2-Ivan Cankar ~ Il servo Bortolo e il suo diritto (IV – VI)

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immagine da https://archive.org/details/ilservobortoloei00cank/page/n7

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[Bortolo, scacciato dal giovane Sitar dopo la morte del padre, non si dà pace e, rifiutando la via della pietà, chiede a chiunque giustizia, ricevendo in cambio derisione e rifiuto.]https://federicomayol.wordpress.com/2015/03/17/ivan-cankar-il-servo-bortolo-e-il-suo-diritto-IV – VI/
continua

L’11 dicembre 2018 ricorre il centenario della morte di questo famoso scrittore sloveno, che ha lasciato un forte sigillo sulla cultura e la consapevolezza del popolo sloveno con i suoi pensieri e le sue storie scritte220px-ivan_cankar

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Frase di Pasolini

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immagine da twitter Casa dei lettori

“Puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell’esperienza speciale che è la cultura” (Pasolini)

 

Il 60% degli italiani non leggono neanche un libro l’anno.Arriva proposta di legge da carta di 250euro,a potenziamento biblioteche scolastiche ad albo per librerie

http://xcolpevolex.blogspot.com/2019/01/il-60-degli-italiani-non-leggono.html

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I FANTASMI DI TRIESTE

49639284_2002310979855992_508553698696232960_nIl libro di racconti triestini “I FANTASMI DI TRIESTE” dello scrittore triestino Dušan Jelinč è già alla seconda edizione e da tre mesi tra i libri più venduti in Regione, parla di fatti anche oggi attualissimi? Il racconto LA BORA NON SOFFIA PIÙ SUL GREZAR parla della Triestina, C’ERA UNA VOLTA LA CITTÀ DEI MATTI della riforma dei manicomi di Franco Basaglia, IL TESORO DELLA CHIESA DEGLI ARMENI dell’attuale problema della salvezza della storica chiesa nella parte vecchia della città e poi c’è LA VENDETTA SUL TRAM DI OPICINA, e tanto altro…
La prima foto è la ‘piramide’ dei libri alla Lovat di Trieste. Le illustrazioni all’inizio di ogni racconto sono di Elisabetta Damiani e invogliano alla lettura…

 

I primi romanzi del 2019

download (2)Villalta, Sbuelz, Avoledo: i primi romanzi del 2019
Sarà un anno di grande produzione letteraria. Pronti anche Garlini, Santarossa e “La Storia della Carnia” di Igino Piutti

Walter Tomada
07 GENNAIO 2019

Che anno sarà il 2019 letterario friulano? A sentire i nostri autori, c’è da prepararsi a fare spazio sulle mensole delle nostre biblioteche.

Cominciamo da Gianmario Villalta che non smette di sperimentare: dopo il successo di “Bestia da latte” dovrebbe tornare in libreria a maggio con un esperimento a metà tra saggistica e narrativa. Si chiamerà “L’albero del tempo” e lo pubblicherà con Aboca, in una collana “ecologica” chiamata “Il bosco degli scrittori” inaugurata da Michele Serra con “Sull’acqua”. Ma la vera notizia è il suo ritorno alla poesia: a otto anni di distanza da “Vanità della mente”, che nel 2011 gli fruttò il premio Viareggio, a settembre dovrebbe uscire per A27, la collana di poesia delle edizioni Amos, una nuova plaquette di una trentina di poesie. Il titolo è ancora provvisorio, “spaccamorte”, antipasto di una più ampia raccolta ancora in fase di decantazione.

Presto sugli scaffali delle librerie approderà anche il nuovo lavoro di Alberto Garlini per Mondadori: «Uscirà a marzo un libro che racconta un breve periodo di più di venti anni fa quando conobbi Pierluigi Cappello – dice – ed è una riflessione sia sulla sua figura, sia su cosa costi perseguire una vocazione letteraria». Però confida di lavorare a «un secondo romanzo, ma sono molto lontano dal concretizzarlo».

