cronaca, letteratura italiana

è morta la poeta Patrizia Cavalli, di Silvia Ronchey — daniela e dintorni

https://www.repubblica.it/cultura/2022/06/21/news/morta_poetessa_patrizia_cavalli-354858635/ “La morte vorrei affrontarla ad armi pari / anche se so che infine dovrò perdere, / voglio uno scontro essendo tutta intera, / che non mi prenda di nascosto e lentamente”. Ad armi pari Patrizia Cavalli ha affrontato la morte, in un lungo duello ingaggiato e sostenuto da quel guerriero che era sempre stata e ancora […]

è morta la poeta Patrizia Cavalli, di Silvia Ronchey — daniela e dintorni
letteratura italiana

A TUTTE LE DONNE

A tutte le donne (Alda Merini)

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra e innalzi il tuo canto d’amore.

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letteratura italiana

Canzone di Marzo

Che torbida notte di marzo!
Ma che mattinata tranquilla!
che cielo pulito! che sfarzo
di perle! Ogni stelo, una stilla
che ride: sorriso che brilla
su lunghe parole.
Le serpi si sono destate
col tuono che rimbombò primo.
Guizzavano, udendo l’estate,
le verdi cicigne tra il timo;
battevan la coda sul limo
le biscie acquaiole.
Ancor le fanciulle si sono
destate, ma per un momento:
pensarono serpi, a quel tuono;
sognarono l’incantamento.
In sogno gettavano al vento
le loro pezzuole.
Nell’aride bresche anco l’api
si sono destate agli schiocchi.
La vite gemeva dai capi,
fremevano i gelsi nei nocchi.
Ai lampi sbattevano gli occhi
le prime viole.
Han fatto, venendo dal mare,
le rondini tristo viaggio.
Ma ora, vedendo tremare
sopr’ogni acquitrino il suo raggio,
cinguettano in loro linguaggio,
ch’è ciò che ci vuole.
Sì, ciò che ci vuole. Le loro
casine, qualcuna si sfalda,
qualcuna è già rotta. Lavoro
ci vuole, ed argilla più salda;
perchè ci stia comoda e calda
la garrula prole.

Giovanni Pascoli

dal web

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LA LUNA DI KIEV

Gianni Rodari

Kiev, Ukraine, golden domes of christian orthodox Dormition cathedral in Kyiv Monastery of the Caves or Kiev Pechersk Lavra on Dniepr river

Chissà se la luna

di Kiev

è bella

come la luna di Roma,

chissà se è la stessa

o soltanto sua sorella…

“Ma son sempre quella!

– la luna protesta –

non sono mica

un berretto da notte

sulla tua testa!

Viaggiando quassù

faccio lume a tutti quanti,

dall’India al Perù,

dal Tevere al Mar Morto,

e i miei raggi viaggiano

senza passaporto”.

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Rondini stanche


LEONARDO SCIASCIA

BALLERINE IN TRENO

Vestono gonne lunghe, hanno sciarpe
d’arcobaleno – e si abbandonano affrante,
allungano le gambe sui sedili.
Lamentano il conto dell’albergo,
l’affanno della partenza, il sonno
reciso all’alba.
I loro nomi – Monica, Marisa –
hanno la triste luce delle perle
che le ragazze comprano alle fiere.
Povere, loquaci rondini che migrano
da un deserto a un deserto,
rondini stanche senza primavera.

Chiudono gli occhi; un freddo
velo di sonno segna i loro volti,
un’infanzia di pena affiora: bianca,
appena viva del respiro
sull’iride squillante delle sciarpe.

(da La Sicilia, il suo cuore, Bardi, 1952)

Leonardo Sciascia (Racalmuto, 8 gennaio 1921 – Palermo, 20 novembre 1989), scrittore e poeta italiano.  Spirito libero e anticonformista, lucidissimo e impietoso critico del nostro tempo, all’ansia di conoscere le contraddizioni della sua terra e dell’umanità, unì un senso di giustizia pessimistico e sempre deluso.

https://cantosirene.blogspot.com/2022/02/rondini-stanche.html

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Poesia di Pascoli Giovanni

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,

anzi d’antico: io vivo altrove, e sento
che sono intorno nate le viole.

