Pubblicato in: FVG, letteratura italiana

RACCONTO

Trieste

Trieste è una bocca serrata sul mare.
Un viandante che non sa dove andare. Un abbraccio senza un corpo da stringere, dolente e fragile, impermeabile. Stella cadente, cocciuta propaggine dell’ultimo cielo rimasto. Mi fermo, a notte, a guardare il salotto della piazza rivestito di luci come un albero di Natale orfano di fanciulli, un paese dei balocchi chiuso per turno. Le vie del centro spengono i bagliori e masse di indistinte sagome stanno insieme, in branco, non ridono né piangono, bevono. E’ tardi eppure il brusio non smette di tacere, nulla mi parla se non la statua del piccolo Svevo venutomi ad incontrare. Gli stringo la mano perché vengo da molto lontano per poterlo incontrare e sentire la sua ironia e così mi appare: il contrario di ciò che voleva diventare. Di mattina il sole traluce tra le nuvole e biancheggia sul castello di Miramare, avamposto di supposto amore, finestra sul mare perché forse solo questo è amare. Nel giardino un prato di tulipani accarezza il mio sguardo che beve ogni particolare, mentre le vele che solcano il mare sembrano lì solo per dare la pennellata finale. E’ una città di dolore, una città che stringe il cuore, una città che non consente il ritorno nel suo vestito d’addio.
Franca Massaiu

da http://www.andrealucani.it/trieste.html

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Quel che resta d’una foglia

DIEGO VALERI

AUTUNNO

In tenue luce l’autunno si spoglia.
Una rete di nervi esili e un velo
d’oro diafano, tesi sotto il cielo:
l’autunno è quel che resta d’una foglia.

(da Poesie, Mondadori, 1962)

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Con pochissime pennellate il poeta veneto Diego Valeri riesce a dipingere un semplice bozzetto autunnale che evoca i tappeti gialli e rossi nei giardini e nei viali, i rami degli alberi che si spogliano, la tenacia delle foglie che resistono finendo con l’essere alla fine solo semplici nervature.

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FOTOGRAFIA © CAPRI23AUTO/PIXABAY

.https://cantosirene.blogspot.com/

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L’ORO D’AUTUNNO

DIEGO VALERI

L’ORO D’AUTUNNO

L’oro d’autunno sale giorno a giorno,
per gradini di verde
lungo il fuso del pioppo,
fino all’esile vetta. Ancora resta
lassù sospeso, un breve tempo; e intanto
l’ultimo verde cade. Poi nel bianco
cielo, come una fiamma fatua, dolce –
mente si esala, vola via, si perde
.

(da Il flauto a due canne, Mondadori, 1958)

FOTOGRAFIA © IG / MARZIA PICCINELLI

da https://cantosirene.blogspot.com/search/label/poesia%20italiana

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Stefania Rucli, tre inediti — perìgeion

Avevamo già avuto modo di ospitare e apprezzare la poesia di Stefania Rucli, giovane poeta del Nord Est che adesso vive a Milano (trovate qui una selezione dei suoi testi). E’ quindi un piacere ritrovarla adesso e constatare che Stefania mantiene lo stesso rapporto di purezza con la parola, che […]

Stefania Rucli, tre inediti — perìgeion
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69) Fiore di Roccia (Ilaria Tuti) — ilritornodimelvin

“Fiore di roccia” è un romanzo scritto da Ilaria Tuti e pubblicato l’otto Giugno 2020 da Longanesi Editore. Sinossi: «Quelli che riecheggiano lassù, fra le cime, non sono tuoni. Il fragore delle bombe austriache scuote anche chi è rimasto nei villaggi, mille metri più in basso. Restiamo soltanto noi donne, ed è a noi che […]

69) Fiore di Roccia (Ilaria Tuti) — ilritornodimelvin
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mare di settembre, di Graziana Zaccheo — daniela e dintorni

