Bilinguismo regionale: i vantaggi cognitivi

Annunci

Bilinguismo per dare ai nostri figli quella voce in più

L’Italia è un paese storicamente multilingue. Secondo una recente ricerca dell’UNESCO, all’interno del territorio italiano esistono ben 31 sistemi linguistici autòctoni (spesso erroneamente chiamati “dialetti”). Oltre ad avere un valore inestimabile dal punto di vista culturale e identitario, queste lingue hanno un grandissimo potenziale educativo che viene spesso ignorato. Molti genitori sono restii all’idea di insegnare la lingua del patrimonio regionale ai loro figli, privandoli così degli innumerevoli vantaggi portati dal bilinguismo infantile.
teach children languages
Il Bilinguismo Regionale
Lo scopo di questo sito è quello di aiutare le famiglie italiane a conoscere e capire l’importanza del bilinguismo regionale, servendoci delle ultime ricerche scientifiche per separare i miti dalla realtà. In tutti gli angoli del mondo ci sono bambini che crescono in situazioni sociali dove si parla più di una lingua. Sfortunatamente, nella maggior parte del territorio italiano il bilinguismo è sempre stato visto come una cosa strana, o addirittura ‘pericolosa’ per lo sviluppo del bambino, ed è tuttora circondato da molte credenze negative e da convinzioni infondate. Questo è spesso dovuto alla mancanza di informazione, per cui ci siamo impegnati a preparare questo sito per informare il pubblico sui benefici del bilinguismo infantile, ma anche per incoraggiare il sostegno del bilinguismo tra italiano e lingua regionale da parte delle famiglie, degli educatori, e di chiunque altro abbia a cuore il futuro dei bambini.https://bilinguismoregionale.net/

56^ Dan emigranta

 Il Dan emigranta, nato nel 1964 come incontro degli emigranti, che rientravano a casa per le festività natalizie, «è via via diventato la più importante manifestazione politica e culturale della comunità slovena e l’occasione per tracciare un bilancio dell’anno appena trascorso e delineare le linee di politica culturale e sociale per l’anno nuovo.”b1f2b62evabilo_Invito-dan-emigranta---6.1.2019-001«Dan emigranta» è la festa più grande e più importante per gli sloveni della provincia di Udine. Anche quest’anno l’appuntamento è il 6 gennaio alle ore 15 al teatro Ristori di Cividale. A nome degli sloveni della provincia di Udine parlerà Alan Cecutti, presidente provinciale della Kmečka zveza, sindaco di Taipana e coordinatore del cluster transfrontaliero (nella foto). A nome della Regione interverrà il presidente del Consiglio regionale, Pier Mauro Zanin. Il saluto della città sarà portato dal sindaco di Cividale, Stefano Balloch. Il programma culturale comprenderà alcuni pezzi del recente festival della canzone della Benecia e la nuova rappresentazione della compagnia teatrale «Beneško gledališče»

Sotto l’albero di Natale i bambini di Tarvisio hanno trovato una scuola plurilingue

49342331_1808492629279476_212921405971365888_o
Dalla Regione sono in arrivo 80 mila euro che permetteranno ad alcune classi della primaria e della materna di potenziare l’insegnamento dello sloveno, del tedesco e del friulano attraverso il metodo Clil (insegnamento di alcune materie in lingua).
La sperimentazione, già avviata anche a Malborghetto, sta dando ottimi risultati, da qui la volontà di istituire “in modo definitivo e non solo sperimentale una vera e propria scuola plurilingue”, commenta l’assessore all’istruzione di Tarvisio Barbara Lagger.
Il progetto sarà presentato anche a Roma, al Ministero, proprio per evidenziare e valorizzare la peculiarità del plurilinguismo. “In una realtà come la nostra – prosegue l’assessore – è fondamentale che i nostri bambini crescano parlando più lingue”.
🎧 Per ascoltare l’intervista con l’assessore clicca il link qui sotto.⬇️
https://www.dropbox.com/s/o1258j5n9yuw26j/lagger.mp3?dl=0

Canti e suoni dell’avvento in Val Canale

48994325_965129617020188_2936280204663848960_oOggi, venerdì 21 dicembre, alle 20.00 nella chiesa di Sant’Egidio a Camporosso/Žabnice si svolgerà il concerto dal titolo «Canti e suoni d’Avvento/Adventne pesmi in melodije/Lieder und Klänge im Advent». A organizzare l’evento è il Gruppo bandistico della Valcanale, anche in collaborazione con l’Associazione/Združenje Don Mario Cernet.
Siete tutti invitati!

