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IL CUORE DI CERGNEU TRA LE MONTAGNE DI NIMIS

di Luciano Lister

Il comune di Nimis/Nimis/Nieme condivide una caratteristica coi comuni di Attimis, Faedis, Torreano e Prepotto. Se nelle frazioni di pianura, accanto all’italiano, la popolazione parla prevalentemente il friulano, nelle frazioni verso la montagna, sebbene sempre più flebile e accanto al friulano, sopravvive ancora il dialetto del Torre, che i linguisti di tutto il mondo inquadrano nell’ambito del sistema della lingua slovena.

Sul territorio è ancora particolarmente vivo a Cergneu di Sopra/Çargneu Disore/Čarnjeja, una frazione che raccoglie circa 300 dei più o meno 2700 abitanti del comune di Nimis. Tra i principali punti di ritrovo del paese ci sono le due osterie. È alla Trattoria al Torrente che Katia Orlando, di 49 anni, insieme a sua sorella Mara, di 47 anni, e a Diana Mattiuzza, di 50 anni, parla un po’ della vita della comunità. «L’osteria al Torrente – spiega Katia – era uno dei punti di riferimento della comunità già quando era gestita dai nostri nonni. Mia sorella Mara ha rilevato la gestione un po’ perché le piace fare da mangiare e un po’ per tenere su il paese e, quando possiamo, i miei fratelli e io le diamo una mano. Anche a Cergneu una volta c’erano diverse osterie; oggi, oltre alla nostra, dove dal venerdì alla domenica è possibile mangiare e dove alleviamo anche trote, ne è rimasta anche un’altra, tra l’altro gestita da nostri cugini». Giovani compresi, i paesani spesso si ritrovano lì, anche per bere la pierçolade, il vino bianco con la pesca, un po’ la bevanda «nazionale» di Cergneu.

Katia, che lavora per la Cigierre, ogni giorno si sposta verso la pianura friulana per dirigere un locale. Ha gestito ristoranti in tutta Italia e per un periodo anche in Austria ma, negli anni, ha sentito il bisogno di rientrare: «Da giovane vuoi andare fuori, fare conoscenze; a una certa età si sente il bisogno di tornare». Nei decenni passati nella zona lo spopolamento è stato forte, ma ora, a Cergneu di Sopra, la situazione sembra stabilizzata. Fatto curioso, piuttosto, qui sono spesso le donne a portare a vivere a Cergneu di Sopra i propri compagni. «In paese però – aggiunge Diana – i bambini al momento non sono molti».

Dal punto di vista delle attività produttive, qui sono attive alcune segherie, che lavorano perlopiù legname proveniente da Austria e Slovenia, nonché alcune aziende agricole.

Come in diverse altre realtà di provincia, nel paese i servizi scarseggiano. La latteria ha cessato l’attività dopo il terremoto, non ci sono più i due mulini, né negozi di generi alimentari o la rivendita del pane. «La corriera sale in paese ogni giorno in periodo scolastico – spiega Mara – altrimenti il lunedì e il venerdì, nei giorni di mercato a Nimis e Tarcento». Il parroco, don Bruno D’Andrea di Attimis, o il diacono per lui, salgono a dire messa ogni domenica. Una volta a settimana si reca in paese anche il medico, che presta servizio in una stanza adibita a ambulatorio nel centro sociale .In quell’area, che dispone di una cucina e vicino a cui si trova anche un campo sportivo, ogni anno si svolge la Sagra di San Giacomo e del cjastron. Altri appuntamenti importanti, nella vita della comunità, sono il ritrovo sul monte Cisilin – nell’anniversario di quando, 37 anni fa, sulla cima del monte è stata innalzata una croce – nonché il risveglio del pust, il 5 gennaio, che segna l’inizio del Carnevale.

La comunità di Cergneu di Sopra è, comunque, piuttosto vivace. In paese sono attivi l’associazione Cernedum, che tra l’altro a giugno organizza la festa al castello di Cergneu di Sotto, l’associazione di pescatori Vallenera nonché una squadra di calcio amatoriale. Insomma, grandi o piccole, in paese iniziative che rendano possibile stare insieme non mancano mai.

A Cergneu di Sopra/Čarnjeja è ancora possibile incontrare abitanti che, accanto al friulano e all’italiano, parlano il locale dialetto sloveno. La parlata è ancora viva tra gli abitanti, soprattutto tra gli anziani, meno tra i giovani.