Son nate nella selva del convento
dei cappuccini, tra le morte foglie
che al ceppo delle quercie agita il vento.

Si respira una dolce aria che scioglie
le dure zolle, e visita le chiese
di campagna, ch’erbose hanno le soglie:

un’aria d’altro luogo e d’altro mese
e d’altra vita: un’aria celestina
che regga molte bianche ali sospese…

sì, gli aquiloni! E’ questa una mattina
che non c’è scuola. Siamo usciti a schiera
tra le siepi di rovo e d’albaspina.

Le siepi erano brulle, irte; ma c’era
d’autunno ancora qualche mazzo rosso
di bacche, e qualche fior di primavera

bianco; e sui rami nudi il pettirosso
saltava, e la lucertola il capino
mostrava tra le foglie aspre del fosso…

https://www.libriantichionline.com/divagazioni/giovanni_pascoli_aquilone

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Poesia di Alfonso Gatto

L’erba

L’erba, il silenzio, il muovere dell’ombra
soli, nel pianto tuo della mattina,
l’erba, il silenzio, il muovere dell’ombra
e gli steli del vento. Il tuo sollievo
è di vederti calma nell’attesa
ch’io giunga da lontano, il tuo riposo
è la speranza d’incontrarci a sera
per caso in un inverno.
Lasciarti per sparire,
per essere il tuo cielo dove guardi
senza rimorsi, avere il tuo rimpianto,
la tua memoria, le tue mani vuote…
Forse è più dolce piangermi che avermi.

Tutte le poesie (Mondadori, 2017)

da https://internopoesia.com/2020/02/

letteratura italiana

Sonetto d’Epifania

GIORGIO CAPRONI

Sopra la piazza aperta a una leggera
aria di mare, che dolce tempesta
coi suoi lumi in tumulto fu la sera
d’Epifania! Nel fuoco della festa
rapita, ora ritorna a quella fiera
di voci dissennate, e si ridesta
nel cuore che ti cerca, la tua cera
allegra – la tua effigie persa in questa
tranquillità dell’alba, ove dispare
in nulla, mentre gridano ai mercati
altre donne più vere, un esitare
d’echi febbrili (i gesti un dì acclamati
al tuo veloce ridere) al passare
dei fumi che la brezza ha dissipati.

(da Cronistoria, Firenze, 1943)

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“La mia poesia mira sempre più ad essere un’allegoria della vita con tutto quanto ha di sgomentante la vita stessa” scriveva il poeta livornese Giorgio Caproni quando terminava la sua opera Cronistorie. A quel periodo appartengono un paio di sonetti tra qui questo dedicato alla giornata dell’Epifania. In esso, secondo Adele Dei, “si percepisce come un frattura l’assillo del tempo in movimento”, ingentilito dalla solita anonima figura di interlocutrice.

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Livorno
FOTOGRAFIA © PIXTURY

da https://cantosirene.blogspot.com/2019/01/

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letteratura italiana

Europa bella, amata e dannata

Un viaggio da oriente verso occidente, in barca. A bordo Evropa, una fuggiasca siriana, e quattro cavalieri: Petros il nocchiero greco, Ulivi il cuoco turco, Sam il nostromo francese e il narratore. In libreria “Canto per l’Europa”, di Paolo Rumiz. Una recensione

29/12/2021 –  Fabio Fiori

Un libro di Paolo Rumiz è sempre un viaggio. In bici verso Istanbul, in treno per Odessa, a piedi sulla Via Appia, con una vecchia topolino su e giù per gli Appennini. Ha anche camminato nelle trincee delle guerre europee, ha viaggiato da fermo nel ventre di un ciclope in forma di faro. Senza dimenticare la sua predilezione per l’Oriente. In particolare per i Balcani, forse perché “dell’Europa ne sono il cuore di cui mai abbastanza ci si servirà”, riprendendo le parole di un’altro straordinario scrittore errante: Nicolas Bouvier.