Mare caldo di settembre Avvolgimi ancora un poco In quel tuo immenso abbraccio Che mi dà i brividi E ristora la mia anima Accarezzarmi calmo, suadente Malinconico Raccontami del sole che ti ha scaldato Del vento che ti ha ingrossato Dell’estate che ti lascia Meraviglioso Bramosa di ritrovarti Cantami la tua canzone dolce Litania d’amore […]

mare di settembre, di Graziana Zaccheo — daniela e dintorni
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Le poche carte – Pierluigi Cappello — Poesia in rete

Le poche carte che ho con me piegato sulle pagine da scrivere con una calma assira da scriba senz’altra direzione che il dolore, un giardino che filiazioni e filiazioni, un’umanità tutta intera ha finito per attraversare; le poche carte, e questi occhi lo specchio immobile dell’iride screziato dall’ombra delle foglie; stare cosí, senza distanza […]

Le poche carte – Pierluigi Cappello — Poesia in rete
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Antonella Bukovac poetessa delle Valli del Natisone

Siedo da anni nell’ansa
dove curvano i pensieri
si congiungono e riavviano
mi infilo nello spazio tra uno e l’altro
allargo le gambe – divarico il tempo
tra la fine e il principio
della pausa prendo l’impronta.[…]

Come i suoi compagni di collana, al Limite (Le Lettere, collana Fuori Formato, pp. 120, con DVD, euro 32) è una perla luminosa. Ne registro la sfericità vibrante nel panorama della recente poesia in lingua italiana con parecchio ritardo (il libro è infatti uscito nel 2011), ma non credo ci sia un time to market troppo stringente da rispettare in poesia. Per questa poesia. Antonella Bukovaz ha qui concentrato lo sforzo di una geografia poetica e di un percorso vocale tra i più avvincenti (da sempre infatti sperimenta la multimedialità, come nel DVD allegato realizzato assieme a Paolo Comuzzi e con le composizioni musicali di Antonio Della Marina). Attiva in quell’area (aria?) di confine tra Italia e Slovenia, in quel paese di Topolò (Topolove) salito agli onori della cronaca per uno dei più intelligenti festival artistici d’Italia (Stazione di Topolò/Postaja Topolove), poeta di intervalli e pendolare di valli (quelle del Natisone), tra San Pietro e Cividale, Antonella Bukovaz offre oggi una delle più aperte letture del paesaggio post-Zanzotto. Andrea Cortellessa, curatore della collana, parla giustamente di poesia site-specific, rimandando al parallelo con la prosa del paesologo Franco Arminio, autore di una bellissima nota conclusiva di cui riporto alcuni stralci importanti:

“C’è un solo punto del corpo da cui non si vede il cielo. Questo punto è la geografia tatuata sulla pianta dei piedi. Il contatto con la terra è la prima regola della nostra postura, ma è come se fosse in corso una rimozione del punto d’appoggio. La terra è la base, è come vivere in un vaso: a pensarci bene ogni passo è fioritura, è un andare e vedere dove siamo, dove possiamo andare.Io ho sempre letto i versi di Antonella Bukovaz cercando in essi il luogo da cui provenivano. Ogni corpo è un luogo di confine tra la terra e la carne e noi abitiamo sempre un bordo, un borgo minacciato di estinzione […] In ogni caso io amo la scrittura che mi dice dove si trova chi scrive, che vento e che nuvole e che macchine vede intorno a sé lo scrittore. […] La poesia è un po’ come la colatura di alici. […] 
Il luogo funziona come da spremiagrumi. Quando si rimane a lungo nel posto in cui si è nati, quasi sempre ci si spegne lentamente per inalazione di dosi minime e continue di ossido di carbonio. Perché la combustione avviene al chiuso, perché bisogna bruciare se stessi per darsi calore e luce. […] Con lei (con Antonella Bukovaz, ndr) siamo sui monti, siamo al confine, sospesi tra un’identiqua e un’identilà. E siamo ad Oriente. È come portare Saba ad alta quota, dalle galline alle poiane. […]”

