Il destino di Uccea/Učja si è compiuto

Una breve intervista riportata su Facebook, ripresa da Telefriuli, notizia con nulla di eclatante, quasi una curiosità, tanto per riempire il palinsesto: «Niente telefoni, nessun abitante. Uccea, un paese che non c’è più». A chi può interessare un vuoto creatosi all’interno di uno scenario da vecchia favola in una valle montana di per sé stessa negletta e sperduta?

Uccea/Učja, un paesino nascosto in fondo ad una stretta valle ai piedi del gigantesco massiccio del Canin, a un tiro di sasso dal confine sopra il torrentello omonimo che porta le sue acque verso l’Isonzo in Slove- nia. Frazione del comune di Resia/ Rezija, il cui capoluogo comunale si trova in un’altra valle che scende dal gigante montano; ci vogliono 17 km, superando sella Carnizza (1.086 m.s.l.m.), per raggiungerlo; e, fino a poco tempo addietro, a piedi, d’estate e d’inverno. Paesino, Uccea, ai cui piedi oggi corre una ex strada statale transfrontaliera (la 646); è dotato di due chiesette – una antica (S. Antonio) lontana dal centro già abitato

ed una più recente; aveva una scuola – demolita dopo il terremoto del 1976 –, un paio di osterie, casette dignitose per gente caparbia. Ora, la presa d’atto: l’abbandono totale alla stregua di tanti altri paesetti dove la vita normale pare divenuta impossibile. Porte sprangate, non fiori sui davanzali, campane mute, strade silenziose, ortiche negli orti a riconfermare l’abbandono. Silenzio.

Neppure io ne scriverei se quello non fosse per me un luogo di particolari ricordi, di forti emozioni, di lavoro impegnativo e gratificante. Era l’anno 1974, il mio secondo anno come maestro elementare. Dopo una iperattiva supplenza annuale a Drenchia nel troppo grande edificio scolastico per una dozzina di alunni, con un punteggio minimale potevo scegliere una sede di ruolo solo tra qualche paesino montano della lontana Carnia, tipo Lauco o Ovaro, e Uccea, la più vicina.

In ricognizione, mi sono avventurato sulla strada di Lusevera e, superando il passo Tanamea/Ta na meji, scesi lungo la valle, per me del tutto ignota, fino al paesello un po’ disperso sul versante sinistro del torrente.

Non sapevo che il mio futuro collega sarebbe stato un prete. Che ci facesse là era per me un rebus, ma non mi mancò l’opportunità di comprenderlo già da subito, quando, ricevuto nella disadorna canonica autogestita, conobbi don Vito Ferrini. Nel colloquio, che potrei definire fraterno, compresi il suo particolare modo di gestire la vita in quel piccolo mondo, non solo la specifica conduzione pastorale e scolastica, ma l’impegno totale e disinteressato per tutta la comunità che a lui faceva riferimento. «Qui, lo puoi vedere da solo, – mi diceva – la vita è difficile soprattutto per i ragazzi. Già a partire dalla lingua, un antico dialetto sloveno, contando anche l’isolamento dal resto del mondo. Le case sparse sul ripido versante in piccoli agglomerati lo acuiscono e così la chiesa e la scuola diventano gli unici strumenti e occasioni di aggregazione, di socializzazione e conoscenza. Neppure la Tv, un telefono pubblico… Qui i ragazzi stanno a scuola dal primo mattino al tardo pomeriggio – colazione, pranzo e merenda compresi, cui provvedeva coi propri mezzi –, altrimenti quei pochi rimasti rimarrebbero inselvatichiti come cuccioli allo stato brado».

Mi è sembrato da subito un uomo e prete particolare e pensai istintivamente a don Lorenzo Milani e alla scuola di Barbiana. Questo qui, mi dissi, dopo aver a lungo colloquiato e discusso sul mio futuro impegno, ha preso sul serio il suo ministero e a me non rimane che mettermi in sintonia con lui, perché anche per me fare l’insegnante non doveva rimanere un qualsiasi

lavoro, ma una missione, perché quei deliziosi ragazzi affidatimi richiedevano senso di responsabilità, sensibilità e dedizione. In fondo sarei stato corresponsabile della vita quotidiana di quella particolare dozzina da sei a otto ore per cinque giorni alla settimana. Accettai senza rimpianti, anche se, come mi avvertì don Vito, la strada da Tanamea al paese dopo la terza nevicata diveniva una pista da bob, comunque aperta per via della caserma della Finanza a custodia del valico. A distanza di tanto tempo ricordo in particolare i tre ragazzini più piccoli, Roberto, Marcellino e Vito, cui qualche volta scappava di chiamarmi mamma.

Ecco perché mi ha colpito la notizia di quel piccolo mondo che affonda la propria storia agli inizi del XVI secolo, che contava negli anni 50 del secolo scorso oltre 400 residenti. Nelle sere, soprattutto quelle invernali, nel piccolo alloggio ricavato nei locali della scuola, consultavo e trascrivevo i particolari di quella popolazione rimasta (110 residenti), annotavo le caratteristiche, il modo di vita, il senso di quella resistenza. Già allora non mi facevo illusioni e assieme a don Vito ci sforzavamo di preparare i ragazzi al mondo più ampio che inevitabilmente li avrebbe attratti e dispersi. Don Vito aveva la mappa dettagliata di tutte le famiglie, delle persone rimaste e di quelle che se n’erano andate in cerca di fortuna e di sole. E io, per la prima volta mi cimentai nella lettura del dialetto resiano, così come riportato dallo studioso Milko Matičetov. Mi meravigliavo, accorgendomi di poter comprendere, col mio dialetto delle Valli del Natisone, quello del posto. Così con quei ragazzi mi sentivo di condividere memorie e valori.

