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1969-2019.Dove abbiamo sbagliato?

Dom ottobre 1969

Osservando oggi la situazione della Slavia, ci prende una sensazione di sconforto, tanto che viene spontaneo chiedersi dove, quando, chi, perché siamo arrivati a questo, dove abbiamo sbagliato. Un fatto ancor più doloroso se si pensa che altre realtà comparabili hanno avuto ben altro destino.

Alcune di queste domande, che ancora oggi attendono una risposta, in realtà erano già state enunciate nel 1969, mezzo secolo fa, uno dei vari anniversari che quest’anno passano sotto silenzio: una petizione al presidente della regione «a statuto speciale», di fresca istituzione, che il Dom di settembre 1969 riporta, e che rappresenta, se non un punto di partenza, un interessante riferimento per cercare di capire che cosa è stato fatto e che cosa è ancora da fare.

Vale la pena per un momento di tornare sull’argomento. Si tratta di un’elencazione di «richieste urgenti » per sostenere le «genti slovene» del Friuli, il cui «cammino storico è diverso da quello dei confratelli delle Provincie di Gorizia e Trieste». Un documento, possiamo dire retrospettivamente, ingenuo, ma anche attuale nella sua ingenuità, che si rivolge alle istituzioni, in un periodo di consolidamento della costituzione democratica, e di avviamento di un processo di decentramento,

permeato da certezze keynesiane (cioè di fiducia nell’efficienza nell’intervento del «pubblico»). Una combinazione che sembrava premettere a uno sviluppo «lineare», con un ruolo che le istituzioni avrebbero potuto svolgere in qualsiasi ambito della società, della cultura e della territorio: una soluzione per tutti i problemi.

Il documento individua concretamente una serie di obiettivi, per rendere accessibili alla minoranza funzioni e servizi dai quali la stessa era rimasta fino ad allora di fatto esclusa; questo essenzialmente tramite la mediazione di istituzioni dell’amministrazione, della formazione e dell’economia, che prefigura un sostegno strutturale dal “centro” verso le varie forme di aggregazione sociale.

Questo in modo concreto, elencando per es. assunzione di impiegati negli uffici pubblici che sappiano esprimersi in sloveno, l’istituzione di corsi, scuole, ore di insegnamento per diffondere l’uso dello sloveno in ogni tipo di istituto, dalla scuola materna all’università.

E così anche per il sostegno alle industrie, lo sviluppo di attività per «dare occupazione» nelle «vicine valli», sviluppo turistico e sostegno alle aziende contadine, e anche rimboschimento, regolazione idro-geologica, gestione di pascoli e lavorazione della frutta. Tutti questi elementi vengono sistemati in una sequenza di «piani» e «programmi» (in un’epoca in cui il «piano generale di sviluppo», il «programma», il «piano stralcio» sembrava potessero tutto). Questo sullo sfondo di una certa idea di autonomia regionale che trarrebbe giustificazione proprio «dalla presenza della minoranza slovena» (una sorta di epocale «battesimo» civile per la stessa Regione).

In realtà, come è facile dire oggi, un atteggiamento «naïve», da principianti della tutela della «minoranza», e di ingenua fiducia nel funzionamento istituzionale. La petizione, infine, pretende che «nessuna persona fisica e organizzazione, pubblica o privata, tenti di frapporre ostacoli di qualsivoglia natura all’aspirazione di sviluppo » della stessa minoranza.

C’è anche qualche traccia della solita auto-commiserazione, che tanto danno fa e continua a fare a tutti noi (quelle delle «genti slovene» sono le zone più «depresse e più sottosviluppate della Regione») e che accomuna spesso le genti della periferia montana. Comunque il tono, sebbene preoccupato, è fiducioso in una evoluzione e carico di aspettative.

