Romanzi ambientati in Friuli

L’armata dei fiumi perduti è un romanzo storico di Carlo Sgorlon del 1985. Racconta la storia dell’occupazione da parte dell’armata cosacca in Carnia durante il periodo successivo all’armistizio dell’8 settembre 1943, vista da una piccola comunità locale. Con questo romanzo Sgorlon vinse il Premio Strega nel 1985.

Trama

In un piccolo paese della Carnia, la notizia dell’armistizio sembra preannunciare la tanto attesa fine delle sventure che una guerra insensata ha seminato ovunque. Lo spera anche Marta, che abita nella villa della signora Esther assieme alla vecchia padrona di casa e alla sorella del suo fidanzato Arturo, disperso in Russia. Ed invece la guerra ha ancora un conto pesante da riscuotere, anche in questo posto isolato dal mondo: arrivano i tedeschi, passati da alleati ad invasori, e portano via la signora Esther, e gli zingari che passavano da quelle parti, nessuno sa perché, e per che destinazioni. E Marta diventa così suo malgrado la custode di una casa destinata ad accogliere i naufraghi delle tempeste che infuriano in questi tempi disgraziati. Vi si stabilisce il vecchio zingaro Haha, che la sorte ha salvato dal destino oscuro dei suoi cari, ci passerà il soldato Ivos, reduce da molti orrori di guerra, per questo deciso a fare il possibile per evitarne altri, anche a costo di riprendere le armi e combattere. E vi si stabiliranno anche i cosacchi giunti dalla Russia dopo un lungo viaggio, parte di un popolo fiero ed indomito che la storia ha reso ramingo e portato in questa terra così lontana dalle loro case, costringendoli a diventare ladri ed invasori di cose e terre altrui. In quella villa Urvàn, Gavrila, Ghirei, sua madre Dunaika ed il piccolo Luca non troveranno diffidenza e paura, e potranno almeno per un poco vivere l’illusione di un’esistenza normale. Nasceranno anche amicizie e persino l’amore, tra Marta ed Urvàn, uomo segnato da molte vicissitudini ed oppresso da un cupo timore per il destino che incombe su tutto il suo popolo. La guerra ha le sue regole, per gli sconfitti dalla storia non c’è pace duratura, e la convivenza tra gli invasori e la gente delle valli si fa presto difficile, via via che la fame e l’incertezza del futuro aumentano, colpendo in ugual misura occupati, invasori e partigiani. Con l’inevitabile crescere dei conflitti e dell’odio, l’avventura disperata di questo popolo senza terra finisce nella tragedia che il cuore di Urvàn presagiva, tra i burroni del Plöckenpass dove anch’egli trova la fine, e le rive della Drava, dove molti preferiranno il suicidio alla consegna all’implacabile nemico russo. Solo il giovane Ghirei si ribellerà alla sorte riuscendo a fuggire, tornando alla villa di Marta, unico luogo dove la barbarie non trova accoglienza.

Personaggi

  • Marta. Una donna dotata della forza e saggezza della terra, sa leggere dentro le persone, senza mai giudicare, ed è quindi incapace di odiare. Le circostanze la faranno diventare custode di una casa non sua, che grazie alla sua guida sarà rifugio dalle sventure della guerra.
  • Urvàn. La scelta di seguire la lotta della sua gente lo ha caricato di lutti, facendogli perdere moglie e figli, e per questo custodisce il dubbio di essersi infilato in una strada senza uscita. L’amore di Marta sarà una breve pausa di pace, ma alla fine seguirà il destino del suo popolo.
  • Gavrila Ivanovic Bakazov. Ex ufficiale di carriera che dopo la sconfitta coi bolscevichi aveva scelto l’esilio, vede trasformarsi la speranza di rivincita in amarezza, man mano che le possibilità di un riscatto per il suo popolo svaniscono, diventando rimpianto per quello che non è più, e mai più potrà essere.
  • Ghirei. Ragazzo cosacco ardimentoso e spavaldo, l’amore per la bella Alda ed il dolore per la sua morte violenta lo faranno maturare improvvisamente, rendendolo consapevole della reale natura della guerra.
  • Ivos. Ex militare che per nausea della guerra decide di fare quanto possibile per accorciarla, anche al costo di combattere ancora. Diventa così partigiano, e con il nome di Vento diventerà una piccola leggenda, sempre seguendo la sua filosofia di limitare il male al necessario. Finita la guerra, ritornerà alla vita normale, al fianco di Marta.
  • Haha. Vecchio zingaro salvatosi per caso dal rastrellamento che ha fatto sparire nel nulla la sua gente, rimarrà nella villa di Marta per fare compagnia alle due donne. https://www.wikiwand.com/it/L%27armata_dei_fiumi_perduti

