Iscrizioni, continua il trend negativo nelle scuole dell’infanzia delle Valli del Natisone — NoviMatajur

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Non ci sono, purtroppo, novità sorprendenti nei numeri delle iscrizioni agli istituti scolastici delle Valli del Natisone.
Alla vigilia dell’inizio delle lezioni, il prossimo 12 settembre, i dati finali sui bambini che frequenteranno le scuole  dell’infanzia riflettono, seppur con qualche eccezione, il calo demografico che si registra nei comuni del territorio. Alla bilingue Paolo Petricig ci saranno infatti complessivamente 60 bambini (53 a San Pietro, 7 nella sede di Savogna), 9 in meno rispetto ad un anno fa.
Segno meno anche alle scuole dell’infanzia della Dante Alighieri che avrà in tutto 47 bambini, 3 in meno rispetto allo scorso anno scolastico. Di questi 21 frequenteranno l’asilo di San Leonardo, 15 quello di San Pietro e 11 (uno in più dello scorso anno) quello di Pulfero.

Sensibilmente diversa la situazione nelle scuole primarie. Alla Paolo Petricig ci saranno 157 alunni, per 30 di loro, iscritti alla prima elementare, oggi 12 settembre è il primo giorno di scuola. Sia per la prima che per le classi seconda (33 alunni), terza (37) e quarta (33) ci saranno due sezioni. Una sola invece per la quinta elementare che conterà 24 alunni.
Alle primarie della Dante Alighieri ci saranno invece 123 iscritti, 43 a San Leonardo (10 in prima, 7 in seconda, 10 in terza , 8 in quarta e 8 in quinta) e 80 a San Pietro (14 in prima, 10 in seconda, 21 in terza, 17 in quarta e 18 in quinta). Complessivamente 3 alunni in meno rispetto al 2018/2019.

Alle secondarie di primo grado invece saranno 67 gli studenti della bilingue a San Pietro al Natisone: 22 in prima, 27 nella doppia sezione della seconda media, e 18 in terza.
Alla Dante Alighieri invece gli studenti saranno 125, 39 a San Leonardo (10 in prima, 15 in seconda, 14 in terza) e 86 a San Pietro (24 in prima, 29 nelle due seconde, 33 nelle due terze). https://wordpress.com/read/feeds/92330194/posts/2410824117

Il destino di Uccea/Učja si è compiuto

Una breve intervista riportata su Facebook, ripresa da Telefriuli, notizia con nulla di eclatante, quasi una curiosità, tanto per riempire il palinsesto: «Niente telefoni, nessun abitante. Uccea, un paese che non c’è più». A chi può interessare un vuoto creatosi all’interno di uno scenario da vecchia favola in una valle montana di per sé stessa negletta e sperduta?

Uccea/Učja, un paesino nascosto in fondo ad una stretta valle ai piedi del gigantesco massiccio del Canin, a un tiro di sasso dal confine sopra il torrentello omonimo che porta le sue acque verso l’Isonzo in Slove- nia. Frazione del comune di Resia/ Rezija, il cui capoluogo comunale si trova in un’altra valle che scende dal gigante montano; ci vogliono 17 km, superando sella Carnizza (1.086 m.s.l.m.), per raggiungerlo; e, fino a poco tempo addietro, a piedi, d’estate e d’inverno. Paesino, Uccea, ai cui piedi oggi corre una ex strada statale transfrontaliera (la 646); è dotato di due chiesette – una antica (S. Antonio) lontana dal centro già abitato

ed una più recente; aveva una scuola – demolita dopo il terremoto del 1976 –, un paio di osterie, casette dignitose per gente caparbia. Ora, la presa d’atto: l’abbandono totale alla stregua di tanti altri paesetti dove la vita normale pare divenuta impossibile. Porte sprangate, non fiori sui davanzali, campane mute, strade silenziose, ortiche negli orti a riconfermare l’abbandono. Silenzio.

Neppure io ne scriverei se quello non fosse per me un luogo di particolari ricordi, di forti emozioni, di lavoro impegnativo e gratificante. Era l’anno 1974, il mio secondo anno come maestro elementare. Dopo una iperattiva supplenza annuale a Drenchia nel troppo grande edificio scolastico per una dozzina di alunni, con un punteggio minimale potevo scegliere una sede di ruolo solo tra qualche paesino montano della lontana Carnia, tipo Lauco o Ovaro, e Uccea, la più vicina.