In questo nuovo  â€œCanto per Europa” (Feltrinelli; 255 pp, 17 euro), si viaggia a vela, nella maniera più antica, almeno tra le sponde di quel Mediterraneo che oggi per “molti è solo una massa infinita d’acqua salata”, mentre per i migranti è “Pontos, passaggio, imbarcadero di terra promessa”. Un Mediterraneo che da millenni è al centro di straordinarie avventure e di terribili disavventure, ieri come oggi. Ed è proprio su questo doppio registro, di favola e tragedia, che oscilla questo viaggio di Paolo Rumiz, arricchito dalle illustrazioni oniriche di Cosimo Miorelli, che firma anche la copertina.

Il narratore di questa storia è un Rapsodolevantino, permettendosi un epiteto che si aggiunge agli altri: Scriba, Barbadineve, Taciturno. Perciò nel libro cerca innanzitutto un ritmo, quello dell’endecasillabo, e l’avvia nel proemio come una vecchia fiaba: “In una notte nitida di ottobre”. Una fiaba con una principessa chiamata Evropa, una fuggiasca siriana, e quattro cavalieri: Petros il nocchiero greco, Ulivi il cuoco turco, Sam il nostromo francese e il narratore. Una fiaba nera, come le nuvole che attraversano oggi, o forse da sempre, i cieli d’Europa, “il sogno di chi non ce l’ha”; quello della protagonista: l’Enigmatica, l’Ostinata, la Caparbia. Una giovane figlia dell’Asia che, come tante, scappa da una terra in fiamme, da violenze inenarrabili, da follie sanguinarie. “La divina migrante risplendeva / e quel suo piccolo corpo umiliato riabilitava gli uomini, aveva il potere di liberare il mondo / dal caos, dal disamore e dal frastuono”. Ma, come in tutte le favole, gli uomini non sono i soli personaggi; altrettanto importanti sono gli dei, gli animali, le geografie: terrestri, marine e celesti. Inoltre c’è una seconda, seducente protagonista: Moya, la barca, senziente e parlante.

Moya è realtà che supera la fantasia, perché Moya esiste e naviga ancora oggi. Un barca varata in Inghilterra più di cento anni fa, capace di superare due guerre e un naufragio, con scafo nero e vele rosse. Il suo albero genealogico, quello dei suoi armatori, suggella “uno sposalizio tra due mondi”, d’oltremanica e mediterraneo. Perciò ancora più straziante è il dolore di Petros, il suo ultimo comandante, per un’Europa rimasta orfana proprio dell’Inghilterra. Petros, “ammiraglio delle anime”, triestino di nascita ma figlio pagano dell’Ellade, inglese d’adozione, insegnante a Cardiff, dove cercava di far capire ai ragazzi le meraviglie del mare degli antichi.

Petros che con appassionata perizia marinaresca teneva a poppa l’Union Jack e issava ogni giorno alle crocette la bandiera blu stellata. Bandiere e vele al vento, per un viaggio che parte nell’estremo oriente mediterraneo, con un incontro fatale a Tiro, sulle coste del Libano. Lì, in un tramonto di marzo, nella vita dei quattro barbuti irrompe una ragazza che “sapeva di elicriso e di spavento”, ma controllava la paura e aveva un unico obiettivo. “Andarsene voleva in capo al mondo”, lontano dalla sua patria siriaca sfigurata da guerra, ferocia e ingiustizia.