In linea d’aria il paese si trova a pochi chilometri dalla Slovenia, ma l’assenza di collegamenti diretti col retroterra in cui sono parlati gli altri dialetti sloveni e con la Slovenia apre il paese a maggiori contatti con la pianura friulana. «Per il paese – spiega Katia Orlando – può capitare di sentire qualcuno parlare po našen , più spesso gli anziani. Io lo capisco ma non lo parlo. Se viene qualcuno dalle zone interne della Slovenia, magari gli abitanti fanno fatica a capire qualche parola, ma se viene qualcuno dalle zone limitrofe della Slavia, in genere si riesce a capire tutto». Cergneu di Sopra rappresenta l’unica frazione del comune di Nimis in cui il locale dialetto sloveno è ancora abbastanza vitale, eppure da parte del Comune, al momento, l’interesse rispetto alla valorizzazione della parlata è limitato. All’inizio del paese, sebbene nella frazione sia ufficialmente tutelato anche il dialetto sloveno, il cartello riporta il toponimo solo in italiano e friulano. Anche giù a Nimis, nelle scuole del paese, la cultura di Cergneu è pressoché assente, né è insegnato lo sloveno.

Ma la cultura della Slavia Veneta, in qualche modo, è presente tra la gente del posto. «Una volta a Cergneu – spiega Katia – avevamo tanti suonatori: di fisarmonica, di chitarra, di bidofono. Io avevo iniziato a andare a scuola di musica già da bambina, a periodi alterni. Due anni fa la passione della fisarmonica è tornata e ora sto imparando da un ragazzo di Monteaperta, che mi insegna a suonare la fisarmonica slovena, visto che lui frequenta abbastanza la zona di San Pietro. Anche lì si parla un dialetto sloveno, anche se diverso. Si tratta di una cultura che mi attira, senza un motivo preciso. Quando parlano in dialetto sloveno, sto lì a sentire. Non capisco tutto, ma mi piace».

da fb

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Messa in sloveno

SANTA MESSA IN SLOVENO SABATO, 12 ottobre, alle 19.15 nella chiesa di LASIZ. Celebrerà mons. Marino Qualizza.

dal quindicinale Dom

Un grazie ai sacerdoti che tengono viva la lingua slovena nelle Valli del Natisone!

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Ogni lingua è un tesoro inestimabile