Il destino di Uccea/Učja – chiamiamo così questa sua prevedibile parabola storica – si è compiuto. Rimane un ricordo e il rimpianto constatando che per prime ad abbandonarlo sono state le pubbliche istituzioni. Uno dei luoghi della nostra storia, emblema di tanti altri nostri paesini su cui incombe la stessa sorte. E questo mio scritto non è che uno sconsolato De profundis col cuore affranto per il probabile analogo destino di molti paesi delle mie Valli slovene.

Riccardo Ruttar

Il destino di Uccea/Učja si è compiuto_Vas Učja umira

Proverbio delle Valli del Natisone/Nediske doline

Kar setemberja je garkuo,zima pride pa marzla.

Settembre caldo inverno freddo.

foto di Enrico Gatti da fb

Resia-Rezija

Resia (Resije in resianoRezija in sloveno) è un comune italiano di 964 abitanti in Friuli-Venezia Giulia. Si tratta di un comune sparso con sede comunale nella frazione di Prato.

Geografia fisica

La Val Resia è situata nella parte nord-orientale della regione Friuli-Venezia Giulia. È una valle alpina che si estende in direzione ovest-est per 20 km. Ad est la valle è chiusa da un massiccio montuoso, del quale il Monte Canin (2587 m) rappresenta il punto più alto. Tale massiccio segna il confine fra l’Italia e la Slovenia

La valle è suddivisa in 5 principali frazioni che sono, da ovest a est, San Giorgio, Prato, Gniva, Oseacco e Stolvizza; vi sono inoltre le borgate di Lipovaz, Crisaze, Gost, Lischiaze, Coritis e in una adiacente valle più a sud, Uccea.

L’aspetto più importante della valle, oltre all’indiscussa importanza linguistico-culturale, è il profilo naturalistico. Immersa com’è in una conca verde su cui vegliano i picchi del Canin, innevati per buona parte dell’anno, merita una visita sia per un contatto diretto con la popolazione dei borghi, sia per le piacevoli escursioni in una delle più suggestive vallate alpine. Vi è ubicata la stazione meteorologica di Resia.

Storia

Le origini di Resia sono legate all’insediamento della sua popolazione nella vallata, che si fa risalire al VII secolo. I resiani sono i discendenti di quelle popolazioni di ceppo slavo che giunsero in Italia al seguito degli Avari e dei Longobardi e che, abbandonando il nomadismo, qui presero dimora. Un tempo isolata tra i monti Musi a sud e l’imponente massiccio del Canin ad est e a nord, Resia rappresenta per la cultura un’isola linguistica e di tradizioni estremamente importante. La singolare Lingua, il Resiano riconosciuta dall’Unesco che vi si parla è stato ed è tuttora oggetto di molti studi, si custodiscono così e si tramandano tradizioni (costumi, canti, balli, cerimonie) di grande interesse.

La comunità di Resia è oggi in gran parte raggruppata nelle frazioni di Prato, San Giorgio, Oseacco, Gniva, Lischiazze, Stolvizza e Uccea. Dal punto di vista storico, essendo soggetta alla giurisdizione dell’Abbazia di Moggio, ne seguì le vicende nel corso dei secoli. Rivestì una certa importanza sotto il dominio veneziano per la difesa delle selle di Carnizza e di Guarda che permettono di raggiungere la valle dall’Isonzo in Slovenia. A questo scopo vi fu nella vallata la presenza di una guarnigione militare con fortificazioni a Stolvizza e a San Giorgio.

Monumenti e luoghi d’interesse

Architetture religiose

Architetture civili

Parco naturale delle Prealpi Giulie, molto frequentato nel periodo estivo per i picnic.

Da Resia, gli escursionisti possono raggiungere il bivacco Franco Costantini percorrendo il sentiero che passa per la malga Coat, e quindi arrivare nella prossimità del torrione Mulaz, della Baba grande e della Babà piccola che precedono al salita al monte Canin. Il torrione Mulaz è attrezzato con una via d’arrampicata.[5]

Architetture militari

Nella zona settentrionale di Resia, nelle prossimità del confine con la Slovenia, sono presenti strutture militari che risalgono alla Grande guerra, documentate e oggetto di studi approfonditi.

Architetture rurali

Nella stagione estiva vi era l’esigenza di portare il bestiame al pascolo in montagna per 4-5 mesi. Per questo motivo sono stati costruiti gli stavoli, sparsi per le montagne di tutta la vallata.

Costituiti solitamente da una stanza adibita a cucina con il focolare per la preparazione del formaggio, un locale per il bestiame (mucche, capre), una stanza sopra la cucina per dormire e infine il fienile sopra la stalla.

In alcuni stavoli era presente anche uno stanzino per la conservazione del latte, del formaggio e del burro. Per la raccolta dell’acqua piovana era presente un serbatoio in calcestruzzo con una finestrella di accesso per prelevare l’acqua utilizzando un secchio.

I resiani

I resiani sono una popolazione appartenente al gruppo linguistico slavofono. Mancano reperti archeologici certi, o d’altra natura, tali da offrire un’indicazione sulla datazione dell’insediamento slavo nella valle. Resia è citata nel testamento del conte Cacellino che verso l’XI secolo lasciava a Federico, Patriarca di Aquileia, i beni allodiali del Friuli e della Carinzia, nei cui confini era compreso anche il sartum montem. Al riguardo, è stato osservato come il significato medievale di mons si riferisca ad una malga esistente sul Monte Sart e quindi della possibilità che esistesse a fondo valle un insediamento di carattere stabile. È quindi accettato il VI secoloVII secolo anche per i Resiani quale riferimento più generale agli stanziamenti di quelle popolazioni appartenenti al ramo meridionale degli Slavi nell’arco Alpino e Prealpino Orientale che in seguito formeranno il popolo sloveno.

Invece, rinvenimenti archeologici romani e preromani nella vicina Resiutta vi testimoniano la presenza di un insediamento antecedente al VI secolo, mentre si fa menzione di un documento secondo il quale a Prato, nel 1098, esisteva una cappella dedicata alla Madonna. Dopo il loro insediamento, i Resiani seguirono le vicende storiche legate al Friuli, fino ai nostri giorni.