Si può invece anticipare finalmente il titolo del nuovo romanzo che a settembre segnerà il ritorno dopo 3 anni di silenzio di Massimiliano Santarossa. Si chiamerà “Pane e ferro”, una sorta di “Buddenbroock” che al posto della Lubecca di Mann accende i riflettori sul Novecento friulano e veneto. «Una saga famigliare vissuta da tre generazioni, il protagonista nato negli anni Cinquanta e a ritroso il padre e il nonno. Per ricostruire cosa abbiamo vissuto tutti noi dal 1866 al 1999. Sarà molto corposo. Con note. Intermezzi. Passaggi anche saggistici. Ho insomma cercato di raccontare le tensioni e le tragedie e le utopie e le speranze delle nostre famiglie». Che si vede dal titolo che unisce «la lunga storia di donne e uomini con la schiena piegata sulla terra da coltivate e i corpi nel ferro da costruire».

Anche dal punto di vista editoriale per Biblioteca dell’Immagine sarà un anno intenso: uscirà la “Storia della Carnia” a cura di Igino Piutti, ci sarà la riedizione de “Le filandiere friulane” di Elio Bartolini e del monumentale “La vita in Friuli” dell’Ostermann.

Novità anche per Antonella Sbuelz, che continua a girare l’Italia per presentare “La ragazza d Chagall” ma sta lavorando a una nuova raccolta di poesie e a un romanzo che, «per la prima volta, si occupa di attualità e non è un romanzo storico».

Tullio Avoledo ha scelto proprio il 1° gennaio 2019 per iniziare a scrivere un nuovo romanzo. Ma intanto ne ha pronti due da affidare alle stampe. Uno, molto più corposo di “Furland”, uscirà nella prima metà del 2019, ed è intitolato “Life On Mars”. «È un giallo, con un protagonista imprevedibile, che sorprenderà i lettori. Ci saranno dentro complotti economici, sette misteriose e una spruzzata abbondante di politica. Tornerà in pista anche uno dei personaggi principali del mio primo romanzo, “L’elenco telefonico di Atlantide”».

In primavera «uscirà in Russia “Il Conclave delle tenebre”, terzo e ultimo dei miei romanzi dedicati al progetto Metro 2033 Universe di Dmitry Glukhovskij».https://messaggeroveneto.gelocal.it/tempo-libero/2019/01/07/news/villalta-sbuelz-avoledo-i-primi-romanzi-del-2019-1.17630051?refresh_ce

Il caso e le cose di Barbara Pascoli

Il caso e le cose orizzontale
Arrivò a Oborza che la gente aveva già iniziato a salire verso la chiesa. Prima che la processione si mettesse in moto, però, ci sarebbe voluto ancora un po’ di tempo. Così Ascona pensò di passare a controllare la casa che era appartenuta ai suoi genitori e, adesso che anche la madre non c’era più, era diventata sua.
Le sarebbe piaciuto rimetterla a posto, per venirci a stare almeno d’estate. Ma suo figlio si stava per sposare e aveva bisogno di aiuto. E, siccome non è che nuotassero nell’oro, la soluzione più facile era proprio quella di vendere la casa dove era cresciuta e dove avrebbe desiderato invecchiare.
– Soldi sarà che noi no saremo, – cercava di consolarla il marito che, come tutti i triestini, era anche un po’ filosofo.

Una volta dentro, Ascona spalancò le finestre per arieggiare e, mentre stava armeggiando per bloccare i battenti, scorse Margherita che avanzava lungo la via con un vaporoso abito rosa. Sembrava un’ortensia.
– Vuoi far innamorare Frate Vittorio? – le chiese, ridendo.
– Hai visto che vestito? L’ho preso l’anno scorso, quando è passato il Giro, – Margherita compì una giravolta così ardita da farla quasi inciampare sulle pietre sconnesse della pavimentazione. – È vero che vuoi vendere? – chiese non appena riacquistò l’equilibrio.
– La voci corrono, – rispose Ascona.
– Pensa che ormai su, in cimitero, c’è più gente che qui in paese, – disse Margherita. – Ti ricordi, invece, quarant’anni fa? C’erano la scuola, il forno e l’osteria, – Margherita sospirò. – Eravamo quasi duecento! Mica come adesso che, per contarci tutti, bastano le dita di quattro mani.
– Ho visto che stanno ristrutturando la casa dei Lesizza, – Ascona interruppe la lamentela. – Chi l’ha presa?
– Una coppia di tedeschi, per le vacanze.