La Giornata europea delle lingue offre l’occasione di una riflessione sulla realtà della nostra comunità Era il dicembre del 2001, quando il Consiglio d’Europa proclamò per il 26 settembre di ogni anno la «Giornata europea delle lingue» con lo scopo di incoraggiare l’apprendimento delle lingue nel vecchio continente. Per questa ricorrenza gli Stati membri ricevono un aiuto economico ed operativo per organizzare opportune attività. Ragioni per prendere sul serio una questione come quella della diffusione della conoscenza plurilinguistica e la salvaguardia delle diversità ce ne sono a iosa, basti pensare che in Europa ci sono ben 225 lingue indigene, senza contare l’apporto supplementare degli immigrati e dei rifugiati. Se a Londra si parlano 300 lingue non è detto che un numero simile non si raggiunga anche a Milano o a Roma. Pertanto questo non è un fenomeno sociale e culturale che può venir sottovalutato e persino ignorato. Wikipedia riporta un sondaggio (Eurobarometro speciale 243) del 2006 nel quale informa che una percentuale consistente (il 56%) dei cittadini europei di allora parlava una lingua diversa dalla propria lingua madre. Dati più recenti relativi alla conoscenza oltre la propria delle lingue più diffuse in Europa – tra i 15 ed i 34 anni d’età – vedono all’apice l’inglese (41%) seguito dal tedesco (21%) e dal francese (20%). Evidenziando, ovviamente, una decrescita percentuale progressiva con l’aumento dell’età; segno che il plurilinguismo sta avanzando, spesso per «virtù», ma soprattutto per la necessità di intessere rapporti culturali ed economici. L’Italia non figura bene nelle classifiche della conoscenza linguistica, rimanendo – nella fascia d’età detta sopra – per l’inglese al 13%, per il francese all’8,5%, per lo spagnolo al 6,5%, scendendo al 2% per il tedesco. Per dire, i nostri giovani (anni 14-34) con l’inglese, per ora tra le altre lingue più utili, non se la cavano granché bene, fermandosi al 19,4%, in confronto con i giovani tedeschi, che quasi li raddoppiano giungendo al 38,3%. Le 24 lingue ufficiali dell’Unione europea, in cui vengono redatti i documenti comunitari, a pensarci bene, essendo un decimo di quelle autoctone delle popolazioni europee, segnano già da sé il probabile nefasto destino delle rimanenti, di quelle che non assurgono al rango di «nazionali». Ricerche dell’Ocse preconizzano che per la fine del nostro secolo verrà registrata la probabile scomparsa del 90% dei 6/7 mila idiomi parlati ancora oggi nel mondo. Sarà l’effetto indiretto della ruspa inesorabile del «progresso », così come viene inteso il termine oggi, quando gli si attribuisce prevalentemente l’aspetto economico. È vero, ogni metabolismo – parlo del progresso così inteso – macina ciò che inghiotte e lascia dietro di sé le proprie scorie. Ciò vale anche per le lingue e le culture più deboli, quelle che il «progresso» ritiene poco produttive. Non ne è esente alcun continente e men che meno il continente europeo. Giustamente il Consiglio d’Europa cerca di rallentare il fenomeno promuovendo la conoscenza plurilinguistica anche in vista dei benefici che la comunicazione diretta apporta nei rapporti interetnici e interlinguistici. Tuttavia, a mio parere, ha come correlato un effetto divergente: promuovendo la conoscenza delle lingue forti, quelle ritenute più utili, implicitamente relega nella secondarietà quelle deboli, quelle meno diffuse, quelle prive di reali ed efficaci supporti come le lingue delle cosiddette minoranze linguistiche. Infatti, la comunità slovena cui apparteniamo lo prova nella propria quotidianità. Nell’intento del Consiglio, ovviamente, non c’è di certo la sottovalutazione dell’importanza culturale di ogni forma linguistica, ed infatti propone iniziative in ogni settore della problematica, ma è ovvio che le lingue meno diffuse corrono i rischi maggiori a seconda della loro stessa esiguità. Se l’italiano può contare su oltre 60 milioni di parlanti, lo stesso non si può dire, ad esempio, per lo sloveno sia in patria che nelle periferie, vale a dire le minoranze esterne alla Slovenia. Non parliamo poi delle varianti linguistiche ad essa collegate. Non c’è quindi da meravigliarsi che nel caleidoscopio linguistico europeo le centinaia di sfumature cromatiche tendano inesorabilmente ad uniformarsi ai colori primari. Va detto però, non per inciso, che ogni volta che muore un idioma cadono in disuso anche le tradizioni, i saperi e le opere artistiche di un determinato popolo. I linguisti, negli ultimi anni, si stanno adoperando molto per salvaguardare gli idiomi a rischio di estinzione, consapevoli del disastro storico e artistico che ne consegue. Si assottiglia inesorabilmente il numero dei parlanti nelle lingue meno usate e sempre meno efficace è il travaso intergenerazionale dei saperi. Quanti sono i casi nel mondo dove poche persone sono rimaste come uniche testimoni di una maniera di comunicare che non ha più interlocutori! Ancora, e con forza, va ribadito che una lingua non è fatta solo di parole e grammatica; è una rete di storie che mettono in contatto tutte le persone che usano ed hanno usato in passato quella lingua; essa ha in sé tutte le conoscenze che una comunità linguistica ha lasciato ai suoi discendenti. Purtroppo la scomparsa, la morte di una lingua è come la morte di una specie. Con essa si perde un anello della catena e tutto ciò che quella parte significava per il tutto. Un mosaico che perde tasselli e colori. Che gli succederebbe se le centinaia di sfumature (225 lingue europee) i colori si riducessero a 24, le lingue ufficiali dell’Unione Europea. Riccardo Ruttar (Dom, 30. 9. 2019)

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FVG, “DARE PARI DIGNITÀ A TUTTE LE COMUNITÀ LINGUISTICHE” IN UNA REGIONE CON 156 NAZIONALITÀ