I Resiani, secondo il linguista polacco Baudouin de Courtenay, che li studiò a fondo nella seconda metà dell’800, “dovevano provenire da diverse tribù con diversi dialetti” e offriva la seguente classificazione dei principali, sottolineando l’importanza di questo fatto anche sotto il profilo etnografico: 1) di Lipovaz – San Giorgio; 2) di Gniva; 3) di Stolvizza; 4) di Oseacco 5) di Uccea. Resta d’indubbio interesse, sotto il profilo demografico e antropologico, la tipologia della popolazione resiana suggerita dalle varietà delle parlate e che, comunque, testimoniano per Resia la presenza di una situazione di accentuato isolamento e di forti localismi interni. Tale situazione di isolamento è stata confermata, fino a tempi recentissimi, dalle recenti indagini storico-demografiche eseguite sui registri di matrimonio per il periodo 1745 – 1905 (G. Rotta, 1987, 1988).

Si hanno ancora notizie su una suddivisione nei quattro territori di Gniva, Oseacco, San Giorgio e Stolvizza, definiti vuoi ora come pertinenze vuoi come ville o come comuni. Il Loschi cita il documento nel quale si elencano i quattro vassalli di Resia che nel 1336 prestarono giuramento di fedeltà all’Abate Ghiberto della vicina Moggio Udinese. Tale distinzione la ritroviamo nella descrizione della carta geografica del 1672 nella quale il Cancelliere di Moggio, Bernardino Nodaro, dava una descrizione dei confini delle quattro pertinenze. Quattro Comuni le ritroviamo aggregate a quella di San Giorgio, indicata nella descrizione della carta viaria di Resia del 1808 come capo-luogo. Da quadri d’insieme del Catasto del 1851, rileviamo ancora una suddivisione in territori. L’espansione degli insediamenti e delle aree di pertinenza resiane all’interno della valle fu caratterizzata da numerose liti che scoppiarono non solo fra gli stessi Comuni resiani, ma anche con gli abitanti della vicina Resiutta che vantavano diritti di pascolo sulle pendici del Monte Canin e in Planinizza, a ridosso dei Monti Musi, di cui si hanno notizie fin dalla seconda metà del XIV secolo.

Recenti indagini antropologico fisiche eseguite sulle popolazioni resiane (Corrain e Capitanio, 1987) hanno consentito, attraverso l’esame della distribuzione di diversi fenotipi ematologici, di accertare le caratteristiche genetiche delle quattro popolazioni anche attraverso confronti con le altre popolazioni, in particolare quelle dell’Europa centro orientale che risultarono negativi. Dai risultati dell’indagine è invece emerso come un’inattesa omogeneità interna consente di considerare valida la proposta di un comportamento medio della valle agli effetti dei vari confronti con l’esterno. Per questi confronti gli abitanti della valle vanno a costituire un isolato genetico quasi da manuale. Ciò non toglie che si verifichino, all’interno della valle, diversità distributive anche significative: a conferma d’una divisione in 4 gruppi di località su basi storiche e demografiche. I due autori, rilevavano inoltre di come “si fanno tuttora sentire gli effetti delle poche famiglie iniziali fondatrici…“. Grazie all’interdisciplinarità dell’osservazione della realtà resiana, lo scenario oggi più verosimile sull’origine dello stanziamento è quello di poche famiglie iniziali, forse una ventina, alcune, probabilmente, già fra loro imparentate, che si distribuirono nei vari villaggi della valle. L’isolamento successivo ha mantenuto nei secoli il patrimonio genetico dei fondatori. Si tratta di una situazione genetica ormai rarissima a trovarsi in Europa. Resia, come si è accennato, molto probabilmente nel VI secoloVII secolo era già abitata. In tal senso, un forte indizio ce lo offre ancora una volta la genetica; la presenza solo nella popolazione di Oseacco del raro complesso, in Europa, ccDee. Un’elevata incidenza di tale complesso è stata rilevata anche nella vicina Resiutta. Al riguardo, suggeriscono gli autori: “quasi tutta la gente è venuta da là o là si è fermata, se pure non si tratti di un più antico substrato“.

L’ idioma

Grazie alle leggi 482/99 e 38/01 approvate dal Parlamento italiano e ratificate dell’allora Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi, sulla tutela delle lingue minoritarie, oggi è possibile insegnare a scrivere e leggere in resiano nelle scuole dell’obbligo, permettendo così di mantenere le scuole a Resia, altrimenti sarebbero state trasferite a Moggio Udinese. Programmi Interreg 2007-2013 (finanziati dalla comunità Europea), prevedono, al di qua e al di là del confine (SloveniaItalia), progetti transfrontalieri che stanno incidendo in maniera significativa nello sviluppo della Val di Resia. Volendo attuare progetti comuni con gli enti oltre confine, si è sentita la necessità che gli operatori del Parco delle Prealpi Giulie e delle associazioni che operano in valle imparassero anche la lingua slovena

https://www.wikiwand.com/it/Resia

foto di Suzana Pertot

Slavo o sloveno?

L’amore per il proprio dialetto, che tutti affermano di voler conservare e tutelare, esige che venga definito correttamente.

“Tappa a San Pietro al Natisone. Primo dei Sette Comuni in cui si parla il dialetto sloveno”.

Benito Mussolini

I neofascisti e i nazionalisti nostrani tentano da 50 anni di convincerci che il dialetto parlato nelle valli del Natisone non ha nulla in comune con la lingua slovena. Di tutt’altro avviso era invece il loro “maestro” ed ispiratore Benito Mussolini il quale, su questo specifico problema, aveva delle idee chiare ed ha contestato “ante litteram” i suoi futuri epigoni ed ammiratori, nel suo libro “I1 mio diario di guerra MCMXV – MCMXVII” (Libreria del Littorio), pubblicato dopo la prima guerra mondiale, leggiamo, alla data 15 settembre 1915 la seguente nota: “Tappa a S. Pietro al Natisone. Primo dei Sette Comuni in cui si parla il dialetto sloveno. Incomprensibile per me”.

