LA LEGGENDA DEL MONTE LUSSARI

Secondo la leggenda, nel 1360 sul Lussari un pastore di Camporosso smarrì le pecore. Le cercò, trovandole in ginocchio attorno a un cespuglio di ginepro, nel mezzo del quale c’era una statua della Madonna col Bambino.

La prese e la portò alla parrocchia di Camporosso, dove il sacerdote la chiuse a chiave in un armadio. Il giorno dopo la statua era di nuovo sul Lussari nello stesso posto, ancora attorniata dalle pecore in ginocchio. Così si ripeté tre volte. Il parroco informò del fatto il Patriarca di Aquileia, che gli ordinò che nel luogo di ritrovamento della statua fosse costruita una cappella.

La cappella divenne in seguito la chiesa del Lussari.

Iz knjige/Dal libro: »Jezak – karanina naše kulture« »Jezik – korenina naše kulture« »La lingua – la radice della nostra cultura« Združenje/AssociazioneDon Mario Cernet, 2018

fonte Dom

Un po’ di me…

Quest’anno la Barbie compie 60 anni e Trieste le dedica una mostra.Io non l’ho mai avuta ,perchè all’epoca non l’avevano inventata, giocavo con le bambole di pezza fatte da mia madre e poi arrivarono quelle di celluloide.Non mi sono mai piaciute le Barbie con abiti così moderni da adulte.

immagini dal web

 http://www.triestecafe.it/60-anniversario-di-barbie-grande-successo-della-mostra-proroga-di-una-settimana-18-marzo-2019/

Racconti per lo spirito 55 – La lampada del minatore — Il giardino dei miei pensieri

Un uomo scendeva ogni giorno nelle viscere della terra a scavare sale. Portava con sé il piccone e una lampada. Una sera, mentre tornava verso la superficie, in una galleria tortuosa e scomoda, la lampada gli cadde di mano e si infranse sul suolo. A tutta prima, il minatore ne fu quasi contento: «Finalmente! Non […]

via Racconti per lo spirito 55 – La lampada del minatore — Il giardino dei miei pensieri

Molti friulani emigrarono per fare i minatori,alcuni ahimè persero la vita in Belgio a Marcinelle.Brutta vita quella del minatore!

Maria

copertina_percoto_racconti-211x300Racconto di Caterina Percoto (1812- 1887)