In realtà (siamo nel 1969) il disastro era già in atto: di lì a poco spopolamento e abbandono avrebbero causato l’irreparabile, rendendo evidente la crisi che allora era solo latente e che avrebbe presto provocato il crollo dell’intero mondo rurale montano, rendendolo succube di città e industrie in forte sviluppo della pianura (seppure uno sviluppo che, anch’esso, presto si rivelerà essere in parte effimero e insostenibile, «gonfiato » da «bolle», speculazioni, debiti e inefficienze varie, fino a configurare una sorta di suicidio ambientale e demografico, tanto da far rimpiangere spesso quello stesso mondo).

Per descrivere le trasformazioni, e la realtà attuale, non posso che pensare (come chiunque può fare nelle valli di Natisone, Torre e Cornappo in val Resia e Valcanale, le valli che lo stesso documento elenca) al mio borgo di Fusine, a ricordi di infanzia. C’era la scuola (nel mio caso orgogliosamente dedicata ad Armando Diaz, tanto che sarebbe facile fare oggi delle ironie), che poi sarà miseramente chiusa e abbandonata dagli stessi scolari; c’erano l’asilo e la posta, il teatro e varie attività del dopolavoro di una fabbrica che dava lavoro a centinaia di persone. La parrocchia, il centro sportivo, la scuola erano altrettanti centri di aggregazione per una comunità dove si parlavano, oltre a italiano e friulano,

sloveno e tedesco, vari altri dialetti e linguaggi (una sorta di anticipazione della globalizzazione); la squadra di calcio (la mitica Weissenfels) vinceva il campionato carni- co; negozi, alberghi rinomati, attività diverse creavano un insieme vivace e attivo tutto l’anno; la stazione del treno funzionava sia per passeggeri che merci, con treni magnifici che conducevano frotte di «villeggianti» (i «letoviščari», non pendolari macchinizzati della domenica) da ogni parte d’Italia e dall’estero verso i laghi e gli altri paesaggi delle «Giulie». Villeggianti che animavano una vita sociale già di per sé ricca, di cui i ricordi sono sagre di paese, allegre serate, gare di sci, corse di slitte, partite di calcio tra «scapoli» e «ammogliati», transumanza di mucche, profumo di latte appena munto, lana soffice di pecora e mille altre cose.

Un mondo scomparso e una realtà in cui oggi si stenta a garantire (di fatto se non di diritto) gli stessi livelli di «prestazione minima» di cui si discute tanto sui giornali; così per accessibilità, approvvigionamento, insegnamento, sanità, servizi e necessità quotidiane; così per gestione del territorio e delle risorse territoriali. La montagna sembra essere amministrata in modo residuale, a uso e consumo di chi vive in pianura, che guarda alle montagne dalle città, come a qualche cosa di lontano, benché pittoresco, come un area «depressa», da usare per esigenze (culturali, economiche, amministrative etc.) di chi in montagna non ci vive (una cava di inerti, un parcheggio per camion, grandi infrastrutture di dubbia utilità); o anche come area per ingegneri che devono fare pratica di idrogeologia o per costruttori in cerca di spazi per seconde case (che resteranno quasi senza eccezione vuote). O anche riserva naturale, in realtà una sorta di palude adattata a contenitore di «biodiversità», ma sempre meno adatta alla vita umana.

Una categoria che chi vive in montagna, facendo parte di una comunità che ha saputo nei millenni mantenere equilibrio tra sistemi naturali ed esigenze umane, al di là dei proclami e delle etichette di comodo, non può comprendere.

La «petizione Berzanti», inaugura un modo di fare, un atteggiamento di fiducia nella politica, che spesso però diventerà pura «rivendicazione». Da qual momento, la politica metterà a disposizione risorse, capacità, fondi, progetti per una miriade di iniziative che, come è facile constatare oggi, non si sono dimostrati utili, anzi, spesso dannosi (sarebbe facile fare un elenco di interventi di gestione del territorio, di pianificazione e urbanistica, di politiche fiscali, amministrative, che hanno provocato danni invece che benefici).