In ricognizione, mi sono avventurato sulla strada di Lusevera e, superando il passo Tanamea/Ta na meji, scesi lungo la valle, per me del tutto ignota, fino al paesello un po’ disperso sul versante sinistro del torrente.

Non sapevo che il mio futuro collega sarebbe stato un prete. Che ci facesse là era per me un rebus, ma non mi mancò l’opportunità di comprenderlo già da subito, quando, ricevuto nella disadorna canonica autogestita, conobbi don Vito Ferrini. Nel colloquio, che potrei definire fraterno, compresi il suo particolare modo di gestire la vita in quel piccolo mondo, non solo la specifica conduzione pastorale e scolastica, ma l’impegno totale e disinteressato per tutta la comunità che a lui faceva riferimento. «Qui, lo puoi vedere da solo, – mi diceva – la vita è difficile soprattutto per i ragazzi. Già a partire dalla lingua, un antico dialetto sloveno, contando anche l’isolamento dal resto del mondo. Le case sparse sul ripido versante in piccoli agglomerati lo acuiscono e così la chiesa e la scuola diventano gli unici strumenti e occasioni di aggregazione, di socializzazione e conoscenza. Neppure la Tv, un telefono pubblico… Qui i ragazzi stanno a scuola dal primo mattino al tardo pomeriggio – colazione, pranzo e merenda compresi, cui provvedeva coi propri mezzi –, altrimenti quei pochi rimasti rimarrebbero inselvatichiti come cuccioli allo stato brado».

Mi è sembrato da subito un uomo e prete particolare e pensai istintivamente a don Lorenzo Milani e alla scuola di Barbiana. Questo qui, mi dissi, dopo aver a lungo colloquiato e discusso sul mio futuro impegno, ha preso sul serio il suo ministero e a me non rimane che mettermi in sintonia con lui, perché anche per me fare l’insegnante non doveva rimanere un qualsiasi

lavoro, ma una missione, perché quei deliziosi ragazzi affidatimi richiedevano senso di responsabilità, sensibilità e dedizione. In fondo sarei stato corresponsabile della vita quotidiana di quella particolare dozzina da sei a otto ore per cinque giorni alla settimana. Accettai senza rimpianti, anche se, come mi avvertì don Vito, la strada da Tanamea al paese dopo la terza nevicata diveniva una pista da bob, comunque aperta per via della caserma della Finanza a custodia del valico. A distanza di tanto tempo ricordo in particolare i tre ragazzini più piccoli, Roberto, Marcellino e Vito, cui qualche volta scappava di chiamarmi mamma.

Ecco perché mi ha colpito la notizia di quel piccolo mondo che affonda la propria storia agli inizi del XVI secolo, che contava negli anni 50 del secolo scorso oltre 400 residenti. Nelle sere, soprattutto quelle invernali, nel piccolo alloggio ricavato nei locali della scuola, consultavo e trascrivevo i particolari di quella popolazione rimasta (110 residenti), annotavo le caratteristiche, il modo di vita, il senso di quella resistenza. Già allora non mi facevo illusioni e assieme a don Vito ci sforzavamo di preparare i ragazzi al mondo più ampio che inevitabilmente li avrebbe attratti e dispersi. Don Vito aveva la mappa dettagliata di tutte le famiglie, delle persone rimaste e di quelle che se n’erano andate in cerca di fortuna e di sole. E io, per la prima volta mi cimentai nella lettura del dialetto resiano, così come riportato dallo studioso Milko Matičetov. Mi meravigliavo, accorgendomi di poter comprendere, col mio dialetto delle Valli del Natisone, quello del posto. Così con quei ragazzi mi sentivo di condividere memorie e valori.

Il destino di Uccea/Učja – chiamiamo così questa sua prevedibile parabola storica – si è compiuto. Rimane un ricordo e il rimpianto constatando che per prime ad abbandonarlo sono state le pubbliche istituzioni. Uno dei luoghi della nostra storia, emblema di tanti altri nostri paesini su cui incombe la stessa sorte. E questo mio scritto non è che uno sconsolato De profundis col cuore affranto per il probabile analogo destino di molti paesi delle mie Valli slovene.