L’identità dei luoghi passa attraverso la tutela delle proprie radici e le radici del FVG sono tanto latine, quanto slave, quanto germaniche. Una Regione che deve la sua specialità principalmente se non essenzialmente a ciò, al suo plurilinguismo autoctono. Anche se va detto che nel corso degli anni si sono radicate altre minoranze linguistiche che nel tempo se si consolideranno meriteranno altrettanto tutela, come la croata, la cinese, la bengalese, l’albanese, la rumena, la serba la marocchina, l’ucraina, per citare quelle più radicate e diffuse nella nostra regione. Sono 110.193, i cittadini stranieri presenti in FVG. con i rumeni prima nazionalità a fare la parte da leone, con 25 mila cittadini seguiti dagli albanesi con 9.588 cittadini, poi i serbi, 6.792, ucraini, 5.474, bengalesi, 4.367, di cui ben 2.648 risultano essere presenti a Monfalcone, marocchini 4.183, croati 3.882, da segnalare che risultano solo 1.235 residenti “stranieri” di nazionalità slovena, e curiosità, un solo cittadino del Gabon, per un totale di 156 nazionalità rappresentate e 77 apolidi. L’assessore alle lingue minoritarie del FVG ha fatto presente che è compito della Regione in sostanza “dare pari dignità a tutte le comunità linguistiche del Friuli Venezia Giulia”. Lo ha recentemente sostenuto a Paluzza nel corso dell’incontro con i rappresentanti dei Comuni nei quali è presente la Comunità germanofona del Friuli Venezia Giulia. All’ordine del giorno l’avvio dell’iter per la costituzione dell’Assemblea della Comunità linguistica tedesca, come previsto dalla normativa regionale. Tra le iniziative poste in essere a tutela delle minoranze si ricorda in questo ultimo periodo l’attivazione dello sportello linguistico regionale, mentre in prospettiva si sta lavorando per la prima conferenza regionale delle comunità linguistiche del Fvg. 
Bisogna domandarsi se il FVG che è un piccolo globo, riuscirà un giorno a riconoscere specifiche tutele anche alle varie minoranze linguistiche non autoctone che si stanno radicando in regione, almeno nei confronti di quelle più corpose. mb https://xcolpevolex.blogspot.com/2019/10/fvg-dare-pari-dignita-tutte-le-comunita.html?spref=fb&fbclid=IwAR146n1tBW9HP6yDJUZQB2CRB_kn3LYkY–f_pEo2DA41M2iuQVwC0BTRZ8

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Giornata europea delle lingue, l’Europa chiama e il Friuli risponde — KLARIS

Quella di oggi, 26 settembre, è una ricorrenza importante a livello continentale, che assume una rilevanza ancor più significativa per la nostra terra, quella parte d’Europa compresa tra le Alpi e l’Adriatico, la Livenza e il Timavo. Si tratta della Giornata europea delle lingue, data che ormai da diciotto anni è un’occasione privilegiata di riflessione […]

Giornata europea delle lingue, l’Europa chiama e il Friuli risponde — KLARIS
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LA VAL JUDRIO E LA TEMPRA DI CODROMAZ


di Luciano Lister

A Codromaz/Kodarmaci, tra i boschi della Val Judrio, ormai sono rimasti in tre. Il paese è una delle frazioni di Prepotto, un comune che si estende tra monti, colli e pianura al confine con la Slovenia e che è attraversato da oltre un centinaio di chilometri di strade. I suoi 741 abitanti vivono in 45 borghi e agglomerati di case sparse. Come a Nimis, Attimis, Faedis e Torreano, accanto all’italiano sul territorio nelle frazioni della parte montana la lingua tradizionale è lo sloveno locale, mentre nelle frazioni di pianura il friulano.

Antonio, che ha 76 anni, di cognome fa Codromaz, come il paese in cui è nato e abita tuttora.

Come in alcune frazioni di pianura ha fatto installare cartelli toponomastici in italiano e friulano, di recente il Comune ne ha fatti installare in italiano e sloveno anche nelle frazioni della parte montana. Antonio è contento: «Avevamo già chiesto più volte di averli, perché qui abbiamo sempre parlato sloveno, da quando gira il mondo. Prima siamo stati sotto l’Austria, dopo sotto l’Italia, ma sempre sloveno».

L’ACQUEDOTTO, LA STRADA, IL CAMPANILE E L’EMIGRAZIONE

Nei primi anni del Novecento Codromaz contava 164 abitanti. Nel 1912 è stato raggiunto dall’acquedotto; poco prima della prima guerra mondiale dalla strada. Nel 1950, quando è stato costruito il campanile, i residenti erano 54. «C’era una forza allora, tutti i giovani erano a casa», ricorda Antonio. «Nel 1947 gli abitanti hanno iniziato a partire per il Belgio; quelli che non sono riusciti ad andarci sono partiti per l’Argentina e sono rimasti poveri anche là. Molti sono tornati indietro; qualcuno si vergognava a tornare a casa. I miei zii erano contadini, fabbri e cacciatori. Un giorno un mio zio è partito per il Belgio. Ha lavorato in miniera per trent’anni, è ritornato e per un po’ di anni ha vissuto qui. Un altro è andato in Argentina e non ha mai fatto ritorno. Gli abbiamo scritto di tornare a casa e che non c’erano problemi, visto che dicevano che qui si moriva di fame. Ha organizzato tutto per il ritorno; quattordici giorni prima del rientro, quando aveva tutte le carte, è mancato e non è più tornato».