La rogazione partiva dalla chiesetta di Sant’Antonio, poco sopra al paese, e arrivava fino all’ultima borgata della valle, al confine con la Slovenia. Si attraversavano tre villaggi, dove ci si fermava a fare merenda con quello che veniva offerto dagli abitanti del posto. Poi, all’arrivo, dopo la messa cantata, ci si metteva a tavola sotto la tettoia del fienile della Edda che, con l’aiuto delle figlie, cucinava la pasta al ragù per tutti.
– Brava Ascona che sei venuta anche tu! – le disse Sergio, abbracciandola con foga. Aveva sempre avuto un debole per le donne e, anche se ormai era vicino ai settanta, non mollava l’osso. Si trattava, però, di una passione innocua perché tutti sapevano che alla moglie non aveva mai mancato di rispetto.
Ascona lo baciò sulle guance. Sapeva già di vino, ma da quelle parti era così: la festa religiosa era un pretesto per fare baldoria e su questo nessuno aveva da ridire, neanche la chiesa. Chi non si ricordava di Frate Franco, che aveva avuto in carico il paese prima di Frate Vittorio? Quando celebrava la messa, usava riempire il calice fino all’orlo.
– Il sangue di Cristo, – lo consacrava. Poi, con cura, se lo beveva, senza lasciarne neanche una goccia.
Anche a tavola si dava da fare e, dopo mangiato, prendeva sempre un caffè corretto per digerire. Se non bastava, si aiutava con qualche bicchierino di grappa.
– Meglio ubriaco che malato! – era una delle sue frasi ricorrenti.

Ascona preparò la macchina fotografica.
– Sei sempre al lavoro! – commentò Sergio.
– Sto preparando un libro sulle Valli, – spiegò Ascona.
– Ci metti dentro anche a noi, come nel film? – Sergio si mise in posa.
Qualche anno prima con Edo, lo scrittore del paese, Ascona aveva girato un film. Era la storia di un contadino di Oborza, negli anni Cinquanta, che beveva e picchiava la moglie e il figlio, prassi allora abbastanza diffusa da quelle parti, sia il bere che il picchiare. Una sera, però, l’uomo, più sbronzo del solito, cade dal calesse e finisce in un fosso. Mentre sta lottando tra la vita e la morte gli appare la madre defunta. Allora capisce di essersi comportato male e, quando si risveglia, si redime.
Al film aveva partecipato l’intero paese: i più estrosi come attori, gli altri come comparse. Lina aveva cucito i costumi e il vecchio Gigi aveva permesso che girassero gli interni a casa sua, dove c’era un bel focolare rotondo, come quelli di una volta.
Alla presentazione, a Cividale, erano arrivati da tutte le Valli del Natisone e la sala del teatro era così piena che in tanti avevano dovuto restarsene in piedi.
– Mi avete fatto ricordare di quando ero bambino, – li aveva ringraziati un uomo, stringendo loro le mani.
– Per fortuna che adesso non è più così! – aveva detto Ascona.
– Si stava meglio quando si stava peggio, – aveva risposto l’uomo, stringendosi nelle spalle. – Allora avevamo poco, ma non ci mancava niente.

