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Gli esordi dell’Italia in Valcanale

Cento anni fa, il 10 settembre, nell’omonima località dall’Austria e da 27 parti alleate e associate, fu firmato il Trattato di Saint-Germain-en-Laye, che sancì ufficialmente la fine della prima guerra mondiale, ripartì i territori della dissolta Austria-Ungheria e pose le condizioni per la nascita della prima Repubblica Austriaca.

Come noto, col trattato anche la Valcanale entrò a far parte del Regno d’Italia, che nell’anno successivo vide stabiliti i propri confini orientali col Trattato di Rapallo, sottoscritto col Regno dei Serbi, Croati e sloveni il 12 novembre 1920.

Date, nomi dei sottoscrittori e condizioni sono facilmente accessibili; meno sappiamo della vita tra la popolazione valcanalese in quegli anni.

Si voglia per la sua marginalità geografica, si voglia per il ristretto numero di abitanti, la Valcanale resta un po’ ai margini tra le terre annesse all’Italia dopo la prima guerra mondiale. Su circa 6.000 abitanti, a afflusso di nuovi residenti dalle altre zone del Regno già iniziato, dal censimento del 1921 furono registrati 4.185 tedeschi, 1.106 sloveni e 1.207 italiani. Non aiutati dai numeri e isolati rispetto alle reciproche minoranze altrove presenti dopo il 1918 in altre zone d’Italia, tedeschi e sloveni della Valcanale si trovarono a subire in modo pesante le pressioni snazionalizzatrici, che si fecero sempre più intense nel giro di alcuni anni.

La componente slovena si rapportò fin da subito a una nuova autorità diffidente, che la associava agli jugoslavi e ai cattivi rapporti avuti col Regno dei Serbi, Croati e Sloveni fino alla sottoscrizione del Trattato di Rapallo.

Oltre all’ostilità, sopraggiunse una sorta di deprezzamento del dialetto sloveno zegliano, che secondo l’opinione di parte della nuova classe dirigente poteva avere importanza come lingua d’uso, ma gli stessi parlanti sarebbero stati spesso snazionalizzati e «convinti» di essere tedeschi.

Va, infatti, considerato che la pressione snazionalizzatrice della componente slovena era in atto in Carinzia già dalla fine del XIX secolo, coll’affermarsi delle scuole utraquistiche.

Nelle zone di lingua slovena della Carinzia, queste introdussero l’insegnamento in sloveno e tedesco, gradualmente a favore del tedesco.

Circa la componente tedesca, spesso le autorità ne sottolineavano la buona predisposizione al nuovo status quo, anche se tale atteggiamento era mantenuto, scriveva il commissario civile del distretto nel novembre del 1920, «con la convinzione che l’Italia avrebbe un giorno o l’altro lasciato questa zona per l’unificazione della Carinzia».

Non per niente le autorità locali richiesero diverse volte la sostituzione totale del personale ferroviario e forestale del posto «che è del tutto tedesco e deve essere continuamente sorvegliato».

https://www.dom.it/ko-so-kanalcani-spoznali-italijo_gli-esordi-dellitalia-in-valcanale/?fbclid=IwAR3EWXksc84z-kgf93_WvJxKwqnhS6CVuNh_sODiC1bbvrpwYAf-4JjTQdI

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Il ritorno delle Comunità montane

Il Consiglio delle autonomie montane (Cam) inteso come sezione del Consiglio delle autonomie locali (Cal) sarà l’organismo di coordinamento delle politiche della montagna previsto all’interno del disegno di legge di riforma delle autonomie locali.

Lo ha annunciato a Tolmezzo l’assessore regionale alle Autonomie locali e funzione pubblica, Pierpaolo Roberti, durante l’incontro con i rappresentanti dell’Uncem (Unione nazionale dei comuni, comunità e enti montani) presieduto dal sindaco di Pontebba, Ivan Buzzi, convocato per illustrare le linee guida della riforma in riferimento al governo della montagna.