Danes, petek, 21. decembra, bo ob 20.00 v cerkvi Svetega Tilna v Žabnicah koncert z naslovom »Canti e suoni d’Avvento/Adventne pesmi in melodije/Lieder und Klänge im Advent«. Dogodek organizira Pihalna godba iz Kanalske doline tudi v sodelovanju z Združenjem Don Mario Cernet.
Lepo vabljeni!

Il Cappellano-Kaplan Martin Čedermac

Cedermac-stripdal romanzo di France Bevk

«No, dimmelo ora!», insistette Don Morandini; era tutto confuso e sbigottito.
«No. Non ora!»,Don Martino cercò di sorridere. «Non è poi, dopo tutto, tanto grave . . . Quel diavolo mi propóse un ricatto. Voleva ch ’io vendessi l ’anima. Ma non l’ho venduta.Ora Sai quasi tutto . . . Domani non sarò a casa. Andrò a Udine,da Ponzio a Pilato …. Ma non mi darò via per niente. Metterò su anch’io una maschera di bronzo», e sorrise asciuttamente.
Si scambiarono solo quattro parole. Serio e triste, Don Geremia guardò dietro all’amico, che, fra due sbirri, scompariva fra la folla.
I minuti passavano. Su un lontano campanile battevano le ore. Erano le quattro e un quarto. Don Martino ancora aspettava.Egli si trovava in uno stato penoso di agitazione nervosa cercava di calmarsi guardandosi intorno, in quella sala d’aspetto . Alle pareti  c’erano due grandi quadri di paesaggi,con le cornici dorate. Alle finestre erano appesi pesanti tendaggi sollevati a metà. La sala era perciò nella penombra. Non c’era altro a richiamare l ’attenzione di Don Martino.
Egli passeggiava, avanti e indietro, piano come se avesse l’àura di rompere il silenzio della sala. Aveva già spesso guardato l ’orologio, ma negli ultimi minuti l’aveva guardato ancora più spesso, sempre maggiore diventando la sua impazienza.
L ’orribile sensazione che d’ all’attesa dipendesse una qualche imboscata, lo tormentava. D ’altra parte, a momenti l ’attesa gli dava, l ’impressione di potersi preparare meglio e riflettere di più.Ma in verità, anche se avesse riflettuto molto, non sarebbe risultato granchè. A che scopo preparare le frasi prima, se poi forse non le avrebbe neppure dette? Con dolore e con rabbia,impossibili a soffocarsi, gli tornavano alla memoria i fatti del giorno precedente, specialmente quelli della sera
precedente.Volevano terrorizzarlo, volevano costringerlo in ginocchio. Di quali mezzi infantili, umiliati e fin troppo elementari si erano serviti! E forse avrebbero ancora raggiunto il loro scopo, se lui non avesse letto fino nel fondo della loro anima nera. E con tutto ciò erano stati tanto ridicoli, che a
momenti una risata gli sarebbe uscita dalla gola, anche se in altri istanti lo soffocasse, gli stesse alla gola, l ’umiliazione. Ma avevan perduto la partita.
Sospirò profondamente che il peso dell’incertezza si fosse» scaricato dalle sue spalle ed era contento d’aver vinto, ma sotto sotto c ’era in lui l’insoddisfazione. Oh, si! la commedia sarebbe continuata- Che fine avrebbe avuto? — Nessuno lo poteva prevedere.
La notte passata egli aveva dormito malissimo girandosi e rigirandosi sopra il giaciglio. Non perchè fesse disabituato a dormire fuori dal suo letto, ma perchè s’era sentito vecchio e senza forze e perché era assillato dal timore che quello non fosse altro che il principio. Poi si sarebbe ammaliato . . .Ma soprattutto l’aveva tormentato l’umiliazione- Che cosa aveva mai fatto che lo trattavano alla stessa stregua d’un comune delinquente? — Fra questa una domanda inutile, rivolta a della gente che non conosceva nè cuore, nè logica. E perchè avevano maltrattato proprio lui, soltanto lui? — Un freddo gelo gli si era fatto nel cuore. L ’odio che per tutta la strada aveva continuato a dargli l ’assalto, aveva finito col moltiplicarsi ed avvelenargli il sangue.
Com’era che aveva detto a Don Morandini? — Da Ponzio a Pilato! Certo, egli voleva sapere tutto intorno a se stesso, per non svegliarsi dai suoi sonni col terrore, se non ce ne fosse bisogno. Ed ora egli non temeva il colloquio cui andava incontro,anche se questo dovesse risultare asprissimo e sottile per le delicate questioni da trattare. Lo scontro di parole e di pensieri gli piaceva, lo invitava a cimentarsi, come sedendo al tavolo da gioco. Però si rendeva ben conto che avrebbe dovuto mantenersi calmo ed in questo caso stare bene attento a non infilare qualche trappola tesagli di proposito. Forse ogni singolo attimo gli avrebbe suggerito la parola adatta. Comunque non si sarebbe allontanato dal punto di vista della Chiesa, per non incorrere in eventuali accuse di ribellione, a causa di reciproche incomprensioni. Aveva in mente di illustrare tutta la questione come pericolosa per lo Stato e da questa posizione sperava di poter meglio respingere gli attacchi. . .
Passò un’ora .. .  Per vincere l ’impazienza, che diventava sempre più acuta, si mise a guardare la finestra. C ’era al vetro una mosca che ronzava e inutilmente si affaticava, svolazzando in cerca d’una uscita.. Tutto intento ad osservare la
lotta per l ’esistenza di quell’insetto, involontariamente si ricordò le parole di un discorso ch ’era stato pronunciato l ’anno precedente : «Voi siete cimici, che avete infestato le nostre case . . .» Quelle parole l ’avevano scottato allora, e scottavano ancora, nè le avrebbe mai scordate- Un sorriso amaro» gli sfiorò le labbra. Ogni tentativo gli parve vano fino alla disperazione,in quell’istante . . . Avrebbe fatto bene ad andarsene via . . .
Proludo in quel momento entrò un ’ordinanza e disse:«Prego, Reverendo1 Sua Eccellenza il Prefetto l ’attende».E cappellano Martino entrò…