Il padre di Antonio, che era il fratello più grande, si era sposato qui; anche un altro suo fratello si era sposato in paese. Le sue sorelle, invece, erano tutte andate lontano, tranne la piu grande che era rimasta a casa perchè malata. «C’erano 12 figli. Così, ho parenti dappertutto».

IL RITORNO DI ANTONIO

Il signor Codromaz, che ha frequentato la scuola elementare a Podresca/Podarskije e in seguito ha lavorato per un contadino, è sempre rimasto qui. Ha solo provato ad andare in Germania, quando aveva 18 anni. «Lassù ho passato 14 mesi. In estate per le ferie sono rientrato a Codromaz, per falciare i prati. Sono tornato in Germania e l’anno dopo sono rientrato a casa, per fare il servizio militare. Una volta finito, non sono più andato da nessuna parte, perché la vita che ho fatto in giro per il mondo: lavoro, baracca, lavoro e baracca… Si guadagna lo stesso anche qui, visto che lassù la vita costava. Mi sono fermato a casa e mi sono sposato subito dopo il rientro dal servizio militare».

IN FABBRICA IN INVERNO, CONTADINO IN ESTATE

In seguito Antonio ha iniziato a lavorare in fabbrica a Manzano in inverno e come contadino in estate. Aveva alcuni capi di bestiame, con cui lavorava, perché a Codromaz ci si è sempre aiutati con gli animali, finché non sono arrivati i camioncini. Ancora oggi ha un po’ di bosco.

Il signor Codromaz non ha dimenticato gli anni dopo il terremoto del 1976. Allora giunsero molti contributi per la ricostruzione, ma non a tutti era chiaro come accedervi. Per questo molti fondi sono rimasti inutilizzati.

Di tempo libero ce n’è sempre stato poco. Antonio chiamava sei-sette aiutanti e tutti insieme andavano a falciare. In inverno, invece, c’era anche la legna, il lavoro nel bosco. Ci si aiutava l’un l’altro, anche per racimolare qualche soldo oltre a quello della paga. Ora, invece, nella zona mancano i giovani e tutti sono un po’ più soli.

IL FRAZIONAMENTO DI UN TERRITORIO CHE FA DA SÉ

Il signor Codromaz, comunque, può contare sui figli, che vengono a aiutarlo. La figlia abita a Manzano, mentre il figlio più vicino, a Cividale. «Lavora nel bosco. Prima era lui ad aiutarmi; ora che non sono più in grado come prima, lo aiuto io, per quanto riesco».

Secondo Antonio il problema della Val Judrio sta nel grande frazionamento delle proprietà, che impedisce anche solo il semplice pascolo sui terreni. «Sono tutti padroni. Finché lo Stato non dice: “Prendiamo; qui quanti padroni ci sono; fa una riga e divide: qui tu, qui tu, a ognuno un pezzo”. In Slovenia, coi cui abitanti siamo sempre stati amici, sui terreni belli si sfalcia, sui terreni brutti si manda a pascolo».

Dal Comune di Prepotto la sindaco cerca di dare una mano, quando dal paese giungono richieste. Passeggiando per il paese il cellulare funziona, ma con difficoltà. Non c’è segnale e prende l’operatore sloveno. Qui si è spesso abituati a fare da soli, ad esempio quando c’è la neve da spalare.

Nella nostra regione certo non si sta con le mani in mano.
Siamo tutti un po’ manovali, e autonomi.

da fb

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Proverbio friulano

  • Val plui una fete di polente quiete | che une panzade maladete.
foto dal web

È meglio una fetta di polenta in pace che una scorpacciata maledetta.

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Resia-Rezija

Resia (Resije in resianoRezija in sloveno) è un comune italiano di 964 abitanti in Friuli-Venezia Giulia. Si tratta di un comune sparso con sede comunale nella frazione di Prato.

