Il proverbio friulano della settimana


di Vita nei campi

“Cjalt denànt di San Giuan, / l’è dut ingiàn” ovvero il caldo prima del giorno di San Giovanni (24 giugno) è tutto un inganno.

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Lignano Sabbiadoro: concerto all’alba per il solstizio d’estate al Faro Rosso

🎬 Oggi sveglia alle 4 per raccontare in diretta il concerto all’#alba a Lignano

In collegamento Roberto Mattiussi

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Se in autostrada notate un cane abbandonato, non dovete fare altro che inviare un sms specificando località, ora di avvistamento, razza (se possibile) e direzione di marcia, al

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Mille volontari sono pronti ad intervenire in tutta Italia fino al 4 settembre.
Esiste anche un altro numero attivo 24 ore su 24, dal giorno 1 luglio al 31 agosto: ed è il n° verde

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Per favore rendiamoci utili, grazie

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I tomâts in vetrina.


L’associazione “i Mascarârs di Tarcint ” predispone una vetrina permanente in Piazza Roma Tarcento in cui verranno esposte, con rotazione mensile, le maschere realizzate dai singoli mascherai dell’associazione. Doveroso iniziare con Sergio Micco, maestro di tanti mascherai che operano attualmente.

da fb

Il pavone

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Il pavone comune o pavone blu anche noto come pavone indiano (Pavo cristatus Linnaeus1758) è un uccello appartenente alla famiglia dei Fasianidi.

Originario delle foreste dell’India, era già noto all’antica Grecia. I Romanilo allevavano sia per la sua bellezza che per la prelibatezza di carni e uova.

Descrizione

Un maschio

Un maschio

Una femmina

Una femmina

La livrea di questi uccelli è uno dei casi più rappresentativi di dimorfismo sessuale: la testa e il collo del maschio sono ricoperte di piume blu elettrico dai riflessi metallici. La zona intorno all’occhio è nuda, con pelle bianca interrotta da una striscia nera. Sulla nuca compaiono alcune penne nude a formare un elegante ciuffo. Il petto e il dorso sono coperti da grandi piume blu-verdi metallizzate; le ali sono bianche marezzate di nero mentre i fianchi sono giallo-arancione.

Dettagli della ruota del pavone maschio.

La caratteristica più evidente del pavone maschio consiste tuttavia nelle copritrici del groppone, abnormemente sviluppate in lunghezza (fino a 200 cm). In ognuna di queste penne, spesso a torto ritenute penne della coda (timoniere), lo sviluppo delle barbe non è costante per tutta la lunghezza; al contrario, all’estremità si allargano a formare una “paletta” con la tipica, vistosa macchia a forma di occhio. Tali penne, molto leggere a dispetto delle dimensioni, non sono affatto erettili: il loro sollevamento nella parata nuziale, durante la quale il maschio effettua una mostra ostentativa (“ruota”) è dovuto in realtà all’erezione delle timoniere, che costituiscono la vera coda, molto simile alla breve coda quadrata delle femmine. Questa coda, solitamente nascosta sotto le penne ornamentali, diventa facilmente visibile durante il dispiegamento, osservando il pavone da dietro.La femmina ha la testa bianca e bruna decorata dal ciuffo di penne sulla nuca. Il collo e il petto sono verde metallico e bruno. I fianchi e il ventre sono biancastri, macchiati di bruno. Anche le ali sono brune e marezzate di nero, così come la coda.https://www.wikiwand.com/it/Pavo_cristatus

Padre nostro in friulano

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Pentecoste :il giorno delle Cresime