Dobbiamo constatare che, certamente, la politica non può tutto, e che le iniziative calate dall’alto (che sia Trieste o Udine, Bruxelles o Roma) si rivelano essere spesso fuorvianti, creano confusione e solo illusione di sviluppo (ovvero di «soldi facili»). Comunque sia, le istituzioni sono fatte di individui che spesso ragionano comodamente seduti in qualche palazzo in città, e comunque anch’essi– come tutti – sono soggetti al rischio di errori e permeabili a devianze e speculazioni che possano manifestarsi in qualsiasi circostanza.

Qualche cosa del genere è successo anche per la cultura, per gli interventi nel sociale, che gli autori del documento presentato a Berzanti non potevano immaginare (altra evidenza di una visione naïve, tipica del periodo, per una giovane democrazia): oggi conosciamo quali sono gli effetti di una politica che finanzia direttamente la cultura, creando il rischio di una dipendenza, oltre che di distorsioni di varia natura (a riguardo sarebbe il caso forse di pensare a misure di defiscalizzazione, piuttosto che di intervento diretto).

E’ evidente, la politica non può tutto, induce effetti collaterali, non voluti, e a volte rischia di fare danni irreparabili. Costruire una infrastruttura non significa di per sé migliorare l’accessibilità né liberare dall’isolamento; aprire una scuola, una biblioteca, o una cattedra di sloveno, non significa risolvere tutti i problemi di una minoranza linguistica, così come per qualsiasi attività: la spesa pubblica, oltre certe soglie, tende a perdere efficienza (come del resto previsto dallo stesso Keynes).

Quali le cause? Come sempre (rifuggendo da facili determinismi) le cose umane hanno motivazioni diverse e difficili da comprendere; la principale è forse quella che riguarda una sorta di attrazione «modernista» che le città della pianura esercitano sulle periferie rurali e montane. Un fatto che con il tempo genera un’inerzia, che sembra travolgere tutto. Così anche per gli schemi culturali che si formano di conseguenza, che penalizzano la campagna contro la città, la montagna contro la pianura, il «lavoro» e la tipica ingenuità di chi lavora cristianamente, vivendo «del sudore della propria fronte», contro la speculazione. E così per tutta una serie di errori di valutazione, nella pianificazione, nell’amministrazione, che del resto caratterizzano non solo la Slavia friulana, ma tutta la montagna friulana, a volte in modo forse ancor più drammatico, e che oggi devono essere affrontati (non possiamo girare la sguardo dall’altra parte).

Un fatto ancor più fastidioso se si pensa che nelle culture delle aree circostanti la Benecia l’ordine dei valori sembra mantenere una sua coerenza, in modo perfettamente reciproco (non occorre andare all’estero, in Slovenia o Austria, ma basti pensare ai vicini Cadore e Trentino, dove il «contadino» è il «re» sulla sua terra): un fatto che rende evidente l’errore di aver ceduto ad un modello di vita modernista, nel senso deteriore del termine. Un’evoluzione che porta al consolidamento di un senso di subalternità centro-periferia, che dà origine a posizioni di rendita (a volte di tipo parassitario), ad una frattura che si forma tra lavoro materiale e lavoro speculativo, e alla stessa perdita di efficienza per tutto il sistema (una sorta di «bolla» culturale e comportamentale, piuttosto che burocratica).

In realtà, oggi è facile capire perché le cose vanno male. La politica dell’ultimo mezzo secolo si ispira ad una visione distorta dello sviluppo, fino a degenerare in uno stravolgimento, inducendo i residui della modernità (e i contadini di montagna prima di tutto) ad una sorta di odio verso se stessi e verso il proprio mondo. La legge sembra aver perso il suo stesso senso, la cosa pubblica sembra essere a volte ostaggio delle lobby (del cemento, dell’asfalto, del petrolio), la cultura dei «social»: ormai siamo al paradosso che chi rispetta le regole viene punito (doppiamente punito, perché subisce un disservizio ma continua a pagare le tasse).