Così il viaggio dei moyanauti diventa mitopietico: nella barca si rinnova l’unione tra Zeus ed Europa, dalla barca si osserva la follia degli uomini, sulla barca si ritrova la necessaria relazione con il dionisiaco. Moya naviga da oriente verso occidente, toccando Cipro isola sacra ad Afrodite, Rodi l’isola-mandorla, Creta che ha pelle di rugiada, Lesbo fiammeggiante, Ikaria artigliata dall’Austro, Tinos con le sue seicento chiese e tanti altri luoghi di quell’Arcipelago che è antica culla dei miti mediterranei. Ma il viaggio prosegue, i moyanauti inseguono il sole per poter soddisfare le richieste della ragazza, che si rivelerà essere Nostra Signora del Mediterraneo. Avvisteranno l’Etna, il monarca di fuoco, attraverseranno lo Stretto dagli infidi gorghi, seguiranno il falò dello Stromboli. Tanto altro accadrà nell’ultimo capitolo, intitolato “Libro del mare immenso”. Fatti marinareschi ordinari e straordinari, accadimenti divini dolci e amari.

Perché, come ricorda Eros a Tànatos, nei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese: “Quando un dio avvicina un mortale, segue sempre una cosa crudele”.

https://www.balcanicaucaso.org/aree/Europa/Europa-bella-amata-e-dannata-214804

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FVG, letteratura italiana

Poesia che adoro

Natale in poesia

Ma quando facevo il pastore
allora ero certo del tuo Natale.
I campi bianchi di brina,
i campi rotti dal gracidio dei corvi
nel mio Friuli sotto la montagna,
erano il giusto spazio alla calata
delle genti favolose.
I tronchi degli alberi parevano
creature piene di ferite;
mia madre era parente
della Vergine,
tutta in faccende,
finalmente serena.
Io portavo le pecore fino al sagrato
e sapevo d’essere uomo vero
del tuo regale presepio.

padre  David Maria Turoldo  David Maria Turoldo, al secolo Giuseppe Turoldo (Coderno, 22 novembre 1916 – Milano, 6 febbraio 1992), è stato un religioso e poeta italiano, membro dell’Ordine dei servi di Maria. È stato, oltre che poeta, figura profetica in ambito ecclesiale e civile, resistente sostenitore delle istanze di rinnovamento culturale e religioso, di ispirazione conciliare. È ritenuto da alcuni uno dei più rappresentativi esponenti di un cambiamento del cattolicesimo nella seconda metà del ‘900, il che gli è valso il titolo di “coscienza inquieta della Chiesa”,
Mercoledì 22 novembre di cento anni fa nasceva in un paesino del Friuli padre David Maria Turoldo, frate dei Servi di Maria, poeta, giornalista, predicatore, testimone appassionato di una fede che non temeva di “impolverarsi” nelle strade della terra e della storia…http://www.famigliacristiana.it/articolo/lultimo-dono-del-mio-amico-padre-turoldo.aspx

letteratura italiana

Ti auguro buon Natale

MARIA LUISA SPAZIANI
da fb
IL MONDO NON ASCOLTA CHE RUMORI

Il mondo non ascolta che rumori.
Le sfumature sfuggono, sfumano gli ultrasuoni.
Io trasmetto parole su un’antenna
che ogni giorno quel vento rovescia.

Ti auguro buon Natale, nel più profondo sento
di che magica forza quest’augurio è capace.
Non t’ho detto che t’amo, forse l’avrei osato
se mai nessuno al mondo lo avesse detto prima.

(da La traversata dell’oasi, Mondadori, 2002)

eventi, letteratura italiana

NATALE

Con questa bellissima poesia auguro un sereno Natale a tutti i miei lettori!

La pecorina di gesso,
sulla collina in cartone,
chiede umilmente permesso
ai Magi in adorazione.

Splende come acquamarina
il lago, freddo e un po’ tetro,
chiuso fra la borraccina,
verde illusione di vetro.

Lungi nel tempo, e vicino
nel sogno (pianto e mistero)
c’è accanto a Gesù Bambino,
un bue giallo, un ciuco nero.

Guido Gozzano