La processione si mise in cammino dietro alla croce. A portarla, quell’anno, erano i due figli di Luciano, il falegname, famoso per le sue figurette di legno disseminate in giro per il paese: Padre Pio sulla curva, la Madonna di Lourdes dentro a una nicchia vicino alla fontana e, in un prato a fianco della strada, il Presidente degli Stati Uniti e gli Alpini.
– Sai che sono stata in ospedale? – Ascona distolse l’occhio dall’obiettivo e si girò. Nadia, anche lei vestita a festa, le si era avvicinata.
– Me l’avevano detto che eri stata poco bene. Adesso come va? – si informò Ascona. – Non ho mica avuto paura, lo sai?
Buona come il pane, Nadia non ci stava tanto con la testa e, talvolta, non era facile seguirla nei suoi ragionamenti. – Perché ho visto la Madonna, – rivelò. – Il giorno dell’operazione, prima di entrare in sala, ho visto la Madonna. Aveva il vestito celeste e la testa illuminata. Pregava.
– Ti sarà stata d’aiuto, – commentò Ascona, cercando di mostrarsi partecipe.
– E intanto che pregava, pestava con il piede la testa del serpente e io ho capito che mi proteggeva e che non sarei morta.
Ad Ascona venne da ridere, ma si trattenne.
– Sai che aveva il piede nudo?
Nadia non era l’unica, in paese, a credere a cose che non stavano né in cielo né in terra. La Jole, per esempio, si era convinta che sua sorella le avesse fatto una fattura per potersi impossessare dei beni del padre, ancora in vita.
– Mi ha detto di aver affittato la vigna, ma io sono sicura che l’ha venduta e che si è tenuta i soldi, – le aveva raccontato.
– E tu fatti mostrare il contratto, – Ascona le aveva suggerito.
Jole, però, non voleva mettersi apertamente contro la famiglia e, siccome sosteneva che la sorella le mandava tutte le notti uno spirito maligno per spaventarla, aveva consultato un esorcista.
– Mi ha detto di farmi vedere da uno psicologo, – le aveva riferito dopo la visita. – Ma io non sono mica matta!
Anche nella famiglia di Ascona c’erano state questioni di soldi. All’insaputa di tutti lo zio, fratello della mamma, era riuscito a farsi intestare il grosso della proprietà dal padre malato, così che, quando questi era morto, alla madre di Ascona erano spettate solo cose di poco valore. La poveretta ne aveva sofferto molto.
– Un tiro del genere da mio fratello, sangue del mio sangue, – ogni tanto si lamentava. – Pensare che gli ero stata tanto grata per averci pagato il viaggio di nozze in Svizzera, a me e a tuo padre!
Lo zio viveva ad Ascona, dove la madre le aveva raccontato di averla concepita e dove Ascona, invece, non aveva messo mai piede perché, poco dopo la sua nascita, il nonno era morto, la madre aveva scoperto cosa le aveva combinato il fratello e non aveva più voluto rivederlo.

A mezzogiorno in punto la rogazione raggiunse la tappa finale e tutti si prepararono per l’ultima messa. La piccola chiesetta, che le donne del borgo avevano addobbato con fiori di campo, era gremita.
Ascona si muoveva da un angolo all’altro, per cercare le inquadrature migliori. Fotografò Frate Vittorio, i fedeli, gli angioletti in pietra che reggevano le colonne della volta, il coro di Stregna e, a sinistra dell’altare, una ragazza vestita come una volta, con la gonna lunga e il fazzoletto.
“Chissà di chi è figlia?” si chiese Ascona, tamponandosi il sudore sulla fronte. Le ricordava qualcuno.
La ragazza iniziò a cantare, quasi sottovoce. Sembrava che la stesse guardando. Dober dan. Kaj si nan dobrega prinesu?
Era una vecchia ninna nanna in dialetto. Ascona la conosceva bene, perché la nonna gliela cantava spesso.
“Che caldo,” si disse, passandosi un fazzolettino sugli occhi per togliere il sudore che le velava la vista.
– Ti senti poco bene? – le chiese la moglie di Sergio.
– Esco, si soffoca qui dentro, – rispose Ascona, avviandosi verso l’uscita.
Ma non fece in tempo che a fare tre passi. Poi, come un sacco di patate, si afflosciò in mezzo alla navata centrale. Mentre perdeva i sensi le parve di essere tornata bambina quando, sdraiata sui prati sopra al paese, trascorreva il tempo a guardare le nuvole che passavano nel cielo.