Nell’anno successivo, trovandosi a Plezzo (Bovec, nell’alta valle dell’Isonzo) scrive nel diario: “Questi sloveni non ci amano ancora. Ci subiscono con rassegnazione e con malcelata ostilità”.

Dunque Mussolini sapeva che dal Ponte San Quirino fino a Plezzo abitavano gli sloveni che parlavano il dialetto sloveno o la lingua slovena. E quando nel 1933 ha proibito anche nelle valli del Natisone l’uso della lingua slovena, sapeva quello che faceva.

I1 7 gennaio del 1912 il Consiglio comunale di Grimacco ha approvato all’unanimità una Relazione sullo stato del comune da sottoporre all’attenzione del presidente della provincia di Udine in cui si afferma tra l’altro che il Comune “è popolato da circa 1700 abitanti, tutti di razza e lingua slava, e di costumi in tutto simili alle popolazioni di confine della stessa razza e lingua del limitrofo Impero Austro-Ungarico”. Dunque, nel comune di Grimacco, nel 1912, si parlava la stessa lingua che si parlava ‚nella valle dell’Isonzo, cioè quella slovena. Parola dei consiglieri comunali e del sindaco di Grimacco.

Nell’anno scolastico 1928-29 il cardinale Bisletti della Sacra Congregazione dei Seminari diede comunicazione all’Arcivescovo di Udine, Mons. Nogara, di aver ottenuto un contributo di Lire 9.000, concesso dallo Stato italiano “allo scopo di organizzare i corsi per l’insegnamento della lingua slovena ai chierici di codesto seminario” (di Udine).

I corsi continuarono per tutto il Ventennio fascista, continuarono durante la seconda guerra mondiale e anche nel dopoguerra, fino agli anni ’70, quando, per mancanza di chierici, furono sospesi.

In questo modo lo Stato finanziava corsi di s1oveno per i futuri sacerdoti che avrebbero potuto esercitare il ministero pastorale non in Slovenia ma nei paesi sloveni della diocesi di Udine. Lo Stato italiano sapevo già nel 1928 che nella provincia di Udine esistevano gli sloveni e non i “paleo-slavi”.”Novi Matajur”

Realizzato da Nino Specogna

http://www.lintver.it/natisoniano-opinioni-slavoosloveno.html

Ancora sulla lingua

Un altro contributo alla discussione

E’ un buon segno che si discuta di temi importanti. Benvenuti quindi dibattiti sul nediško (ma anche sul po našin, po vašin, po vaseh e così via), sulla lingua letteraria slovena, sulla matrice slava, sulle relazioni tra le varie espressioni della nostra cultura. Con un’unica avvertenza: che non si alimenti la confusione ed ogni volta non si riparta da Adamo ed Eva, perdendo di vista il traguardo.
Ognuno la pensi come vuole, percorra la strada che più gli aggrada per tornare a casa, perché alla fine è qui che ci troveremo.
Il racconto che Nino Specogna fa della sua esperienza di vita è una testimonianza forte della nostra storia recente, peraltro comune alla stragrande maggioranza di tutti noi. Sullo stesso tema Gianni Tomasetig di Zverinec-Sverinaz ha recentemente pubblicato il bel libro “L’osteria della nonna”.
Chi vuol conoscere la realtà della Benečija d’oggi ha a disposizione libri di storia (ce ne sono tanti), documentazioni, testimonianze analoghe a quella di Specogna. Per capire la realtà locale è sufficiente collegare cause ed effetti, senza bisogno di ricorrere a ragionamenti arzigogolati, a logiche “illogiche”, a specchi su cui arrampicarsi; è sufficiente il comune raziocinio.
E’ tutto molto semplice e logico, anche se il potere nazionalista ha cercato per più di un secolo d’intorbidire le acque con teorie, argomentazioni ed esasperazioni francamente pacchiane.
Esiste una realtà nostra, non solo culturale, ed una che hanno cercato di imporci.
Hanno usato la tecnica del logoramento creando diatribe fantasiose ed alternative inesistenti.
Prendiamo la scuola. Cosa insegnare, come insegnare: ecco creato un problema inesistente. Gli addetti ai lavori, filologi e linguisti, dicono chiaramente cosa si deve fare. Avranno ragione? Noi, nel dubbio volendo andare con i piedi di piombo, ci guardiamo intorno, andiamo a vedere come fanno gli altri.
Il napoletano, dialetto della lingua italiana, è parlato da milioni di persone. Vanta fior di vocabolari, canzoni, poesie, teatro ed altro. I napoletani lo amano e lo difendono con i denti, eppure nelle scuole napoletane s’insegna in italiano.
Tra il dialetto napoletano (figlio) la lingua italiana (padre) ed il latino, lontano progenitore dell’italiano, (nonno) intercorrono le normali relazioni che riguardano l’evoluzione di una lingua.
In Istria i nostri amici della minoranza italiana non perdono occasione per sottolineare che la loro cultura è istro-veneta. Parlano un dialetto molto vicino al veneziano eppure nelle scuole insegnano l’italiano. I napoletani amano il dialetto napoletano con la stessa intensità con cui gli istriani amano il loro e come noi amiamo il nostro. In tutto il mondo s’insegna la lingua.
Lo stesso discorso vale in Benečija. Abbiamo il nonno (lo Slavo) il padre (la lingua slovena) ed il figlio (dialetto nediško o tersko o altri).
Ma se tutto è così ovvio e chiaro come mai ci vengono continuamente ed ossessivamente propinate altre soluzioni?
Claudio nelle sue osservazioni all’articolo di Nino Specogna afferma che dobbiamo capire la nostra identità. E’ un’altra testimonianza tragica. Ci hanno ridotto talmente a mal partito che non sappiamo neppure cosa siamo.
Prendiamo il caso che voglia sapere come sono fatto, uno specchio mi darà la mia immagine. Quello che vedrò potrà piacermi o no ma sono proprio io. A meno che qualcuno non abbia piazzato davanti a me uno specchio deformante o, peggio, una fotografia a suo piacimento. In questo caso vedrò ciò che lui vuole e rimarrò imbrogliato fino a che non riuscirò a scoprire l’inganno.
C’era, e c’è ancora (anche se in contrazione), una parte del potere italiano (nazionalisti, vecchi liberali) che gli sloveni nel Friuli orientale non li tollerava proprio ed ha usato tutti i mezzi per eliminarli. Adoperando carota e bastone.
Nel tempo le insistenti pressioni iniziali si sono trasformate, con il fascismo, in metodi violenti fino ad arrivare nel secondo dopoguerra ad una vera e propria pulizia etnica.
Talvolta qualcuno argomenta che questa parola è un po’ forte per descrivere quanto successo in Benečija; ma quale altra può essere usata se si ha coscienza delle cifre, quando tre quarti della popolazione slovena è stata costretta a lasciare la propria terra.
Infine un argomento sgradevole. A mio avviso il recupero della nostra cultura può avvenire in diversi modi, utilizzando la lingua o il dialetto. Basta che ci sia limpidezza d’intenti, che si voglia veramente rinascere.
Purtroppo questa limpidezza non può essere riconosciuta ad alcuni fautori dello sviluppo a senso unico del dialetto.
Parlano i fatti. Richiedono ad alta voce la tutela del nediško, ma trovano ogni scusa per non usarlo, per non cantarlo. Si guardano bene dal sostenere manifestazioni come Moja vas o il Senjam beneške pjesmi (che sono sempre e solo in perfetto dialetto), o a condannare i distruttori di più di trenta cartelli stradali bilingui (sempre in perfetto dialetto) a Grmek-Grimacco, e così via. In realtà, oggi che lo stato italiano è propenso a risarcire i danni del passato, il loro obiettivo è di soffocare la cultura slovena della Benečija in un folklore inutile e letale.
Per nostra fortuna la storia va avanti e questa posizione è perdente. Negli ultimi anni è cambiato tutto: terminati i ricatti della guerra fredda i governi italiani stanno rapidamente mettendo da parte i nazionalisti locali e la politica antislovena. Hanno capito che gli amici vanno tutelati. La Slovenia poi è diventata stato e l’Unione Europea, diventando sempre più forte, sarà il guardiano dei diritti di tutti. E’ una cornice nuova e positiva.
Fabio Bonini da http://www.lintver.it/natisoniano-opinioni-natisonianobonini.html

