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✨ LEGGENDA DEL LARICE ✨

Da una valle incantata scendeva un torrente d’argento, abitato da Aguane, creature acquatiche dai magici poteri. Nel castello abitava una bella Principessa, figlia del Signore e di un’Aguana. Un giorno passò al torrente un giovane cavaliere, e come in tutte le più belle storie, i due giovani s’innamorarono e decisero di sposarsi. Lei espresse il desiderio che il giorno delle loro nozze, il dolore e il male, potessero anche solo per un breve istante scomparire dalla Terra. Si consultarono i vecchi saggi del luogo, ma non trovarono alcuna soluzione.
Fu allora che l’Aguana disse: ”Vi è un istante in cui tutto sembra fermarsi in una pace irreale, questo momento accade ogni cento anni, proprio quest’anno scade il momento propizio. A mezzogiorno in punto, nel giorno di San Giovanni Battista avverrà tutto questo”.
Così la cerimonia nuziale fu organizzata proprio in quel speciale momento. Con tutti i fiori della festa, due ingegnosi Nani pensarono di fare un unico grande mazzo. Alla fine risultò un mazzo di fiori grande come un albero, lo piantarono in un prato e lo chiamarono Lares, in onore ai Geni del focolare. (- Carlo Signorini -)

www.studioforest.it/eventi

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Un padre prima di morire disse a suo figlio…

Pensieri e parole

Un padre prima di morire disse a suo figlio:
“Questo è un orologio che tuo nonno
mi ha regalato. Ha più di 200 anni,
ma prima che te lo dia, vai al negozio
di orologi e digli che voglio venderlo,
vedi quanto ti offrono”.

Il figlio fece come disse il padre e ci andò,
tornò da suo padre, e disse:
“l’Orologiaio vuole offrirmi 5 euro perché è vecchio”.

Il padre allora rispose:
“Vai al Museo e mostra quell’orologio”.

Non perse neanche un secondo, corse immediatamente al museo.

Tornato da suo padre gli disse:
“Mi hanno offerto un milione di euro
per questo orologio”.

Il padre lo guardò sorridendo dicendogli:
“Volevo farti sapere
che il posto giusto valorizza il tuo valore
nel modo giusto, non stare nel posto
sbagliato e arrabbiati se non lo fai.

Chi sa il tuo valore è chi ti apprezza,
non stare in un posto che non…

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Gli oggetti antichi di Taipana e dintorni

Ivano Carloni racconta:Una volta gli oggetti esposti nel museo venivano usati a Taipana e nei suoi dintorni. Dopo il terremoto del 1976, la gente buttava via le cose di cui non aveva più bisogno. Mio nonno (oćać) ha invece raccolto molte di queste cose poiché gli sembrava un peccato buttarle vie. Nella stalla ha ordinato uno spazio in cui piano piano si è formato un museo: filatoio (gurleta), pentoloni (kotoli), gabbia per gli uccelli (ščepula za tiče), zoccoli di legno (čokule), raganelle (krikje). Le raganelle si usavano durante la Pasqua. Il Giovedì Santo non si usava suonare le campane, ma fare rumore con le raganelle. Esse venivano usate da tutti, le più piccole dai bambini e quelle più grandi dagli adulti. Oggi si usano solo durante il Carnevale. Mio nonno aveva un laboratorio di falegnameria. Costruiva porte, finestre, letti ed anche manichi per le falci detti kosišča, strumenti per interrare le patate (žlicarji), slitte per portare la legna (žlk), trapani (sviederji)modelli per il burro (štampi za spuoju). Molti degli oggetti esposti nel museo sono stati fatti da mio nonno. http://zborzbirk.zrc-sazu.si/it-it/raccontieimmagini/racconti.aspx

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Racconto: La sposa bambina, di Stefania Pellegrini — Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava

Racconto: La sposa bambina, di Stefania Pellegrini Il mio tempo migliore Quattordici anni, poco più che una bambina, era Mirela, ingenua e sognatrice come tante sue coetanee, quando fu venduta a uno sconosciuto, un uomo di dodici anni più grande. Capelli scuri, occhi verdi, piccola, fattezze sottili e fragili, mostrava sul corpo i segni di […]

Racconto: La sposa bambina, di Stefania Pellegrini — Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava
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Quei ladri di mele che stuzzicano i ricordi