«Il Cam avrà funzioni concertative e di proposta diretta alla giunta regionale, nonché sarà chiamato ad indire la Conferenza annuale sulla montagna» ha specificato Roberti, precisando che «del Consiglio delle autonomie montane faranno parte il presidente dell’Uncem, i sindaci dei Comuni montani eletti nel Cal, i presidenti delle comunità montane».

«Non è prevista pertanto la creazione di una provincia della montagna – ha chiarito Roberti – ma il governo del territorio sarà gestito attraverso le nuove Comunità montane, enti che avranno personalità giuridica, come le Unioni territoriali intercomunali, per l’esercizio obbligatorio delle funzioni ereditate dalle vecchie comunità montane, incluso il patrimonio».

La governance della Comunità montana sarà simile a quella delle Comunità di pianura (che si differenziano per la natura totalmente facoltativa) e prevede quindi un presidente eletto dall’assemblea dei sindaci che potrà essere un amministratore oppure un cittadino esterno all’amministrazione comunale; l’assemblea eleggerà anche il Comitato esecutivo al cui interno saranno garantiti meccanismi di rappresentanza delle minoranze.

«I confini territoriali delle Comunità montane dovranno essere concertati con i sindaci, così come le ulteriori funzioni montane ad esse attribuite, motivo per cui – ha evidenziato ancora Roberti – il confronto con gli amministratori resta ancora aperto al fine di giungere ad un testo ampiamente condiviso».

Nel corso del dibattito con i sindaci sono emerse alcune proposte, anche divergenti, tra cui quella di affidare le politiche di programmazione e sviluppo ad un ente montano unico (Roberto Revelant, sindaco di Gemona del Friuli), di mantenere le relazioni tra le terre alte e i comuni di fondo valle (Francesco Brollo, sindaco di Tolmezzo) o di attribuire alle Comunità anche funzioni di area vasta (Andrea Carli, sindaco di Maniago).

«Chiedo ai rappresentanti della montagna di valutare le varie possibilità, anche in base alle diverse esigenze dei territori, con l’obiettivo di superare l’eccessiva frammentazione attuale imposta dalle Uti e giungere ad una proposta che faccia sintesi tra le varie visioni emerse» ha concluso Roberti. (www.regione.fvg.it)

fonte https://www.dom.it/

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I due incendi di Subit

Quest’anno ricorre un anniversario molto importante per la comunità di Subit. 75 anni fa, il 29 luglio e il 29 settembre del 1944, il paese subì ben due incendi, pagando un prezzo molto alto in termini di vite umane, tuttora ben vivo nella memoria collettiva del paese.

Gli eventi s’inseriscono nel quadro della Zona libera del Friuli orientale, un’esperienza di autogoverno nata nel bel mezzo della seconda guerra mondiale, nell’estate del 1944. La Zona comprendeva i territori di Nimis, Attimis, Faedis, Lusevera, Taipana e Torlano, per circa 20.000 residenti su circa 300 km2.

La Zona aveva grande importanza strategica non solo per le comunicazioni, ma anche perché fungeva da cerniera fra la zona libera della Carnia a nord-ovest, e quella delle formazioni partigiane slovene a est.

Il territorio era presidiato dalle formazioni partigiane della I Brigata Osoppo, che contava circa un migliaio di uomini – contadini, studenti, ufficiali e soldati dell’esercito italiano all’epoca sciolto – e dalla Divisione Garibaldi Natisone – al comando di Mario Fantini Sasso e Giovanni Padoan Vanni quale commissario politico, con contadini e operai delle industrie di Gorizia e Monfalcone. La Divisione, organizzata nelle tre brigate, Buozzi, Picelli e Gramsci, era affiancata da altri reparti minori, per un totale di circa 2.000 uomini.

Le due formazioni partigiane operavano al confine con il territorio dei partigiani sloveni del IX Corpus, lungo l’alto e medio Isonzo e nei dintorni di Gorizia. La delicata situazione generava discordie fra osovani e garibaldini. Nella primavera del 1944 le due formazioni avevano creato un comando unificato e si erano fuse nella I Divisione Osoppo Garibaldi.

