Architetto Raimondo D’Aronco

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Raimondo Tommaso D’Aronco (Gemona del Friuli, 31 agosto 1857 – San Remo, 3 maggio 1932) è stato un architetto italiano, considerato come uno dei più importanti architetti italiani esponenti del Liberty.

Figlio di Gerolamo D’Aronco, anch’egli progettista, e impresario edile, fu inviato dal padre a Graz, dove frequentò una scuola per capomastri. Studiò in seguito all’Accademia di Venezia, ottenendo il diploma di architetto, che gli permise di intraprendere la carriera di professore, prima all’Accademia di Carrara, in seguito a Cuneo, a Palermo, all’Università di Messina, dove conobbe Ernesto Basile, altro importante esponente dell’arte nuova in Italia.

Contemporaneamente alla docenza, D’Aronco iniziò l’attività professionale come architetto. Progettò alcune opere in Italia, mentre al 1893 risale il suo primo viaggio in Turchia, Paese nel quale lavorò e progettò per molti anni. Infatti, in seguito al terremoto del 1894, fu architetto-capo incaricato da Abdul Hamid II della ricostruzione di Istanbul. Alternò soggiorni e progetti in Turchia, dove realizzò tra l’altro la residenza estiva dell’Ambasciata d’Italia (villa Tarabya, 1906) ad Istanbul, e in Italia, fino al 1909, quando, in seguito alla rivolta dei Giovani Turchi e alla deposizione del Sultano, rientrò ad Udine.

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Karaköy Mosque, Istanbul (16033721110).jpg

Tra i progetti realizzati in Italia, si ricordano i padiglioni per l’Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna di Torino(1902) e i padiglioni per l’Esposizione nazionale di Udine (1903).

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palazzo D’Aronco sede municipale di Udine

testo e immagini da https://www.wikiwand.com/it/Raimondo_D%27Aronco

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Carlo Podrecca

carlo_podrecca Carlo Podrecca (Cividale del Friuli, 18 settembre 1839 – Roma, 1916) è stato un avvocato e storico italiano. Già garibaldino, fu uno dei personaggi illustri delle Valli del Natisone, storico della popolazione della Slavia Veneta.

Biografia
Primo dei sette figli dell’avvocato Giovanni Battista, originario di San Pietro al Natisone, studiò giurisprudenza a Torino; qui nel 1859 si arruolò nell’esercito piemontese per partecipare alla formazione dell’Unità d’Italia partecipando insieme al fratello Guido, con i Mille di Giuseppe Garibaldi, alla omonima spedizione. Per il suo valore durante la battaglia di Milazzo fu promosso sul campo al grado di sergente da Nino Bixio, il quale gli fece anche dono della propria spada.Successivamente combatté anche in Aspromonte, a Bezzecca e a Monterotondo. Dopo la sconfitta nella battaglia di Mentana, tornò a Cividale dalla moglie milanese Amalia Antonia Galli (sposata nel 1865 e figlia dello scultore Antonio Galli).Dal 1884 iniziò a pubblicare diversi saggi storici sulla popolazione slavofona delle Valli di cui era originario il padre, collaborando con importanti linguisti come Jan Baudouin de Courtenay e con la compagine politica radical-democratica, di ispirazione garibaldina e mazziniana, che si contrapponeva al mondo clericale di orientamento filo sloveno.Ebbe quattro figli il giornalista e politico Guido, il marionettista Vittorio, Emilia e Maria (madre dell’attrice Vera Vergani).

Opere
Nozze Dorigo-Nitsche, Doretti (tip.), 1891.
Slavia italiana, Casa editrice Fulvio Giovanni – Cividale del Friuli, 1884.
Gli studi di folk-lore in Friuli, M. Bardusco, 1894.
Slavia italiana – Polemica, Cividale, 1885.

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LINGUA

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fonte https://qui.uniud.it/notizieEventi/citta/la-mappa-e-il-territorio-carte-luoghi-genti-delle-valli-del-natisone
L’autore parla dell’attaccamento degli slavi alla loro lingua.