Riccardo Ruttar

Il destino di Uccea/Učja si è compiuto_Vas Učja umira

Cosa cambia sull’immigrazione col nuovo governo?

Per ora poco, ma molto nello scenario europeo: La Stampa scrive che ci sarebbe già un piano per discutere la redistribuzione dei migranti con Malta, Francia e Germania
(foto: ANNE CHAON/AFP/Getty Images)

L’arrivo di Luciana Lamorgese al Viminale al posto di Matteo Salvini ha portato con sé una prima novità in tema di immigrazione: il nuovo ministro dell’Interno ha deciso di non emettere nessun provvedimento che vieti l’ingresso in acque italiane alla Ocean Viking, la nave gestita dalle ong Sos Méditerranée e Medici senza Frontiere che nei giorni scorsi ha soccorso 84 migranti e chiesto un porto per far sbarcare i suoi passeggeri.

Lamorgese non ha rilasciato dichiarazioni a questo proposito e non si sa se abbia preso questa decisione da sola o in accordo con Lorenzo Guerini e Paola De Micheli, i due ministri del Partito democratico a capo rispettivamente del ministero della Difesa e di quello delle Infrastrutture e dei trasporti. Nei giorni scorsi però tutti e tre avevano annunciato di volersi distanziare dalla precedente strategia di Salvini, che prevedeva negare il diritto di sbarco a qualsiasi nave fosse impegnata in un salvataggio.

Per ora, la rottura è solo parziale. Il governo, infatti, non ha firmato il divieto di ingresso ma non ha nemmeno dato l’autorizzazione a far sbarcare i migranti, motivo per cui la Ocean Viking resta ancora in mare aperto. Ieri, 10 settembre, Lamorgese aveva anche informato l’equipaggio della Alan Kurdi – un’altra nave impegnata nel soccorso in mare – di non poter accogliere i migranti a bordo perché il provvedimento firmato il 1° settembre da Matteo Salvini – e controfirmato dai ministri Danilo Toninelli e Elisabetta Trenta – era ancora valido.

Matteo Villa, un ricercatore dell’Ispi esperto di immigrazione, è convinto che prima o poi i migranti della Ocean Viking sbarcheranno, anche perché gran parte del Pd lo chiede. Lo stesso segretario del partito Nicola Zingaretti in tv su Di Martedì, in onda su La7, ha detto che la nave deve attraccare in Italia “senza se e senza ma”. Questo non significa che l’Italia si farà carico dell’accoglienza dei naufraghi: secondo Villa, è probabile che cercherà comunque di ricollocare i migranti negli altri paesi una volta che saranno approdati…https://www.wired.it/attualita/politica/2019/09/11/nuovo-governo-immigrazione/?refresh_ce=

Il lupo e il leone – Esopo

Un lupo aveva rubato una pecora dal gregge
e la trascinava nel suo covo, quando un leone
gli si fece incontro e gliela portò via.
Tenendosi a una certa distanza, il lupo gli gridò:
<< Bell’ingiustizia ! mi porti via quello che è mio! >>
E il leone, ridendo: << Già ! perché tu l’avevi avuta
secondo giustizia, da un amico …>>
La favola è un’accusa contro i ladri e i prepotenti
che si incolpano a vicenda quando hanno la peggio.