Alla fine di luglio del 1944 anche nella Zona, com e nella Carnia, erano sorti dei Comitati di liberazione nazionale locali, composti da rappresentanti del Partito d’Azione, del Pci, della Dc, del Psi e da alcuni indipendenti.

Non essendo stata però creata una Giunta centrale, che esercitasse un potere autonomo, la vita civile era dominata dai comandi partigiani, inizialmente per le necessità di sicurezza e di ordine pubblico. Su iniziativa dei partigiani, era stato istituito un Cln militare, formato da rappresentanti politici e militari di diversi partiti, con l’incarico di organizzare libere elezioni, in collaborazione con i Cln locali. Ad Attimis il sindaco era stato eletto da un’assemblea di 120 capifamiglia, solo uomini.

Nel luglio del 1944 Subit, quindi, pullulava di partigiani. La Osoppo aveva il comando nelle scuole del paese. Proprio per una rappresaglia in reazione al successo di un’iniziativa militare dei partigiani, tedeschi e fascisti il 29 luglio si diressero per un rastrellamento verso il paese, dove bruciarono trenta case.

La vita della breve esperienza di autogoverno della Zona – da luglio a settembre del 1944 – proseguì fino al 25 agosto, quando i tedeschi e i cosacchi occuparono Torlano, incendiando il paese e uccidendo 36 uomini, donne e bambini.

Alla fine di settembre sopraggiunse l’offensiva tedesca, sferrata dalla 305a divisione della Wehrmacht. Il rastrellamento, che ebbe luogo tra il 26 e il 30 settembre, fu la fine della Zona libera del Friuli orientale. In quei giorni il fronte partigiano andò in rotta e furono incendiati quasi tutti i paesi, tra cui anche Subit, il 29 settembre. Lo era già per metà; al secondo incendio furono bruciate le case rimanenti e fu fatta saltare in aria la chiesa.

Quel giorno furono trucidate e bruciate vive cinque persone.

https://www.dom.it/ko-so-dvakrat-pozigali-subid_i-due-incendi-di-subit/

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Proverbio delle valli del Natisone/Nediške doline

vignetta di Moreno Tomazetig per il quindicinale Dom

ČE ŠETEMBERJA JE GORKO, POZIME BO PA MARZLO
Se a settembre fa caldo, in inverno farà freddo

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Ricordando Milko Matičetov

Nella prestigiosa sede del Slovenski etnografski muzej/Museo etnografico sloveno di Ljubljana, martedì, 3 settembre il primo canale della radio slovena ha organizzato una serata culturale dedicata alla Val Resia. La serata si è svolta per la regia di Simona Moličnik, conduttrice della trasmissione radiofonica Slovenska zemlja v pesmi in besedi, che è stata trasmessa in diretta sul canale radiofonico Radio SLO 1 dalle 20.00.

La serata, dal tema Moj jezik ne stanuje v ustih/La mia lingua non rimane chiusa dalle mie labbra è stata organizzata in ricordo dell’etnologo ed etnografo Milko Matičetov, nel centenario della sua nascita. Nato il 10 settembre 1919 a Kopriva, sul Carso sloveno, l’accademico Milko Matičetov per le sue ricerche ha più volte visitato la Val Resia, diventandone non solo estremo conoscitore ma anche sincero amico tanto che, con l’amministrazione comunale guidata da Luigi Paletti, negli anni Novanta fu insignito della cittadinanza onoraria.

Uno dei suoi meriti è stato quello di aver fatto conoscere la Val Resia nell’odierna Slovenia attraverso numerose raccolte di liriche e favole. La più famosa di queste opere è sicuramente Zverinice iz Rezije.

Questo libro contiene, infatti, le favole con protagonista la volpe di Resia che furono, negli anni Ottanta, anche animate e trasmesse dall’allora televisione di Lubiana. Almeno due generazioni poterono, così, conoscere ed apprezzare le favole della vallata resiana.

