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Ecco l’Atlante della montagna friulana

Presentato stamattina, nella Sala Kugy del palazzo della Regione a Udine, l’Atlante della Montagna Friulana. La Cooperativa Cramars ha messo a frutto tutte le proprie competenze e, in soli nove mesi, ha studiato e confrontato diversi dati, statistici e non, sulla montagna del Friuli Venezia Giulia forniti da Istat, Regione Fvg e Unioncamere. Un lavoro che tratteggia una zona geografica importante per vastità ma che risulta fondamentalmente ai margi-ni dei processi di sviluppo territoriale.

Gian Matteo Apuzzo – INCE Iniziativa Centro Europea – Progetto Sentinel – prosegue: “Grazie al progetto Sentinel, co-finanziato dal programma Interreg Europa Centrale, e alle attività pilota realizzate in Carnia e in Cadore, abbiamo un modello di integrazione locale per le imprese sociali che possiamo esportare co-me buona pratica nei 17 Paesi membri dell’Iniziativa Centro Europea (InCE): sviluppo sostenibile significa anche conoscenza della dimensione locale e recupero della relazione tra i territori, i loro bisogni e gli operatori locali che a questi bisogni possono far fronte. Per InCE, che il 12 giugno scorso, con la “Dichiarazione di Trieste” ha avuto mandato dai Ministri degli Esteri dei suoi Paesi membri di rafforzare la cooperazione transazionale tra gli attori locali, quanto sviluppato in Carnia e in Cadore è un successo, che siamo fieri di aver contribuito a realizzare, e che intendiamo promuovere in tutto i Paesi membri della nostra Organizzazione, partendo proprio da quelle aree periferiche, definite a volte marginali, che devono tornare ad avere un ruolo centrale per lo sviluppo del benessere delle comunità e il rafforzamento dell’Europa. Il lavoro di Cramars è stato determinante per un’azione concreta sul territorio perché strettamente legato ai reali bisogni della montagna”.

L’Atlante della Montagna Friulana si suddivide in categorie di informazioni – testo e tabelle – e analizza tre diverse aree montane: Carnia, Canal del Ferro Valcanale, Valli e Dolomiti Friulane. La metodologia utilizzata si basa, in alcuni casi, anche sul confronto sistematico che compara altre Province completamente montane dell’arco Alpino Italiano per capirne le dinamiche. Queste osservazioni hanno permesso di evidenziare le esigenze più pressanti di questi territori, verificare la bontà delle politiche messe in atto fino ad oggi e tracciare la strada per le azioni future a medio e a lungo termine.

Stefania Marcoccio, Presidente di Cramars, Cooperativa per lo sviluppo locale e la formazione professionale, dà il benvenuto ai presenti e afferma: “Abbiamo fortemente voluto realizzare questo Atlante della Montagna Friulana per posizionare Cramars al centro del dibattito sulle politiche di sviluppo locale, da troppo tempo assenti in Friuli”.

Loris Toneguzzi, Direttore del servizio coordinamento politiche per la montagna, portando i saluti di Stefano Zannier – Assessore alle Risorse Agroalimentari, Forestali e Ittiche e alla Montagna, inizia con queste parole: “Conoscere meglio la montagna è importante per l’orientamento delle politiche regionali. Ci permette di raccogliere spunti concreti per lavorare in modo mirato su questo territorio. L’Atlante della Montagna ci aiuta a sviluppare al meglio le future politiche regionali e ad avviare le giuste strategie”.

Vanni Treu, Vice Presidente di Cramars, inizia ad illustrare alcuni aspetti dell’Atlante (riportati qui di seguito), partendo da dati storici che affermano come lo spostamento del potere abbia trasformato le Alpi da cerniera in barriera. Al termine del suo intervento, afferma: “L’Atlante è e vuole diventare uno strumento di monitoraggio continuo rispetto alle politiche attuate nei territori montani. Quello di quest’anno è il numero zero. Annualmente andremo a verificare l’evoluzione e gli impatti che il sistema della governance pubblica genera nei territori montani”.

