), terza (37) e quarta (33) ci saranno due sezioni. Una sola invece per la quinta elementare che conterà 24 alunni.
Alle primarie della Dante Alighieri ci saranno invece 123 iscritti, 43 a San Leonardo (10 in prima, 7 in seconda, 10 in terza , 8 in quarta e 8 in quinta) e 80 a San Pietro (14 in prima, 10 in seconda, 21 in terza, 17 in quarta e 18 in quinta). Complessivamente 3 alunni in meno rispetto al 2018/2019.

Alle secondarie di primo grado invece saranno 67 gli studenti della bilingue a San Pietro al Natisone: 22 in prima, 27 nella doppia sezione della seconda media, e 18 in terza.
Alla Dante Alighieri invece gli studenti saranno 125, 39 a San Leonardo (10 in prima, 15 in seconda, 14 in terza) e 86 a San Pietro (24 in prima, 29 nelle due seconde, 33 nelle due terze). https://wordpress.com/read/feeds/92330194/posts/2410824117

Il destino di Uccea/Učja si è compiuto

Una breve intervista riportata su Facebook, ripresa da Telefriuli, notizia con nulla di eclatante, quasi una curiosità, tanto per riempire il palinsesto: «Niente telefoni, nessun abitante. Uccea, un paese che non c’è più». A chi può interessare un vuoto creatosi all’interno di uno scenario da vecchia favola in una valle montana di per sé stessa negletta e sperduta?

Uccea/Učja, un paesino nascosto in fondo ad una stretta valle ai piedi del gigantesco massiccio del Canin, a un tiro di sasso dal confine sopra il torrentello omonimo che porta le sue acque verso l’Isonzo in Slove- nia. Frazione del comune di Resia/ Rezija, il cui capoluogo comunale si trova in un’altra valle che scende dal gigante montano; ci vogliono 17 km, superando sella Carnizza (1.086 m.s.l.m.), per raggiungerlo; e, fino a poco tempo addietro, a piedi, d’estate e d’inverno. Paesino, Uccea, ai cui piedi oggi corre una ex strada statale transfrontaliera (la 646); è dotato di due chiesette – una antica (S. Antonio) lontana dal centro già abitato

ed una più recente; aveva una scuola – demolita dopo il terremoto del 1976 –, un paio di osterie, casette dignitose per gente caparbia. Ora, la presa d’atto: l’abbandono totale alla stregua di tanti altri paesetti dove la vita normale pare divenuta impossibile. Porte sprangate, non fiori sui davanzali, campane mute, strade silenziose, ortiche negli orti a riconfermare l’abbandono. Silenzio.

Neppure io ne scriverei se quello non fosse per me un luogo di particolari ricordi, di forti emozioni, di lavoro impegnativo e gratificante. Era l’anno 1974, il mio secondo anno come maestro elementare. Dopo una iperattiva supplenza annuale a Drenchia nel troppo grande edificio scolastico per una dozzina di alunni, con un punteggio minimale potevo scegliere una sede di ruolo solo tra qualche paesino montano della lontana Carnia, tipo Lauco o Ovaro, e Uccea, la più vicina.

In ricognizione, mi sono avventurato sulla strada di Lusevera e, superando il passo Tanamea/Ta na meji, scesi lungo la valle, per me del tutto ignota, fino al paesello un po’ disperso sul versante sinistro del torrente.

Non sapevo che il mio futuro collega sarebbe stato un prete. Che ci facesse là era per me un rebus, ma non mi mancò l’opportunità di comprenderlo già da subito, quando, ricevuto nella disadorna canonica autogestita, conobbi don Vito Ferrini. Nel colloquio, che potrei definire fraterno, compresi il suo particolare modo di gestire la vita in quel piccolo mondo, non solo la specifica conduzione pastorale e scolastica, ma l’impegno totale e disinteressato per tutta la comunità che a lui faceva riferimento. «Qui, lo puoi vedere da solo, – mi diceva – la vita è difficile soprattutto per i ragazzi. Già a partire dalla lingua, un antico dialetto sloveno, contando anche l’isolamento dal resto del mondo. Le case sparse sul ripido versante in piccoli agglomerati lo acuiscono e così la chiesa e la scuola diventano gli unici strumenti e occasioni di aggregazione, di socializzazione e conoscenza. Neppure la Tv, un telefono pubblico… Qui i ragazzi stanno a scuola dal primo mattino al tardo pomeriggio – colazione, pranzo e merenda compresi, cui provvedeva coi propri mezzi –, altrimenti quei pochi rimasti rimarrebbero inselvatichiti come cuccioli allo stato brado».