Alla serata hanno preso parte una delegazione del Gruppo folkloristico Val Resia (composta da Mara Paletti, Luciano Rodaro, Sandro e Simone Quaglia), la poetessa Silvana Paletti e la nota cantante di musica popolare slovena Bogdana Herman. Oltre alla musica e al ballo tradizionali di Resia, durante la serata sono stati eseguiti anche alcuni antichi canti tipici, tra cui Da lipa ma me püstila e Lipaj ma na Banërina. Alcuni di questi canti descrivono la morfologia della vallata o le varie essenze arboree ed erbacee e dimostrano come i resiani un tempo credevano che tutto avesse un’anima.

Alla serata è intervenuto un centinaio di invitati, tra cui anche il ministro per gli Sloveni d’oltreconfine e nel mondo, Peter Jožef Češnik, che a fine serata si è intrattenuto con la delegazione resiana, complimentandosi per la trasmissione. 

Sandro Quaglia

https://www.dom.it/v-spomin-na-milka-maticetova_ricordando-milko-maticetov/

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Scuola plurilingue in tutta la valle

Il nuovo anno scolastico in Valcanale inizia con un’ottima notizia: sono stati stanziati all’Uti del Canal del Ferro-Val Canale gli 80.000 euro che il Consiglio e la Giunta regionale del Friuli Venezia Giulia avevano stanziato a dicembre, nell’ambito della legge di stabilità per il 2019, per sostenere il progetto di sperimentazione plurilingue nell’ambito dell’Istituto omnicomprensivo di Tarvisio. Ricordiamo che, accanto all’italiano, secondo il progetto sono lingue d’insegnamento anche sloveno, tedesco e friulano. Ai bambini è insegnato anche l’inglese.

I fondi saranno ripartiti tra le associazioni Kanaltaler Kulturverein e Don Mario Cernet, che pagheranno rispettivamente gli esperti di lingua tedesca e slovena. A darne notizia sono gli assessori all’istruzione dei Comuni di Malborghetto-Valbruna e Tarvisio, Alberto Busettini e Barbara Lagger. Il contributo permetterà di estendere il progetto plurilingue anche ai plessi scolastici del comune di Tarvisio. Spiega Busettini: «La sperimentazione proseguirà alle scuole d’infanzia e primaria di Ugovizza, dove è iniziata già due anni fa su iniziativa del Comune di Malborghetto- Valbruna, e prenderà il via anche per i bimbi iscritti all’ultimo anno delle scuole d’infanzia di Tarvisio Città, Tarvisio Centrale e Camporosso, nonché nelle prime classi delle scuole primarie di Tarvisio Città e Tarvisio Centrale». Allo scopo è già stata reperita una seconda esperta di lingua tedesca e si sta lavorando al reperimento del secondo esperto di lingua slovena.

«Grazie al contributo, la presenza di tutti gli esperti linguistici nell’ambito del progetto plurilingue sarà garantita fino a giugno», spiega da Malborghetto-Valbruna l’assessore Busettini.

Ricordiamo che nell’ambito dell’Istituto omnicomprensivo di Tarvisio sono attive scuole d’infanzia e primarie anche a Pontebba e Chiusaforte. Coi fondi regionali lì dovrebbe essere potenziato il tedesco. «Ogni lingua è un patrimonio e sarebbe auspicabile fosse insegnato anche lo sloveno, ma bisogna tenere conto delle richieste dei singoli plessi», spiega Lagger.

Anche per l’anno scolastico 20192020, tuttavia, si pone il problema della copertura finanziaria per insegnare lo sloveno nelle classi non interessate dalla sperimentazione plurilingue. La problematica interessa i gruppi piccoli e medi delle scuole d’infanzia menzionate, nonché la classe quinta a Ugovizza e le classi dalla seconda alla quinta nelle scuole primarie di Tarvisio Città e Tarvisio centrale. «Al momento è possibile garantire l’insegnamento dello sloveno nelle classi non interessate dal progetto plurilingue solo fino a dicembre », precisa Busettini. Fin d’ora sarà necessario lavorare per reperire le risorse utili a farlo proseguire fino a giugno, quindi.