Le confessioni di un italiano di Ippolito Nievo

Pubblicato postumo nel 1867 a Firenze con il titolo Le confessioni di un ottuagenario (per volere dell’editore, che non desiderava farlo passare per una “pappolata politica”), il romanzo Le confessioni d’un italiano fu iniziato nel dicembre 1857 e terminato, per quanto possiamo dedurre da una lettera dell’autore, il 16 agosto 1858.

La vicenda si risolve nella narrazione della vita dell’80enne Carlo Altoviti, intenzionato a lasciare ai posteri una diretta testimonianza degli eventi susseguitisi dalla metà del XVIII secolo alla metà del XIX. Le confessioni d’un italiano è il romanzo maggiore di Ippolito Nievo, ma solo nel 1931 se ne ebbe una versione critica, a cura di F. Palazzi, edita col titolo originale.

Dall’incipit del libro:

Io nacqui veneziano ai 18 ottobre del 1775, giorno dell’evangelista san Luca; e morrò per la grazia di Dio italiano quando lo vorrà quella Provvidenza che governa misteriosamente il mondo. Ecco la morale della mia vita. E siccome questa morale non fui io ma i tempi che l’hanno fatta, cosí mi venne in mente che descrivere ingenuamente quest’azione dei tempi sopra la vita d’un uomo potesse recare qualche utilità a coloro, che da altri tempi son destinati a sentire le conseguenze meno imperfette di quei primi influssi attuati. Sono vecchio oramai piú che ottuagenario nell’anno che corre dell’era cristiana 1858; e pur giovine di cuore forse meglio che nol fossi mai nella combattuta giovinezza, e nella stanchissima virilità. Molto vissi e soffersi; ma non mi vennero meno quei conforti, che, sconosciuti le piú volte di mezzo alle tribolazioni che sempre paiono soverchie alla smoderatezza e cascaggine umana, pur sollevano l’anima alla serenità della pace e della speranza quando tornano poi alla memoria quali veramente sono, talismani invincibili contro ogni avversa fortuna. Intendo quegli affetti e quelle opinioni, che anziché prender norma dalle vicende esteriori comandano vittoriosamente ad esse e se ne fanno agone di operose battaglie. La mia indole, l’ingegno, la prima educazione e le operazioni e le sorti progressive furono, come ogni altra cosa umana, miste di bene e di male: e se non fosse sfoggio indiscreto di modestia potrei anco aggiungere che in punto a merito abbondò piuttosto il male che il bene. Ma in tutto ciò nulla sarebbe di strano o degno da essere narrato, se la mia vita non correva a cavalcione di questi due secoli che resteranno un tempo assai memorabile massime nella storia italiana. Infatti fu in questo mezzo che diedero primo frutto di fecondità reale quelle speculazioni politiche che dal milletrecento al millesettecento traspirarono dalle opere di Dante, di Macchiavello, di Filicaia, di Vico e di tanti altri che non soccorrono ora alla mia mediocre coltura e quasi ignoranza letteraria. La circostanza, altri direbbe la sventura, di aver vissuto in questi anni mi ha dunque indotto nel divisamento di scrivere quanto ho veduto sentito fatto e provato dalla prima infanzia al cominciare della vecchiaia, quando gli acciacchi dell’età, la condiscendenza ai piú giovani, la temperanza delle opinioni senili e, diciamolo anche, l’esperienza di molte e molte disgrazie in questi ultimi anni mi ridussero a quella dimora campestre dove aveva assistito all’ultimo e ridicolo atto del gran dramma feudale. Né il mio semplice racconto rispetto alla storia ha diversa importanza di quella che avrebbe una nota apposta da ignota mano contemporanea alle rivelazioni d’un antichissimo codice. L’attività privata d’un uomo che non fu né tanto avara da trincerarsi in se stessa contro le mi serie comuni, né tanto stoica da opporsi deliberatamente ad esse, né tanto sapiente o superba da trascurarle disprezzandole, mi pare in alcun modo riflettere l’attività comune e nazionale che la assorbe; come il cader d’una goccia rappresenta la direzione della pioggia. Cosí l’esposizione de’ casi miei sarà quasi un esemplare di quelle innumerevoli sorti individuali che dallo sfasciarsi dei vecchi ordinamenti politici al raffazzonarsi dei presenti composero la gran sorte nazionale italiana. Mi sbaglierò forse, ma meditando dietro essi potranno alcuni giovani sbaldanzirsi dalle pericolose lusinghe, e taluni anche infervorarsi nell’opera lentamente ma durevolmente avviata, e molti poi fermare in non mutabili credenze quelle vaghe aspirazioni che fanno loro tentar cento vie prima di trovare quell’una che li conduca nella vera pratica del ministero civile. Cosí almeno parve a me in tutti i nove anni nei quali a sbalzi e come suggerivano l’estro e la memoria venni scrivendo queste note. Le quali incominciate con fede pertinace alla sera d’una grande sconfitta e condotte a termine traverso una lunga espiazione in questi anni di rinata operosità, contribuirono alquanto a persuadermi del maggior nerbo e delle piú legittime speranze nei presenti, collo spettacolo delle debolezze e delle malvagità passate.