– Alzatele le gambe!
– Lasciatela respirare!
– Datele un bicchiere di vino!
– Datele un goccio di grappa!
– Sto bene, è stato solo un attimo, – Ascona, ancora stordita, cercò di mettersi a sedere. Fu proprio in quel momento che le suonò il cellulare.
– Ti ha cercato un avvocato dalla Svizzera, – sentì dire a suo marito. – Devi andare ad Ascona.
Lo zio, quello che si era intascato tutti i soldi di sua madre, era morto. E lei era la sua unica erede.

Sempre più frastornata, Ascona decise di salutare tutti e di tornarsene in pianura. – Non ti fermi per il pranzo? – chiese Sergio.
– Ma è morto Bepinc? – si informò il vecchio Gino, forse uno dei pochi tra i presenti ad aver conosciuto lo scomparso.
– Potresti mandarmi le foto che ci hai fatto? – la pregò il direttore del coro.
Ascona si fece lasciare l’indirizzo.
– Ho visto che avete una nuova solista, – gli disse.
– Quale solista? – fu la risposta.
– La ragazza, quella con la gonna lunga e il fazzoletto, – insisté Ascona.
In silenzio, Nadia le si avvicinò e le toccò un braccio.
– Nessuno l’ha vista, – le disse sottovoce, ¬– perché nessuno poteva vederla. È venuta solo per te.
Spazientita, Ascona prese la macchina fotografica e cercò tra le immagini che aveva scattato. Ecco Frate Vittorio, Margherita che pregava, gli angioletti che sorreggevano la volta, Sergio, il coro di Stregna, i figli di Luciano, Luciano, Nadia, Gino, quelli dei paesi vicini. C’erano tutti. Della ragazza, però, nemmeno l’ombra.

Grazie ai soldi dello zio, Ascona non solo non dovette vendere la casa di Oborza, ma poté anche a rimetterla a posto. Fu così che, esattamente un anno dopo quella giornata memorabile, tutto il paese fu invitato al pranzo di inaugurazione.
– E questa chi è? – chiese Margherita indicando, in una vecchia foto appesa alla parete, una ragazza con la gonna lunga e il fazzoletto.
– È mia nonna da giovane, – rispose Ascona. – L’ho trovata in un baule, poco tempo fa. Nadia le si avvicinò e le posò la mano sulla sua. Ascona gliela strinse.
All’inizio aveva cercato di giustificare quello che le era accaduto dando la colpa alla pressione bassa, al caldo, alla menopausa… Alla fine, però, ci aveva rinunciato. In fondo, che male c’era a credere che qualcuno, dal cielo, vegliasse su di noi?
– Al nostro paese e ai nostri vecchi, – disse Ascona alzando il bicchiere, – che ci proteggano sempre.
– Ad Ascona, che è tornata tra noi! – aggiunse Nadia.
– Salute e bori e altro no ocori! – brindò il marito di Ascona.
Dopo pranzato, mentre gli altri stavano giocando a carte, Ascona lo prese per mano. – Vieni con me, – gli disse.
Si incamminarono su per un sentiero e in pochi minuti furono sui prati. Da lì si vedeva il paese e, più in là, la pianura.
– Ci passavo i pomeriggi qui, da bambina, – gli spiegò, sdraiandosi nell’erba.
Lui si distese al suo fianco e rimasero così fino al tramonto, a guardare le nuvole nel cielo.