da https://poetyca.wordpress.com/

🌈🌸Buona serata🌸🌈 — tavolozza di vita

https://wordpress.com/read/feeds/237745/posts/2409905798

In viaggio con Marcello: Le tradizioni gastronomiche del Friuli Venezia Giulia —

Quante cucine diverse si incontrano nella tradizione gastronomica del Friuli Venezia Giulia? A questa e a molte altre domande  cercheranno di rispondere Marcello Masi e i suoi “compagni di tavola” Rocco Tolfa e Carlo Cambi, nella puntata in onda sabato 13 aprile alle 10.15 su Rai2, raccontandoci come è cambiato il nostro modo di mangiare e quale sarà il futuro della nostra alimentazione. Con loro, Giorgia Fantin Borghi, esperta di storia del galateo, che con tono ironico e divertente ci ricorderà quali sono le buone maniere da adottare a tavola.
Si esplorerà così l’anima ricca e composita della cucina del Friuli Venezia Giulia, regione di confine dallo spirito mitteleuropeo, terreno di incontro per popoli e artisti come Joyce, Svevo e Pasolini. I momenti storici che questa regione ha attraversato, a partire dalla dominazione veneziana, hanno determinato fortemente il patrimonio gastronomico che oggi può vantare.
Lo chef Paolo Zoppolatti, friulano di Cormons, preparerà un intero pranzo con le specialità più celebrate della regione, dal golosissimo frico, una “torta” di formaggio taleggio fritta in padella, ai cjarsons, originali ravioli di pasta riempita con gli ingredienti più impensati. Un approfondimento verrà poi dedicato al caffè, che proprio al porto di Trieste deve il merito della sua grande diffusione in Italia, e al dolce italiano più famoso nel mondo, il tiramisù.
Come sempre, anche nella puntata sul Friuli Venezia Giulia verrà valorizzato il legame con il mondo del vino e i possibili abbinamenti tra i cibi in tavola e i vini della tradizione regionale. Questa volta, in primo piano ci saranno i vitigni del Collio, mentre Bruno Pizzul annuncerà una divertente “squadra” di vini friulani.

https://wordpress.com/read/blogs/130622733/posts/102776

Slavo o sloveno?

L’amore per il proprio dialetto, che tutti affermano di voler conservare e tutelare, esige che venga definito correttamente.

“Tappa a San Pietro al Natisone. Primo dei Sette Comuni in cui si parla il dialetto sloveno”.

Benito Mussolini

I neofascisti e i nazionalisti nostrani tentano da 50 anni di convincerci che il dialetto parlato nelle valli del Natisone non ha nulla in comune con la lingua slovena. Di tutt’altro avviso era invece il loro “maestro” ed ispiratore Benito Mussolini il quale, su questo specifico problema, aveva delle idee chiare ed ha contestato “ante litteram” i suoi futuri epigoni ed ammiratori, nel suo libro “I1 mio diario di guerra MCMXV – MCMXVII” (Libreria del Littorio), pubblicato dopo la prima guerra mondiale, leggiamo, alla data 15 settembre 1915 la seguente nota: “Tappa a S. Pietro al Natisone. Primo dei Sette Comuni in cui si parla il dialetto sloveno. Incomprensibile per me”.

Nell’anno successivo, trovandosi a Plezzo (Bovec, nell’alta valle dell’Isonzo) scrive nel diario: “Questi sloveni non ci amano ancora. Ci subiscono con rassegnazione e con malcelata ostilità”.

Dunque Mussolini sapeva che dal Ponte San Quirino fino a Plezzo abitavano gli sloveni che parlavano il dialetto sloveno o la lingua slovena. E quando nel 1933 ha proibito anche nelle valli del Natisone l’uso della lingua slovena, sapeva quello che faceva.

I1 7 gennaio del 1912 il Consiglio comunale di Grimacco ha approvato all’unanimità una Relazione sullo stato del comune da sottoporre all’attenzione del presidente della provincia di Udine in cui si afferma tra l’altro che il Comune “è popolato da circa 1700 abitanti, tutti di razza e lingua slava, e di costumi in tutto simili alle popolazioni di confine della stessa razza e lingua del limitrofo Impero Austro-Ungarico”. Dunque, nel comune di Grimacco, nel 1912, si parlava la stessa lingua che si parlava ‚nella valle dell’Isonzo, cioè quella slovena. Parola dei consiglieri comunali e del sindaco di Grimacco.

Nell’anno scolastico 1928-29 il cardinale Bisletti della Sacra Congregazione dei Seminari diede comunicazione all’Arcivescovo di Udine, Mons. Nogara, di aver ottenuto un contributo di Lire 9.000, concesso dallo Stato italiano “allo scopo di organizzare i corsi per l’insegnamento della lingua slovena ai chierici di codesto seminario” (di Udine).

I corsi continuarono per tutto il Ventennio fascista, continuarono durante la seconda guerra mondiale e anche nel dopoguerra, fino agli anni ’70, quando, per mancanza di chierici, furono sospesi.