Sotto i domini patriarcale e veneto i nostri Slavi attesero al pacifico svolgimento delle loro istituzioni, ma siccome queste in molta parte si spiegano colla lingua da essi parlata, così dell’ultima anzitutto mi occuperò.
L’illustre Boudoine de Courtenay, ora professore di filologia nell’Università di Kasanj, dopo di aver studiati sui luoghi i dialetti slavi della Polonia, Boemia, Serbia, Croazia, Carinzia, Illiria e Resia, e pubblicati i frutti dei suoi studi negli atti dell’Accademia Imperiale di Pietroburgo, e dopo di aver nel 1873 percorsi a piedi tutti i monti e le valli del distretto di S. Pietro, assicurava di aver trovato in questo il dialetto che più si avvicina all’antico slavone, astrazione fatta da alcuni inevitabili neologismi veneti e friulani, e concludeva: se la vostra lingua fosse parlata da due milioni d’abitanti, essa potrebbe chiamarsi la madre della lingua slava.
Perciò è naturale che questo dialetto fosse dai più remoti tempi tenuto in onore, onde Paolo Diacono racconta nel libro IV, cap. 44, della sua storia, che lo parlava il Duca longobardo Rodoaldo, e lo storico Nicoletti accerta che “il linguaggio slavo era assai più usato nei villaggi di quello che la favella forlana, allora incolta e di un ingrato suono.” (Manzano, annali del Friuli, II, pag. 111.)
Tanto attaccamento poi serbano i nostri slavi a questo loro idioma, da esser tradizione che non essendo riuscito il cividalese s. Paolino patriarca d’Aquileja a farli cristiani nemmeno coi doni, loro porti da missionari latini, si decise ad inviare in mezzo ad essi sacerdoti slavi, e che appena i nostri montanari udirono la spiegazione del Vangelo nella lingua dei santi Cirillo e Metodio, tutti si convertirono alla nuova fede.
E sull’esempio della liturgia slava, introdotta 1’anno 863 da quei ss. Apostoli della Moravia, e tuttora conservata in diverse parrocchie dell’Istria, Dalmazia, ecc., pare che anche la nostra regione ricevesse la stessa liturgia, della quale conserva tuttora venerabili avanzi. Per esempio nell’amministrazione del battesimo si pronunciano in slavo le sacramentali parole: Quid petis ab Ecclesia Dei? Fidem. Fides quid tibi praestat? – Vitam aeternam. Nella stessa cerimonia il Credo ed il Pater si recitano in quella lingua.
Egualmente nell’amministrazione dell’Eucaristja si dicono in islavo le parole : Domine, non sum dignus. Da ultimo nella Messa il sacerdote legge il Vangelo del giorno, voltato ad litteram in islavo, quasi a ricordo della prima lettura fatta in questa lingua dai missionari slavi. Segue la predica, sempre in islavo. E all’elevazione si leva il canto dolcissimo di tutto il popolo, che sa farsi intendere dal Signore nella sua lingua.

Tutti i sacerdoti in cura d’anime sono slavi; il Catechismo, col visto dell’ordinario diocesano, è tradotto in islavo; le corrose iscrizioni sulle antiche chiese di s. Quirino, di s. Silvestro e di Brischis sono forse in caratteri cirillici. E fuori dell’ambito del tempio le madri ispirano col latte ai fantolini il verbo slavo. Nelle case, nei campi, nelle scuole, nel comune, nel foro, nei commerci all’estero continua a correre questo linguaggio, il quale, toltine gli avvertiti neologismi, si è mantenuto inalterato dai Longobardi in quà.

Ne potrebbe essere altrimenti, perchè la lingua slava s’identifica meravigliosamente colla natura delle cose e degli uomini, onde per sradicarla, prima si dovrebbe togliere di mezzo e 1e une e gli altri. Copiosi esempi tolti dal dialetto locale dimostreranno questa attitudine d’identificazione.

Denominazione della vetta del Matajur: par babi, presso la vecchiona. Alcuni nomi di fondi: na briegu, sul monte – varh, cima, – pod čelan, sotto la rupe –na starmici, in pendio – v sriedi, circa alla metà – za hostjo, dietro il bosco – za krajam, al basso – v polože, al piano – na strani, in parte – v marzlici, in posizione fredda – na robù, sulla maceria – na vodici, alla fontattella – v ledinah, nei campi non ridotti – na križi, alla crociera – na kluči, sull’ angolo – na kamnici, Nel terreno sassoso – na čele, sulla roccia – v sanožetih, nei prati – velika njiva, campo grande – za korita, dietro la vasca – v ščurkah, agli zampilli – v novinah, nei nuovi campi, – pod hišo, sotto la casa – pod krajan, sotto 1’orlo – V dolini, nella valle – ecc.

Nomi di villaggi.
Frazioni nel comune di S. Pietro: Vernasso (Var nas) difendici – Clenia (Tle nije,) qui non c’è – Altovizza (V topca) terreno fangoso – Sorzento (Saršenta)il luogo dei mosconi – Ponteacco (Petijac,) accattone – Tarpezzo (Tarpeč) il sofferente – Chiabai (Tje-buj, bolj)v più in là – Podar (Poder) distruggi – Costa (Kost-ta) quest’osso.