testo dal mio archivio personale vignette di Moreno Tomazetig11128685_1706599436234126_8931659222238050734_n

Il Cappellano-Kaplan Martin Čedermac

Cedermac-webIl romanzo ci offre uno spaccato preziosissimo della vita in una cappellania sulla sponda destra del Natisone, con il complesso intreccio di vita quotidiana, di celebrazioni liturgiche, di timori e paure, di persone coraggiose, di altre impaurite, opportuniste che sfruttano la situazione. In una parola, la vita concreta nella varietà delle sue forme, ma il tutto visto alla luce di quella dignità umana che dà sapore alle cose ed anche la forza di affrontare difficoltà non comuni. In una lunga carrellata passano in rassegna i protagonisti, che possiamo così elencare: il protagonista cappellano Martin, la sua collaboratrice domestica, la comunità ecclesiale, i vari rappresentanti della politica dal prefetto all’appuntato, i responsabili della Chiesa Udinese dal vescovo fino ai cappellani delle sperdute comunità montane, il tutto nella commistione di potere politico e religioso fra ipocrisia, astuzia, compromessi e silenzi.
Il cappellano Martin, ricalcato artisticamente sulla figura di don Antonio Cuffolo, con qualche ritocco anche di don Giuseppe Cramaro, suo vicino di chiesa, è la figura dell’idealista che sposa la difficile realtà in cui si trova a vivere, convinto com’è della indivisibile unità tra Vangelo e dignità umana, espressa dalla esistenza concreta delle persone e della terra in cui vivono. È la linea della incarnazione, cioè di un inserimento dell’eterno e dell’invisibile nella nostra quotidianità, che non è mai banale per chi la vive con dignità. Martin vive per la sua gente e per il suo bene integrale, unendo due aspetti importanti della stessa realtà: le persone e la parola scritta, in questo caso il Catechismo. Non c’è crescita umana senza cultura e senza la sua immagine scritta; una parola che diventa documento e storia. Da ciò la difesa commovente dei libri sloveni, con l’aiuto della fedele collaboratrice. Non l’ideale falso di un popolo ignorante e fedele, ma quello di persone consapevoli e capaci di prendere posizione, perché coscienti di sé. Martin è il campanello che tiene desta la loro coscienza.
Accanto a lui e con lui, la fedele collaboratrice, che si cura della casa, della chiesa e delle faccende quotidiane, ma anche di avvenimenti straordinari, come il salvataggio dei libri sloveni e la sopportazione degli scatti d’umore del cappellano. Il tutto vissuto nella discrezione, nel silenzio, tipico di un mondo che non c’è più e suggerito da un rispetto religioso, che dà un’aura quasi mistica a tutta l’esistenza. E con lei la comunità cristiana, quella che si riunisce in chiesa la domenica, nell’ascolto del Vangelo e della sua spiegazione. A questi cristiani, nell’agosto del 1933 viene tolta anche la possibilità di un nutrimento di cui ha doppiamente bisogno, come cristiani e come cittadini, portatori di una cultura millenaria, nello scrigno della lingua. Viene loro tolta la dignità della propria appartenenza nazionale e linguistica, che viene sganciata dalla professione di fede, quasi che si trattasse di due pezzi di un gioco d’incastro, interscambiabili a piacere. Questo popolo reagisce compostamente e con tristezza. Una reazione non violenta, silenziosa, che alla fine risulta anche vincente, perché non si assoggetta all’imposizione e attende, con il cappellano, una possibile liberazione.
Ci si aspetterebbe a questo punto, un intervento forte, deciso, sicuro da parte dell’autorità ecclesiastica. Nulla purtroppo, se non l’invito all’obbedienza ed allo studio della lingua italiana, in modo da realizzare quel programma politico che vuole tutto livellare, perché come ai tempi degli assolutismi, tutti parlino una sola lingua ed obbediscano ad un solo padrone. Non si chiede certo che il Vescovo si voti al martirio cruento, visti i momenti, ma che non abbandoni il suo gregge ed i pastori che lo aiutano. Una minima opposizione e resistenza da parte del Vescovo ci poteva essere, come testimoniano esempi luminosi di quegli anni, anche se rari, bisogna ammetterlo. E così, si ebbero esempi di cedimento da parte di qualche sacerdote, allettato dai vantaggi politici che questo comportava. E non sono mancate medaglie al merito contrario, per certi squallidi protagonisti, anche questi pochi, per fortuna, ma che potevano fregiarsi di qualche cavalierato di metallo scadente, sul piano dei valori umani.
L’apparato del regime fascista svolgeva il suo compito, alternando carota e bastone, per raggiungere il suo scopo di assimilazione forzata delle popolazioni della Slavia. Erano passati gli anni dell’impero asburgico, che un pluralismo culturale l’aveva sviluppato, e che permetteva ai diversi popoli di non perdere la propria identità. Queste cose, magari, furono scoperte dopo, visti i disastri del dopo. Certo che gli anni ’30 del secolo scorso, furono estremamente negativi per la Benecìa, tanto che i suoi effetti deleteri li sentiamo e viviamo ancora oggi. Hanno preso una piega subdola, che alla fine, continua l’opera devastatrice del fascismo. Infatti, è intervenuta la scoperta sensazionale che noi delle Valli, siamo di ascendenza slava. Un evento probabilmente unico nella storia dei popoli, ma che coltiva l’obiettivo della negazione. L’unica cosa che interessa è la cancellazione del sostantivo ed aggettivo ‘sloveno’. Ottenuto questo, tutto va bene, salvo lasciar perdere ciò che resta del dialetto sloveno, nei gorghi e nelle piene del Natisone.
E così la storia di Martin Čedermac continua, in tempi diversi, ma con gli stessi problemi, non di pressione politica, ma di contrapposizione pseudo linguistica. Alla fine resta paradigmatico il discorso finale del cappellano, una perorazione religiosa e civile, perché le due cose non vanno divise; una perorazione che invita ogni uomo – non più solo noi della Benecìa – a non svendere mai la sua identità, perché è l’unica carta della sua dignità e del valore assoluto della persona umana. Sempre e dovunque. (Marino Qualizza) 