In questo modo lo Stato finanziava corsi di s1oveno per i futuri sacerdoti che avrebbero potuto esercitare il ministero pastorale non in Slovenia ma nei paesi sloveni della diocesi di Udine. Lo Stato italiano sapevo già nel 1928 che nella provincia di Udine esistevano gli sloveni e non i “paleo-slavi”.”Novi Matajur”

Realizzato da Nino Specogna

http://www.lintver.it/natisoniano-opinioni-slavoosloveno.html

Manuel Cohen, A mezza selva #7: Ida Vallerugo

poeti friulani

Amedeo Giacomini, uno dei massimi neodialettali del Secondo Novecento con Franco Loi, Franco Scataglini e Raffaello Baldini, così scriveva: «Forse meglio dei loro compagni di strada, Elsa Buiese, Ida Vallerugo, le grandi e minime scrittrici tutte che, in questi ultimi travagliatissimi anni, hanno cantato nella koinè (la Buiese) o nelle parlate locali delle loro montagne le proprie e le altrui nevrosi, hanno dato un volto nuovo alla poesia in friulano, un sound che non è più quello intimistico o crepuscolare degli epigoni di Pasolini e nemmeno quello astrattamente protestatario del neo-realismo, bensì il sound della realtà presente, così duro e amaro da spingerci a trovare le nostre radici non nella storia dei nostri padri e delle nostre madri, ma, come ci invita la Vallerugo, in quella dei nonni, nella vita di quegli avi che, essendoci ormai tanto lontani, non possono più farci male. È, ripeto, il loro un modo nuovo di fare poesia in friulano: non al femminile o al maschile, ma nella verità delle coscienze; ciò assume un valore di portata piuttosto rilevante: Novella Cantarutti prima, Maria Forte, Elsa Buiese e Ida Vallerugo poi hanno contribuito a rinnovare con la loro sensibilità la nostra lingua poetica, a farla finalmente lingua di un popolo» (in Appunti per una storia non conformista della letteratura friulana, dalle origini ai nostri giorni, «Il Belli», n. 1, settembre 1991). Nel sound della realtà presente, la radice matria ed etnografica marca gli stigmi dell’appartenenza:

da Maa Onda

L’aurec

Aurec’ gno dôlc’, amâr
meil picjât d’unvier
i ràpis pì madûrs e viludâs
i ai leât in un mac pesant
e i lu puârti e i ti puârti
fia mè in ta la muart
par blancj stradi ch’a si dîsfin
bandonadi da la rasón.
Essi cun te che pì i na tu
so al é tant di pì che il vivi
fra i vîs indafarâs ch’a mi tuélin il rispîr
chè pâs ch’a ocòr
par essi danâs a la mè manêra.
Essi cun te simpri grignél par grignél
aurec’ gno picjât al gno trâf sutîl
in chêsta stansa da la puârta par gì four piturada
indulà che un canài plen di fan
a nal à tacât il sió rap stret fra li mans
parcé i grignéi a son contâs…

L’aurec.

Aurec’ mio dolce, amaro/ miele appeso d’inverno// i grappoli più maturi e vellutati/ ho legato in un mazzo pesante/ e lo porto e ti porto/ figlia mia nella morte/ per bianche strade che si dissolvono/ abbandonate dalla ragione.// Essere con te che più non ci sei/ è tanto di più che il vivere/ tra i vivi indaffarati che mi tolgono il respiro/ quella pace che occorre/ per essere dannati alla mia maniera./ Essere con te sempre granello per granello/ aurec’ mio appeso alla mia trave sottile/ in questa stanza dalla porta d’uscita dipinta/ dove un bambino pieno di fame/ non ha mangiato il suo grappolo stretto fra le mani/ perché i granelli sono contati…

(Aurec: mazzo di rami di vite con i grappoli più scelti legati insieme. Veniva appeso alle travi del soffitto. L’uva appassita veniva mangiata d’inverno. Il suo nome varia da zona a zona e non ha un nome corrispondente in italiano. Qui, l’Aurec è sinonimo della nonna morta.)

Figura appartata e ritrosa la cui produzione assomiglia al percorso di un fiume carsico: alle raccolte in lingua (1968, 1972) segue un silenzio editoriale lungo un quarto di secolo, interrotto sporadicamente da rare uscite su riviste e antologie (1983, 1984, 1987), fino all’esordio neodialettale di Maa onda (1997) che raccoglie testi scritti dal 1979. Ida Vallerugo è nata e vive a Meduno, città devastata dal terremoto del Friuli del 1976 e dove la parlata ancora vigente è il friulano occidentale, ennesima varietà del friulano. Proprio il sisma, e la scomparsa della nonna, sembra siano tra i fattori scatenanti la sua scrittura. Testimonianza ne è la prima silloge neodialettale, Maa onda, dove, rileva Brevini: «nell’immagine della nonna l’autrice raffigura il mondo contadino delle proprie radici, di cui i versi costruiscono una dolente saga fatta di fatiche, emigrazioni… La morte della nonna è colta nella sua coincidenza con la distruzione del mondo contadino, che dilata sul piano collettivo l’esperienza di sradicamento, che l’io poetico avverte a livello individuale» (cfr. F. Brevini, Le parole perdute, Einaudi, Torino 1990).