Frazioni del comune di Tarcetta: Biacis (Begači,) fuggitivi – Lasiz (Laze,)paesi di piccoli appezzamenti – Pegliano (Peljan) condotto – Erbezzo (Rabeč)usando, usante – Montefosca (černi varh) monte nero – Spignon (Varh) cima – Cicigulis (čeče-gulis) batti le ragazze – Goregnavas (Gorenja vas) villa alta – Podvarsi (Pod varšči) sotto la tesa ai pesci.

Frazioni del comune di Rodda: Brischis (Briš tje) netta via (anticamento Broxas) – Pulfero (Podbuniesaz) sotto i malati – Perovizza (Perovza)frondoso – Loch (Lok) arco – Uodgnjach, fontana – Clavora (Klaveren,) afflitto – Ossiach (Osunja) porta-cote – Scubin (Skubin) l’imberbe – Lahove, del friulano – Sierach, sorgo – Zejaz, lepre – Oriecuje (Oriehuje) paese delle noci.

Frazioni del comune di Savogna: Savogna (Za vodnjak) dietro le acque – Cepletischis (Tje plešišča,) via i balli – Gabrovizza (Gabrovca,) terra di carpini – Polava (Plava,) paese natante – Jellina (Jellina) paese dei cervi – Pechinie (Pečine) cretaglie – Stermizza (Stemica,) luogo ripido.

Frazioni del comune di S. Leonardo: Cosizza (Kozica,) capretta – Clastira (Hlasta,) getta giù – Cravaro ‚(Kravar) vaccaro – Dolegna (Dolenja,) al basso – Osgnetto (Osnje) paese di albarelle – Pizzigh (Pičič) cantuccio – Prehod (Prekod,) transito – Uscivizza (Ušivca) luogo dei pidocchi.

Frazioni del comune di Stregna: Stregna (Sriednje) di mezzo – Oblizza (Oblica) rape – Podpecchio (Pod pečio) sotto il forno – Cernetic (Černetič)moretto – Clinaz (Klinac) conietto – Dughe (Dolge, Duge) lunghe – Podgora (Podgora) sotto il monte – Preserie (Pre serie) latrine.

Frazioni del cornune di Grimacco: Grimacco (Garmak) roveto – Sverinaz, luogo delle belve – Clodigh v(Hlodič) legnetto – Liessa (Liesa) ponte tessuto a vimini anticamente usato pel passaggio del Rieka – Seuza (Selca) villaggetti – Topolò (Topoleve) luogo dei pioppi.

Frazioni del comune di Drenchia: Drenchia (Dreka) paese stercoso – Clabuzzaro (Klaucar) cappellaio – Cras (Kras) rupe – Craj (Kraj) vicino, appresso l’orlo – Obbenetto (Debenj) paese grasso – Ocnebrida (Ocno bardo) podere del padre – Prapotnizza (Prapot) felce, oppure ‚prapotnica, una sorta di susina.

Alcuni cognomi: Golles (Goleš) calvo – Velicaz (Velikac) uomo grande – Bergnach (Varnjak) custode – Bledigh Bledič) blaterone, oppure pallidetto – Cromaz (Kromac) storpio – Cosmacini (Kosnačini) pelosi – Carligh (Kerlič)persona di bell’aspetto – Cumar (Kumar) il compare, oppure Kumeran, dolente – Debegnach (Debeljnjak) grasso, grosso – Gosgnach (Hoščak)boscaiuolo – Filipigh (Filipič) piccolo Filippo – Blasigh (Blažič) piccolo Biagio – Coceancigh (Kociančič) piccolo Canciano – Iurcigh (Jurčič) piccolo Giorgio – Mucigh (Mučič) il muto – Uecaz (Vekač) strillone – Gariup, amaro – Grimaz, irrequieto – Medvesigh, orsino – Smriecar (Smrekar) abetaio – Trinco o Drinko, toro – Sdrauligh (da Zdreu) sano – Vidigh, speculatore – Cuschigh, schiamazzatore – Ierebigh (Jerebič) piccolo catorno – Loszach (Luszack)fangoso – Cudicio (Hudič) diavolo – Snidercigh (Sniderčič) sartorello – Covacigh (Kovačič) fabbretto – Uolerigh (Volerič) pastorello di manzi – Cramar (Kramar) chincagliere girovago – Loviszach (Lovišcak) seguitatore, cacciatore – Quala (Hvala,) vanesio – Predan, venduto – Raccaro (Rakar)pescatore di gamberi – Ruttar (Rudari) lavoratore nelle miniere – Sittaro (Sitar) venditore di stacci – Scubla (Skubla) che ha pelato – Vogrigh (Vogrič)ungheresetto – Cernoja (Černoja) cosa negra – Sgubin (Sgubljen) perduto – Specogna (Špekonja) odore di lardo – Chiuch (čuk) civetta – Česnich, aglio – Manzin, mignolo – Saccù (Sakolj) falco – Sirch (Sirk) grano turco – Zabrieszach, montanaro.