Busettini e Lagger stanno lavorando affinché la Commissione scientifica per la scuola plurilingue, composta da esperti di Vienna, Lubiana e Udine, si riunisca di nuovo a Tarvisio a novembre, magari con la partecipazione dell’assessore regionale all’Istruzione, Alessia Rosolen, e di un componente della Commissione paritetica Stato-Regione.

«Col recente cambio di governo, ci troviamo a discutere della questione col terzo ministro», nota Lagger. «La tematica è seguita dalla Commissione paritetica, che ad oggi risulta sospesa. Intanto chiederemo altri 80.000 euro per il prossimo anno scolastico, però è evidente che non vanno attinti solo dai fondi della minoranza slovena, ma anche da quelli della minoranza tedesca, se non da altri capitoli del bilancio regionale relativi all’istruzione».

https://www.dom.it/vecjezicna-sola-v-celi-dolini_scuola-plurilingue-in-tutta-la-valle/

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Il destino di Uccea/Učja si è compiuto

Una breve intervista riportata su Facebook, ripresa da Telefriuli, notizia con nulla di eclatante, quasi una curiosità, tanto per riempire il palinsesto: «Niente telefoni, nessun abitante. Uccea, un paese che non c’è più». A chi può interessare un vuoto creatosi all’interno di uno scenario da vecchia favola in una valle montana di per sé stessa negletta e sperduta?

Uccea/Učja, un paesino nascosto in fondo ad una stretta valle ai piedi del gigantesco massiccio del Canin, a un tiro di sasso dal confine sopra il torrentello omonimo che porta le sue acque verso l’Isonzo in Slove- nia. Frazione del comune di Resia/ Rezija, il cui capoluogo comunale si trova in un’altra valle che scende dal gigante montano; ci vogliono 17 km, superando sella Carnizza (1.086 m.s.l.m.), per raggiungerlo; e, fino a poco tempo addietro, a piedi, d’estate e d’inverno. Paesino, Uccea, ai cui piedi oggi corre una ex strada statale transfrontaliera (la 646); è dotato di due chiesette – una antica (S. Antonio) lontana dal centro già abitato

ed una più recente; aveva una scuola – demolita dopo il terremoto del 1976 –, un paio di osterie, casette dignitose per gente caparbia. Ora, la presa d’atto: l’abbandono totale alla stregua di tanti altri paesetti dove la vita normale pare divenuta impossibile. Porte sprangate, non fiori sui davanzali, campane mute, strade silenziose, ortiche negli orti a riconfermare l’abbandono. Silenzio.

Neppure io ne scriverei se quello non fosse per me un luogo di particolari ricordi, di forti emozioni, di lavoro impegnativo e gratificante. Era l’anno 1974, il mio secondo anno come maestro elementare. Dopo una iperattiva supplenza annuale a Drenchia nel troppo grande edificio scolastico per una dozzina di alunni, con un punteggio minimale potevo scegliere una sede di ruolo solo tra qualche paesino montano della lontana Carnia, tipo Lauco o Ovaro, e Uccea, la più vicina.

In ricognizione, mi sono avventurato sulla strada di Lusevera e, superando il passo Tanamea/Ta na meji, scesi lungo la valle, per me del tutto ignota, fino al paesello un po’ disperso sul versante sinistro del torrente.