Geografia fisica

La Val Resia è situata nella parte nord-orientale della regione Friuli-Venezia Giulia. È una valle alpina che si estende in direzione ovest-est per 20 km. Ad est la valle è chiusa da un massiccio montuoso, del quale il Monte Canin (2587 m) rappresenta il punto più alto. Tale massiccio segna il confine fra l’Italia e la Slovenia

La valle è suddivisa in 5 principali frazioni che sono, da ovest a est, San Giorgio, Prato, Gniva, Oseacco e Stolvizza; vi sono inoltre le borgate di Lipovaz, Crisaze, Gost, Lischiaze, Coritis e in una adiacente valle più a sud, Uccea.

L’aspetto più importante della valle, oltre all’indiscussa importanza linguistico-culturale, è il profilo naturalistico. Immersa com’è in una conca verde su cui vegliano i picchi del Canin, innevati per buona parte dell’anno, merita una visita sia per un contatto diretto con la popolazione dei borghi, sia per le piacevoli escursioni in una delle più suggestive vallate alpine. Vi è ubicata la stazione meteorologica di Resia.

Storia

Le origini di Resia sono legate all’insediamento della sua popolazione nella vallata, che si fa risalire al VII secolo. I resiani sono i discendenti di quelle popolazioni di ceppo slavo che giunsero in Italia al seguito degli Avari e dei Longobardi e che, abbandonando il nomadismo, qui presero dimora. Un tempo isolata tra i monti Musi a sud e l’imponente massiccio del Canin ad est e a nord, Resia rappresenta per la cultura un’isola linguistica e di tradizioni estremamente importante. La singolare Lingua, il Resiano riconosciuta dall’Unesco che vi si parla è stato ed è tuttora oggetto di molti studi, si custodiscono così e si tramandano tradizioni (costumi, canti, balli, cerimonie) di grande interesse.

La comunità di Resia è oggi in gran parte raggruppata nelle frazioni di Prato, San Giorgio, Oseacco, Gniva, Lischiazze, Stolvizza e Uccea. Dal punto di vista storico, essendo soggetta alla giurisdizione dell’Abbazia di Moggio, ne seguì le vicende nel corso dei secoli. Rivestì una certa importanza sotto il dominio veneziano per la difesa delle selle di Carnizza e di Guarda che permettono di raggiungere la valle dall’Isonzo in Slovenia. A questo scopo vi fu nella vallata la presenza di una guarnigione militare con fortificazioni a Stolvizza e a San Giorgio.

Monumenti e luoghi d’interesse

Architetture religiose

Architetture civili

Parco naturale delle Prealpi Giulie, molto frequentato nel periodo estivo per i picnic.

Da Resia, gli escursionisti possono raggiungere il bivacco Franco Costantini percorrendo il sentiero che passa per la malga Coat, e quindi arrivare nella prossimità del torrione Mulaz, della Baba grande e della Babà piccola che precedono al salita al monte Canin. Il torrione Mulaz è attrezzato con una via d’arrampicata.[5]

Architetture militari

Nella zona settentrionale di Resia, nelle prossimità del confine con la Slovenia, sono presenti strutture militari che risalgono alla Grande guerra, documentate e oggetto di studi approfonditi.

Architetture rurali

Nella stagione estiva vi era l’esigenza di portare il bestiame al pascolo in montagna per 4-5 mesi. Per questo motivo sono stati costruiti gli stavoli, sparsi per le montagne di tutta la vallata.

Costituiti solitamente da una stanza adibita a cucina con il focolare per la preparazione del formaggio, un locale per il bestiame (mucche, capre), una stanza sopra la cucina per dormire e infine il fienile sopra la stalla.

In alcuni stavoli era presente anche uno stanzino per la conservazione del latte, del formaggio e del burro. Per la raccolta dell’acqua piovana era presente un serbatoio in calcestruzzo con una finestrella di accesso per prelevare l’acqua utilizzando un secchio.

I resiani

I resiani sono una popolazione appartenente al gruppo linguistico slavofono. Mancano reperti archeologici certi, o d’altra natura, tali da offrire un’indicazione sulla datazione dell’insediamento slavo nella valle. Resia è citata nel testamento del conte Cacellino che verso l’XI secolo lasciava a Federico, Patriarca di Aquileia, i beni allodiali del Friuli e della Carinzia, nei cui confini era compreso anche il sartum montem. Al riguardo, è stato osservato come il significato medievale di mons si riferisca ad una malga esistente sul Monte Sart e quindi della possibilità che esistesse a fondo valle un insediamento di carattere stabile. È quindi accettato il VI secoloVII secolo anche per i Resiani quale riferimento più generale agli stanziamenti di quelle popolazioni appartenenti al ramo meridionale degli Slavi nell’arco Alpino e Prealpino Orientale che in seguito formeranno il popolo sloveno.