COLÀS DA CRESIME
di Roberto Zottar

da https://www.facebook.com/pg/vitaneicampi/posts/?ref=page_internal

Per i cristiani la festa di Pentecoste ricorda la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli, mentre per gli ebrei il Shavout, o Pentecoste, ricorda il giorno in cui sul monte Sinai Dio diede a Mosè le tavole della legge. Nel Friuli la festa era detta “Pasche di rosis” perché nelle chiese si gettavano dall’alto petali di fiori per ricordare il miracolo delle lingue di fuoco. Ma era anche la data tradizionale della cresima dei ragazzi che, all’uscita dalla chiesa, ricevevano in dono i tipici “colàs”, o “colaz” o “colaç”. Il padrino o la madrina, se avevano possibilità economiche adeguate, facevano dono al cresimato dell’orologio, ma anche, e talvolta soltanto, dei colàs. Sono ciambelle di pasta dolce, o di altri tipi, ottenute facendo dei filoncini semplici o a treccia chiusi a cerchio e con un diametro da 20 a 50 cm. Fuori dalla chiesa c’era il venditore ambulante, il “colazzâr”, che li vendeva anche decorati con glassa di zucchero e piccoli bomboni. Questi dolci sono molto diffusi nell’area mediterranea: rotondi, senza principio né fine, simbolo dell’infinito, sono stati spesso associati alle cerimonie rituali e religiose quali battesimi, cresime e matrimoni. I colaz, se non lo stesso dolce, sono certamente parenti stretti, dei “buzolai” veneziani, e anche il detto lo ricorda “chi no gà sàntoli no gà buzolai”. Il “buzolà” o “buzolato”, deriva dal tardo latino “bucellatum” che era una sorta di galletta biscotto per i soldati, mentre indicazioni medievali poi lo indicano anche come un pan dolce che i contadini offrivano ai padroni il giorno di Natale. In Friuli erano in voga già prima del 1500 ed erano talmente popolari che un proclama cinquecentesco limitava il numero dei colàs che il padrino poteva donare al figlioccio. I “colàz da sope” erano invece dolcetti nunziali che si inzuppavano nel vino, mentre se realizzati con una treccia di pasta in una corona più grande erano un regalo beneaugurante per gli sposi, analogamente alla tradizione boema degli “Hochzeitgolatschen”. I colàs infatti sono cugini dei Golatschen boemi di cui troviamo traccia nei ricettari austriaci o anche nei manoscritti triestini di cucina, anche se i Golatschen sono previsti anche in una versione ripiena di ricotta o frutta. Il nome colàs potrebbe derivare dallo sloveno “kolač”, ciambella, “kolò” è infatti la ruota. 
Per realizzarli amalgamate con un litro di latte, 500 grammi di zucchero, 150 grammi di burro, un cucchiaino di sale, 1 busta di lievito per dolci, la buccia grattugiata di un limone e tanta farina quanto basta per rendere l’impasto morbido e asciutto. Formate dei bastoncini e quindi dei cerchi di diverso diametro, anche a treccia. Pennellate con l’uovo e volendo decorate con piccolissimi confetti colorati Da freddi i colas vanno legati tra loro con nastrini colorati.
Buon appetito

Mio marito Tin ,nato in Val Torre,si ricorda benissimo del colacari.

COLAÇ s.m. = ciambella, piccola ciambella; pane a ciambella (a forma di otto in vendita in certe sagre, tra cui il colàç di San Valentìn); dolce distintivo della cresima (dallo sloveno koláĀ, in comune con tutte le lingue slave ed il greco, è ipotizzabile derivi dalla base greca kóllix ‘focaccia tonda od ovale’) Une volte inte Cresime il santul al regalave il colaç al fi oç. Una volta alla Cresima il padrino regalava la ciambellina al figlioccio. ..

https://arlef.it/app/uploads/stampa-friulana/vc_22-05-2019.pdf

Mamma gatta e i ricci

Questi 8 ricci orfani hanno trovato una nuova mamma

https://www.facebook.com/Coscienzeinrete/videos/848065385527755/

Identità cancellata P.Parovel

Elenco cognomi tratto dal libro introvabile di Paolo Politi

Tra i colpi d’ingegno del fascismo nella cosiddetta Venezia Giulia c’è anche un colpo di spugna che non è per niente conosciuto nel resto dell’italico stivale, e che le scuole si guardano bene dall’insegnare o da rendere noto, così, non tanto perchè ormai serva a molto, ma un tanto per verità storica. Con il colpo di spugna infatti, la popolazione della suddetta nuova regione, da multietnica e multiculturale quale era, diventa in pochi anni italianissima grazie alla “restituzione” in forma italiana di tutti i cognomi. Dal momento che non mi piace parlare a vanvera, a differenza di altri, che basano le loro tesi sul sentito dire, in molte parrocchie dell’Istria e del Quarnero è possibile consultare registri che riportano atti di nascita o di matrimonio dove la quasi totalità dei cognomi è riportata con la ch finale o con la ć (che in croato corrisponde alla ch), dipendeva dalle origini del prete o del parroco, mentre a Trieste basta richiedere un registro del cimitero di S. Anna o dei vecchi atti del catasto precedenti al 1918 per constatare quello che sostengo, quindi? Cosa è stato restituito? Tutte le schede riguardanti l’italianizzazione dei cognomi è conservata totalmente all’Archivio di Stato di Trieste in via La Marmora. C’è da aggiungere che ci fu qualcuno che richiese l’italianizzazione del cognome, chi per convinzione patriottica, chi per meglio presentarsi nei confronti dei nuovi “padroni”, la tessera del PNF chiudeva il cerchio. Riporto una lista di cognomi tratta dal libro del Prof. Paolo Parovel “L’identità cancellata”. Per inciso anche il libro è stato “cancellato” perchè è quasi impossibile da trovare. foto e testo dal post di Sergio Cisco su fb