Maria era una contadina nata in un’amena villetta sulla sponda sinistra del Natisone, e venuta a marito in una famiglia di buoni mezzaioli, abitante a poche miglia di distanza dall’altro lato del torrente. La giovanezza passò per lei in un momento, ed appassitasi prima del tempo, a trentacinqu’anni ne mostrava quasi cinquanta. Non erano i suoi capelli che fossero imbiancati, ma la sua pelle delicata e fina aveva assunto una tinta giallastra. La sua fronte appariva solcata da rughe precoci, ed i suoi grandi occhi
celesti parevano come impietriti. Chi si ricordava d’aver veduto nelle sagre del paese pochi anni innanzi danzare questa bionda e ricciuta contadina, le cui braccia fresche e vellutate vincevano in candore le maniche della camicia che le velava per metà, non poteva darsi pace che un così breve spazio di tempo avesse bastato a scolorire le rose vivaci delle sue guance, ed a trasformarla in modo da non poterla più quasi ravvisare. Era uno di quegli irrecusabili testimoni dell’umana caducità, che nostro malgrado ci fanno pensare alla vita che fugge, e ci riempiono il cuore di amarezza. Moglie di un uomo che l’amava, e ch’ella stessa aveva scelto,innestata in una famiglia di villici bensì, ma sufficientemente agiata, e dove il numero delle braccia non era scarso al lavoro,
madre di cinque figli robusti e morigerati, la sua vita scorreva abbastanza tranquilla per non dar a divedere nessun adequato motivo di questa sua precoce consunzione. Ella aveva sortito da natura una gentilezza d’animo e una squisitezza di sentire in armonia forse coi delicati lineamenti del suo volto, e colla fina tessitura del suo individuo, ma poco comuni alla sua classe, e poco convenienti alla vita laboriosa e alla società grossolana a cui era destinata.
Una parola, un pensiero, il cangiarsi del tempo, uno de’ suoi cari in pericolo, la minima disgrazia o contrarietà bastavano talvolta a conturbarla. Si fabbricava sola le angosce, il suo cuore appassionato batteva rapido, e i suoi battiti avevano forse così anzi tempo
consumata la fragile corteccia di che viveva avviluppato. Tutti i vari accidenti della vita lasciavano un’orma indelebile su questa dilicata creatura, simile alla candida campanella del convolvolo silvestre che non può senza offuscarsi sopportar l’ala del più leggiero fra gl’insetti. Una volta vennero ad avvisarla che suo padre trovavasi gravemente ammalato. Era tardi, e pioveva a dirotto;nulla di meno, ella, preso il suo fazzoletto da testa, e gettatavi sopra un’ampia tovagliola di tela ben fitta, correva per la strada più
breve alla volta del villaggio nativo. Ma giunta al torrente, e guadato il primo ramo,s’accorse che l’acqua cresceva. A cavalloni giù per la ghiaia veniva un secondo, un altro più lungi torbido e spumante percuoteva con gran fragore nella riva, e rosicchiandola in cerchio faceva cadere le zolle del prato a cui aveva sotto cavate
le fondamenta; capì che sarebbe stato vano il tentar di superarlo,tornò addietro, e costeggiando giunse fino a Manzano, dove sperava di trovar la barca che la tragittasse.Impossibile: le piogge cadute nei monti lo avevano talmente gonfio, ed ei precipitava con tanta furia, che per allora bisognava lasciarlo correre. Chi può
dire l’affanno della povera donna? Ella guardava quell’immenso volume di acque biondastre che pareva volessero strascinar seco i villaggi fabbricati sulle sue sponde, stendeva le braccia come se avesse voluto trapassarlo a volo, piangeva, e stette lì tutta la notte esposta alla piova disperandosi, ed aspettando angosciata che venisse il momento di poter pur finalmente varcare. Un’altra volta ell’era al campo assieme con una sua cognata più giovane, a cui ella voleva un gran bene, e il bambino della quale ella spesso sovveniva del proprio latte e curava come fosse stato suo. Or egli avvenne che così chiacchierando, non so su che fatto domestico, la giovane si lasciò scappare una parola di rimprovero. Uscita da quelle labbra ch’ella aveva le tante volte baciate col più sincero
affetto, la ferì nel cuore come freccia avvelenata…

continua https://www.liberliber.it/mediateca/libri/p/percoto/racconti/pdf/percoto_racconti.pdf 

Mi è piaciuta molto la figura di Maria e i luoghi natii così ben descritti  tra Manzinello,Soleschiano e San Lorenzo.La Percoto è tra le scrittrici basilari della storia della letteratura italiana dell’800; è quindi censita in Le Autrici della Letteratura Italiana.

 

Maria

copertina_percoto_racconti-211x300Racconto di Caterina Percoto approfondisci https://www.wikiwand.com/it/Caterina_Percoto