Kaplan Martin Cedermac (1938) è il titolo originale del romanzo dello scrittore sloveno France Bevk sulla proibizione della lingua slovena nelle chiese dell’arcidiocesi di Udine, in italiano e a fumetti (con testo nel dialetto sloveno delle Valli del Natisone). La traduzione è di Ezio De Martin, le illustrazioni di Moreno Tomasetig e la prefazione dello scrittore Boris Pahor.

https://www.dom.it/il-cappellano-martin-cedermac_kaplan-martin-cedermac/

 

Un popolo

Nella Slavia friulana/Benecija con l’italianizzazione ai tempi del fascismo è stata rubata la lingua slovena

Un popolo diventa povero e servo quando gli rubano la lingua ricevuta dai padri: è perso per sempre. Diventa povero e servo quando le parole non figliano parole e si mangiano tra di loro. Me ne accorgo ora, mentre accordo la chitarra del dialetto che perde una corda al giorno. …..
Un povero che allatta dalle mammelle aride della madre putativa, che lo chiama figlio per scherno. Noialtri l’avevamo, la madre, ce la rubarono; aveva le mammelle a fontana di latte e ci bevvero tutti, ora ci sputano. Ci restò la voce di lei, la cadenza, la nota bassa del suono e del lamento: queste non ce le possono rubare. Ci restò la somiglianza, l’andatura, i gesti, i lampi negli occhi queste non ce le possono rubare. Non ce le possono rubare, ma restiamo poveri e orfani lo stesso.
Ignazio Buttitta
Traduzione dal siciliano da Lingue e dialetti

 

A Gerusalemme

24831105_1954861598110116_5484690804029332277_oPARI NESTRI, che tu sês tai cîi, che al sedi santificât il to non, che al vegni il to ream, che e sedi fate la tô volontât come in cîl, cussì in tiere.
Danus vuê il pan che nus covente, parinus jù i nestris debits come che nô ur ai parìn jù ai nestris debitôr e no stâ molânus te tentazion, ma liberinus dal mâl. Amen

da fb