da https://www.liberliber.it/online/autori/autori-n/ippolito-nievo/le-confessioni-dun-italiano/

Qui trovate tutto il libro http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_8/t230.pdf

Manuel Cohen, A mezza selva #7: Ida Vallerugo

poeti friulani

Amedeo Giacomini, uno dei massimi neodialettali del Secondo Novecento con Franco Loi, Franco Scataglini e Raffaello Baldini, così scriveva: «Forse meglio dei loro compagni di strada, Elsa Buiese, Ida Vallerugo, le grandi e minime scrittrici tutte che, in questi ultimi travagliatissimi anni, hanno cantato nella koinè (la Buiese) o nelle parlate locali delle loro montagne le proprie e le altrui nevrosi, hanno dato un volto nuovo alla poesia in friulano, un sound che non è più quello intimistico o crepuscolare degli epigoni di Pasolini e nemmeno quello astrattamente protestatario del neo-realismo, bensì il sound della realtà presente, così duro e amaro da spingerci a trovare le nostre radici non nella storia dei nostri padri e delle nostre madri, ma, come ci invita la Vallerugo, in quella dei nonni, nella vita di quegli avi che, essendoci ormai tanto lontani, non possono più farci male. È, ripeto, il loro un modo nuovo di fare poesia in friulano: non al femminile o al maschile, ma nella verità delle coscienze; ciò assume un valore di portata piuttosto rilevante: Novella Cantarutti prima, Maria Forte, Elsa Buiese e Ida Vallerugo poi hanno contribuito a rinnovare con la loro sensibilità la nostra lingua poetica, a farla finalmente lingua di un popolo» (in Appunti per una storia non conformista della letteratura friulana, dalle origini ai nostri giorni, «Il Belli», n. 1, settembre 1991). Nel sound della realtà presente, la radice matria ed etnografica marca gli stigmi dell’appartenenza:

da Maa Onda

L’aurec

Aurec’ gno dôlc’, amâr
meil picjât d’unvier
i ràpis pì madûrs e viludâs
i ai leât in un mac pesant
e i lu puârti e i ti puârti
fia mè in ta la muart
par blancj stradi ch’a si dîsfin
bandonadi da la rasón.
Essi cun te che pì i na tu
so al é tant di pì che il vivi
fra i vîs indafarâs ch’a mi tuélin il rispîr
chè pâs ch’a ocòr
par essi danâs a la mè manêra.
Essi cun te simpri grignél par grignél
aurec’ gno picjât al gno trâf sutîl
in chêsta stansa da la puârta par gì four piturada
indulà che un canài plen di fan
a nal à tacât il sió rap stret fra li mans
parcé i grignéi a son contâs…

L’aurec.