Incontro internazionale sul Dobratsch

Incontro internazionale sabato, 7 settembre, sul Dobratsch in Gailtal/Zilja.Il Dobratsch è un monte di 2166 m che svetta sopra Villach e la Valle del Gail. Nel 2017 sulla Windische Kirche/Slovenska cerkev («chiesa slovena», intitolata all’Assunzione di Maria), che si trova sulla cima del monte accanto alla “chiesa tedesca” (Maria am Stein), è stata posta una lapide in sloveno e tedesco, che ne ricorda la storia.Sorse, infatti, nel 1690 come ex voto dei coniugi Semmler, i nobili proprietari del castello di Wasserleonburg presso Saak. La coppia si era impegnat a costruire una chiesetta sul monte se il figlio sordomuto, per intercessione di Maria, fosse guarito. Furono esauditi e riuscirono a costruire la chiesa malgrado le resistenze del tribunale di Villach. Ancora oggi la chiesa figura tra quelle più in quota d’Europa.Sabato, 7 settembre, alle 7.30 partirà una navetta gratuita dal Cineplex di Villach, diretta alla volta della malga Rosstratte, dove, dalle 8.30, si svolgerà un incontro delle tre regioni all’insegna delle specialità culinarie. Alle 9.30 dalla malga partirà una passeggiata guidata verso la cima del Dobratsch e la chiesa slovena, con informazioni a cura di Matjaž Podlipnik dell’ente turismo di Kranjska Gora. Alle 12.00, nella chiesa slovena, sarà officiata una Messa in tedesco e sloveno, cui collaboreranno un terzetto femminile del Gailtal/Zilja e cantori del Sattnitz/Gure. Alle 17.00 la navetta riporterà i partecipanti a Villach.L’evento è organizzato dai circoli culturali della minoranza slovena carinziana Slovensko prosvetno društvo «Dobrač» di Fürnitz/Brnca e Slovensko prosvetno društvo «Zila» del Gailtal; dal club alpinistico sloveno di Klagenfurt Slovensko planinsko društvo Celovec; dal Parco naturale del Dobratsch; dagli enti sloveni Turizem Kranjska Gora, Slovenski planinski muzej, Turistično društvo Dovje-Mojstrana, Gornjesavski muzej Jesenice; dalla Parrocchia di Saak/Čače e dal Klub 99 Celovec – che riunisce personalità della minoranza slovena in Carinzia. Quest’anno collaborano per la prima volta anche i circoli della minoranza slovena valcanalese, l’Associazione/Združenje «Don Mario Cernet» e il Centro culturale sloveno/Slovensko kulturno središče «Planika».L’evento è promosso anche dal Land Carinzia, dall’Unione europea e dai Comuni di Villach, Arnoldstein/Podklošter, Nötsch e Bad Bleiberg.https://www.dom.it/na-dobracu-za-vecje-povezovanje_sul-dobratsch-per-piu-collaborazione/

Perché gli abitanti di Masseris vengono chiamati Cavallari

Luisa Battistig racconta: Una volta un cavallo scappò da Idrsko. Un uomo di Masseris trovò il cavallo, quando stava pascolando sulla sua terra e lo portò nel paese. Alcuni dicono che il cavallo fosse tenuto nella stalla Valentarjova, altri che esso fosse custodito nella stalla Muhorova. Un giorno venne il proprietario del cavallo e disse all’uomo che glielo rubò: “Non ci sarà alcuna inconvenienza, se mi restituisci il cavallo.” Prima di andarsene il padrone fece un incantesimo al cavallo. Esso divenne caparbio come un mulo e non si spostò più. Per questo motivo gli uomini di Masseris, grandi e forti, dovettero portarlo sulle spalle indietro, fino a Idrsko. Quando vennero a Prehod,  prima di raggiungere gli stavoli che si trovavano a Njivice, il padrone del cavallo venne da loro e ordinò di metterlo a terra. Dopo, egli picchiò il cavallo con un fiammifero ed esso iniziò a camminare. D’allora in poi gli abitanti di Masseris vengono chiamati Cavallari.