Durante la conferenza stampa, giungono i saluti di Marco Bussone, Presidente nazionale Uncem, Unione dei Comuni, delle Comunità e degli Enti montani: “L’Atlante offre una rappresentazione del presente e orienta le politiche del futuro. Regionali e nazionali. Abbiamo bisogno di una serie di politiche attente e lun-gimiranti, a partire da una fiscalità differenziata e peculiare per le imprese dei territori, dal potenziamento della Strategia nazionale aree interne, fino all’aumento dei fondi per la montagna previsti dalla legge 97/94 e all’attuazione piena della legge piccoli Comuni 158/2017. I dati dell’Atlante non sono solo per gli addetti ai lavori, ma un patrimonio di conoscenze che racconta e genera comunità. Delle quali abbiamo grande bisogno”.

Giuseppe Sibau, Consigliere Regionale, sostiene: “Le nostre montagne non godono di buona salute. Ad esempio, i costi del vivere in montagna sono più alti di quelli della pianura. È però fondamentale che anche chi non vive la montagna si prenda a cuore il suo destino e che vengano messe a disposizione adeguate risor-se per lo sviluppo. Gli affari della montagna, se non vengono curati come si deve, si ripercuotono anche in pianura, soprattutto nel lungo periodo. L’ottimo lavoro di analisi che è stato fatto finora da Cramars e dalla Regione va esteso a tutta l’area montana del Friuli. Diventa necessario mettere in atto politiche di ripopolamento delle zone montane, con incentivi per l’occupazione locale dei giovani e il miglioramento effet-tivo dei servizi come la connessione a banda larga”.

Serve un segnale forte della politica altrimenti si va verso una fase di non ritorno. Ad esempio, esiste una misura della Regione Friuli Venezia Giulia per le aree con svantaggio localizzativo. Si tratta di una misura poco utilizzata a causa dell’aumento della burocrazia. La mia proposta è di delegare agli enti o ad altre realtà di supporto la compilazione dei documenti perché gli anziani non sono in grado di occuparsene. In Commissione competente si è parlato di rischio d’incendi in montagna: una proposta su cui concorda l’assessore regionale Zannier, ma per la quale bisogna trovare i fondi, per creare aree pulite di almeno 100 metri intorno alle frazioni. Dobbiamo comprendere che se la montagna morirà, tutti ne pagheremo le conseguenze, non solo i suoi abitanti”.

Ecco quindi, in sintesi, quanto emerge dall’Atlante della Montagna Friulana.
Benessere Economico
In questa sezione viene misurata la “ricchezza” attraverso un indicatore molto preciso: il reddito lordo medio pro capite. Il risultato dei vari confronti con altre province alpine è molto disomogeneo. Ci sono ben 2.000 euro di differenza tra la provincia di Bolzano e quella di Udine, che diventano quasi 6.000 Euro lordi all’anno se, invece, vengono confrontati i dati del comune di Paularo, che, pur essendo il secondo Comune della Carnia, è quello meno performante con un reddito lordo annuo di 12.308 Euro.
Quindi si può concludere che la montagna friulana sia priva di attrattiva perché la situazione generale non è in grado di generare reddito in maniera adeguata per i suoi abitanti. Da qui sono necessarie azioni mirate per risollevare la situazione e permettere ai cittadini di raggiungere, in base alle proprie competenze e aspirazioni, un certo benessere economico.