Maria era una contadina nata in un’amena villetta sulla sponda sinistra del Natisone, e venuta a marito in una famiglia di buoni mezzaioli, abitante a poche miglia di distanza dall’altro lato del torrente. La giovanezza passò per lei in un momento, ed appassitasi prima del tempo, a trentacinqu’anni ne mostrava quasi cinquanta. Non erano i suoi capelli che fossero imbiancati, ma la sua pelle delicata e fina aveva assunto una tinta giallastra. La sua fronte appariva solcata da rughe precoci, ed i suoi grandi occhi celesti parevano come impietriti. Chi si ricordava d’aver veduto nelle sagre del paese pochi anni innanzi danzare questa bionda e ricciuta contadina, le cui braccia fresche e vellutate vincevano in candore le maniche della camicia che le velava per metà, non poteva darsi pace che un così breve spazio di tempo avesse bastato a scolorire le rose vivaci delle sue guance, ed a trasformarla in modo da non poterla più quasi ravvisare. Era uno di quegli irrecusabili testimoni dell’umana caducità, che nostro malgrado ci fanno pensare alla vita che fugge, e ci riempiono il cuore di amarezza. Moglie di un uomo che l’amava, e ch’ella stessa aveva scelto,innestata in una famiglia di villici bensì, ma sufficientemente
agiata, e dove il numero delle braccia non era scarso al lavoro,madre di cinque figli robusti e morigerati, la sua vita scorreva abbastanza tranquilla per non dar a divedere nessun adequato motivo di questa sua precoce consunzione. Ella aveva sortito da natura
una gentilezza d’animo e una squisitezza di sentire in armonia forse coi delicati lineamenti del suo volto, e colla fina tessitura del suo individuo, ma poco comuni alla sua classe, e poco convenienti alla vita laboriosa e alla società grossolana a cui era destinata.
Una parola, un pensiero, il cangiarsi del tempo, uno de’ suoi cari in pericolo, la minima disgrazia o contrarietà bastavano talvolta a conturbarla. Si fabbricava sola le angosce, il suo cuore appassionato batteva rapido, e i suoi battiti avevano forse così anzi tempo
consumata la fragile corteccia di che viveva avviluppato. Tutti i vari accidenti della vita lasciavano un’orma indelebile su questa dilicata creatura, simile alla candida campanella del convolvolo silvestre che non può senza offuscarsi sopportar l’ala del più leggiero fra gl’insetti. Una volta vennero ad avvisarla che suo padre trovavasi gravemente ammalato. Era tardi, e pioveva a dirotto;nulla di meno, ella, preso il suo fazzoletto da testa, e gettatavi sopra un’ampia tovagliola di tela ben fitta, correva per la strada più
breve alla volta del villaggio nativo. Ma giunta al torrente, e guadato il primo ramo,s’accorse che l’acqua cresceva. A cavalloni giù per la ghiaia veniva un secondo, un altro più lungi torbido e spumante percuoteva con gran fragore nella riva, e rosicchiandola in cerchio faceva cadere le zolle del prato a cui aveva sotto cavate
le fondamenta; capì che sarebbe stato vano il tentar di superarlo,tornò addietro, e costeggiando giunse fino a Manzano, dove sperava di trovar la barca che la tragittasse. Impossibile: le piogge cadute nei monti lo avevano talmente gonfio, ed ei precipitava
con tanta furia, che per allora bisognava lasciarlo correre. Chi può dire l’affanno della povera donna? Ella guardava quell’immenso volume di acque biondastre che pareva volessero strascinar seco i villaggi fabbricati sulle sue sponde, stendeva le braccia come se avesse voluto trapassarlo a volo, piangeva, e stette lì tutta la notte esposta alla piova disperandosi, ed aspettando angosciata che venisse il momento di poter pur finalmente varcare…https://www.liberliber.it/mediateca/libri/p/percoto/racconti/pdf/percoto_racconti.pdf

Il caso e le cose di Barbara Pascoli

Il caso e le cose orizzontale
Arrivò a Oborza che la gente aveva già iniziato a salire verso la chiesa. Prima che la processione si mettesse in moto, però, ci sarebbe voluto ancora un po’ di tempo. Così Ascona pensò di passare a controllare la casa che era appartenuta ai suoi genitori e, adesso che anche la madre non c’era più, era diventata sua.
Le sarebbe piaciuto rimetterla a posto, per venirci a stare almeno d’estate. Ma suo figlio si stava per sposare e aveva bisogno di aiuto. E, siccome non è che nuotassero nell’oro, la soluzione più facile era proprio quella di vendere la casa dove era cresciuta e dove avrebbe desiderato invecchiare.
– Soldi sarà che noi no saremo, – cercava di consolarla il marito che, come tutti i triestini, era anche un po’ filosofo.