Tipologia: Testo
Racconta/canta/parla: Luisa Battistig
Registrato da/chiede/annotato da: Barbara Ivančič Kutin
Luogo di registrazione: Mašere / Montemaggiore
Data di registrazione: 30. 7. 2013
Link: http://as.parsis.si/zborzbirk/zbirka-it.a5w?zid=1036

LA TRADIZIONALE ŠMARNA MIŠA IN VAL RESIA

  • Località: Resia; 
  • Tipologia: Sagra ; Enogastronomia; Escursione; Fiera, mercato, mercatino; Interesse locale; Mostra; Musica; Visita guidata, promozione culturale; 
  • Data: Da Martedì 13 Agosto 2019 a Venerdì 16 Agosto 2019
  • Orario: 18:00

LA TRADIZIONALE ŠMARNA MIŠA IN VAL RESIA
Santa Messa di Ferragosto, escursioni, musiche e danze resiane, degustazioni di prodotti tipici locali, attività per bambini e mercatini.

La Val Resia e i suoi abitanti sono ormai pronti alla festa religiosa più importante di tutto l’anno, la “Šmarna Miša”. Nella tradizione locale il termine “Šmarna Miša” indica “la Grande Messa in onore dell’Assunzione di Maria”, alla quale la Pieve di Prato di Resia è dedicata. In passato, come oggi, questo momento religioso è motivo di richiamo e di aggregazione per tutti i resiani, residenti in valle e non.
Insieme alla celebrazione della Santa Messa, verrà portata in processione la preziosa scultura lignea della “Madonna con bambino” del XVI secolo, conservata durante l’anno all’interno della Pieve del paese.
Sarà, inoltre, organizzato il tradizionale mercatino volto alla promozione dei prodotti della terra e dell’artigianato. Verrà, infine, dato largo spazio, attraverso svariate attività, alle danze e alle musiche resiane, alla conoscenza del territorio della Val Resia e delle tradizioni locali. fonte https://www.turismofvg.it/evento/209632

Di AlbertoMadrassi – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=45529724

Savogna-Sovodnje

Di pazzosi, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=54290756

Savogna (Sauodnja in dialetto sloveno localeSovodnje in sloveno) è un comune italiano di 373 abitanti del Friuli-Venezia Giulia. II panorama è dei più seducenti: quando il cielo sereno se si guarda a occhio nudo si vede anche la laguna di Grado.

Il toponimo di Savogna deriva dalla voce slovena sovodenj, che in italiano significa “luogo di confluenza di due corsi d’acqua” (in questo caso dei torrenti Alberone e Rieca).

Il toponimo venne indicato già nel XV secolo con la dicitura in villa Zavodnja

La regione fu abitata sino dai tempi più antichi. Scavi effettuati nella grotta chiamata “Velika Jama” hanno portato al rinvenimento di notevoli reperti (frammenti ceramici, ossa lavorate, conchiglie) del neolitico e del bronzo antico; presso Gabrovizza sono state rinvenute un’ascia di rame piatta, forse riferita al bronzo antico, e monete del terzo secolo a.C..

La località di Savogna venne nominata per la prima volta in documenti risalenti al XV secolo dove viene indicata come “villa Zavonja”. La storia del Comune si identifica con quella della Slavia veneta. Nel secolo VII popolazioni slave entrarono in Italia, al seguito degli Avari, ed occuparono e colonizzarono le Valli del Natisone. Ebbero diversi scontri, con alterne fortune, con i Longobardi, che dopo il 568 avevano conquistato quasi tutta la penisola. Le azioni bellicose terminarono dopo la stipula di un trattato che definiva i confini tra le due comunità e lasciava le terre della zona collinosa alle popolazioni slave.

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campanile della chiesa di Cepletischis (Savogna)
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File:Campanile della chiesa parrocchiale (Cepletischis, Savogna) (165983534).jpg

In seguito, la popolazione delle Valli del Natisone, dal periodo del Patriarcato di Aquileia sino alla caduta della Repubblica di Venezia, godette, come riconoscenza dell’azione di controllo e difesa dei confini nord-orientali del Friuli svolta dalle milizie locali all’uopo costituite, di una notevole autonomia amministrativa e giudiziaria; queste funzioni venivano infatti gestite dagli Arenghi formati dai rappresentanti (decani) eletti dalle famiglie dei paesi più importanti delle due Banche di Merso ed Antro. Il territorio comunale faceva parte, con le contrade di Cepletischis, Savogna e Brizza, della banca di Antro. L’ Arengo dei decani delle convalli di Antro si riuniva, per il disbrigo degli affari amministrativi e giudiziari di prima istanza relativi alle popolazioni della Val Natisone e della Valle dell’Alberone, intorno alla lastra di pietra posta all’ombra dei tigli che crescevano nei pressi dell’abitato di Biacis. Le due Banche di Antro e Merso formavano poi, insieme, il Grande Arengo che si riuniva, ordinariamente una volta all’anno, nei pressi della chiesetta di San Quirino e trattava gli interessi generali di tutta la Slavia veneta.