Recuperare sarà difficile; sarebbe necessario ricostruire tutto un circuito, come finalmente, bisogna dire, oggi certe avvedute leggi cercano di fare. Si può immaginare una miriade di interventi: sostegno alle economie locali, uso delle risorse montane

(legno, pietra), diffusione di tecnologie appropriate (mentre spadroneggiano ancora cemento, asfalto e petrolio, che importiamo da decine di migliaia di chilometri di distanza e che producono scorie di qualsiasi tipo); così nell’edilizia, nelle infrastrutture, nella produzione, nell’innovazione, nella tecnologia (caldaie a biomassa, micro-centrali idro-elettriche etc.).

Sarebbe allora necessario fornire un sostegno nelle prime fasi dello stesso circuito, defiscalizzando le economie locali (piuttosto che intervenire successivamente con un «piano » o con un finanziamento, che non potrà allora che essere «a pioggia»). Questo in realtà è l’unico modo per sostenere efficacemente le economie di vicinato (che spesso si rifugiano nel «sommerso»), favorendo attività tradizionali e artigianali, in genere le nuove iniziative, consolidando una nuova imprenditoria locale, radicata sul territorio, capace di individuare le sempre maggiori opportunità che le trasformazioni culturali ed economiche offrono in continuazione.

Così per fonti di energia, materie prime, nuove produzioni, servizi alle imprese e alle persone, incentivando edilizia di recupero, con ristrutturazione per case di abitazione, al posto di costruire nuove seconde case con conseguente consumo di suolo, per sostenere, oltre che l’economia, la residenza (reale, non fittizia) nelle aree periferiche; e così anche per alberghi, esercizi commerciali, e strutture ricettive, sulla base di piani regolatori realistici.

Ci vorrebbe una Goldman Sachs della montagna, per sostenere e individuare occasioni di investimento, quindi banchieri professionisti, non semplici burocrati del credito che iscrivono ipoteche su inutili capannoni che oltre tutto rovinano il paesaggio.

In ogni settore è possibile individuare delle possibilità di miglioramento. È sufficiente guardarsi un po’ in giro. Così per accessibilità e mobilità (basterebbe un abbonamento a tutti i mezzi per migliorare sensibilmente la situazione); così per strutture dell’assistenza, della comunicazione, della formazione (università comprese), che a volte presentano programmi obsoleti (basta fare un confronto in altre realtà), fino ad essere completamente fuori dalla realtà. Quindi una nuova politica del territorio: ovunque troviamo errori, interventi grossolani, sprechi che derivano da mezzo secolo di cattiva gestione, che almeno possono rappresentare una base di esperienza per cercare di evitare di compierne degli altri.

Non è troppo tardi. Certamente, siamo ormai in lotta per la stessa sopravvivenza del nostro ambiente, dei nostri paesi, di noi stessi: passiamo Ferragosto a ripulire le immondizie da cassonetti straboccanti (per non fare troppa brutta figura con i turisti che arrivano dall’estero, e che ci passano accanto), a preoccuparci per il territorio che si sta impaludando (perché un canale non viene bonificato ormai da decenni); ormai abbiamo paura persino a protestare perché, quando poi ci mandano una ruspa per fare qualche lavoro, non si sa che cosa andranno a fare e magari rischiano di fare ulteriori danni: l’inefficienza del «pubblico» si manifesta in molti modi, anche inaspettati, mentre la comunità locale sembra ormai aver perso qualsiasi forza, e qualsiasi volontà di partecipare Cosa ci resta da chiedere? Come possiamo continuare a fidarci delle istituzioni, ma anche di noi stessi? È pensabile una sorta di anti-programma della politica, un ritorno alle origini? Evidentemente non è possibile. E allora che cosa ci sfugge? Come uscire da questo circuito vizioso? Forse la risposta è più semplice di quello che può sembrare. È necessario ricominciare a chiedere alla politica ciò che altri fanno abitualmente, che ci siano regole chiare e credibili, tasse «umane» e libertà di lavorare in pace.