Mi è sembrato da subito un uomo e prete particolare e pensai istintivamente a don Lorenzo Milani e alla scuola di Barbiana. Questo qui, mi dissi, dopo aver a lungo colloquiato e discusso sul mio futuro impegno, ha preso sul serio il suo ministero e a me non rimane che mettermi in sintonia con lui, perché anche per me fare l’insegnante non doveva rimanere un qualsiasi

lavoro, ma una missione, perché quei deliziosi ragazzi affidatimi richiedevano senso di responsabilità, sensibilità e dedizione. In fondo sarei stato corresponsabile della vita quotidiana di quella particolare dozzina da sei a otto ore per cinque giorni alla settimana. Accettai senza rimpianti, anche se, come mi avvertì don Vito, la strada da Tanamea al paese dopo la terza nevicata diveniva una pista da bob, comunque aperta per via della caserma della Finanza a custodia del valico. A distanza di tanto tempo ricordo in particolare i tre ragazzini più piccoli, Roberto, Marcellino e Vito, cui qualche volta scappava di chiamarmi mamma.

Ecco perché mi ha colpito la notizia di quel piccolo mondo che affonda la propria storia agli inizi del XVI secolo, che contava negli anni 50 del secolo scorso oltre 400 residenti. Nelle sere, soprattutto quelle invernali, nel piccolo alloggio ricavato nei locali della scuola, consultavo e trascrivevo i particolari di quella popolazione rimasta (110 residenti), annotavo le caratteristiche, il modo di vita, il senso di quella resistenza. Già allora non mi facevo illusioni e assieme a don Vito ci sforzavamo di preparare i ragazzi al mondo più ampio che inevitabilmente li avrebbe attratti e dispersi. Don Vito aveva la mappa dettagliata di tutte le famiglie, delle persone rimaste e di quelle che se n’erano andate in cerca di fortuna e di sole. E io, per la prima volta mi cimentai nella lettura del dialetto resiano, così come riportato dallo studioso Milko Matičetov. Mi meravigliavo, accorgendomi di poter comprendere, col mio dialetto delle Valli del Natisone, quello del posto. Così con quei ragazzi mi sentivo di condividere memorie e valori.

Il destino di Uccea/Učja – chiamiamo così questa sua prevedibile parabola storica – si è compiuto. Rimane un ricordo e il rimpianto constatando che per prime ad abbandonarlo sono state le pubbliche istituzioni. Uno dei luoghi della nostra storia, emblema di tanti altri nostri paesini su cui incombe la stessa sorte. E questo mio scritto non è che uno sconsolato De profundis col cuore affranto per il probabile analogo destino di molti paesi delle mie Valli slovene.

Riccardo Ruttar

Il destino di Uccea/Učja si è compiuto_Vas Učja umira

Cosa cambia sull’immigrazione col nuovo governo?

Per ora poco, ma molto nello scenario europeo: La Stampa scrive che ci sarebbe già un piano per discutere la redistribuzione dei migranti con Malta, Francia e Germania
(foto: ANNE CHAON/AFP/Getty Images)

L’arrivo di Luciana Lamorgese al Viminale al posto di Matteo Salvini ha portato con sé una prima novità in tema di immigrazione: il nuovo ministro dell’Interno ha deciso di non emettere nessun provvedimento che vieti l’ingresso in acque italiane alla Ocean Viking, la nave gestita dalle ong Sos Méditerranée e Medici senza Frontiere che nei giorni scorsi ha soccorso 84 migranti e chiesto un porto per far sbarcare i suoi passeggeri.