Quando ero piccolo, vale a dire molto oltre mezzo secolo fa, in questo periodo dell’anno, quando noi scolaretti delle elementari tornavamo da scuola alla fine delle lezioni e dopo la refezione, quando ne potevamo usufruire, non c’era tempo per sedersi al tavolo della cucina per riposare, per giocare, per mettersi a fare i compiti o guardare la tv, che neppure ce la sognavamo. Là, sui ripidi prati disseminati di annosi castagni, ci aspettavano papà e mamma; le nostre manine erano particolarmente utili per riempire le ceste intrecciate, su misura per ciascuno di noi fratelli, dal papà con striscioline di nocciolo; facevamo a gara chi le riempiva per primo. Ed eravamo bravi; tanto che dopo il nostro passaggio avrebbe avuto vita grama la famigliola di ghiri che aveva la tana nel cavo del vicino vecchio melo. Era così che ci creavamo la nostra identificazione culturale, linguistica, etnica, religiosa e civile. Assimilando il nostro ambiente assieme al cibo quotidiano.

Ricordo con piacere quegli anni e nello stesso tempo mi rattristo nell’osservare la situazione odierna. Non che tutti i castagni e gli alberi da frutto siano scomparsi, sopraffatti dal bosco. No; sono scomparsi i contadini, i boscaioli, i piccoli allevatori di qualche bovino e di animali da cortile. Il bosco s’è mangiato prati e campicelli e oggi, che abbiamo strade asfaltate – ma antichi tratturi e sentieri invasi da cespugli e rovi –, parliamo di ricchezza verde e propagandiamo la nostra «natura incontaminata», la forestoterapia, la quiete ed il silenzio. La nostra natura, una volta, – comunque non contaminata da pesticidi, diserbanti, fertilizzanti chimici e quant’altro – nel suo piccolo, nonostante tutto, era anche generosa, senza che tuttavia potesse ripagare adeguatamente il sudore e la fatica di chi caparbiamente le chiedeva da vivere.

Oggi questi sono ricordi, sbiaditi dalla nostalgia per chi li ha vissuti e mezze favole da terzo mondo per ragazzi e giovani millennials. Non ci sono, o sono rari, figli e nipoti della mia generazione che raccolgono quel poco di frutti che spontaneamente i vecchi alberi producono ancora. Oggi l’aria buona e l’ambiente selvaggio richiamano, soprattutto in questo periodo, frotte di amanti della natura ed essi non disdegnano affatto raccogliere quel che trovano di interessante e di commestibile nei pressi delle strade, magari convinti che, come nel paradiso terrestre, tutto sia benedetto da Dio e a disposizione del re del creato.

C’è da dire, invece, che tutto il territorio delle Valli del Natisone è proprietà privata e che di norma come tale andrebbe rispettata. Aggiungerei poi che, dall’altro lato, può esser considerato un peccato lasciar marcire frutti che alla fine rimangono a disposizione di cinghiali e caprioli, visto che i proprietari non se ne occupano. Vero. E questo evidenzia un problema di fondo di questo nostro piccolo paradiso beneciano/sloveno – identificato come tale anche da norme statali –. Una comunità coesa, desiderosa di riscatto, bisognosa di autoidentificazione linguistica, etnica e culturale come è la nostra, sta andando pericolosamente incontro ad un destino inverso a quello che sta percorrendo la natura: essa si riprende il suo e la nostra comunità sta perdendo i propri connotati e le proprie forze vitali.

Mai sarebbe successo «ai miei tempi» che ladri, professionisti o meno, rubassero nei moderni frutteti locali sulle rive del Natisone una quantità cospicua di mele. Quando la socialità valligiana poggiava su solide basi, anche numeriche, la gente si conosceva e, volere o no, era solidale nell’autodifesa dei propri interessi in quanto coincidevano.

Oggi si discute di nuove forme di unione dei comuni montani che abbiano interessi, convenienze, problemi analoghi. Chissà che non si venga finalmente a valorizzare specificità non solo ambientali, ma anche linguistiche e culturali; un patrimonio che viene apprezzato più dagli estranei che da chi ci vive immerso.