Queste sono le «urgenti richieste» perché noi, le genti slovene, ovvero chi resta in paese, possiamo «essere anche migliori cittadini della Repubblica di quanto lo siamo stati in passato,

Igor Jelen  docente di geografia politica ed economica all’Università di Trieste fonte https://www.dom.it/1969-2019-dove-abbiamo-sbagliato_1969-2019-v-cem-smo-zgresili/

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40. anno di attività della trasmissione radiofonica Ta Rozajanski Glas!

Te žënski rüičić žani ki pujë 🎤

Presso il Centro Culturale Rozajanska Kultürska Hïša si è festeggiato il 40. anno di attività della trasmissione radiofonica Ta Rozajanski Glas! 🎧
La serata è stata organizzata da Rai Slovenski program in collaborazione con il Gruppo Folkloristico Val Resia 😎

Domenica 10 novembre 2019 alle ore 20.50 la trasmissione andrà in onda sul canale TV Rai 3 Bis (canale 103)!! 😎

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Gli oggetti antichi di Taipana e dintorni

Ivano Carloni racconta:Una volta gli oggetti esposti nel museo venivano usati a Taipana e nei suoi dintorni. Dopo il terremoto del 1976, la gente buttava via le cose di cui non aveva più bisogno. Mio nonno (oćać) ha invece raccolto molte di queste cose poiché gli sembrava un peccato buttarle vie. Nella stalla ha ordinato uno spazio in cui piano piano si è formato un museo: filatoio (gurleta), pentoloni (kotoli), gabbia per gli uccelli (ščepula za tiče), zoccoli di legno (čokule), raganelle (krikje). Le raganelle si usavano durante la Pasqua. Il Giovedì Santo non si usava suonare le campane, ma fare rumore con le raganelle. Esse venivano usate da tutti, le più piccole dai bambini e quelle più grandi dagli adulti. Oggi si usano solo durante il Carnevale. Mio nonno aveva un laboratorio di falegnameria. Costruiva porte, finestre, letti ed anche manichi per le falci detti kosišča, strumenti per interrare le patate (žlicarji), slitte per portare la legna (žlk), trapani (sviederji)modelli per il burro (štampi za spuoju). Molti degli oggetti esposti nel museo sono stati fatti da mio nonno. http://zborzbirk.zrc-sazu.si/it-it/raccontieimmagini/racconti.aspx

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Una scuola sicura per il dialetto resiano, una sala polifunzionale e più turismo

Il vicepresidente del consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, Stefano Mazzolini, e il consigliere regionale Igor Gabrovec a colloquio con la sindaca di Resia, Anna Micelli, e col vicesindaco, Giuliano Fiorini .