Lamorgese non ha rilasciato dichiarazioni a questo proposito e non si sa se abbia preso questa decisione da sola o in accordo con Lorenzo Guerini e Paola De Micheli, i due ministri del Partito democratico a capo rispettivamente del ministero della Difesa e di quello delle Infrastrutture e dei trasporti. Nei giorni scorsi però tutti e tre avevano annunciato di volersi distanziare dalla precedente strategia di Salvini, che prevedeva negare il diritto di sbarco a qualsiasi nave fosse impegnata in un salvataggio.

Per ora, la rottura è solo parziale. Il governo, infatti, non ha firmato il divieto di ingresso ma non ha nemmeno dato l’autorizzazione a far sbarcare i migranti, motivo per cui la Ocean Viking resta ancora in mare aperto. Ieri, 10 settembre, Lamorgese aveva anche informato l’equipaggio della Alan Kurdi – un’altra nave impegnata nel soccorso in mare – di non poter accogliere i migranti a bordo perché il provvedimento firmato il 1° settembre da Matteo Salvini – e controfirmato dai ministri Danilo Toninelli e Elisabetta Trenta – era ancora valido.

Matteo Villa, un ricercatore dell’Ispi esperto di immigrazione, è convinto che prima o poi i migranti della Ocean Viking sbarcheranno, anche perché gran parte del Pd lo chiede. Lo stesso segretario del partito Nicola Zingaretti in tv su Di Martedì, in onda su La7, ha detto che la nave deve attraccare in Italia “senza se e senza ma”. Questo non significa che l’Italia si farà carico dell’accoglienza dei naufraghi: secondo Villa, è probabile che cercherà comunque di ricollocare i migranti negli altri paesi una volta che saranno approdati…https://www.wired.it/attualita/politica/2019/09/11/nuovo-governo-immigrazione/?refresh_ce=

L’Europa apra un tavolo convocando i Paesi dei Balcani prima che sia tardi.Troppe le schermaglie


Fino a quando erano insieme sotto la veste della Repubblica Jugoslavia, nel bene o nel male, i Balcani erano uniti, con tutte le loro diversità. Uniti nella diversità. Un concetto sostanziale che anticipò l’Europa. E’ nella Jugoslavia che è nata l’idea dell’unità nella diversità che sarà proprio di quell’Europa che aveva tutto l’interesse di avere alle proprie porte sicuramente non una potenza comunista, ma tanti piccoli stati indipendenti, divisi. Divisi, più facili da governare. Che poi a questa divisione dovette corrispondere una guerra fratricida violenta seguita alla dissoluzione della Jugoslavia voluta dai poteri forti occidentali anticomunisti, ai più ha interessato poco o nulla. Oggi si pubblicano romanzi di successo sul punto, soprattutto se vanno contro l’idea della Jugoslavia unita. Tanto che oggi in Europa la si è rimossa dalla propria memoria. Ma nei Balcani, no. I segni ci sono ancora. Fisici e mentali. Fanno in parte a gara per entrare in Europa, ma nello stesso momento le schermaglie continuano ad essere preoccupanti. Il tutto mentre da Est il vento che arriva non è fatto di fratellanza e umanità, ma di neofascismo. Muri, filo spinato. Ritornano segnali di aggressioni squadriste per ragioni etniche, la situazione tra serbi e croati ritorna ad essere tesa, ogni volta con una scusa diversa. L’ultima pare il respingimento al confine di studenti militari serbi che volevano andare a visitare un campo di concentramento nazifascista in Croazia. Il campo di Jasenovac. Botta e risposta, senza dimenticare quello che succede ai confini con la Bosnia sulla vicenda dei migranti, i rapporti tesi tra Slovenia e Croazia per le acque del golfo di Pirano. Insomma, la situazione inizia a farsi seria. E l’Europa farebbe bene ad intervenire quanto prima. Convocando un tavolo sui Balcani, convocando tutti i Paesi dei Balcani, prima che sia tardi. Ed un ruolo di rilievo potrebbe averlo anche l’Italia sul punto, che ha comunque tanto da doversi fare perdonare e magari potrebbe essere l’occasione giusta per chiedere perdono per quanto compiuto nei Balcani e contro i popoli “slavi”.
mb