da Maa Onda

da https://poetarumsilva.com/2018/05/07/manuel-cohen-a-mezza-selva-7/

PoEstate Silva: Poesie inedite di Alessandro Canzian

da Olga

Di domenica mattina Olga
ascolta musica anni ottanta,
credo di quand’era una bambina.
La sento ballare coi piedi scalzi,
lo smalto rosso e un’unghia rotta.
La vita ritirata come un ragno.

Olga la sera investe
tutta se stessa in un divano,
una telefonata a sua madre,
uno schianto. La distanza
degli anni è come ortica.
È tutto ciò che resta.

da Carlo

Carlo è il ragazzo della porta
accanto. Vive solo. Grida
qualche volta di notte perché
tutto ciò che è trattenuto
alla fine esplode, butta
le immondizie la sera, come
la vita, una volta alla settimana.

da © Alessandro Canzian, Condominio S.I.M. (raccolta inedita)

Sono brevi componimenti questi di Alessandro Canzian, dal sapore epigrammatico; quasi istantanee dell’ascolto e dell’auscultazione dei tempi, dell’oggi. Condominio S.I.M., raccolta inedita e sulla quale ancora verte il lavoro di lima (come attestano le note sulla copia che ho ricevuto in lettura), non vuole essere una Spoon River della verticalità condominiale perché qui si ritraggono vite in corso, per quanto siano condensate e racchiuse nei loro tic meccanici. Vite che appaiono anonime malgrado le sezioni portino il nome del condomino della porta accanto, perché le nostre vite sono così oggi: sconosciute nel rapporto diretto e note nell’osservazione e nella ricostruzione dall’altra parte della parete, del corridoio. (fm)

https://alessandrocanzian.wordpress.com/chi-sono/

Il consigliere e gli argini delle parole — NoviMatajur

Bastano la rabbia, la delusione e la distanza che ormai la politica ha messo – irrimediabilmente? – tra sé e i cittadini per spiegare l’uso volgare del linguaggio di certi politici, anche nostrani?
Per gli esperti di comunicazione il fenomeno non nasce certo oggi ma certo l’avvento dei social, sui quali gli interventi richiedono brevità e incisività, ha permesso di superare abbondantemente gli argini della buona educazione e del buon senso.
Ultimo caso, tutto nostro, è quello che ha visto per protagonista il consigliere regionale leghista Danilo Slokar che,
bontà sua, verrà probabilmente ricordato dai posteri più per aver evocato, durante una festa del suo partito a Trieste, “il ritorno alle armi contro i fascisti del Partito democratico” che per qualche suo provvedimento politico. Slokar, va detto a onor di cronaca, ha voluto metterci una (mezza) pezza affermando di essere “sinceramente dispiaciuto che alcune parole, pronunciate in un contesto particolare, vengano ricondotte a intenzioni violente, ben lontane dal mio modo di essere e di pensare.”
In questo caso non si può neanche dire che la smentita sia una mezza conferma, poiché in realtà il consigliere leghista non smentisce del tutto una frase che, comunque la si voglia vedere, è un indicatore del clima politico che stiamo
vivendo. Non confronto ma battaglia, non avversari ma nemici, da combattere anche
con mezzi impropri.
Per tornare alla domanda iniziale, è solo una questione di disillusione quella che ha portato a tutto questo? La politica c’entra eccome ma, anche se suona banale dirlo, essa è lo specchio della società in cui viviamo, in cui noi stessi fatichiamo a riconoscerci. Se il linguaggio si sta impoverendo, decadendo, e non solo nella politica, è perché facciamo sempre più fatica a convivere con l’insulto e al contempo a dare un senso alla dignità. (m.o.)

https://novimatajur.it/opinioni/il-consigliere-e-gli-argini-delle-parole.html