A Resia i residenti sono sempre meno; la loro età media supera i 60 anni. La località necessita urgentemente di servizi adeguati, affinché le famiglie possano risiedere in valle. Al primo posto ovviamente c’è la scuola, ma bisogna pensare anche allo sviluppo economico della zona, a partire dal turismo, e a collegamenti stradali adeguati, soprattutto al confine con la vicina Slovenia, dove la situazione è particolarmente critica. Sono questi alcuni dei temi al centro del colloquio tra la sindaca di Resia, Anna Micelli, il suo vicesindaco, Giuliano Fiorini, e i consiglieri regionali Igor Gabrovec (Unione slovena-Ssk) e Stefano Mazzolini (Lega). L’incontro si è svolto giovedì, 5 settembre, proprio su iniziativa del vicepresidente del consiglio regionale, che viene dalla vicina Valcanale e conosce bene i nuovi amministratori locali di Resia. Visto che il comune rientra nell’ambito di applicazione della legge di tutela della minoranza linguistica slovena, Mazzolini ha voluto essere accompagnato anche da un rappresentante di lingua slovena e ha, quindi, invitato Gabrovec a unirsi a lui. Come riferito da Gabrovec al termine, l’incontro è stato molto utile. La nuova amministrazione è straordinariamente motivata e ha molto chiari quali siano i bisogni della valle. La maggior parte dell’attenzione è stata rivolta alla scuola, che per Resia è d’importante chiave. Attualmente l’edificio scolastico non risponde alle norme di sicurezza (soprattutto dal punto di vista antisismico) e necessita, quindi, di essere ristrutturato. Per adeguarlo alle norme di sicurezza servirebbero 1,5 milioni di euro. In base a uno studio effettuato, l’amministrazione comunale ha calcolato che con un investimento di 2,5 milioni di euro oltre ai locali ristrutturati si disporrebbe di una moderna sala polifunzionale, con cui potrebbe essere rafforzata l’offerta culturale e turistica e che potrebbe essere utilizzata anche dal Parco naturale delle Prealpi Giulie, il cui Centro visite si trova proprio a Resia, nella frazione di Prato. Il Comune di Resia ha, tra l’altro, partecipato a alcuni bandi regionali per ottenere i fondi necessari, ma al momento si trova solo al 61o posto in graduatoria. Alla sindaca Micelli interessa sapere, quindi, se sia possibile giungere in qualche modo a un contributo urgente, nel modo in cui, qualche tempo fa, sono stati garantiti i fondi necessari per la ristrutturazione della scuola bilingue di San Pietro al Natisone. Quella di Resia, infatti, è l’unica scuola in una valle già trascurata per la sua collocazione montana, ma dove è straordinariamente importante anche l’aspetto linguistico. Nella locale scuola – a Resia sono attivi una scuola d’infanzia, una scuola primaria e una scuola secondaria di primo grado – i bambini imparano, infatti, anche il dialetto resiano, che va urgentemente tutelato e trasmesso alle generazioni più giovani. Questo è anche uno tra gli obiettivi prioritari della nuova amministrazione comunale, che evidenzia anche il bisogno di rafforzare le attività economiche e di sviluppo turistico. All’incontro si è parlato, poi, del cattivo stato della strada che porta a Bovec (con un collegamento migliore il flusso turistico dalla più sviluppata Valle dell’Isonzo sarebbe più facilitato), ed è stata richiamata l’attenzione sulla vecchia e abbandonata caserma della guardia di finanza – al momento di fatto in rovina – che degrada l’immagine della vallata. Dopo l’incontro i consiglieri regionali Gabrovec e Mazzolini si sono impegnati, soprattutto per quanto riguarda la ristrutturazione della scuola, a parlare con l’assessore competente Pizzimenti e a verificare se sia possibile predisporre un nuovo bando e andare in aiuto all’amministrazione. Ovviamente andrà verificato se anche altrove ci siano simili situazioni di criticità. I bisogni e le aspettative degli amministratori di Resia saranno portati anche all’attenzione dei restanti componenti della giunta. Prima dell’incontro in municipio, Igor Gabrovec col suo collaboratore Miloš Čotar ha incontrato al Museo della gente della Val Resia anche gli operatori culturali Luigia Negro e Sandro Quaglia. Gabrovec ha potuto convincersi un’altra volta in prima persona del grande potenziale turistico della valle con tutte le sue peculiarità linguistiche, storiche, naturalistiche e non solo: «Durante circa un’ora di colloquio con Sandro e Luigia nel Museo di Stolvizza è arrivata davvero molta gente, che ha poi proseguito visitando anche il Museo dell’arrotino». T. G. (Novi Matajur, 11. 9. 2019)

fonte SLOVIT (bollettino d’informazione degli Sloveni in Italia)

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Il Presidente Pahor conferisce un’onorificenza a Rudi Pavšič

Il presidente Borut Pahor consegnerà nel corso di una cerimonia al Palazzo presidenziale, alcune onorificenze. Fra le personalità che riceveranno l’ordine di merito ci sono Borut Marjan Sturm, presidente della ZSO, e Rudi Pavšič, presidente dell’Skgz.AMartegani24. oktober 2019 ob 16:35
Lubiana – Radio Capodistria

Il presidente Borut Pahor consegnerà domani, nel corso di una cerimonia al Palazzo presidenziale, alcune onorificenze.
Fra le personalità che riceveranno l’ordine di merito ci sono Borut Marjan Sturm, presidente della ZSO, Associazione delle organizzazioni slovene in Austria, e Rudi Pavšič, presidente dell’Skgz, l’Unione economico culturale slovena, per 23 anni.