L’arrivo delle truppe di Napoleone e la conseguente imposizione del sistema amministrativo francese, portò alla soppressione di ogni forma di autonomia locale ed alla suddivisione del territorio in “comuni” previa abolizione delle 36 “vicinie” esistenti. In particolare, nelle Valli del Natisone furono istituiti gli otto comuni di San Pietro, San Leonardo, Savogna, Stregna, Drenchia, Grimacco, Rodda e Tarcetta (gli ultimi due nel 1928 si fusero formando il comune di Pulfero). Nel 1797, con il Trattato di Campoformio, la Benečija (Slavia veneta) venne assegnata in amministrazione all’Austria; successivamente, dopo la pace di Presburgo passò, per un breve periodo, al Regno d’Italia napoleonico. Nel 1815, dopo la stipula della convenzione di Schiarino-Rizzino tornò all’Austria come parte integrante del Regno Lombardo Veneto. Infine nel 1866, a seguito della terza guerra d’indipendenza, dopo la pace di Vienna ed il plebiscito del Veneto del 1866, si staccò dai domini absburgici per passare sotto il Regno d’Italia sabaudo[15].

Le alture del Comune sono ricordate anche per gli avvenimenti legati alla prima guerra mondiale. Sulla cima del Matajur e sui contrafforti del Colovrat passava infatti l’estrema linea difensiva approntata dalla 2ª Armata per impedire l’avanzata del nemico nella pianura friulana in caso di ritirata delle truppe combattenti nelle linee avanzate. La mattina del 24 ottobre 1917, con l’inizio della battaglia di Caporetto, tutto il territorio comunale venne interessato da un violento bombardamento che provocò ingenti danni e perdite di vite umane sia militari che civili. Successivamente il tenente Erwin Rommel, con un attacco a sorpresa, riuscì ad annientare la resistenza delle truppe italiane dislocate sul monte Colovrat per poi dirigersi verso il monte Matajur ed a conquistarne la vetta, inutilmente difesa dalla brigata Salerno. La caduta del monte dette via libera alla veloce invasione delle truppe nemiche che, attraverso i valichi di Stupizza e Luico/Polava, si riversarono nella pianura friulana per poi arrestarsi solo sulla linea del Piave. In quei frangenti, nei pressi di Polava si tennero alcuni degli scontri di maggiore entità tra i militari italiani e le truppe austroungariche.

Savogna capoluogo, si trova al centro della vallata ed ai piedi del maestoso Matajur. La vallata, protetta dai monti ricchi di vegetazione, merita veramente di essere visitata: anche il turista più esigente ne rimarrà pienamente soddisfatto. Il paese Matajur è una frazione composta da tre borgate.