Una volta dentro, Ascona spalancò le finestre per arieggiare e, mentre stava armeggiando per bloccare i battenti, scorse Margherita che avanzava lungo la via con un vaporoso abito rosa. Sembrava un’ortensia.
– Vuoi far innamorare Frate Vittorio? – le chiese, ridendo.
– Hai visto che vestito? L’ho preso l’anno scorso, quando è passato il Giro, – Margherita compì una giravolta così ardita da farla quasi inciampare sulle pietre sconnesse della pavimentazione. – È vero che vuoi vendere? – chiese non appena riacquistò l’equilibrio.
– La voci corrono, – rispose Ascona.
– Pensa che ormai su, in cimitero, c’è più gente che qui in paese, – disse Margherita. – Ti ricordi, invece, quarant’anni fa? C’erano la scuola, il forno e l’osteria, – Margherita sospirò. – Eravamo quasi duecento! Mica come adesso che, per contarci tutti, bastano le dita di quattro mani.
– Ho visto che stanno ristrutturando la casa dei Lesizza, – Ascona interruppe la lamentela. – Chi l’ha presa?
– Una coppia di tedeschi, per le vacanze.

La rogazione partiva dalla chiesetta di Sant’Antonio, poco sopra al paese, e arrivava fino all’ultima borgata della valle, al confine con la Slovenia. Si attraversavano tre villaggi, dove ci si fermava a fare merenda con quello che veniva offerto dagli abitanti del posto. Poi, all’arrivo, dopo la messa cantata, ci si metteva a tavola sotto la tettoia del fienile della Edda che, con l’aiuto delle figlie, cucinava la pasta al ragù per tutti.
– Brava Ascona che sei venuta anche tu! – le disse Sergio, abbracciandola con foga. Aveva sempre avuto un debole per le donne e, anche se ormai era vicino ai settanta, non mollava l’osso. Si trattava, però, di una passione innocua perché tutti sapevano che alla moglie non aveva mai mancato di rispetto.
Ascona lo baciò sulle guance. Sapeva già di vino, ma da quelle parti era così: la festa religiosa era un pretesto per fare baldoria e su questo nessuno aveva da ridire, neanche la chiesa. Chi non si ricordava di Frate Franco, che aveva avuto in carico il paese prima di Frate Vittorio? Quando celebrava la messa, usava riempire il calice fino all’orlo.
– Il sangue di Cristo, – lo consacrava. Poi, con cura, se lo beveva, senza lasciarne neanche una goccia.
Anche a tavola si dava da fare e, dopo mangiato, prendeva sempre un caffè corretto per digerire. Se non bastava, si aiutava con qualche bicchierino di grappa.
– Meglio ubriaco che malato! – era una delle sue frasi ricorrenti.

Ascona preparò la macchina fotografica.
– Sei sempre al lavoro! – commentò Sergio.
– Sto preparando un libro sulle Valli, – spiegò Ascona.
– Ci metti dentro anche a noi, come nel film? – Sergio si mise in posa.
Qualche anno prima con Edo, lo scrittore del paese, Ascona aveva girato un film. Era la storia di un contadino di Oborza, negli anni Cinquanta, che beveva e picchiava la moglie e il figlio, prassi allora abbastanza diffusa da quelle parti, sia il bere che il picchiare. Una sera, però, l’uomo, più sbronzo del solito, cade dal calesse e finisce in un fosso. Mentre sta lottando tra la vita e la morte gli appare la madre defunta. Allora capisce di essersi comportato male e, quando si risveglia, si redime.
Al film aveva partecipato l’intero paese: i più estrosi come attori, gli altri come comparse. Lina aveva cucito i costumi e il vecchio Gigi aveva permesso che girassero gli interni a casa sua, dove c’era un bel focolare rotondo, come quelli di una volta.
Alla presentazione, a Cividale, erano arrivati da tutte le Valli del Natisone e la sala del teatro era così piena che in tanti avevano dovuto restarsene in piedi.
– Mi avete fatto ricordare di quando ero bambino, – li aveva ringraziati un uomo, stringendo loro le mani.
– Per fortuna che adesso non è più così! – aveva detto Ascona.
– Si stava meglio quando si stava peggio, – aveva risposto l’uomo, stringendosi nelle spalle. – Allora avevamo poco, ma non ci mancava niente.