Con Itineraria a Udine per il Quaglio e nel Medio Friuli

di Gi Elle

Udine non è soltanto la Città del Tiepolo, ma anche del Quaglio (Julius Qualius De Laijno Pinxit). E’ uno degli esempi più importanti della sua arte è racchiusa a palazzo Antonini Belgrado, sede storica della ormai ex Provincia di Udine. In occasione dei 350 anni dalla nascita di Giulio Quaglio (1668-2018), Itineraria presenta una serie di eventi nei palazzi e nelle chiese udinesi affrescati da questo grande artista tra il 1692 e il 1724.
Il nuovo appuntamento è fissato proprio per oggi, alle 18, nella Chiesa di San Leonardo (Arcoloniani) in via Carducci 1 e quindi a Palazzo Gallici Beretta in via Vittorio Veneto, 45. E’ annunciato anche un concerto del maestro Sebastiano Zorza alla fisarmonica che eseguirà musiche settecentesce di Jean-Philippe Rameau. Al termine presentazione di un famoso vino autoctono friulano: la Ribolla gialla  2018 Doc Friuli Colli orientali dell’azienda Livio Felluga. La partecipazione agli eventi è gratuita, ma la prenotazione è obbligatoria: 347252222, itineraria@itinerariafvg.it

Il maestro Sebastiano Zorza.

“Tra fine 600 e inizi 700, epoca in cui s’inizia a dibattere della cancellazione del Patriarcato di Aquileia, Giulio Quaglio realizza a Udine – scrive Maria Paola Frattolin per Itineraria – una messe di opere che sono testimoni della ricchezza culturale della città e per le quali merita l’appellativo di Udine Città del Quaglio. Pittore europeo per eccellenza, l’artista, originario di Laino nella val d’Intelvi, fu protagonista assoluto tra Sei e Settecento del rinnovamento pittorico a Udine, in Friuli Venezia Giulia, quindi a Lubiana, e poi in Stiria e a Salisburgo, dove fu chiamato a dare prova della sua arte. Riportò in auge in area veneta la tecnica dell’affresco dopo anni di oblìo, durante i quali erano prevalsi i teleri, le grandi tele dipinte, che meglio si confacevano al clima di Venezia.
L’arte del Quaglio si sviluppa a Udine e in tutta l’Alpe Adria, attraverso temi sacri e profani, accostando i miti classici agli episodi biblici in un’affascinante continuità. A Udine lascia la sua opera fantasmagorica in numerosi siti tra Chiese, Cappelle e Palazzi, che restano i testimoni di questo fecondo maestro che tra Sei e Settecento rivoluzionò il gusto della committenza friulana. A Udine Giulio Quaglio affresca Chiese e Palazzi: Palazzo della Porta, Palazzo Strassoldo Mantica, Cappella del Monte di Pietà, Palazzo Daneluzzi Braida, Palazzo Attimis Maniago, Palazzo Antonini Belgrado, Chiesa di Santa Chiara, Palazzo Gallici Beretta, Chiesa di San Leonardo. Oltre a questi siti, magnificati dalle opere di Quaglio, a Udine si visitano inoltre la Chiesa della Beata Vergine del Carmine, il più bel soffitto barocco in città, opera eccezionale per vastità e organizzazione spaziale, rutilante di affreschi già attributi al Quaglio, oggi a Pietro Ricchi, e ancora la Chiesa di San Leonardo e la Chiesa e Convento di San Francesco della Vigna, ascritte all’artista della Val d’Intelvi”.

Ma con Itineraria si può andare anche alla scoperta di un territorio e in particolare di dimore e strutture storiche, chiese, paesaggi ed enogastronomia
del Medio Friuli. L’invito è, pertanto, per domani 8 settembre con visite guidate alle ore 15.30 e 17 a Flambro di Talmassons: Mulino Braida, Centro visite regionale delle Risorgive Friulane e Biotopo Risorgive di Flambro. Alle 18 presentazione del libro “Leonardo da Vinci nella Bassa Friulana e la centralità del Feudo di Belgrado” con Mario Salvalaggio e Roberto Tirelli a cura dell’Associazione La Bassa. Quindi ad Ariis di Rivignano Teor Complesso di Villa Ottelio Savorgnan sulle orme di Lucina/Giulietta e Luigi/Romeo, ai Magazzini del Sale e al circostante Parco dello Stella.