Poesia site-specific quindi, ma poesia sulla fissità e sulla sparizione del luogo, dello spiraliforme mutare di natura, di simmetrie, delle invarianti del pendolo che ha come estremi la stanzialità del corpo e il nomadismo di ciò che è più perduto, il saluto di un verso quindi, di una poesia immersa in uno dei più lacerati “problemi della lingua” conosciuti nel secolo scorso, come giustamente ricorda Moreno Miorelli nella sua nota sugli indissolubili aspetti storico-geografici di quest’area: “La situazione ha mille sfumature e complessità che è impossibile qui approfondire, ciò che rimane è un “problema della lingua”, per chi l’ha difesa e per chi l’ha rifiutata, che si trasforma in un caso eccezionale, unico, come se in un bicchiere d’acqua si fossero radunate pronte allo scontro tutte le tensioni e le contraddizioni di secoli di storia, simboleggiate e concentrate in una parlata, in un dialetto che il solo nominarlo, praticarlo o studiarlo ha creato, soprattutto nella seconda metà del secolo scorso, asti e irremovibili sensi di colpa o di rivalsa o di rifiuto e questo per la più naturale delle espressioni umane, il parlare. Quella che richiederebbe, per non venire fraintesa, per dare forme chiare al pensiero, la più grande quiete.”

 Davvero una delle più belle letture (e visioni) degli ultimi mesi (cercatela anche su Youtube).



CAMERARDENTE

Nello sciame quantico
quanti siamo? Affondiamo
sempre più nella lingua
deglutiti da boschi d’alfabeti
si emerge a cercare calma
ci tiene a galla
un confine mai divelto.
Una corruzione inesorabile accompagna la crescita
e la parola
confine tra uomo e uomo
da questo abisso
risalire sarà una guerra
fino alla conchiglia delle mani
a scoprire una perla dal brillio del latte
pronta a esplodere o, nel peggiore dei casi
a perdere splendore
fino a ingrigire e spegnere
anche la luce intorno.
Dicono che sono caduti – i confini
ma com’è possibile? Erano tutt’uno
con le carni dei vicini e le ansie
da finitudine imperfetta
e la materia della lontananza!
Si è vissuti in un coagulo eroso
dal protendersi di opposti versanti
dalla notte delle strategie
da un misurato marasma.
Si è sopravissuti in sanguinaccio di identità.
E ora questa notizia!
……
Quindi ciò che sento è la presenza
di un arto fantasma?
Alla luce del desiderio del desiderio
sono evidenti le storture dello sguardo
i crampi alla percezione del reale
mentre il rimpianto dei confini
– poggiati su cuscini – di raso
è un’ode di cinque o sei versi
lungo i quali so schiantarmi e ricompormi
alla penombra della loro camera ardente.
Ho tenuto tra le mani il mio osso
ora non posso più respingermi
ma rischio di lasciarmi annegare
in questo che è il mio riflesso
e sembra mare.

(E se volete approfondire, troverete un’altra bellissima poesia, più lunga, in questo PDF scaricabile dal sito della casa editrice Le Lettere, dove l’epigrafe pasoliniana dice moltissimo del “problema della lingua”). 
Infine, data la natura del libro e dato il frequente ricorso al lavoro multimediale da parte dell’autrice, (con Sandro Carta, Marco Mossutto, Hanna Preuss, Antonio Della Marina e l’instancabile Teho Teardo), credo sia opportuno rimandarvi a questo video, le cui immagini stanno ai versi come le foglie ai rami, un lavoro che poi, tra l’altro, mi sembra così congeniale (consustanziale?) alla squisita irrequietezza che contraddistingue quest’artista.tratto interamente da:http://librobreve.blogspot.it/2012/05/da-al-limite-di-antonella-bukovaz.html