Non sapevo che il mio futuro collega sarebbe stato un prete. Che ci facesse là era per me un rebus, ma non mi mancò l’opportunità di comprenderlo già da subito, quando, ricevuto nella disadorna canonica autogestita, conobbi don Vito Ferrini. Nel colloquio, che potrei definire fraterno, compresi il suo particolare modo di gestire la vita in quel piccolo mondo, non solo la specifica conduzione pastorale e scolastica, ma l’impegno totale e disinteressato per tutta la comunità che a lui faceva riferimento. «Qui, lo puoi vedere da solo, – mi diceva – la vita è difficile soprattutto per i ragazzi. Già a partire dalla lingua, un antico dialetto sloveno, contando anche l’isolamento dal resto del mondo. Le case sparse sul ripido versante in piccoli agglomerati lo acuiscono e così la chiesa e la scuola diventano gli unici strumenti e occasioni di aggregazione, di socializzazione e conoscenza. Neppure la Tv, un telefono pubblico… Qui i ragazzi stanno a scuola dal primo mattino al tardo pomeriggio – colazione, pranzo e merenda compresi, cui provvedeva coi propri mezzi –, altrimenti quei pochi rimasti rimarrebbero inselvatichiti come cuccioli allo stato brado».

Mi è sembrato da subito un uomo e prete particolare e pensai istintivamente a don Lorenzo Milani e alla scuola di Barbiana. Questo qui, mi dissi, dopo aver a lungo colloquiato e discusso sul mio futuro impegno, ha preso sul serio il suo ministero e a me non rimane che mettermi in sintonia con lui, perché anche per me fare l’insegnante non doveva rimanere un qualsiasi

lavoro, ma una missione, perché quei deliziosi ragazzi affidatimi richiedevano senso di responsabilità, sensibilità e dedizione. In fondo sarei stato corresponsabile della vita quotidiana di quella particolare dozzina da sei a otto ore per cinque giorni alla settimana. Accettai senza rimpianti, anche se, come mi avvertì don Vito, la strada da Tanamea al paese dopo la terza nevicata diveniva una pista da bob, comunque aperta per via della caserma della Finanza a custodia del valico. A distanza di tanto tempo ricordo in particolare i tre ragazzini più piccoli, Roberto, Marcellino e Vito, cui qualche volta scappava di chiamarmi mamma.

Ecco perché mi ha colpito la notizia di quel piccolo mondo che affonda la propria storia agli inizi del XVI secolo, che contava negli anni 50 del secolo scorso oltre 400 residenti. Nelle sere, soprattutto quelle invernali, nel piccolo alloggio ricavato nei locali della scuola, consultavo e trascrivevo i particolari di quella popolazione rimasta (110 residenti), annotavo le caratteristiche, il modo di vita, il senso di quella resistenza. Già allora non mi facevo illusioni e assieme a don Vito ci sforzavamo di preparare i ragazzi al mondo più ampio che inevitabilmente li avrebbe attratti e dispersi. Don Vito aveva la mappa dettagliata di tutte le famiglie, delle persone rimaste e di quelle che se n’erano andate in cerca di fortuna e di sole. E io, per la prima volta mi cimentai nella lettura del dialetto resiano, così come riportato dallo studioso Milko Matičetov. Mi meravigliavo, accorgendomi di poter comprendere, col mio dialetto delle Valli del Natisone, quello del posto. Così con quei ragazzi mi sentivo di condividere memorie e valori.

Il destino di Uccea/Učja – chiamiamo così questa sua prevedibile parabola storica – si è compiuto. Rimane un ricordo e il rimpianto constatando che per prime ad abbandonarlo sono state le pubbliche istituzioni. Uno dei luoghi della nostra storia, emblema di tanti altri nostri paesini su cui incombe la stessa sorte. E questo mio scritto non è che uno sconsolato De profundis col cuore affranto per il probabile analogo destino di molti paesi delle mie Valli slovene.

Riccardo Ruttar

Il destino di Uccea/Učja si è compiuto_Vas Učja umira

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Incontro internazionale sul Dobratsch