Nelle motivazioni dell’onotificenza a Pavšič,si sottolineano “i meriti eccezionali e gli sforzi di lunga data nell’esercizio dei diritti della minoranza slovena in Italia e per il suo prezioso contributo alla promozione del dialogo interculturale”.
Io lo considero – ha detto lo stesso Pavšič – un riconoscimento conferito a tutta la nostra comunità e in particolare all’Skgz, l’Unione culturale economica slovena, di cui sono stato presidente per 23 anni”.

“È un riconoscimento in particolare per il lavoro svolto, per l’attenzione che abbiamo sempre dato alla nostra comunità, al suo sviluppo culturale e linguistico, ma anche per i rapporti di amicizia che abbiamo sempre voluto avere con i rappresentanti della comunità maggioritaria, italiana, con la comunità italiana in Istria, e anche con il lavoro svolto nel tenere assieme le comunità slovene delle quattro nazioni confinanti con la Slovenia, l’Italia, l’Austria, l’Ungheria e la Croazia. Penso che questa onorificenza vada a tutti coloro che, come me, hanno sempre lavorato perché attraverso il dialogo si trovassero le risposte ai problemi aperti, perché si cercasse di superare le tensioni del passato, e perché si guardasse assieme a un futuro di queste zone, un futuro che c’è e sarà roseo se tutti sapranno lavorare assieme”.
Lei ha vissuto fasi importanti come la caduta dei confini, la nascita della Slovenia: guardando indietro è soddisfatto di come sono andate le cose per la comunità slovena?
Mi reputo fortunato di essere stato il presidente della Skgz in un periodo molto importante per la storia mondiale Europea: la caduta dei muri, i blocchi che si sono in qualche modo sciolti, poi la nascita dei nuovi paesi, e, per noi in particolare, il fatto che in questo periodo abbiamo avuto la legge di tutela e anche la legge regionale che interessa la nostra comunità. C’è anche una parte di fortuna nel guidare la massima organizzazione civile della comunità slovena in Italia in questo periodo, ma è stato anche un lavoro impegnativo, bisognava lavorare quotidianamente. Penso però che risultati siano molto positivi: oggi sono del parere che la nostra comunità stia passando un periodo abbastanza felice, perché le tensioni etniche nelle nostre zone non ci sono più, ormai fanno parte del passato, e ora bisogna ragionare, guardando al futuro, e valutando quali sono le migliori scelte per la nostra comunità, per la nostra realtà regionale e anche per la stessa Slovenia”.

Alessandro Martegani

https://www.rtvslo.si/capodistria/radio-capodistria/notizie/slovenia/il-presidente-pahor-conferisce-un-onorificenza-a-rudi-pavsic/503071

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Cultura in lutto: è morto Alojz Rebula

Si è spento in un ospedale sloveno, all’età di 95 anni, lo scrittore, drammaturgo, saggista e traduttore Alojz Rebula, uno dei massimi rappresentanti della letteratura slovena in Italia del dopoguerra.

Per il suo lavoro letterario è stato anche insignito di importanti premi: nel 1995 il Premio Preseren per la sua opera letteraria, seguito nel 1997 dal Premio Internazionale Acerbi per la traduzione italiana del suo romanzo ‘Il vento’ e premio Kresnik Sibilinem nel 2005 per il suo romanzo ‘Notturno sull’Isonzo’. Per la traduzione italiana della stessa opera, nel 2012 ha ricevuto anche il prestigioso premio letterario Mario Rigoni Stern per la letteratura multilingue delle Alpi.