La processione si mise in cammino dietro alla croce. A portarla, quell’anno, erano i due figli di Luciano, il falegname, famoso per le sue figurette di legno disseminate in giro per il paese: Padre Pio sulla curva, la Madonna di Lourdes dentro a una nicchia vicino alla fontana e, in un prato a fianco della strada, il Presidente degli Stati Uniti e gli Alpini.
– Sai che sono stata in ospedale? – Ascona distolse l’occhio dall’obiettivo e si girò. Nadia, anche lei vestita a festa, le si era avvicinata.
– Me l’avevano detto che eri stata poco bene. Adesso come va? – si informò Ascona. – Non ho mica avuto paura, lo sai?
Buona come il pane, Nadia non ci stava tanto con la testa e, talvolta, non era facile seguirla nei suoi ragionamenti. – Perché ho visto la Madonna, – rivelò. – Il giorno dell’operazione, prima di entrare in sala, ho visto la Madonna. Aveva il vestito celeste e la testa illuminata. Pregava.
– Ti sarà stata d’aiuto, – commentò Ascona, cercando di mostrarsi partecipe.
– E intanto che pregava, pestava con il piede la testa del serpente e io ho capito che mi proteggeva e che non sarei morta.
Ad Ascona venne da ridere, ma si trattenne.
– Sai che aveva il piede nudo?
Nadia non era l’unica, in paese, a credere a cose che non stavano né in cielo né in terra. La Jole, per esempio, si era convinta che sua sorella le avesse fatto una fattura per potersi impossessare dei beni del padre, ancora in vita.
– Mi ha detto di aver affittato la vigna, ma io sono sicura che l’ha venduta e che si è tenuta i soldi, – le aveva raccontato.
– E tu fatti mostrare il contratto, – Ascona le aveva suggerito.
Jole, però, non voleva mettersi apertamente contro la famiglia e, siccome sosteneva che la sorella le mandava tutte le notti uno spirito maligno per spaventarla, aveva consultato un esorcista.
– Mi ha detto di farmi vedere da uno psicologo, – le aveva riferito dopo la visita. – Ma io non sono mica matta!
Anche nella famiglia di Ascona c’erano state questioni di soldi. All’insaputa di tutti lo zio, fratello della mamma, era riuscito a farsi intestare il grosso della proprietà dal padre malato, così che, quando questi era morto, alla madre di Ascona erano spettate solo cose di poco valore. La poveretta ne aveva sofferto molto.
– Un tiro del genere da mio fratello, sangue del mio sangue, – ogni tanto si lamentava. – Pensare che gli ero stata tanto grata per averci pagato il viaggio di nozze in Svizzera, a me e a tuo padre!
Lo zio viveva ad Ascona, dove la madre le aveva raccontato di averla concepita e dove Ascona, invece, non aveva messo mai piede perché, poco dopo la sua nascita, il nonno era morto, la madre aveva scoperto cosa le aveva combinato il fratello e non aveva più voluto rivederlo.

A mezzogiorno in punto la rogazione raggiunse la tappa finale e tutti si prepararono per l’ultima messa. La piccola chiesetta, che le donne del borgo avevano addobbato con fiori di campo, era gremita.
Ascona si muoveva da un angolo all’altro, per cercare le inquadrature migliori. Fotografò Frate Vittorio, i fedeli, gli angioletti in pietra che reggevano le colonne della volta, il coro di Stregna e, a sinistra dell’altare, una ragazza vestita come una volta, con la gonna lunga e il fazzoletto.
“Chissà di chi è figlia?” si chiese Ascona, tamponandosi il sudore sulla fronte. Le ricordava qualcuno.
La ragazza iniziò a cantare, quasi sottovoce. Sembrava che la stesse guardando. Dober dan. Kaj si nan dobrega prinesu?
Era una vecchia ninna nanna in dialetto. Ascona la conosceva bene, perché la nonna gliela cantava spesso.
“Che caldo,” si disse, passandosi un fazzolettino sugli occhi per togliere il sudore che le velava la vista.
– Ti senti poco bene? – le chiese la moglie di Sergio.
– Esco, si soffoca qui dentro, – rispose Ascona, avviandosi verso l’uscita.
Ma non fece in tempo che a fare tre passi. Poi, come un sacco di patate, si afflosciò in mezzo alla navata centrale. Mentre perdeva i sensi le parve di essere tornata bambina quando, sdraiata sui prati sopra al paese, trascorreva il tempo a guardare le nuvole che passavano nel cielo.