Barbara Pascoli

fonte http://www.lintver.it/cultura-letteratura-ascona_barbara.html

Il Cappellano-Kaplan Martin Čedermac

Cedermac-stripdal romanzo di France Bevk

«No, dimmelo ora!», insistette Don Morandini; era tutto confuso e sbigottito.
«No. Non ora!»,Don Martino cercò di sorridere. «Non è poi, dopo tutto, tanto grave . . . Quel diavolo mi propóse un ricatto. Voleva ch ’io vendessi l ’anima. Ma non l’ho venduta.Ora Sai quasi tutto . . . Domani non sarò a casa. Andrò a Udine,da Ponzio a Pilato …. Ma non mi darò via per niente. Metterò su anch’io una maschera di bronzo», e sorrise asciuttamente.
Si scambiarono solo quattro parole. Serio e triste, Don Geremia guardò dietro all’amico, che, fra due sbirri, scompariva fra la folla.
I minuti passavano. Su un lontano campanile battevano le ore. Erano le quattro e un quarto. Don Martino ancora aspettava.Egli si trovava in uno stato penoso di agitazione nervosa cercava di calmarsi guardandosi intorno, in quella sala d’aspetto . Alle pareti  c’erano due grandi quadri di paesaggi,con le cornici dorate. Alle finestre erano appesi pesanti tendaggi sollevati a metà. La sala era perciò nella penombra. Non c’era altro a richiamare l ’attenzione di Don Martino.
Egli passeggiava, avanti e indietro, piano come se avesse l’àura di rompere il silenzio della sala. Aveva già spesso guardato l ’orologio, ma negli ultimi minuti l’aveva guardato ancora più spesso, sempre maggiore diventando la sua impazienza.
L ’orribile sensazione che d’ all’attesa dipendesse una qualche imboscata, lo tormentava. D ’altra parte, a momenti l ’attesa gli dava, l ’impressione di potersi preparare meglio e riflettere di più.Ma in verità, anche se avesse riflettuto molto, non sarebbe risultato granchè. A che scopo preparare le frasi prima, se poi forse non le avrebbe neppure dette? Con dolore e con rabbia,impossibili a soffocarsi, gli tornavano alla memoria i fatti del giorno precedente, specialmente quelli della sera
precedente.Volevano terrorizzarlo, volevano costringerlo in ginocchio. Di quali mezzi infantili, umiliati e fin troppo elementari si erano serviti! E forse avrebbero ancora raggiunto il loro scopo, se lui non avesse letto fino nel fondo della loro anima nera. E con tutto ciò erano stati tanto ridicoli, che a
momenti una risata gli sarebbe uscita dalla gola, anche se in altri istanti lo soffocasse, gli stesse alla gola, l ’umiliazione. Ma avevan perduto la partita.
Sospirò profondamente che il peso dell’incertezza si fosse» scaricato dalle sue spalle ed era contento d’aver vinto, ma sotto sotto c ’era in lui l’insoddisfazione. Oh, si! la commedia sarebbe continuata- Che fine avrebbe avuto? — Nessuno lo poteva prevedere.
La notte passata egli aveva dormito malissimo girandosi e rigirandosi sopra il giaciglio. Non perchè fesse disabituato a dormire fuori dal suo letto, ma perchè s’era sentito vecchio e senza forze e perché era assillato dal timore che quello non fosse altro che il principio. Poi si sarebbe ammaliato . . .Ma soprattutto l’aveva tormentato l’umiliazione- Che cosa aveva mai fatto che lo trattavano alla stessa stregua d’un comune delinquente? — Fra questa una domanda inutile, rivolta a della gente che non conosceva nè cuore, nè logica. E perchè avevano maltrattato proprio lui, soltanto lui? — Un freddo gelo gli si era fatto nel cuore. L ’odio che per tutta la strada aveva continuato a dargli l ’assalto, aveva finito col moltiplicarsi ed avvelenargli il sangue.
Com’era che aveva detto a Don Morandini? — Da Ponzio a Pilato! Certo, egli voleva sapere tutto intorno a se stesso, per non svegliarsi dai suoi sonni col terrore, se non ce ne fosse bisogno. Ed ora egli non temeva il colloquio cui andava incontro,anche se questo dovesse risultare asprissimo e sottile per le delicate questioni da trattare. Lo scontro di parole e di pensieri gli piaceva, lo invitava a cimentarsi, come sedendo al tavolo da gioco. Però si rendeva ben conto che avrebbe dovuto mantenersi calmo ed in questo caso stare bene attento a non infilare qualche trappola tesagli di proposito. Forse ogni singolo attimo gli avrebbe suggerito la parola adatta. Comunque non si sarebbe allontanato dal punto di vista della Chiesa, per non incorrere in eventuali accuse di ribellione, a causa di reciproche incomprensioni. Aveva in mente di illustrare tutta la questione come pericolosa per lo Stato e da questa posizione sperava di poter meglio respingere gli attacchi. . .
Passò un’ora .. .  Per vincere l ’impazienza, che diventava sempre più acuta, si mise a guardare la finestra. C ’era al vetro una mosca che ronzava e inutilmente si affaticava, svolazzando in cerca d’una uscita.. Tutto intento ad osservare la
lotta per l ’esistenza di quell’insetto, involontariamente si ricordò le parole di un discorso ch ’era stato pronunciato l ’anno precedente : «Voi siete cimici, che avete infestato le nostre case . . .» Quelle parole l ’avevano scottato allora, e scottavano ancora, nè le avrebbe mai scordate- Un sorriso amaro» gli sfiorò le labbra. Ogni tentativo gli parve vano fino alla disperazione,in quell’istante . . . Avrebbe fatto bene ad andarsene via . . .
Proludo in quel momento entrò un ’ordinanza e disse:«Prego, Reverendo1 Sua Eccellenza il Prefetto l ’attende».E cappellano Martino entrò…