Riccardo Ruttar

https://www.dom.it/quei-ladri-di-mele-che-stuzzicano-i-ricordi_kraje-jabolk-obujajo-spomine/?fbclid=IwAR1hMeYTNV9F9GjSZyKRCFpv9-qQuyXLmFtWJHHxRv7vFs7kGDjnT1aDpoU

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Favola di Resia/Rezija

La montagna col buco sul monte Canino
Di JakobZ – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15752430

Un giorno il diavolo si è trovato sul Monte Santo di Lussari con la Madonna. Incominciò a prenderla in giro; le disse che non era vero che lei faceva miracoli. La sfidò in una gara di volo affermando che non sarebbe arrivata prima sul colle di Castelmonte.

La Madonna sorrise. Incominciarono a volare e il diavolo, che credeva di essere furbo, volava raso terra e quando giunse sul Canin non si accorse della montagna che egli trovò di fronte. Non potendola evitare, urtò contro con le corna e la sua testa dura e si ritrovò dall’altra parte tutto intontito. Si riprese e continuò la corsa ma quando giunse sul posto, trovò la Madonna che lo aspettava. Il diavolo, con tanta rabbia in corpo, prese la via del ritorno e, passando vicino al “Monte che aveva forato”, gli mandò una infinità di imprecazioni.

Favola tratta da: Leggende della Valle di Resia e del Monte Canino di Vidoni — La Panarie 1935. http://147.162.119.1:8081/resianica/x-sgo/lontgora.do

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Favole friulane

ripubblico da https://www.wikiwand.com/it/Favole_friulane

Le favole rappresentano uno degli elementi che accomunano culturalmente il popolo friulano.
La gente, nei secoli passati, ma anche nei momenti di difficoltà (esemplare è stato il periodo post-terremoto del 1976) ritrova il senso della comunità rimettendo insieme i ricordi e le tradizioni, e quindi anche i racconti che i vecchi hanno tramandato oralmente.
La posizione geografica della Regione, al confine con l’Austria e la Slovenia, ha storicamente posto il Friuli in condizione sia di subire innumerevoli invasioni straniere, sia di porre al popolo friulano condizioni favorevoli per emigrare negli stati limitrofi, anche stagionalmente. Ogni popolo, nel suo passaggio sul territorio friulano, ha lasciato tracce di culture diverse che si ritrovano anche nelle fiabe. In particolare molte favole friulane riecheggiano le più famose fiabe della tradizione germanica e nordica.
L’universo delineato dalla fantasia friulana è molto variegato, intimamente connesso alla realtà geografica, quindi legato alla terra, ai monti e alle grotte, fino al mare.

Protagonisti

I protagonisti sono gli animali, gli esseri mitici (gnomifollettiagane (1) ,orchi).
Un filone appartiene alle fiabe religiose, per lo più legate al tema dell’aldilà. Protagonisti ricorrenti sono il Signore e San Pietro.
Le fiabe storiche nascono da luoghi e personaggi storici, tra queste spiccano quelle dedicate ad Attila, che alla testa degli Unni calò sulla pianura friulana e distrusse Aquileia.(2)
Esiste anche un filone di racconti satirici, per lo più utilizzati in occasioni propizie alla narrazione di storie allegre, alcune legate alla vita paesana e ai personaggi ridicoli che la popolano. Nei racconti della pianura, è ricorrente la ridicolizzazione dei carnici, che con semplicità e ingenuità scendono a valle dalle montagne e hanno difficoltà a districarsi nella vita della “più evoluta” pianura.

Raccolte

Le favole friulane vengono raccontate in forme diverse a seconda del territorio da cui provengono ed inoltre ciascun territorio ha le proprie specificità. Le fiabe di animali sono particolarmente diffuse nella val Resia, mentre nel resto del territorio sono scarse.

La narrativa popolare friulana è prevalentemente legata alla tradizione orale, tuttavia nel tempo, vari raccoglitori di fiabe hanno contribuito a far conoscere le fiabe friulane.

Caterina Percoto fu la prima raccoglitrice e rielaboratrice della narrativa popolare friulana e pubblicò nel 1863 Racconti, una raccolta di favole friulane.

Dolfo Zorzut tra il 1924 e il 1927 pubblicò per la Società filologica friulana Sot la nape..(I racconti del popolo friulano).