– Alzatele le gambe!
– Lasciatela respirare!
– Datele un bicchiere di vino!
– Datele un goccio di grappa!
– Sto bene, è stato solo un attimo, – Ascona, ancora stordita, cercò di mettersi a sedere. Fu proprio in quel momento che le suonò il cellulare.
– Ti ha cercato un avvocato dalla Svizzera, – sentì dire a suo marito. – Devi andare ad Ascona.
Lo zio, quello che si era intascato tutti i soldi di sua madre, era morto. E lei era la sua unica erede.

Sempre più frastornata, Ascona decise di salutare tutti e di tornarsene in pianura. – Non ti fermi per il pranzo? – chiese Sergio.
– Ma è morto Bepinc? – si informò il vecchio Gino, forse uno dei pochi tra i presenti ad aver conosciuto lo scomparso.
– Potresti mandarmi le foto che ci hai fatto? – la pregò il direttore del coro.
Ascona si fece lasciare l’indirizzo.
– Ho visto che avete una nuova solista, – gli disse.
– Quale solista? – fu la risposta.
– La ragazza, quella con la gonna lunga e il fazzoletto, – insisté Ascona.
In silenzio, Nadia le si avvicinò e le toccò un braccio.
– Nessuno l’ha vista, – le disse sottovoce, ¬– perché nessuno poteva vederla. È venuta solo per te.
Spazientita, Ascona prese la macchina fotografica e cercò tra le immagini che aveva scattato. Ecco Frate Vittorio, Margherita che pregava, gli angioletti che sorreggevano la volta, Sergio, il coro di Stregna, i figli di Luciano, Luciano, Nadia, Gino, quelli dei paesi vicini. C’erano tutti. Della ragazza, però, nemmeno l’ombra.

Grazie ai soldi dello zio, Ascona non solo non dovette vendere la casa di Oborza, ma poté anche a rimetterla a posto. Fu così che, esattamente un anno dopo quella giornata memorabile, tutto il paese fu invitato al pranzo di inaugurazione.
– E questa chi è? – chiese Margherita indicando, in una vecchia foto appesa alla parete, una ragazza con la gonna lunga e il fazzoletto.
– È mia nonna da giovane, – rispose Ascona. – L’ho trovata in un baule, poco tempo fa. Nadia le si avvicinò e le posò la mano sulla sua. Ascona gliela strinse.
All’inizio aveva cercato di giustificare quello che le era accaduto dando la colpa alla pressione bassa, al caldo, alla menopausa… Alla fine, però, ci aveva rinunciato. In fondo, che male c’era a credere che qualcuno, dal cielo, vegliasse su di noi?
– Al nostro paese e ai nostri vecchi, – disse Ascona alzando il bicchiere, – che ci proteggano sempre.
– Ad Ascona, che è tornata tra noi! – aggiunse Nadia.
– Salute e bori e altro no ocori! – brindò il marito di Ascona.
Dopo pranzato, mentre gli altri stavano giocando a carte, Ascona lo prese per mano. – Vieni con me, – gli disse.
Si incamminarono su per un sentiero e in pochi minuti furono sui prati. Da lì si vedeva il paese e, più in là, la pianura.
– Ci passavo i pomeriggi qui, da bambina, – gli spiegò, sdraiandosi nell’erba.
Lui si distese al suo fianco e rimasero così fino al tramonto, a guardare le nuvole nel cielo.

Barbara Pascoli

fonte http://www.lintver.it/cultura-letteratura-ascona_barbara.html

Cuore di carta per scaldarsi

via Cuore di carta per scaldarsi

LA LEGGENDA DELL’AGRIFOGLIO 🎄

 


   


Il pastorello si sveglia all’improvviso. In cielo v’è una luce nuova: una luce mai vista a quell’ora. Il giovane pastore si spaventa, lascia l’ovile, attraversa il bosco: e nel campo aperto, sotto una bellissima volta celeste. Dall’alto giunge il canto soave degli Angeli.
Tanta pace non può venire che di lassù -pensa il pastorello, e sorride tranquillizzato.
Le pecorine, a sua insaputa, l’hanno seguito e lo guardano stupite
Ecco sopraggiungere molta gente e tutti, a passi affrettati, si dirigono verso una grotta.
– Dove andate? – chiede il pastorello.
– Non lo sai? – risponde, per tutti, una giovane donna. – è nato il figlio di Dio:è sceso quaggiù per aprirci le porte del Paradiso.