Aurec’ mio dolce, amaro/ miele appeso d’inverno// i grappoli più maturi e vellutati/ ho legato in un mazzo pesante/ e lo porto e ti porto/ figlia mia nella morte/ per bianche strade che si dissolvono/ abbandonate dalla ragione.// Essere con te che più non ci sei/ è tanto di più che il vivere/ tra i vivi indaffarati che mi tolgono il respiro/ quella pace che occorre/ per essere dannati alla mia maniera./ Essere con te sempre granello per granello/ aurec’ mio appeso alla mia trave sottile/ in questa stanza dalla porta d’uscita dipinta/ dove un bambino pieno di fame/ non ha mangiato il suo grappolo stretto fra le mani/ perché i granelli sono contati…

(Aurec: mazzo di rami di vite con i grappoli più scelti legati insieme. Veniva appeso alle travi del soffitto. L’uva appassita veniva mangiata d’inverno. Il suo nome varia da zona a zona e non ha un nome corrispondente in italiano. Qui, l’Aurec è sinonimo della nonna morta.)

Figura appartata e ritrosa la cui produzione assomiglia al percorso di un fiume carsico: alle raccolte in lingua (1968, 1972) segue un silenzio editoriale lungo un quarto di secolo, interrotto sporadicamente da rare uscite su riviste e antologie (1983, 1984, 1987), fino all’esordio neodialettale di Maa onda (1997) che raccoglie testi scritti dal 1979. Ida Vallerugo è nata e vive a Meduno, città devastata dal terremoto del Friuli del 1976 e dove la parlata ancora vigente è il friulano occidentale, ennesima varietà del friulano. Proprio il sisma, e la scomparsa della nonna, sembra siano tra i fattori scatenanti la sua scrittura. Testimonianza ne è la prima silloge neodialettale, Maa onda, dove, rileva Brevini: «nell’immagine della nonna l’autrice raffigura il mondo contadino delle proprie radici, di cui i versi costruiscono una dolente saga fatta di fatiche, emigrazioni… La morte della nonna è colta nella sua coincidenza con la distruzione del mondo contadino, che dilata sul piano collettivo l’esperienza di sradicamento, che l’io poetico avverte a livello individuale» (cfr. F. Brevini, Le parole perdute, Einaudi, Torino 1990).

da Maa Onda

da https://poetarumsilva.com/2018/05/07/manuel-cohen-a-mezza-selva-7/

Gregor Podlogar

Gregor Podlogar (1974) ha studiato filosofia presso la Filozofska fakulteta di Lubiana, attualmente è redattore di Radio Slovenija e organizzatore di slam poetici, collabora anche alla realizzazione dei festival ‘Trnovski terceti’ e ‘Dnevi poezije in vina’ ed al portale web di poesia internazionale Lyrikline (www.lyrikline.org). Ha pubblicato le raccolte poetiche Naselitve (Insediamenti, 1997), Vrtoglavica zanosa (Vertigine d’entusiasmo, 2002), Oda na manhatnski aveniji (Ode sulla Avenue di Manhattan, 2003, assieme al poeta Primož Čučnik ed al pittore Žiga Kariž) e Milijon sekund bliže (Un milione di secondi più vicino, 2006)

Venti di agosto

Oggi è un lunedì di silenzi.

Colonne nebbiose si muovono assieme alla gente di malavoglia.

Le pareti degli uffici respirano la stessa aria,

le stesse sensazioni, pensano gli stessi pensieri.

Oggi con tutte le cose sono come un bambino.

scrivo ancora con la matita,

vado a scavezzacollo con la bicicletta per poter evadere un attimo dalla vita.

Oggi capisco che il secolo si è chiuso

come il coperchio di una canalizzazione. Le notizie sono vuote.