Incontro internazionale sabato, 7 settembre, sul Dobratsch in Gailtal/Zilja.Il Dobratsch è un monte di 2166 m che svetta sopra Villach e la Valle del Gail. Nel 2017 sulla Windische Kirche/Slovenska cerkev («chiesa slovena», intitolata all’Assunzione di Maria), che si trova sulla cima del monte accanto alla “chiesa tedesca” (Maria am Stein), è stata posta una lapide in sloveno e tedesco, che ne ricorda la storia.Sorse, infatti, nel 1690 come ex voto dei coniugi Semmler, i nobili proprietari del castello di Wasserleonburg presso Saak. La coppia si era impegnat a costruire una chiesetta sul monte se il figlio sordomuto, per intercessione di Maria, fosse guarito. Furono esauditi e riuscirono a costruire la chiesa malgrado le resistenze del tribunale di Villach. Ancora oggi la chiesa figura tra quelle più in quota d’Europa.Sabato, 7 settembre, alle 7.30 partirà una navetta gratuita dal Cineplex di Villach, diretta alla volta della malga Rosstratte, dove, dalle 8.30, si svolgerà un incontro delle tre regioni all’insegna delle specialità culinarie. Alle 9.30 dalla malga partirà una passeggiata guidata verso la cima del Dobratsch e la chiesa slovena, con informazioni a cura di Matjaž Podlipnik dell’ente turismo di Kranjska Gora. Alle 12.00, nella chiesa slovena, sarà officiata una Messa in tedesco e sloveno, cui collaboreranno un terzetto femminile del Gailtal/Zilja e cantori del Sattnitz/Gure. Alle 17.00 la navetta riporterà i partecipanti a Villach.L’evento è organizzato dai circoli culturali della minoranza slovena carinziana Slovensko prosvetno društvo «Dobrač» di Fürnitz/Brnca e Slovensko prosvetno društvo «Zila» del Gailtal; dal club alpinistico sloveno di Klagenfurt Slovensko planinsko društvo Celovec; dal Parco naturale del Dobratsch; dagli enti sloveni Turizem Kranjska Gora, Slovenski planinski muzej, Turistično društvo Dovje-Mojstrana, Gornjesavski muzej Jesenice; dalla Parrocchia di Saak/Čače e dal Klub 99 Celovec – che riunisce personalità della minoranza slovena in Carinzia. Quest’anno collaborano per la prima volta anche i circoli della minoranza slovena valcanalese, l’Associazione/Združenje «Don Mario Cernet» e il Centro culturale sloveno/Slovensko kulturno središče «Planika».L’evento è promosso anche dal Land Carinzia, dall’Unione europea e dai Comuni di Villach, Arnoldstein/Podklošter, Nötsch e Bad Bleiberg.https://www.dom.it/na-dobracu-za-vecje-povezovanje_sul-dobratsch-per-piu-collaborazione/

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Cartelli bilingui in Alta Val Judrio

Nella parte montana del comune di Prepotto sta venendo installata, in questi giorni, la cartellonistica bilingue in italiano e sloveno. Come all’ingresso di alcune frazioni nella parte in pianura è possibile, già da qualche tempo, leggere il nome del paese in italiano e friulano, così all’ingresso delle frazioni della parte montana, in Val Judrio, d’ora in poi sarà possibile leggere i nomi dei paesi in italiano e nel locale dialetto sloveno: Berda/Budaži, Bordon/Bordoni, Ciubiz/Čubci, Cladrecis/Seucè, Codromaz/Kodarmaci, Cosson/Košoni, Covacevizza/Kovačevca, Molino Vecchio/Stari malin, Salamant/Salamanti, San Pietro di Chiazzacco/Tieje, Oborza/Obuorča, Podclanz/Podklanac, Podresca/Podarskije, Ponte Miscecco/Podmieščak, Prepotischis/Muci, Stregna/Sriednje. In corrispondenza di Marcolino/Lajšče, viste le ridotte dimensioni dell’abitato, è stato installato un indicatore di direzione.
Il comune continua, così, a valorizzare le lingue minoritarie ufficialmente riconosciute sul territorio oltre all’italiano – friulano e sloveno.
L’iniziativa è stata resa possibile grazie a un finanziamento assegnato al Comune di Prepotto in base alla legge regionale di tutela della minoranza linguistica slovena – più precisamente in base all’articolo 22, per interventi in favore del resiano e delle varianti linguistiche delle Valli del Natisone, del Torre e della Val Canale. Alla fine del 2017, al Comune di Prepotto erano stati assegnati 7.612,80 euro per realizzare il progetto dal titolo «Adeguamento bilingue della toponomastica del territorio comunale di Prepotto».
Sui nuovi cartelli, vicino allo stemma del comune, oltre ai toponimi italiani sono riportati i toponimi nella forma slovena dialettale locale. La scelta considera da un lato i toponimi come in uso tra i parlanti della zona, dall’altro la prassi nel tempo consolidata nelle limitrofe Valli del Natisone – dove i cartelli riportano i toponimi sloveni dialettali.
L’iniziativa attinge direttamente allo studio toponomastico di Maurizio Puntin e Lauro Iacolettig «L’antica pieve di Prepotto – Toponomastica e onomastica», pubblicato nel 2015 dalla Cooperativa Most e dall’Associazione Don Eugenio Blanchini di Cividale. Quest’ultima ha collaborato attivamente col Comune di Prepotto nella corretta trascrizione in dialetto sloveno dei toponimi riportati sui cartelli.
Il sindaco di Prepotto, Maria Clara Forti, realizza così un’altra promessa in programma: «Siamo coscienti del fatto che sul territorio, oltre all’italiano, sono parlate e soggette a tutela le locali varianti di sloveno e friulano e portiamo avanti queste iniziative ascoltando il territorio e i cittadini».
Prossimamente saranno installati cartelli col toponimo in tre lingue – italiano, dialetto sloveno e friulano – anche all’ingresso di Castelmonte. (Luciano Lister)