Italo Calvino nel 1956 pubblicò una storica raccolta di 200 fiabe popolari, le Fiabe italiane, che includono alcuni racconti della tradizione friulana:

  • II bambino nel sacco
  • Quaquà! Attaccati là!
  • La camicia dell’uomo contento
  • Una notte in Paradiso
  • Gesù e San Pietro in Friuli

L’editore Chiandetti, a cura di Achille Tellini, tra il 1997 e il 2002 ha pubblicato una raccolta di fiabe friulane divise per territorio. Il risultato è stato una raccolta di 182 racconti suddivisi in cinque territori:

  1. ^ sorta di streghe delle fonti, che nelle valli del Natisone prendono il nome di krivapete
  2. ^ Esistono due caratterizzazioni opposte del re Unno: l’una lo rappresenta come sanguinario e crudele, l’altra come sovrano saggio e leale, difensore dei deboli e della giustizia

Krivapete, duje babe-donne fate dei boschi

disegno di Moreno Tomazetig dal quindicinale Dom
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Il lupo e il leone – Esopo

Un lupo aveva rubato una pecora dal gregge
e la trascinava nel suo covo, quando un leone
gli si fece incontro e gliela portò via.
Tenendosi a una certa distanza, il lupo gli gridò:
<< Bell’ingiustizia ! mi porti via quello che è mio! >>
E il leone, ridendo: << Già ! perché tu l’avevi avuta
secondo giustizia, da un amico …>>
La favola è un’accusa contro i ladri e i prepotenti
che si incolpano a vicenda quando hanno la peggio.

da https://poetyca.wordpress.com/

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Il pentolone (kotol)

Sandro Quaglia racconta:

Nel nostro museo a Resia vengono conservati oggetti che testimoniano la vita della nostra gente. Ogni oggetto racconta qualcosa di bello, ossia come la gente viveva e cercava di stare bene. La gente andava a lavorare altrove. Sono particolarmente noti gli arrotini, ma c’erano anche quelli che riparavano i pentoloni e le pentole (i klomfarji), quelli che rimettevano a nuovo gli ombrelli e quelli che riparavano le finestre. Nel museo è possibile vedere un grande pentolone di rame (ramavi kotol), che in passato serviva per cucinare la rapa e anche altre cose. Chi ci ha dato quel pentolone? Ce lo ha dato un nonno che viveva a Idrsko. Mi ha chiamato e mi ha chiesto se volevamo un pentolone che egli aveva in casa. Perché ci voleva dare quel pentolone? Perché lo aveva riparato varie volte un resiano, un klomfar che andava a lavorare persino a Kobarid. Aveva il suo luogo come tutte le persone che andavano a lavorare e i contadini che avevano qualcosa da farsi riparare. Dato che il pentolone era continuamente sopra il fuoco, si rovinava. Iniziavano a farsi dei piccoli buchi che i klomfarji riparavano. Poi però, per via della seconda guerra mondiale, il klomfar non era più potuto andare là e il pentolone era rimasto a quella famiglia. Quell’uomo di Idrsko ci ha detto che sarebbe stato un bene tenere questo pentolone nella Resia, poiché era stato varie volte aggiustato da un klomfar, da Adam Madotin.  È bello avere nella Resia qualcosa che proviene dalla Slovenia. Mostra come una volta la gente si aiutava, s’incontrava, si conosceva, lavorava e parlava la nostra lingua. Per questo motivo è una bella cosa custodire tutti gli oggetti che testimoniano come la gente viveva nella Resia e nel mondo.

Tipologia: Testo
Racconta/canta/parla: Sandro Quaglia
Registrato da/chiede/annotato da: Danila Zuljan Kumar
Luogo di registrazione: Bila / San Giorgio
Data di registrazione: 14. 10. 2013
Link: http://as.parsis.si/zborzbirk/zbirka-it.a5w?zid=1042
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Prendiamo esempio dalle ostriche — Vieni in Carnia

Vi voglio raccontare una storia. Vera, a lieto fine e con protagonista una giovane donna carnica, che chiameremo Perla. Perché Perla? Perché, come tutti sanno, le perle sono il risultato di una sofferenza che l’ostrica ha saputo trasformare in una cosa bellissima e preziosa.
Perla aveva 31 anni e due bambini, e se qualcuno le avesse chiesto di definirsi, lei, senza tentennamenti, avrebbe detto come prima cosa “sono una mamma”.
Ma non poteva, né voleva, limitarsi a fare solo la mamma, così aveva deciso di riprendere l’università lasciata indietro perché troppo impegnata a seguire i due figli, la casa e ovviamente il lavoro…

https://wordpress.com/read/blogs/119217844/posts/3272