testo dal mio archivio personale vignette di Moreno Tomazetig11128685_1706599436234126_8931659222238050734_n

Il Cappellano-Kaplan Martin Čedermac

Cedermac-webIl romanzo ci offre uno spaccato preziosissimo della vita in una cappellania sulla sponda destra del Natisone, con il complesso intreccio di vita quotidiana, di celebrazioni liturgiche, di timori e paure, di persone coraggiose, di altre impaurite, opportuniste che sfruttano la situazione. In una parola, la vita concreta nella varietà delle sue forme, ma il tutto visto alla luce di quella dignità umana che dà sapore alle cose ed anche la forza di affrontare difficoltà non comuni. In una lunga carrellata passano in rassegna i protagonisti, che possiamo così elencare: il protagonista cappellano Martin, la sua collaboratrice domestica, la comunità ecclesiale, i vari rappresentanti della politica dal prefetto all’appuntato, i responsabili della Chiesa Udinese dal vescovo fino ai cappellani delle sperdute comunità montane, il tutto nella commistione di potere politico e religioso fra ipocrisia, astuzia, compromessi e silenzi.
Il cappellano Martin, ricalcato artisticamente sulla figura di don Antonio Cuffolo, con qualche ritocco anche di don Giuseppe Cramaro, suo vicino di chiesa, è la figura dell’idealista che sposa la difficile realtà in cui si trova a vivere, convinto com’è della indivisibile unità tra Vangelo e dignità umana, espressa dalla esistenza concreta delle persone e della terra in cui vivono. È la linea della incarnazione, cioè di un inserimento dell’eterno e dell’invisibile nella nostra quotidianità, che non è mai banale per chi la vive con dignità. Martin vive per la sua gente e per il suo bene integrale, unendo due aspetti importanti della stessa realtà: le persone e la parola scritta, in questo caso il Catechismo. Non c’è crescita umana senza cultura e senza la sua immagine scritta; una parola che diventa documento e storia. Da ciò la difesa commovente dei libri sloveni, con l’aiuto della fedele collaboratrice. Non l’ideale falso di un popolo ignorante e fedele, ma quello di persone consapevoli e capaci di prendere posizione, perché coscienti di sé. Martin è il campanello che tiene desta la loro coscienza.
Accanto a lui e con lui, la fedele collaboratrice, che si cura della casa, della chiesa e delle faccende quotidiane, ma anche di avvenimenti straordinari, come il salvataggio dei libri sloveni e la sopportazione degli scatti d’umore del cappellano. Il tutto vissuto nella discrezione, nel silenzio, tipico di un mondo che non c’è più e suggerito da un rispetto religioso, che dà un’aura quasi mistica a tutta l’esistenza. E con lei la comunità cristiana, quella che si riunisce in chiesa la domenica, nell’ascolto del Vangelo e della sua spiegazione. A questi cristiani, nell’agosto del 1933 viene tolta anche la possibilità di un nutrimento di cui ha doppiamente bisogno, come cristiani e come cittadini, portatori di una cultura millenaria, nello scrigno della lingua. Viene loro tolta la dignità della propria appartenenza nazionale e linguistica, che viene sganciata dalla professione di fede, quasi che si trattasse di due pezzi di un gioco d’incastro, interscambiabili a piacere. Questo popolo reagisce compostamente e con tristezza. Una reazione non violenta, silenziosa, che alla fine risulta anche vincente, perché non si assoggetta all’imposizione e attende, con il cappellano, una possibile liberazione.