Infine, siccome cosa interessante 1’Italia che ricetta al settentrione ed al mezzogiorno gli Slavi, mando il lettore all’opera del Papanti – i Parlari italiani in Certaldo alla festa del V Centenario di Messer Giovanni Boccacci – e gli suggerisco di confrontare la traduzione di una novella Boccaccesca nel dialetto di S. Pietro, (fatta dagli egregi Don Pietro Podrecca e Giuseppe Manzini) con quella simile nel dialetto slavo di Molise, (prof. Giovanni De Rubertis), ed avviserà la singolare somiglianza dei due dialetti e la conseguente loto conservazione in onta a tanta distanza, diversità di vicende e di condizioni locali.
Carlo Podrecca – LA SLAVIA ITALIANA
Realizzazione della pagina Ruben Specogna  http//www.lintver.it/cultura-letteratura.html

 

 

 

Frase di N.Mandela

https://websulblog.blogspot.com/non-violence-1160133_960_720

“Nessuno nasce odiando i propri simili a causa della razza, della religione o della classe alla quale appartengono. Gli uomini imparano a odiare, e se possono imparare a odiare possono anche imparare ad amare, perché l’amore, per il cuore umano, è più naturale dell’odio.”

Nelson Mandela

Vittorio Podrecca

Vittorio Podrecca ( Cividale del Friuli , 1º luglio 1883 – Ginevra , 5 luglio 1959 ) è stato un impresario e regista italiano del teatro delle marionette.

Biografia

Vittorio era figlio di Carlo, avvocato e scrittore ( La Slavia Italiana ), e fratello di Guido , giornalista e politico, accreditato di essere, assieme a Filippo Turati ed Andrea Costa , uno dei fondatori del Partito Socialista Italiano .

Vittorio Podrecca con le sue marionette
Vittorio Podrecca con le sue marionette

Laureatosi in legge, collaborò e diresse alcune riviste di informazione e critica musicale; in seguito divenne segretario del Conservatorio di Santa Cecilia a Roma . Fu proprio qui che fondò, nel 1914 , la compagnia di marionette I Piccoli (meglio direi impresario e direttore) che ben presto, grazie alle numerosissime tournée all’estero, divenne celebre in tutto il mondo.

Il Suo teatro , Che Arrivo a Contare fino a Ben mille marionette, Porto sulla scena, di volta in volta, brevi opere musicali Fatte talora appositamente (for example, La bella addormentata nel bosco di Ottorino Respighi ), Riduzioni Liriche o in prosa, Favole, caricature e bozzetti folcloristici italiani e stranieri, in una cornice scenica che si avvaleva di pittori acquistuti poi notissimi (per esempio Enrico Prampolini ).

Fra le marionette più celebri inventate da Vittorio Podrecca sono il soprano Sinforosa Strangolini e il pianista Piccolowsky; si chiudono di solito il programma eseguendo al pianoforte una sonata, vero e proprio capolavoro della tecnica marionettistica.

Dopo la sua morte il magazzino contiene numerose marionette, bozzetti e attrezzi vari, fu acquistato in blocco da Maria Signorelli che così è riuscito ad impedirne la dispersione. Il Fondo Podrecca quindi fa parte della Collezione Maria Signorelli , una delle più grandi opere private in Europa di materiali attinenti il teatro di animazione  .

https://www.wikiwand.com/it/Vittorio_Podrecca

https://ipiccolidipodrecca.wordpress.com/2015/03/03/vittorio-podrecca-e-la-nascita-del-teatro-dei-piccoli/

Quando ero bambina mi portarono a Udine ad assistere ad uno spettacolo di marionette di Podrecca.Mi piacque molto,a quei tempi non c’era la TV,io ne rimasi entusiasta.Avevo visto solo le  “lutke” i burattini a Ljubljana.

Gaetano Perusini

 

640px-PerusiniGaetano Perusini (Udine24 febbraio 1879 – Cormons8 dicembre 1915) è stato un medico italiano, ebbe un ruolo di grande rilievo nella definizione della malattia di Alzheimer.