Il programma – che prevede uscite anche nelle domeniche 15, 22 e 29 settembre – è promosso dal Progetto Integrato Cultura del Medio Friuli, nei Comuni di Camino al Tagliamento, Codroipo, Lestizza, Mortegliano, Rivignano Teor, Sedegliano, Talmassons, Varmo, in Provincia di Udine. Nel Medio Friuli, saranno eccezionalmente aperti al pubblico, per raccontare la propria affascinante storia, le dimore storiche, le chiese, i mulini, i giardini, il Museo del Vino e del Vetro, il Centro visite delle risorgive friulane, i fortini e le trincee della Grande Guerra con la rievocazione storica in uniforme. Oltre alle visite guidate, numerose le attività proposte, quali: conferenze, presentazioni di libri e realtà enogastronomiche, passeggiate in carrozza. L’ingresso ai siti, le visite guidate e le varie attività sono gratuiti. Non è necessaria la prenotazione. Per ulteriori informazioni http://www.itinerariafvg.it

Villa Ottelio ad Ariis di Rivignano.

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In copertina, il meraviglioso soffitto del Quaglio a palazzo Antonini Belgrado a Udine.

https://friulivg.com/con-itineraria-a-udine-per-il-quaglio-e-nel-medio-friuli/?fbclid=IwAR1_OrXoDeYow8t_SAzbh17Tz0wETwpBCBPl9tOvllPJY78fHLIXJ68mzuA

Il consigliere e gli argini delle parole — NoviMatajur

Bastano la rabbia, la delusione e la distanza che ormai la politica ha messo – irrimediabilmente? – tra sé e i cittadini per spiegare l’uso volgare del linguaggio di certi politici, anche nostrani?
Per gli esperti di comunicazione il fenomeno non nasce certo oggi ma certo l’avvento dei social, sui quali gli interventi richiedono brevità e incisività, ha permesso di superare abbondantemente gli argini della buona educazione e del buon senso.
Ultimo caso, tutto nostro, è quello che ha visto per protagonista il consigliere regionale leghista Danilo Slokar che,
bontà sua, verrà probabilmente ricordato dai posteri più per aver evocato, durante una festa del suo partito a Trieste, “il ritorno alle armi contro i fascisti del Partito democratico” che per qualche suo provvedimento politico. Slokar, va detto a onor di cronaca, ha voluto metterci una (mezza) pezza affermando di essere “sinceramente dispiaciuto che alcune parole, pronunciate in un contesto particolare, vengano ricondotte a intenzioni violente, ben lontane dal mio modo di essere e di pensare.”
In questo caso non si può neanche dire che la smentita sia una mezza conferma, poiché in realtà il consigliere leghista non smentisce del tutto una frase che, comunque la si voglia vedere, è un indicatore del clima politico che stiamo
vivendo. Non confronto ma battaglia, non avversari ma nemici, da combattere anche
con mezzi impropri.
Per tornare alla domanda iniziale, è solo una questione di disillusione quella che ha portato a tutto questo? La politica c’entra eccome ma, anche se suona banale dirlo, essa è lo specchio della società in cui viviamo, in cui noi stessi fatichiamo a riconoscerci. Se il linguaggio si sta impoverendo, decadendo, e non solo nella politica, è perché facciamo sempre più fatica a convivere con l’insulto e al contempo a dare un senso alla dignità. (m.o.)

https://novimatajur.it/opinioni/il-consigliere-e-gli-argini-delle-parole.html

L’Italia deve chiedere perdono agli sloveni, come i tedeschi lo hanno fatto con i polacchi