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I mille sapori dello strok

Domenica, 28 luglio, a San Giorgio di Resia/Bila il protagonista degli eventi della Val Resia sarà il rinomato aglio, con la famosa Festa dell’Aglio di Resia, organizzata dall’Associazione FivEventsin collaborazione con l’Associazione Produttori aglio di Resia.

Lo strok è un prodotto agricolo della valle che si contraddistingue per la sua tunica rossastra ed il suo particolare aroma dolce. Coltivato con tecniche tradizionali, viene messo a dimora nel mese di novembre e raccolto nel mese di luglio. Si tratta di un prodotto di nicchia diventato presidio Slow food nel 2004, che ogni anno attira in Val Resia centinaia di persone. Pur in costante aumento negli ultimi anni, la produzione dell’aglio resiano rimane una produzione a carattere per lo più familiare, su scala ridotta. A ogni modo costituisce un’importante integrazione al reddito delle famiglie locali.

Nella mattinata di domenica 28, con partenza dalla vecchia Latteria alle 9.00, l’Ecomuseo della Val Resia organizzerà un’escursione guidata gratuita dal titolo Alla scoperta del sentiero del Gusto. A partire dalle 12.00 si potranno degustare piatti a base di aglio di Resia a cura dello chef Mauro Scarabelli (menù completo su prenotazione obbligatoria in due fasce orarie, alle 12.00 o alle 13.30 – per prenotarvi scrivete un’email all’indirizzo festadellaglio@libero.it).

In Valle potrete, inoltre, visitare diversi musei. A San Giorgio sarà aperto il museo dell’ex-Latteria, mentre a Prato di Resia/Ravanca il Centro visite del Parco naturale delle Prealpi Giulie (dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 17.00), dove è allestita anche la mostra fotografica di Luciano Micelli e Bruno Zuliani dal titoloDall’alba al tramonto. A Lischiazze/Lïšćaca sarà aperto il centro La Tana in Val Resia (dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 14.30 alle 17.00).

A Stolvizza/Solbica, invece, saranno aperti il Museo dell’arrotino (dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 14.00 alle 16.00) e il Museo etnografico della Gente della Val Resia (dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 16.00).

Per maggiori informazioni potete rivolgervi all’ufficio Iat della Pro loco Val Resia a Prato telefonando allo 043353534; visitare il sito della Pro loco http://www.resianet.org o la pagina Facebook Pro Loco Val Resia oppure scrivere un’email all’indirizzo proloco.provalresia@gmail.com.