Invece, rinvenimenti archeologici romani e preromani nella vicina Resiutta vi testimoniano la presenza di un insediamento antecedente al VI secolo, mentre si fa menzione di un documento secondo il quale a Prato, nel 1098, esisteva una cappella dedicata alla Madonna. Dopo il loro insediamento, i Resiani seguirono le vicende storiche legate al Friuli, fino ai nostri giorni.

I Resiani, secondo il linguista polacco Baudouin de Courtenay, che li studiò a fondo nella seconda metà dell’800, “dovevano provenire da diverse tribù con diversi dialetti” e offriva la seguente classificazione dei principali, sottolineando l’importanza di questo fatto anche sotto il profilo etnografico: 1) di Lipovaz – San Giorgio; 2) di Gniva; 3) di Stolvizza; 4) di Oseacco 5) di Uccea. Resta d’indubbio interesse, sotto il profilo demografico e antropologico, la tipologia della popolazione resiana suggerita dalle varietà delle parlate e che, comunque, testimoniano per Resia la presenza di una situazione di accentuato isolamento e di forti localismi interni. Tale situazione di isolamento è stata confermata, fino a tempi recentissimi, dalle recenti indagini storico-demografiche eseguite sui registri di matrimonio per il periodo 1745 – 1905 (G. Rotta, 1987, 1988).

Si hanno ancora notizie su una suddivisione nei quattro territori di Gniva, Oseacco, San Giorgio e Stolvizza, definiti vuoi ora come pertinenze vuoi come ville o come comuni. Il Loschi cita il documento nel quale si elencano i quattro vassalli di Resia che nel 1336 prestarono giuramento di fedeltà all’Abate Ghiberto della vicina Moggio Udinese. Tale distinzione la ritroviamo nella descrizione della carta geografica del 1672 nella quale il Cancelliere di Moggio, Bernardino Nodaro, dava una descrizione dei confini delle quattro pertinenze. Quattro Comuni le ritroviamo aggregate a quella di San Giorgio, indicata nella descrizione della carta viaria di Resia del 1808 come capo-luogo. Da quadri d’insieme del Catasto del 1851, rileviamo ancora una suddivisione in territori. L’espansione degli insediamenti e delle aree di pertinenza resiane all’interno della valle fu caratterizzata da numerose liti che scoppiarono non solo fra gli stessi Comuni resiani, ma anche con gli abitanti della vicina Resiutta che vantavano diritti di pascolo sulle pendici del Monte Canin e in Planinizza, a ridosso dei Monti Musi, di cui si hanno notizie fin dalla seconda metà del XIV secolo.

Recenti indagini antropologico fisiche eseguite sulle popolazioni resiane (Corrain e Capitanio, 1987) hanno consentito, attraverso l’esame della distribuzione di diversi fenotipi ematologici, di accertare le caratteristiche genetiche delle quattro popolazioni anche attraverso confronti con le altre popolazioni, in particolare quelle dell’Europa centro orientale che risultarono negativi. Dai risultati dell’indagine è invece emerso come un’inattesa omogeneità interna consente di considerare valida la proposta di un comportamento medio della valle agli effetti dei vari confronti con l’esterno. Per questi confronti gli abitanti della valle vanno a costituire un isolato genetico quasi da manuale. Ciò non toglie che si verifichino, all’interno della valle, diversità distributive anche significative: a conferma d’una divisione in 4 gruppi di località su basi storiche e demografiche. I due autori, rilevavano inoltre di come “si fanno tuttora sentire gli effetti delle poche famiglie iniziali fondatrici…“. Grazie all’interdisciplinarità dell’osservazione della realtà resiana, lo scenario oggi più verosimile sull’origine dello stanziamento è quello di poche famiglie iniziali, forse una ventina, alcune, probabilmente, già fra loro imparentate, che si distribuirono nei vari villaggi della valle. L’isolamento successivo ha mantenuto nei secoli il patrimonio genetico dei fondatori. Si tratta di una situazione genetica ormai rarissima a trovarsi in Europa. Resia, come si è accennato, molto probabilmente nel VI secoloVII secolo era già abitata. In tal senso, un forte indizio ce lo offre ancora una volta la genetica; la presenza solo nella popolazione di Oseacco del raro complesso, in Europa, ccDee. Un’elevata incidenza di tale complesso è stata rilevata anche nella vicina Resiutta. Al riguardo, suggeriscono gli autori: “quasi tutta la gente è venuta da là o là si è fermata, se pure non si tratti di un più antico substrato“.