La gente non è diventata più saggia. La politica non morirà.

Dopo di noi il nulla, tranne un chiacchiericcìo.

Oggi gli operai hanno di nuovo scavato la strada.

Come cercassero l’oro. Quella grande cavità

scavata nel ciottolato sembra l’entrata

di una caverna dell’Età della pietra. Che bellezza.

(Traduzione di Michele Obit)

https://rebstein.files.wordpress.com/2016/08/poesia-slovena-contemporanea.pdf

Miklavž Komelj

Nato a Kranj nel 1973, Miklavž Komelj vive a Ljubljana, dove si è laureato in storia dell’arte nel 1991. Nel 2002 ha conseguito anche il dottorato di ricerca alla Facoltà di filosofia. Scrive poesia, saggi, articoli di ricerca scientifica e recensioni. Si occupa anche di traduzione. Finora ha pubblicato cinque raccolte di poesia: Luč delfina (La luce del delfino, 1991), Jantar časa (L’ambra del tempo, 1995), Rosa (Rugiada, 2002), Hipodrom (Ippodromo, 2006), e Nenaslovljiva pisma (Lettere non indirizzabili, 2008).

Pesem za Barbaro

Kje naj pustim sledi zate? Kdor me res vidi

z vidom, ki se mu ves razkrijem, me ne vidi.

Ni me na temnih pašnikih s temno travo, ni me na žgočem soncu, nikjer me ni. Tukaj, med mrtvimi, nisem živ, nisem mrtev. Zašel sem, zašel skozi sobe mrtvih, si prigovarjam, ne da bi spregovoril. Tukaj, med mrtvimi, biva le malo mrtvih, tukaj je največ takih ljudi, kot sem sam. Takih, kot nisem. Takih, kot niso. Nismo. Tudi kdor vidi k mrtvim, ne vidi nas. Nobene tolažbe, da nisem zašel, ne slišim, in tudi nobene tolažbe, da sem zašel. Ne morem pa tebi lagati, da ne slišim ničesar, ko v grozi molčiš in šepetaš.

Poesia per Barbara

Dove lasciare una traccia per te?

Chi davvero mi vede con lo sguardo a cui completamente mi rivelo, non mi vede. Io non sono nei pascoli bui d’erba oscura, non sono nel sole bruciante e in nessun luogo. Qui, tra i defunti, non sono vivo, non sono morto. Vagavo, vagavo attraversando le stanze dei morti, cercando di convincermi senza proferire parola. Qui, tra i defunti, solo alcuni di essi dimorano, quasi tutti sono invece come io sono. Come io non sono. Come loro non sono. Non siamo. Anche chi li vede, i morti, non vede noi. Non sento consolazione per non essermi smarrito, nessuna consolazione sento nemmeno per averlo fatto. Ma a te non posso mentire dicendo che nulla io possa sentire nulla quando, atterrita, taci o appena bisbigli.

da https://rebstein.files.wordpress.com/2016/08/poesia-slovena-contemporanea.pdf

Poesie per settembre

http://www.strettoweb.com/

C’è un proverbio che dice: “Dovrebbe sempre essere settembre”. Un mese mite, dolce, venato appena di nostalgia, di una sottile malinconia. un mese che i poeti sentono vicino al loro cuore.

SETTEMBRE

Chiaro cielo di settembre 
illuminato e paziente 
sugli alberi frondosi 
sulle tegole rosse

fresca erba 
su cui volano farfalle 
come i pensieri d’amore 
nei tuoi occhi

giorno che scorri 
senza nostalgie 
canoro giorno di settembre 
che ti specchi nel mio calmo cuore.