“Chino il capo davanti alle vittime dell’attacco su Wielun, di fronte alle vittime polacche della tirannia tedesca, e chiedo perdono”, ha sostenuto il capo di Stato tedesco in Polonia durante la cerimonia che ricordava l’ottantesimo anniversario dell’aggressione alla Polonia dalla quale scaturirà la seconda guerra mondiale. “Non dimenticheremo mai, vogliamo ricordare e ricorderemo”. Ha concluso. La Germania da decenni ha avviato processi di perdono, scusa, riconciliazione. E questi processi sono stati importanti. A partire dalla vicenda di Norimberga, simbolicamente enorme nella sua portata, cosa che in Italia non si è neanche sfiorata. Anzi, vi è stata l’epurazione al contrario per contrastare il “pericolo rosso”. Certo, non tutto è stato perfetto in Germania. Anzi. E le conseguenze le vediamo oggi. Quello che accade nella Germania dell’Est, in armonia con tutto quello che succede verso Est. Con i neofascismi che ritornano e vengono sdoganati con serenità. Con le violenze contro gli ebrei che ritornano, contro i migranti, gli omosessuali e non solo. Ma la Germana storicamente ha chiesto perdono. L’Italia, no. Non lo ha mai fatto. A partire verso i vicini sloveni. Contro cui furono avviati tentativi di pulizia etnica. Non era tanto solo la questione del divieto di parlare la propria lingua, già di per sè gravissimo come fatto. Ma di voler annientare l’identità slovena e tutto ciò che avesse radici slave, perchè considerate inferiori, bastarde, schiave. Forse a dirla tutta si è tratto di un qualcosa di molto più ampio rispetto alla canonica pulizia etnica contro lo sloveno perchè colpiva tutto ciò che fosse “slavo” e vicino agli “slavi”. Concetti di odio introdotti a partire dal fascismo prima del fascismo, con la marcia su Fiume. Su Radiocapodistria si è dato grande spazio ad una richiesta che arriva sul punto:

Quando il Capo dello Stato, così come ha fatto quello tedesco, chiederà scusa in sloveno alla nostra comunità per la dittatura fascista?”. Questa la domanda che pone in questi giorni sui social Rudi Pavšič, ex presidente dell’SKGZ, une della due organizzazioni rappresentative degli sloveni in Italia, ed oggi giornalista del Novi Matajur.

Dei passi sono stati fatti, ma siamo lontani dal sentire chiedere scusa, perdono, perchè fare ciò significa riconoscere quello che ancora oggi dai più viene negato, quale l’idea di spazzare tutto ciò che fosse “slavo”, in particolar modo sloveno, da questo territorio. E siamo oramai a cent’anni dall’assalto del Narodni dom di Trieste, forse nel 2020 questo passo verrà compiuto? Si chiederà perdono agli sloveni per quanto commesso dagli italiani “brava gente”? Si chiederà perdono per l’occupazione dei Balcani? Per le violenze compiute nei Balcani? Per i crimini di guerra e contro l’umanità compiuti nei Balcani? Mai puniti?

mb

Il castello di Cergneu

Resti del castello medievale.

Quando si entra nella vallata di Cergneu, non lontano da Nimis, ciò che per prima si scorge, volgendo lo sguardo a sinistra, sono due poderosi muri, con delle feritoie e finestre, ed un basamento di torre. Sono i resti di un castello che da alcuni storici friulani è ritenuto essere uno dei più antichi del Friuli, risalente nientemeno che ai tempi di Berengario (sec. X della nostra era), e precisamente intorno al 921, quando, cioè, fu costruito anche il castello di Savorgnano, causa le frequenti incursioni degli Ungari. Ma, secondo il Comelli, il castello di Cergneu non fu costruito allora, perchè dai documenti trovati, risulta che in quel posto fosse stata costruita solo una «villa» e non un « castrum » ( = castello); ed inoltre dalla enumerazione dei beni del mar- chesato di Attimis, compresi quelli di Cergneu, non risulta elencato il castello.

I beni di Cergneu, quelli di Attimis e di Partistagno appartenevano ai conti bavaresi Burcardo e Bertoldo di Moosburg, entrambi del sec. XII. Ma, investito di questi beni, compare nel 1134 Wodolrico di Aten il quale, al seguito del patriarca Pellegrino, si presenta come « Uldaricus de Atthemis ».

Successivamente Ulderico rimasto senza figli, donò alla chiesa di Aquileia tutti i suoi beni. D’ all’atto di donazione risulta che a Cergneu c’era una « villa » e non un « castrum ».