Ci si aspetterebbe a questo punto, un intervento forte, deciso, sicuro da parte dell’autorità ecclesiastica. Nulla purtroppo, se non l’invito all’obbedienza ed allo studio della lingua italiana, in modo da realizzare quel programma politico che vuole tutto livellare, perché come ai tempi degli assolutismi, tutti parlino una sola lingua ed obbediscano ad un solo padrone. Non si chiede certo che il Vescovo si voti al martirio cruento, visti i momenti, ma che non abbandoni il suo gregge ed i pastori che lo aiutano. Una minima opposizione e resistenza da parte del Vescovo ci poteva essere, come testimoniano esempi luminosi di quegli anni, anche se rari, bisogna ammetterlo. E così, si ebbero esempi di cedimento da parte di qualche sacerdote, allettato dai vantaggi politici che questo comportava. E non sono mancate medaglie al merito contrario, per certi squallidi protagonisti, anche questi pochi, per fortuna, ma che potevano fregiarsi di qualche cavalierato di metallo scadente, sul piano dei valori umani.
L’apparato del regime fascista svolgeva il suo compito, alternando carota e bastone, per raggiungere il suo scopo di assimilazione forzata delle popolazioni della Slavia. Erano passati gli anni dell’impero asburgico, che un pluralismo culturale l’aveva sviluppato, e che permetteva ai diversi popoli di non perdere la propria identità. Queste cose, magari, furono scoperte dopo, visti i disastri del dopo. Certo che gli anni ’30 del secolo scorso, furono estremamente negativi per la Benecìa, tanto che i suoi effetti deleteri li sentiamo e viviamo ancora oggi. Hanno preso una piega subdola, che alla fine, continua l’opera devastatrice del fascismo. Infatti, è intervenuta la scoperta sensazionale che noi delle Valli, siamo di ascendenza slava. Un evento probabilmente unico nella storia dei popoli, ma che coltiva l’obiettivo della negazione. L’unica cosa che interessa è la cancellazione del sostantivo ed aggettivo ‘sloveno’. Ottenuto questo, tutto va bene, salvo lasciar perdere ciò che resta del dialetto sloveno, nei gorghi e nelle piene del Natisone.
E così la storia di Martin Čedermac continua, in tempi diversi, ma con gli stessi problemi, non di pressione politica, ma di contrapposizione pseudo linguistica. Alla fine resta paradigmatico il discorso finale del cappellano, una perorazione religiosa e civile, perché le due cose non vanno divise; una perorazione che invita ogni uomo – non più solo noi della Benecìa – a non svendere mai la sua identità, perché è l’unica carta della sua dignità e del valore assoluto della persona umana. Sempre e dovunque. (Marino Qualizza) 

Kaplan Martin Cedermac (1938) è il titolo originale del romanzo dello scrittore sloveno France Bevk sulla proibizione della lingua slovena nelle chiese dell’arcidiocesi di Udine, in italiano e a fumetti (con testo nel dialetto sloveno delle Valli del Natisone). La traduzione è di Ezio De Martin, le illustrazioni di Moreno Tomasetig e la prefazione dello scrittore Boris Pahor.

https://www.dom.it/il-cappellano-martin-cedermac_kaplan-martin-cedermac/

 

Raccolta di poesie tradotta in italiano

46519302_1991148160999226_4485722186778148864_o46495782_1991148170999225_5072968396530778112_oE’ uscita la raccolta  di poesie PESEM ZA LIRO-Canto per una lira di Bine Štampe Žmavc ,illustrato da Alenka Sottler.La traduzione in italiano è di MIchele Obit ed è edito da Biblioteka Edizioni di Roma. E’un prezioso poema sul mito di Orfeo e Euridice ora in lingua italiana. da fb