Biografia

I primi anni

Gaetano Perusini nasce ad Udine il 24 febbraio 1879 da genitori di nobili origini e patriottici principi. Il padre Andrea è Primario Medico dell’Ospedale Civile di Udine e la madre, Paolina Cumano, figlia di un eminente chirurgo di Trieste.Gaetano rimane orfano di padre all’età di soli sei anni e la sua crescita viene influenzata dalla forte personalità materna che guida i suoi studi (si diploma giovanissimo a soli 16 anni) e ne incoraggia l’interesse per la Medicina: frequenta per i primi quattro anni l’Università di Pisa e completa la sua formazione a Roma, dove si dedica alla psichiatria, frequentando il Manicomio della Lungara (demolito in occasione della realizzazione del Lungotevere) e la Clinica Psichiatrica del Prof. Augusto Giannelli.Insieme alla passione per le malattie mentali cresce l’interesse per l’anatomia patologica, grazie alla frequenza assidua del prestigioso laboratorio del Prof. Giovanni Mingazzini, venendo così a porsi le basi che lo faranno aderire alla concezione “organicistica” delle malattie mentali, di cui fautore a livello europeo è il neuropatologo tedesco Emil Kraepelin. Perusini si laurea in Medicina a soli 22 anni, discutendo una tesi di Antropologia criminale scritta sotto la guida del Prof. Giannelli.

Le prime esperienze:la clinica psichiatrica di Monaco

Prima fila da sinistra: la signora Adele Grombach, Ugo Cerletti, sconosciuto, Francesco Bonfiglio, Gaetano Perusini. Seconda fila da sinistra: Fritz Lotmar, sconosciuto, Stefan Rosental, Allers, sconosciuto, Alois Alzheimer, Nicolás Achucarro, Friedrich Heinrich Lewy.
Prima fila da sinistra: la signora Adele Grombach, Ugo Cerletti, sconosciuto, Francesco Bonfiglio, Gaetano Perusini. Seconda fila da sinistra: Fritz Lotmar, sconosciuto, Stefan Rosental, Allers, sconosciuto, Alois Alzheimer, Nicolás Achucarro, Friedrich Heinrich Lewy.

Presso la clinica psichiatrica del Giannelli diviene amico di Ugo Cerletti, figura prestigiosa della medicina e della psichiatria (al quale si deve l’introduzione della terapia elettroconvulsivante nelle più severe forme di psicosi) e di Francesco Bonfiglio, con i quali frequenterà in seguito i più rinomati istituti europei, tra cui il laboratorio neuro-patologico di Monaco, nella clinica psichiatrica diretta dal celebre clinico Emil Kraepelinhttps://www.wikiwand.com/it/Gaetano_Perusini

Il gatto

foto di Aran Cosentino

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Il Gatto Inverno

Ai vetri della scuola stamattina
l’inverno strofina
la sua schiena nuvolosa
come un vecchio gatto grigio:
con la nebbia fa i giochi di prestigio,
le case fa parire
e ricomparire;
con le zampe di neve imbianca il suolo
e per coda ha un ghiacciolo…
Sì, signora maestra,
mi sono un po’ distratto:
ma per forza, con quel gatto,
con l’inverno alla finestra
che mi ruba i pensieri
e se li porta in slitta
per allegri sentieri.
Invano io li richiamo:
si saranno impigliati in qualche
ramo spoglio;
o per dolce imbroglio,
chiotti, chiotti fingon d’esser merli e passerotti.