Il pastorello si unisce alla comitiva: anch’egli vuole vedere il Figlio di Dio. A un tratto, si sente turbato: tutti recano un dono, soltanto lui non ha nulla da portare a Gesù. Triste e sconvolto, ritorna alle sue pecore.
Non ha nulla, nemmeno un fiore! Che cosa si può donare quando si è così poveri?
Il ragazzo non sa che il dono più gradito a Gesù è il suo piccolo cuore buono.
Ahi! Tanti spini gli pungono i piedi nudi. Allora il pastorello si ferma, guarda in terra ed esclama meravigliato:- Oh, un arbusto ancor verde!
E’ una pianta di agrifoglio, dalle foglie lucide e spinose!
Il coro di Angeli sembra avvicinarsi alla terra; c’è tanta festa attorno. Come si può resistere al desiderio di correre dal Santo Bambino anche se non si ha nulla da offrire?
Ebbene, il pastorello andrà alla divina capanna; un ramo di agrifoglio sarà il suo omaggio.

Eccolo alla grotta. Si avvicina felice e confuso al bambino sorridente che sembra aspettarlo.
Ma che cosa avviene? Le gocce di sangue delle sue mani, ferite dalle spine, si trasformano in rosse palline, che si posano sui verdi rami dell’arbusto che egli ha ccolto per Gesù.
Al ritorno, un’altra sorpresa attende il pastorello: nel bosco, tra le lucenti foglie dell’agrifoglio, è tutto un rosseggiare di bacche vermiglie.
Da quella notte di mistero, l’agrifoglio viene offerto, in segno di augurio, alle persone care.

Gina Marzetti Noventa



http://www.myshangrila.it/libriedintorni/leggendenatale/agrifoglio/agrifoglio.htm

 

Dall’abbandono delle valli prealpine, alla cultura della terra

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Il segreto di una maga coinvolge i territori da Tolmino e Tarcento

Nicola, friulano e Mjura, slovena di Duino sono arrivati a Most na Soči , in Slovenia per cercare tracce della maga russa già in contatto telepatico, quando erano viventi, con la bisnonna di Nicola.

NOTA: QUESTO RACCONTO FA PARTE DELLA TRILOGIA DI TOLMINO CHE COMPRENDE: “IN TRENO DALL’INDIA A TOLMINO IN UNA NOTTE” -E “DAL FRIULI A TOLMINO (SLO), SULLE TRACCE DI UNA MAGA RUSSA”.DISPONIBILI IN QUESTO BLOG.

Tolmino è certamente il posto dove trovare risposte. In primo luogo per sistemarsi nella piacevole pensione Na Foxu (La Volpe), centrale, economica e ideale per cercare tracce di maga. Mjura, senza paura ogni qual volta ha un’opportunità, educatamente rivolge domande sull’antica maga russa, alle persone più anziane che incontra. Buona parte delle risposte sono vaghe e inutili. Alcuni ne avevano sentito parlare al modo di una diceria di paese, nulla d’importante, solo un po’ di colore.

Il giorno seguente però la stessa tecnica porta un indizio utile. Grazie a un meccanico quarantenne dell’autofficina, coinvolto dall’ultima signora contattata, la quale, dicendo di non saperne molto sulla maga, ricordava abitasse in località Zabice, come pure il meccanico. Raggiunto dal curioso trio, l’uomo nella sua tuta blu guarda senza capire. La signora, con calma spiega di come i due ragazzi, per studio, cerchino notizie sulla maga che tanti anni fa abitava nella sua borgata. L’uomo gesticolando annuisce e sorride. Stringe la mano ai ragazzi. Scandisce il suo nome, Stipe e intercala un italianissimo “ciao”. La signora così può accomiatare e tornare alle sue faccende...continua

https://durigatto.wordpress.com/2018/09/18/il-segreto-di-una-maga-coinvolge-i-territori-da-tolmino-e-tarcento/