L’ idioma

Grazie alle leggi 482/99 e 38/01 approvate dal Parlamento italiano e ratificate dell’allora Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi, sulla tutela delle lingue minoritarie, oggi è possibile insegnare a scrivere e leggere in resiano nelle scuole dell’obbligo, permettendo così di mantenere le scuole a Resia, altrimenti sarebbero state trasferite a Moggio Udinese. Programmi Interreg 2007-2013 (finanziati dalla comunità Europea), prevedono, al di qua e al di là del confine (SloveniaItalia), progetti transfrontalieri che stanno incidendo in maniera significativa nello sviluppo della Val di Resia. Volendo attuare progetti comuni con gli enti oltre confine, si è sentita la necessità che gli operatori del Parco delle Prealpi Giulie e delle associazioni che operano in valle imparassero anche la lingua slovena

https://www.wikiwand.com/it/Resia

foto di Suzana Pertot

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Slavo o sloveno?

L’amore per il proprio dialetto, che tutti affermano di voler conservare e tutelare, esige che venga definito correttamente.

“Tappa a San Pietro al Natisone. Primo dei Sette Comuni in cui si parla il dialetto sloveno”.

Benito Mussolini

I neofascisti e i nazionalisti nostrani tentano da 50 anni di convincerci che il dialetto parlato nelle valli del Natisone non ha nulla in comune con la lingua slovena. Di tutt’altro avviso era invece il loro “maestro” ed ispiratore Benito Mussolini il quale, su questo specifico problema, aveva delle idee chiare ed ha contestato “ante litteram” i suoi futuri epigoni ed ammiratori, nel suo libro “I1 mio diario di guerra MCMXV – MCMXVII” (Libreria del Littorio), pubblicato dopo la prima guerra mondiale, leggiamo, alla data 15 settembre 1915 la seguente nota: “Tappa a S. Pietro al Natisone. Primo dei Sette Comuni in cui si parla il dialetto sloveno. Incomprensibile per me”.

Nell’anno successivo, trovandosi a Plezzo (Bovec, nell’alta valle dell’Isonzo) scrive nel diario: “Questi sloveni non ci amano ancora. Ci subiscono con rassegnazione e con malcelata ostilità”.

Dunque Mussolini sapeva che dal Ponte San Quirino fino a Plezzo abitavano gli sloveni che parlavano il dialetto sloveno o la lingua slovena. E quando nel 1933 ha proibito anche nelle valli del Natisone l’uso della lingua slovena, sapeva quello che faceva.

I1 7 gennaio del 1912 il Consiglio comunale di Grimacco ha approvato all’unanimità una Relazione sullo stato del comune da sottoporre all’attenzione del presidente della provincia di Udine in cui si afferma tra l’altro che il Comune “è popolato da circa 1700 abitanti, tutti di razza e lingua slava, e di costumi in tutto simili alle popolazioni di confine della stessa razza e lingua del limitrofo Impero Austro-Ungarico”. Dunque, nel comune di Grimacco, nel 1912, si parlava la stessa lingua che si parlava ‚nella valle dell’Isonzo, cioè quella slovena. Parola dei consiglieri comunali e del sindaco di Grimacco.

Nell’anno scolastico 1928-29 il cardinale Bisletti della Sacra Congregazione dei Seminari diede comunicazione all’Arcivescovo di Udine, Mons. Nogara, di aver ottenuto un contributo di Lire 9.000, concesso dallo Stato italiano “allo scopo di organizzare i corsi per l’insegnamento della lingua slovena ai chierici di codesto seminario” (di Udine).

I corsi continuarono per tutto il Ventennio fascista, continuarono durante la seconda guerra mondiale e anche nel dopoguerra, fino agli anni ’70, quando, per mancanza di chierici, furono sospesi.

In questo modo lo Stato finanziava corsi di s1oveno per i futuri sacerdoti che avrebbero potuto esercitare il ministero pastorale non in Slovenia ma nei paesi sloveni della diocesi di Udine. Lo Stato italiano sapevo già nel 1928 che nella provincia di Udine esistevano gli sloveni e non i “paleo-slavi”.”Novi Matajur”

Realizzato da Nino Specogna

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