Gianni Rodari      http://www.petsblog.it/post/4647/linverno-e-un-gatto

Il Cappellano-Kaplan Martin Čedermac

Cedermac-webIl romanzo ci offre uno spaccato preziosissimo della vita in una cappellania sulla sponda destra del Natisone, con il complesso intreccio di vita quotidiana, di celebrazioni liturgiche, di timori e paure, di persone coraggiose, di altre impaurite, opportuniste che sfruttano la situazione. In una parola, la vita concreta nella varietà delle sue forme, ma il tutto visto alla luce di quella dignità umana che dà sapore alle cose ed anche la forza di affrontare difficoltà non comuni. In una lunga carrellata passano in rassegna i protagonisti, che possiamo così elencare: il protagonista cappellano Martin, la sua collaboratrice domestica, la comunità ecclesiale, i vari rappresentanti della politica dal prefetto all’appuntato, i responsabili della Chiesa Udinese dal vescovo fino ai cappellani delle sperdute comunità montane, il tutto nella commistione di potere politico e religioso fra ipocrisia, astuzia, compromessi e silenzi.
Il cappellano Martin, ricalcato artisticamente sulla figura di don Antonio Cuffolo, con qualche ritocco anche di don Giuseppe Cramaro, suo vicino di chiesa, è la figura dell’idealista che sposa la difficile realtà in cui si trova a vivere, convinto com’è della indivisibile unità tra Vangelo e dignità umana, espressa dalla esistenza concreta delle persone e della terra in cui vivono. È la linea della incarnazione, cioè di un inserimento dell’eterno e dell’invisibile nella nostra quotidianità, che non è mai banale per chi la vive con dignità. Martin vive per la sua gente e per il suo bene integrale, unendo due aspetti importanti della stessa realtà: le persone e la parola scritta, in questo caso il Catechismo. Non c’è crescita umana senza cultura e senza la sua immagine scritta; una parola che diventa documento e storia. Da ciò la difesa commovente dei libri sloveni, con l’aiuto della fedele collaboratrice. Non l’ideale falso di un popolo ignorante e fedele, ma quello di persone consapevoli e capaci di prendere posizione, perché coscienti di sé. Martin è il campanello che tiene desta la loro coscienza.
Accanto a lui e con lui, la fedele collaboratrice, che si cura della casa, della chiesa e delle faccende quotidiane, ma anche di avvenimenti straordinari, come il salvataggio dei libri sloveni e la sopportazione degli scatti d’umore del cappellano. Il tutto vissuto nella discrezione, nel silenzio, tipico di un mondo che non c’è più e suggerito da un rispetto religioso, che dà un’aura quasi mistica a tutta l’esistenza. E con lei la comunità cristiana, quella che si riunisce in chiesa la domenica, nell’ascolto del Vangelo e della sua spiegazione. A questi cristiani, nell’agosto del 1933 viene tolta anche la possibilità di un nutrimento di cui ha doppiamente bisogno, come cristiani e come cittadini, portatori di una cultura millenaria, nello scrigno della lingua. Viene loro tolta la dignità della propria appartenenza nazionale e linguistica, che viene sganciata dalla professione di fede, quasi che si trattasse di due pezzi di un gioco d’incastro, interscambiabili a piacere. Questo popolo reagisce compostamente e con tristezza. Una reazione non violenta, silenziosa, che alla fine risulta anche vincente, perché non si assoggetta all’imposizione e attende, con il cappellano, una possibile liberazione.
Ci si aspetterebbe a questo punto, un intervento forte, deciso, sicuro da parte dell’autorità ecclesiastica. Nulla purtroppo, se non l’invito all’obbedienza ed allo studio della lingua italiana, in modo da realizzare quel programma politico che vuole tutto livellare, perché come ai tempi degli assolutismi, tutti parlino una sola lingua ed obbediscano ad un solo padrone. Non si chiede certo che il Vescovo si voti al martirio cruento, visti i momenti, ma che non abbandoni il suo gregge ed i pastori che lo aiutano. Una minima opposizione e resistenza da parte del Vescovo ci poteva essere, come testimoniano esempi luminosi di quegli anni, anche se rari, bisogna ammetterlo. E così, si ebbero esempi di cedimento da parte di qualche sacerdote, allettato dai vantaggi politici che questo comportava. E non sono mancate medaglie al merito contrario, per certi squallidi protagonisti, anche questi pochi, per fortuna, ma che potevano fregiarsi di qualche cavalierato di metallo scadente, sul piano dei valori umani.
L’apparato del regime fascista svolgeva il suo compito, alternando carota e bastone, per raggiungere il suo scopo di assimilazione forzata delle popolazioni della Slavia. Erano passati gli anni dell’impero asburgico, che un pluralismo culturale l’aveva sviluppato, e che permetteva ai diversi popoli di non perdere la propria identità. Queste cose, magari, furono scoperte dopo, visti i disastri del dopo. Certo che gli anni ’30 del secolo scorso, furono estremamente negativi per la Benecìa, tanto che i suoi effetti deleteri li sentiamo e viviamo ancora oggi. Hanno preso una piega subdola, che alla fine, continua l’opera devastatrice del fascismo. Infatti, è intervenuta la scoperta sensazionale che noi delle Valli, siamo di ascendenza slava. Un evento probabilmente unico nella storia dei popoli, ma che coltiva l’obiettivo della negazione. L’unica cosa che interessa è la cancellazione del sostantivo ed aggettivo ‘sloveno’. Ottenuto questo, tutto va bene, salvo lasciar perdere ciò che resta del dialetto sloveno, nei gorghi e nelle piene del Natisone.
E così la storia di Martin Čedermac continua, in tempi diversi, ma con gli stessi problemi, non di pressione politica, ma di contrapposizione pseudo linguistica. Alla fine resta paradigmatico il discorso finale del cappellano, una perorazione religiosa e civile, perché le due cose non vanno divise; una perorazione che invita ogni uomo – non più solo noi della Benecìa – a non svendere mai la sua identità, perché è l’unica carta della sua dignità e del valore assoluto della persona umana. Sempre e dovunque. (Marino Qualizza) 

Kaplan Martin Cedermac (1938) è il titolo originale del romanzo dello scrittore sloveno France Bevk sulla proibizione della lingua slovena nelle chiese dell’arcidiocesi di Udine, in italiano e a fumetti (con testo nel dialetto sloveno delle Valli del Natisone). La traduzione è di Ezio De Martin, le illustrazioni di Moreno Tomasetig e la prefazione dello scrittore Boris Pahor.