ATTILIO BERTOLUCCI, “Sirio”, 1929

https://cantosirene.blogspot.com/2009/09/poesie-per-settembre.html

Citazione

da https://it.wikiquote.org/wiki/Friuli

Siede la patria mia [il Friuli] tra il monte, e ‘l mare, quasi theatro, c’abbia fatto l’arte non la natura, a’ riguardanti appare, e ‘l Tagliamento l’interseca, et parte: s’apre un bel piano, ove si possa entrare, tra ‘l Merigge, et l’occaso, e in questa parte quanto aperto ne lassa il mar e ‘l monte, chiude Liquenza con perpetuo fonte. Nel mezzo siede la città, ch’eresse Attila, et gli Hunni, onde il suo nome ottenne nobil città, ch’ad Aquilea successe, che inanzi a quel flagello a terra venne; et lo stesso crudel, che l’una oppresse, sollevò l’altra, ove il suo campo ei tenne: così si cambia il mondo, et le ruine son de le cose ad un, principio et fine. (Erasmo di Valvasone) da (da La caccia – 1591)

Erasmo di Valvasone, o Erasmo da Valvason (Valvasone1523 – Mantova1593), è stato un poeta italiano.

Gianni Montieri – Friuli

Poesia scritta in una serata particolare in cui suonavano molte lingue, oltre quelle che si parlano in Friuli.

FRIULI

I

Poi  è calata la sera, la gente
si è seduta in silenzio (disposta
su panche, o su sedie portate
da casa) ad ascoltare poesia
qui le lingue si mischiano:
lo sloveno, il dialetto friulano
il ceco (?), quindi l’italiano
accade nelle terre di frontiera
tutto si fonde in una nota sola
nelle strette di mano date dopo

è tarda notte quando Francesco
dice: “Felice d’averti conosciuto
di persona” sento che è vero
allora dico o penso: “Anche per me”.

II

Cormòns: i nomi qui sono così
a volte manca la vocale in fondo
c’è terra tra una casa e l’altra
luce verso le montagne
ti giri nel sonno e sussurri:
“Ci vorremo bene per sempre?”
e io dico “Sì” poi lo ripeto
sorrido, il chiaro filtra da fuori
ti stringo e penso a domattina
quando a colazione negherai
d’averlo detto e dividerai la torta
a metà come un confine, la linea
del letto attraversata, o l’amore
senza barriera, un passo prima
o dopo la dogana del perdono.

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inedito giugno 2012

ESSERE IDENTICO

ESSERE IDENTICO

essere un altro
in te
estraneo a te e a sé
nella realtà di nessuno
con una metà
fissare assorto il deserto
correre verso il nulla
sul cordone ombelicare
oscillare nella morte
essere lo stesso
intero a metà
chiuso-aperto

Ines Cergol

fonte https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2018/10/28/ines-cergol-tre-poesie-tradotte-dallo-sloveno/

Ervin Fritz, poesie tratte dall’antologia Radoživost

Ervin Fritz, poesie tratte dall’antologia Radoživost  (Esuberanza o Vitalità o Giovialità, insomma Piacere di vivere), edita a Ljubljana nel 1989; traduzione dallo sloveno di Jolka Milič per il n.47 di Fili d’aquilone che si ringrazia.

POETICA

La rima non è tutto.
La poesia non è tutto.
Le dichiarazioni di mobilitazione sono senza rime,
le corti marziali non emanano sentenze in lingua forbita.
A che servono le rime nelle grandi calamità e miseria?
Che fare delle rime quando Roma è in fiamme?
Gesù stesso in pura prosa ha esclamato:
«Dio mio, perché mi hai abbandonato?»

.

POETI

Costruiamo febbrilmente sempre nuove sintesi,
scriviamo e parliamo febbrilmente,
fasciamo eventuali ferite con delle bende,
ma la vita ci passa accanto.

Di notte ascoltiamo Mosca e il Vaticano,
leggiamo Züricher Zeitung e Humanité
e rimuginiamo giorno e notte
cos’è mai questo mondo e dove va.

Dubitiamo. Non crediamo a chicchessia, ma
tuttavia siamo ingenui come lo sono ben pochi.
Soffriamo e nella nostra esagerata pena
non ci accorgiamo che patiscono anche gli altri.

Tutt’intorno diffondiamo la nostra tipica emotività,
in noi si dissolvono le immagini del mondo,
siamo la vita su un binario morto o secondario
chissà dove, vicino all’inferno.

.