Nel 2012, ha ricevuto un premio statale dal Gran Ufficiale del Cavaliere dell’Ordine al merito per la Repubblica Italiana.

Rebula era nato il 21 luglio 1924 a San Pelagio di Duino-Aurisina, in Provincia di Trieste, da genitori sloveni. E’ stato professore di latino e greco antico nelle scuole superiori con lingua di insegnamento slovena di Trieste.

“Oggi lo scrittore sloveno Alojz Rebula non è morto, perché la sua parola continua a vivere e dialogare con noi attraverso le opere che collocano tra i grandi della letteratura europea, a strettissimo contatto fisico e culturale con l’Italia”. La senatrice del Pd Tatjana Rojc rievoca così l’intellettuale sloveno Alojz Rebula.
“Ho avuto la fortuna di avere Rebula come professore al liceo – ricorda Rojc – e di incontrare la sua fiducia nello scrivere della sua opera, per cui ricordarlo è un dovere difficile da assolvere. I luoghi comuni della critica, che ne ha enfatizzato la matrice cattolica o il respiro del romanziere storico, non sono utili a descrivere la figura di quello che, più semplicemente, è stato un Maestro, e che si è meritato le massime onorificenze della Repubblica Italiana e di quella Slovena”.
“Rebula fu testimone altissimo e scomodo per tutti – spiega la senatrice – degli eventi tragici di un confine che ha grondato sangue e sul quale ancora oggi qualcuno non vuole che la pacificazione sia una conquista definitiva. Invece il dialogo che ha intessuto con le lettere e con gli intellettuali italiani è un esempio di come dalle posizioni più distanti si possa ritrovarsi uniti da un comune fattore umano ed esistenziale, purché – conclude Rojc – la volontà sia buona e l’intenzione sincera”. https://www.ilfriuli.it/articolo/cultura/cultura-in-lutto-points–%C3%A8-morto-alojz-rebula/6/187992

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Santa Messa in sloveno

SANTA MESSA IN SLOVENO A SAN PIETRO SABATO, 19 ottobre, alle 19.15 nella chiesa parrocchiale. Celebrerà mons. Marino Qualizza.

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Omaggio a don Antonio Cuffolo

A 130 anni dalla nascita e a 60 dalla morte, sabato 11 ottobre prima a S. Pietro al Natisone e poi a Lasiz di Pulfero si sono tenuti due momenti significativi per ricordare la figura di don Antonio Cuffolo, parroco originario di Platischis che dal 1920 alla scomparsa è stato prima cappellano e poi parroco a Lasiz. Una figura a cui si è ispirato lo scrittore sloveno France Bevk per il suo romanzo ‘Kaplan Martin Čedermac’. Il suo impegno per i diritti della gente della Benecia, compreso quello di poter usare senza restrizioni la propria lingua slovena, è stato evidenziato da Giorgio Banchig a margine dell’inaugurazione di una mostra fotografica dedicata al sacerdote. Banchig ha anche mostrato l’ultimo quaderno dove don Cuffolo ha tenuto il suo diario, in sostanza fino a pochi giorni prima di morire. Con un ricordo dello zio è intervenuta anche la nipote, suor Antonia, che ha poi parlato a conclusione della messa che è stata officiata a Lasiz e alla quale ha partecipato anche il coro Naše vasi di Taipana diretto da Davide Tomasetig. L’iniziativa è stata dell’associazione Blanchini e del quindicinale Dom.
http://novimatajur.it/cronaca/fotogalerija-poklon-gaspuodu-cuffolu-ob-130-lietnci-njega-rojstva-an-60-lietinci-smarti.html

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Fumetto di Moreno Tomasetig

Maria Vergine! Dio ci aiuti!….. Qui ho bisogno del carretto!…… Nessuno mi crederà in paese…

in dialetto sloveno delle Valli del Natisone

Tempo di funghi, cajt za gobe! (Flip strip-Dom)