https://www.dom.it/il-cappellano-martin-cedermac_kaplan-martin-cedermac/

 

San Martino

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quadro di El Greco

dal web

Il padre, un ufficiale dell’esercito dell’Impero Romano, gli diede il nome di Martino in onore di Marte, il dio della guerra. Con la famiglia il giovane Martino si spostò a Pavia, dove trascorse la sua infanzia e dove, contro la volontà dei suoi genitori, cominciò a frequentare le comunità cristiane. A quindici anni, in quanto figlio di un ufficiale, dovette entrare nell’esercito e venne quindi inviato in Gallia.
La tradizione del taglio del mantello Quando Martino era ancora un militare, ebbe la visione che divenne l’episodio più narrato della sua vita e quello più usato dall’iconografia e dalla aneddotica. Si trovava alle porte della città di Amiens con i suoi soldati quando incontrò un mendicante seminudo. D’impulso tagliò in due il suo mantello militare e lo condivise con il mendicante. Quella notte sognò che Gesù si recava da lui e gli restituiva la metà di mantello che aveva condiviso. Udì Gesù dire ai suoi angeli: «Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito». Quando Martino si risvegliò il suo mantello era integro. Il mantello miracoloso venne conservato come reliquia ed entrò a far parte della collezione di reliquie dei re Merovingi dei Franchi. Il termine latino per “mantello corto”, cappella, venne esteso alle persone incaricate di conservare il mantello di san Martino, i cappellani, e da questi venne applicato all’oratorio reale, che non era una chiesa, chiamato cappella. (wikipedia)

Nel periodo di S.Martino 11-12 novembre le giornata sono solitamente tiepide e soleggiate tanto da meritarsi la definizione di”estate di S.Martino”.I primi giorni di novembre si fanno i primi assaggi dalle botti e si stappa il vino novello.Il tutto accompagnato da castagne e dolci tipici.
In questa giornata la Chiesa fa delle liturgie per il Ringraziamento.

SAN MARTINO IN SLOVENIA

Il periodo intorno alla Festa di San Martino è il periodo in cui i contadini svolgono gli ultimi lavori autunnali e iniziano a preparasi per l’inverno. Specialmente in campagna è anche il periodo in cui avvengono celebrazioni rituali tradizionalmente intrecciate con la vita rurale.

Per la Festa di San Martino, cioè l’11 novembre, si rievoca l’onomastico di San Martino, il santo che secondo la leggenda trasforma l’acqua in vino. Ogni anno, in omaggio alla Festa di San Martino, si svolgono per l’intera settimana numerose celebrazioni tradizionali in onore di San Martino. Il santo è festeggiato in tutta la Slovenia, sia in paesi sia in città.

Proprio in questo periodo il vino matura e le celebrazioni di solito comprendono la benedizione della trasformazione del mosto “torbido” e “peccaminoso” in vino puro. Le feste in onore di San Martino di regola abbondano di gioia, musica, specialità gastronomiche locali e ovviamente – vino.

Sebbene le feste siano organizzate dappertutto, l’esperienza più genuina la si vive nelle cantine, nelle rivendite di vino sfuso e nei casotti tra i vigneti.
fonte:web

Il 18 Novembre a Lusevera/Bardo il tradizionale Concerto di San Martino

Domenica 18 novembre 2018 dalle ore 16:00 alle 18:00

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Il conte pecoraio

Il castello di Colloredo di Montealbano1111
http://sauvage27.blogspot.com/

Castello di Colloredo di Montalbano

Ippolito Nievo

La valle del Cornappo ed i suoi abitanti in un romanzo di Ippolito Nievo
Molti conoscono le «Confessioni di un Italiano» scritte da Ippolito Nievo,
romanzo, considerato dai critici dell’800, come il migliore dopo i «Promessi Sposi» di A. Manzoni.Ma non a tutti è noto che egli scrisse tra gli altri anche il «Conte Pecoraio».
È un romanzo non molto lungo , ma interessante, perchè lo sfondo su cui si snoda la vicenda , sono le prealpi Giulie che da Tarcento corrono verso Cividale.
Il poeta – scrittore visse parecchio tempo in Friuli, nel suo castello di Colloredo di Montalbano ed ebbe quindi modo di ammirare le bellezze che offre questa regione e di descriverle nel migliore dei modi in questo suo pur poco noto romanzo.La trama del romanzo che tratta le vicende di una famiglia nobile di Torlano, e di un ’altra a lei collaterale,ma decaduta  non ci interessa qui, ma ci interessavano solo quei passi che, ad onta di quanti denigrano la nostra stirpe, sgorgano dalla penna dello scrittore, spontanei, pieni di gentilezza e nello stesso tempo come una conferma spassionata del confine degli Sloveni nel Friuli. Egli infatti incomincia:

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https://www.natisone.it/0_archivio_messe/messe2009/messe621.htm

Torlano

«Un bel paesino guarda nel mezzano Friuli lo sbocco di una di quelle terre che dividono il parlare italico dallo slavo. . . »

Questo paesino è Torlano,sopra Nimis, e lo scrittore approfitta per descriverci tutti i dintorni, le ridenti colline di Ramandolo, i monti sopra di esse, la valle del Torre con Crosis, la gola del Cornappo e il paese di Monteaperta.
Più avanti dice:

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il Torre foto di Luca pb

« . . . e sotto il patrocinio del campanile si ricovera anche la canonica, la quale sembra invitare da lontano le mendicanti resiane che scedono in autunno con
le gerle in spalla alla cerca annuale;povere, scalze, cappuccine, non votate alla povertà,ma contente di essa;che domandano un soldo per l ’amore di Dio, e anche negate, si accommiatano con sublime saluto: lodato sia Gesù Cristo!»

65038940_foto17_showE parlandoci delle fatiche che compiono questi nostri montanari e montanare,
prosegue:

Timau-portatrici
https://www.wikiwand.com/it/Portatrici_carniche

«… nè è raro nei giorni di mercato incontrarsi . . .in un carico di fieno che da lungo sembra avanzare, come un nuvolone sospinto dal vento tra la spaccatura della roccia ; e poi  farglisi più accosto si schermono (distinguono) due gambe nerborute alternarsi smisuratamente sotto la vasta mole,finché, quando ti premi nella rupe a dargli il passo, ne scappa fuori un saluto di voce soave e femmina, e tra l ’erba odorosa e cadente d ’ogni lato riposi collo sguardo negli occhi umidi cerulei d ’una fanciulla di Schiavonia».
In altri passi lo scrittore ripete ancora che Torlano segna il confine tra Slavi e Italiani, e d’altrove, un personaggio del romanzo chiede alla protagonista, Maria, di ballare la
«Schiava».
Ippolito Nievo è forse l ’unico scrittore italiano che abbia posto come scenario di un romanzo questa zona,ed è l ’unico che abbia parlato degli Sloveni del Friuli. E perciò è doveroso che i nostri Sloveni sappiano di essere stati oggetto di studio di molti linguisti, anche argomento del romanzo di un celebre scrittore romantico italiano che, senza sentimento di parte, ha riconosciuto fin dove arriva l ’idioma italico,o dove comincia la stirpe laboriosa e paziente degli Sloveni.

 

La regina della grappa: 80 anni tra gli alambicchi

27 settembre 2018

02-Grappa-Nonino-Riserva-AnticaCuvée-5-Years-ambGiannola Nonino oggi festeggia il compleanno circondata dall’affetto della sua famiglia e con l’orgoglio di aver portato in alto il nome e la qualità dei prodotti friulani

La grappa, in Friuli, in Italia, nel mondo, ha tanti alfieri ma una sola regina: Giannola Nonino, la donna che è riuscita, assieme al marito Benito, a trasformare un distillato da ‘cenerentola’ a raffinata protagonista di cene e simposi in tutto il mondo. Oggi compie 80 anni, tutti vissuti con eguale entusiasmo e impegno, in azienda e in famiglia e ha ben chiare le caratteristiche e i passaggi che hanno permesso di raggiungere il riconoscimento dell’azienda a livello internazionale.

“Tutto questo è stato possibile perché ci abbiamo creduto, ci crediamo e non abbiamo mollato mai, aiutati da tante persone che condividono con noi i valori più semplici ma più difficili da realizzare: la ricerca della qualità assoluta nel rispetto dell’uomo, della sua terra, dei suoi frutti, della sua cultura. Forse il nostro vero merito è stato quello di sfidare il futuro senza dimenticare la parte migliore del passato” ha dichiarato. Alla base del successo commerciale della distilleria Nonino, azienda friulana c’è infatti l’aver rivoluzionato il modo di produrre e presentare la grappa in Italia e nel mondo.

L’anno della svolta è il 1973 in cui Giannola e Benito creano la prima grappa di singolo vitigno: il Monovitigno Nonino, distillando separatamente le vinacce dell’uva Picolit. Poco più di 10 anni dopo, nel 1984, arriverà il primo distillato di uva intera, l’acquavite d’uva ‘ÙE’, il cui nome, in lingua friulana, è un chiaro omaggio alla nostra terra.…continua http://www.ilfriuli.it/articolo/Tendenze/La_regina_della_grappa-points-_80_anni_tra_gli_alambicchi/13/186579