Resti delle mura difensive

Nel sec. X I I I

Un patriarca di Aquileia diede il castello di Cergneu in feudo alla famiglia dei Savorgnan. Quindi, se solo ora si nomina questo castello, vuol dire che esso fu costruito in quest’ultimo periodo. Venuta la famiglia a divisione, il castello di Cergneu toccò a Pietro di Savorgnano. Dai manoscritti apografi del Liruti risulta che la giurisdizione di Cergneu comprendeva, oltre il paese stesso, anche Monteprato e Chialminis, e che riscuoteva anche la decima civile di Nimis.

Nel 1325 i fratelli Pietro,Giovanni e Corrado, figli del defunto Detalmo di Cergneu, divisero i loro beni. In questo periodo, o forse anche prima, i figli devono aver ampliato il castello, costruendo al lato sud, un ’altra parete tanto che nel 1386, questa seconda parte è chiamata « domus magna », cioè « casa grande ». parrocchiali).

Più tardi, nel 1388, altri fratelli, Giacomo, Giovanni, Corrado e Onofrio, restaurarono il castello, probabilmente danneggiato da nemici. Infatti i signori di Cergneu vennero in lite col Comune di Udine e con quello di Nimis, e nello stesso periodo ci furono le lotte per l’ elezione a patriarca di Aquileia del cardinale Filippo d’Alen Von, lotte cui presero parte anche i signori di Cergneu nemici dei mercenari cividalesi che spalleggiavano il cardinale. Molto tempo dopo i Cergneu si stabilirono a Udine e Gasparo di Cergneu divenne cittadino udinese nel 1430. Poi i Cergneu s ’imparentarono con i Brazzà e fecero parte del Parlamento friu­lano nel rango dei nobili. Nel 1491 Sebastiano di Brazzà venne investito del Castello di Cergneu creando così il ramo Brazzà-Cergneu.

Questo è l’ultimo documento che parli del castello come ancora abitabile. Della sua distruzione si sa poco. Pare che abbia subito la sorte degli altri castelli friulani, fatti demolire dalla repubblica di Venezia al principio del 1500. Perciò del castello è rimasta solo la chiesetta, sita un po’ più in basso e che fu costruita dai nobili Pietro e suoi fratelli figli di Detalmo, nel 1323.

Ponticello di accesso al sito castellano prima della ristrutturazione.

immagini da :https://consorziocastelli.it/icastelli/udine/cergneu

testo dall’archivio personale

Comunque vada non è un buon inizio-Novi Matajur

Dovessimo metterci nei panni di un cittadino italiano, cioè nei nostri panni, ci sarebbe da deprimersi.
Da qualunque parte la si guardi, questa crisi di governo ha messo a nudo tutta la debolezza della rappresentatività di partiti e schieramenti politici. Se togliamo i panni da cittadini, invece, visto da fuori il tutto sembra una soap opera scadente, degna di mai dire tv, che invece che appassionare gli spettatori offre un banchetto di comicità involontaria. Il primo è stato il re del modo moderno di fare politica Salvini che, inebriato di vanità da sondaggio e ingolosito dalla possibilità di fuggire dalla responsabilità di varare una manovra economica, si è messo a nudo. Il suo tentato blitzkrieg (definizione di Massimo Cacciari) con cui pensava di fare un po’ come gli pareva, aveva tutte le caratteristiche di un assalto alla Brancaleone.

Il teatrino (termine più in voga per descrivere la politica dalla presunta fine della seconda repubblica) che ne è seguito ha scoperto le pudenda anche degli altri pretendenti al trono. Il Movimento, nato per scardinare la casta (“Non ci alleiamo con nessuno”), ha aperto subito una trattativa con un altro partner. Anche se forse Salvini era il partner zero, non andrebbe contato.
Trattativa tutta fatta di pen-ultimatum legati alle poltrone. L’ex maggioranza del Pd dai #senzadime lanciati all’indomani delle politiche, quando si accennava ad un intesa coi 5 stelle, è passata al #famolostrano.

Il segretario Pd, che ha tentato di restare nella sua veste, è strattonato da tutti gli angoli della giacchetta dalla corrente dei predecessori alla segreteria. Il tutto senza menzionare i distinguo più o meno espliciti, i tweet fumosi, gli spin contraddittori, le tempeste e le schiarite.
Comunque vada non sarà stato un buon inizio. La buona notizia è che è difficile possa peggiorare molto.

https://wordpress.com/read/blogs/113812700/posts/12081