A Matajur parecchie case sono da un pezzo disabitate. E’ la conseguenza del doloroso fenomeno emigratorio, dovuto alle tristi condizioni locali, che ha generato uno spopolamento che non accenna ancora a diminuire. Matajur vi appare in uno stato edilmente pietoso, con case alla vecchia maniera.Quasi al centro di Matajur, sulla destra salendo, sulla facciata di una casa così e così, tra un poggiolo e un balcone è dipinto a colori un crocefisso con a lato due oranti. Sotto il dipinto una dicitura, in lingua slovena, richiama alla bontà e all’amore gli uomini di buona volontà. A nord dì Matajur vi è una chiesa, non troppo grande. A est dell’antistante spiazzo quadrato (circa 150 mq) vi è un massiccio campanile stile gotico artisticamente pregevole anche se non molto alto. A fianco della sua porta, su marmo, figurano i nomi di sei caduti in guerra, e sopra la porta un altro marmo reca la data di costruzione: MCMXXIV. Sempre sullo spiazzo, ma sul fondo di esso a sud quasi in corrispondenza del portale della chiesa, vi è una grande statua di Cristo benedicente. Essa poggia su un massiccio basamento in pietra nera Tarpezzo è un paesino situato sul fondovalle. Peccato che la strada che lo attraversa sia eccessivamente stretta epperciò scomoda per tutti, specie per gli automezzi. Questa volta ci siamo decisi per un sopralluogo alla Valle di Savogna; una delle valli più invitanti della Slavia Friulana dominata dal massiccio del Matajur. La Valle di Savogna è lunga circa sei chilometri — da Azzida a Savogna — e per lungo tratto la strada asfaltata, protetta da due giogaie di m onticelli, è fiancheggiata, a est, dal placido Alberone, un fiume senza pretese ma che non manca, con le sue acque che a volte s’infrangono contro i macigni precipitati nel greto, di sfumature poetiche. La strada è quasi piana fino a Savogma ed è resa piacevole e meravigliosa in continuazione dai ridenti colli carichi di frutte ti, di viti e da folta vegetazione. Ecco Tarpezzo, il primo agglomerato di case, che ci dà il benvenuto con il suo calore naturale che è quello dell’amicizia più sincera. Più avanti è Vernassino, località ospitale e graziosa: vi si va deviando per una stradetta laterale sulla sinistra; e noi gli diamo uno sguardo rispettoso a distanza, dalla provinciale. La borgatella di Brizza è sulla destra e dista dal confine con la Jugoslavia otto chilometri esatti. A distanza, con un sole timido che prelude nebbia, Brizza ci appare come un roseto in fiore tanto è uniforme, slanciato e snello. Eccoci a Savogna capoluogo comunale. Non c ’è che dire. Il villaggio sì presenta, sì, in schietta veste provinciale, ma dignitosa al massimo e fiero delle sue tradizioni. Anche qui, però, non indugiamo. Fuori l’abitato una strada, quella a destra, conduce diritto al confine (Livek) mentre la altra comincia a salire verso il Matajur. Dopo due chilom etri è Jeronizza, tranquilla e ben disposta verso il forestiero. Da non molto da Jeronizza si andava ancora a piedi sino a Matajur dove ora la strada, piuttosto stretta ma asfaltata e tutta tornanti, con svolte cioè a gomito, muore definitivamente. Stermizza, paesino pieno di semplicità si trova già in alto; poi vi è, sulla sinistra, un’altra località ospitale: è Barza abbarbiccata alle falde di una propaggine del Monte Matajur. E finalmente eccoci alle porte del paese di Matajur (960 metri sul livello del mare) che molti chiamano anche Montemaggiore, senonchè il vero Montemaggiore si trova in Comune di Taipana. alto circa due metri e al cui centro spicca un marmo su cui, in sloveno, si legge: « Božje srce usmili se nas » che vuol dire: cuore di Gesù abbi pietà di noi. La statua di Gesù, composta da sette pezzi in cemento, venne collocata nel 1912 quando per arrivare al paese non c’era nemmeno l’ombra di strada. Immaginarsi che faticaccie! Essa fu prelevata a Mortegliano e alla parrocchia di quel paese venne allora sborsata la somma di cento lire. « Avevo sei anni quando la portarono su, ci disse un paesano, e quassù si continua a dire che se Giuda ha venduto Gesù per trentatrè denari, quelli di Mortegliano l’hanno venduto per cento lire ». Dietro la chiesa, a nord, vi è il cimitero, piccolo ma ben tenuto. Parecchie lapidi hanno la dicitura in sloveno. Senza alcun segno invece — e l’impressione nostra è stata grande — le fosse, tutte in fila e appena contrassegnate da un pugno di terra, di dodici partigiani, italiani e sloveni, caduti in combattimento nei pressi il 9 novembre 1943. In quel terribile giorno i m orti partigiani furono 30 ma le salme di 18 di essi un po’ alla volta vennero esumate, traslate e onorate nei paesi di origine. A proposito del cimitero, la sua cinta muraria appare minacciata da varie piante di alto fusto: ne dà avviso a mezzo circolare il Sindaco di Savogna invitando i proprietari delle piante a estirparle fino alla distanza di cinque metri dalla cinta muraria. Mancando di negozi, la frazione viene rifornita di generi alimentari ogni sette giorni da un droghiere di Savogna. Le risorse del paese? Lo abbiamo chiesto a uomini e donne. « Non vedete?, ci fu risposto. Qui nascono soltanto patate, e poche anche di queste. Si fa un po’ di fieno, ma tanto poco che ogni anno il patrimonio zootecnico registra una sensibile diminuzione di capi. Una diminuzione, del resto, che va di pari passo con quella della popolazione ». Abbiamo anche saputo che la produzione del latte si aggira sui quattro quintali giornalieri i quali, tolto il fabbisogno locale, vengono venduti al Consorzio Latte di Udine che provvede al prelievo con propri mezzi e che paga il latte a 63 lire il litro. Un interlocutore ha tenuto a precisare: « Quando fa comodo, quassù vengono in parecchi, e chi promette una cosa e chi un’altra. Roba, insomma, da far stare tutti contenti. In verità, però, nessuno qui fa niente di serio e di concreto e le cose perciò continuano ad andar male ». A Matajur un dato positivo, e che non costa niente, è costituito dal panorama che è vasto e affascinante: con cielo limpido lo sguardo può spingersi fino alla laguna di Grado; e se ci si porta sulla cima dell’omonimo monte — 500 metri più in su — il quadro si presenta ancora più completo e più suggestivo. Prima di spartire abbiamo cercato ragguagli in merito al « villaggio turistico » che si dovrebbe costruire nei dintorni del paese. Uno dei più informati sul caso ci ha risposto: « E’ vero; se ne parla di questo benedetto villaggio turistico, ma siccome ogni precedente promessa non è stata mai mantenuta, allora, capirete benissimo, che anche circa il villaggio da costruire la gente ha poca fiducia. Ad ogni modo ogni tanto si vedono discorrere e misurare. Certo, se lo si facesse il villaggio, cambierebbe anche la faccia della nostra frazione povera soprattutto sotto l’aspetto edilizio ed economico. Il villaggio dovrebbe sorgere a ovest a non più di 300 metri da qui e a 200 metri circa dalla cima del Matajur. Naturalmente bisognerà prima provvedere a costruire la strada onde poter portare su i materiali necessari all’opera; e se non sbaglio il tracciato della strada è stato segnato dall’ing. Cella, mi pare, quattro o cinque anni fa. Essa dovrebbe snodarsi dal centro del paese, e precisamente dalla «piazza» dove si trova la fontana ». Scendendo da Matajur, abbiamo puntato gli occhi verso destra ove, al di là di una conca, spiccano le borgatelle di Pičnije di Sotto e di Pičnije di Sopra che si raggiungono da Stermizza con una stradicciola che però si esaurisce al punto detto Patok. Da lì alle due borgatelle la strada manca del tutto e naturalmente bisogna costruirla. Poi, sull’opposto versante, abbiamo scorto Jelina, Masseris e Ložac. Da quest’ultima località basterebbe anche qui un chilometro circa di nuova strada per collegarsi con l’abitato di Matajur il quale in questo modo si troverebbe come circondato da un comodo anello di strade e il che conferirebbe anche alla necessaria rinascita economica e sociale della località specie se verrà realizzato, com’è auspicabile, il villaggio turistico.

Ecco la chiesa di Matajur con il suo campanile semibarocco e la massiccia mole della statua del Cristo, vista di spalle, acquistata per poche lire dalla Parrocchia di Mortegliano L’Abitato di Ložac è sito in posizione ideale. E’ appunto da questa località che dovrebbe dipartirsi una strada per congiungersi a nord-est con il centro di Matajur .

Primo piano della graziosa e accogliente borgata di Stermizza che, per le sue attraenti caratteristiche, ben la si può definire I’« ancella d’onore » del Monte Matajur che la sovrasta con le sue cime ardite e la custodisce con la sua massiccia e imponente mole in buona parte ricoperta da vegetazione e da boscaglie. Stermizza, non più tanto isolata e solitaria, avrà indubbiamente modo di compiere vantaggiosi passi in avanti specie se, com’è nella intenzione di vari enti, tra la località di Matajur e il Monte Matajur verrà edificato un villaggio turistico dotato di necessari strumenti alberghieri e sportivi.

Matajur 15-05-66 (archivio personale)