SONO COSÌ MORTALE e insignificante:
il mondo con la mia vita non guadagna niente.
Sono superfluo, scambievole, dispensabile.
Una foglia d’albero in mezzo a un bosco.

Anche il mio popolo: in questo millennio
ha dato al mondo un fagottino di libri buoni.
E con ciò la nostra Terra è un puntino vieto
in margine agli anni luce.

Come sono smarrito, piccina mia,
lo vedi dalla smania che ho della tua bocca.
Della tua bocca e del giorno davanti a te e a me.
E della notte sopra entrambi.

.

SVEGLIA

Sono io chi vi arreca l’inquietudine.
Durante il mio canto non potete appisolarvi dopo pranzo,
io voglio avervi per me interamente, come siete.

Non mi conoscete ancora:
io vi sveglierò!
Siete maledettamente intrattabili,
avete le orecchie piene di prediche, di pubblicità e propaganda,
non è facile dissuadervi.

Vi desterò,
anche se dovessi diventare un pagliaccio da circo,
anche se dovessi usare la parola untuosa dei preti moderni,
anche se dovessi portare capelli lunghi e svegliarvi con la chitarra.

Sono disposto a venire da voi in minigonna,
sono disposto ad apparire davanti a voi atteggiandomi ad Amleto
(con il teschio del povero Yorick),
sono disposto a reclamizzare i miei articoli
nella trasmissione pubblicitaria zig-zag alla televisione,
solo per poter piantare nella vostra mente di castroni
qualche chiodo
che nella vostra zucca dura
comincerebbe a tormentarvi così tanto,
da costringervi, maledetti, a darvi una smossa
e finalmente provocare qualche bella insurrezione.

(clicca qui per leggere l’articolo completo con le poesie in lingua originale).

.

Ervin Fritz, poeta, drammaturgo, direttore artistico e traduttore sloveno è nato il 27 giugno 1940 a Prebold – Savinjska dolina. Per ragioni di studio e di lavoro si è trasferito giovanissimo nella capitale slovena, dove tuttora risiede. Laureato in drammaturgia all’AGRFT (Accademia per il teatro, la radio, il cinema e la televisione) di Ljubljana. Ha lavorato prevalentemente alla televisione con mansioni diverse fino al pensionamento nel 2003.
Penna molto fertile. Ha scritto – e continua a scrivere – poesia riflessiva, spesso satirico-realistica con motivi dalla vita quotidiana. Ha firmato un’infinità di radiodrammi e sceneggiati televisivi. Anche poesie e testi per l’infanzia per il teatrino delle marionette. Ha ottenuto diversi premi, tra cui nominerò due: nel 1979 l’ambito premio della Fondazione Prešeren e nel 2008 il premio Večernica per la raccolta Vrane (Cornacchie).
Ha pubblicato 17 raccolte di poesia, esordendo con la prima, intitolata Dva (Due) insieme a un amico che poi ha smesso di scrivere poesie dedicandosi con successo alla critica letteraria. Ervin invece ha continuato con altrettanto successo a scrivere poesie, poemetti, epigrammi, frecciate, commenti polemici in rima, dando alle stampe le seguenti raccolte: Hvalnica življenja (Inno alla vita), 1967; Dan današnji (Oggigiorno), 1972; Okruški sveta (Schegge del mondo), 1978; Minevanje (Transizione), 1982; Dejansko stanje (Situazione effettiva), 1985; Slehernik (Un tipo qualsiasi), 1987; Črna skrinjica (Scatola nera), 1991; Svet v naprstniku (Il mondo in un ditale), 1992; Pravzaprav pesmi (In sostanza poesie), 1995; Favn (Il fauno), 1998; Tja čez (Là oltre), 2002; Vrane (Cornacchie), 2007; Drugačen svet (Un mondo diverso), 2008; Dolgi pohod (Lunga escursione), 2010; Žitja (Oleografie), 2012 e Odgovornost poezije (Responsabilità della poesia), 2014-2017. Quest’anno sono uscite tutte le sue raccolte nell’antologia Velika Radost(Grande gioia).

fonte https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2019/08/26/ervin-fritz-poesie-tratte-dallantologia-radozivost/