Mercato del Lavoro
Perché si scappa dalla montagna? Analizzando in profondità i dati raccolti per l’Atlante nella sezione Mercato del Lavoro, sono stati evidenziai quelli che vengono definiti “feedback negativi auto generanti”. Ovvero delle situazioni che accelerano la fuga delle persone dalla montagna alla città o alla pianura in generale.
Durante l’attuazione dello studio, si è scoperto che il livello di assunzioni nel settore dell’ospitalità, al 31/12/2018, per l’area montana della Carnia, era simile a quello registrato nell’area manifatturiera. Ad un primo sguardo potrebbe sembrare un dato positivo. In realtà, nel caso di under 30, nel settore manifatturiero la tipologia dei contratti era a tempo indeterminato per quasi il 50% mentre nel settore dell’ospitalità la forma prevalente era di tipo determinato o intermittente e comunque legato alla stagionalità inverno/estate. In conclusione, solo con l’impostazione di una strategia programmatica per il territorio montano, si potranno riequilibrare le opportunità di sviluppo a favore del comparto turistico.

Calo Demografico
Il principale problema dell’area montana del FVG (e della Regione stessa anche se in misura minore) è dato dal calo demografico. Nel periodo 2014/2018 tale fenomeno è cresciuto con un ritmo esponenziale soprattutto nella zona del Tarvisiano. Nonostante le infrastrutture turistiche realizzate o migliorate negli ultimi anni come la pista ciclabile e gli impianti da sci. La conseguenza allo spopolamento in favore delle località di fondovalle, porta anche ad un invecchiamento della popolazione in termini assoluti. Un tracollo che potrebbe avere serie ripercussioni sull’erogazione dei servizi. Ma è davvero così che si desidera continuare a governare le Terre Alte? Occorre agire prima che sia troppo tardi, tenendo conto del fatto che nel settore demografico le politiche di oggi si possono misurare solo fra 20 anni. Decisamente un tempo troppo lungo per chi è abituato a ragionare a scadenze elettorali. https://www.ilfriuli.it/articolo/tendenze/ecco-l-atlante-della-montagna-friulana/13/209123


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Dino Persello a Tarcento con la Grande Guerra raccontata da “Meni Ucel”

di Giuseppe Longo

Ma Dino Persello poteva rimanere estraneo al centenario della Grande GuerraCertamente no. E allora ecco un bel lavoro teatrale che attinge a un’opera del grande e indimenticato “Meni Ucel” – al secolo Domenico Otmar Muzzolini, nato a Billerio nel 1908 e morto a Felettano nel 1987, autorevole voce di “Risultive” – dal titolo “La mia guerra del ‘15”, che sarà presentato in prima assoluta venerdì 8 novembre, alle 20.45, a Palazzo Frangipane, storica sede del Comune di Tarcento, organizzatore con il suo assessorato alla Cultura della promettente serata culturale. La riduzione teatrale, l’interpretazione e la regia sono dello stesso Persello che si è appassionato a questo racconto di “Meni” decidendo appunto di portarlo in scena. Le musiche originali di Gian Nicola Vessia sono eseguite al pianoforte da Teo Luca Rossi; le fotografie sono invece a cura di Andrea BavecchiL’ingresso è libero

continua qui… https://friulivg.com/dino-persello-a-tarcento-con-la-grande-guerra-raccontata-da-meni-ucel/?fbclid=IwAR30LcECpKebQ38LpHNHx1H_AjdjiNEd8GcAiA9-Uy8r3k6nBUjJDZaLqXc

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Do you speak furlan? Yes, I do (con la -d cjargnele) — Vieni in Carnia

leggete questo interessantissimo articolo –> finco_inglese_friulano Io parlo friulano, o la sua variante tolmezzina, per meglio dire. E ho studiato lingue: inglese e spagnolo. Pensare in friulano mi ha aiutata di più nell’imparare l’inglese, una lingua germanica, che lo spagnolo, lingua romanza come l’italiano. E mi ha sempre divertito molto cercare e trovare le similitudini […]

Do you speak furlan? Yes, I do (con la -d cjargnele) — Vieni in Carnia
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L’alcolismo è collegato alle dimensioni cerebrali? — ORME SVELATE

Il volume ridotto di sostanza grigia nell’insula e nella corteccia prefrontale dorsolaterale può rappresentare un fattore di rischio predisposto geneticamente conferito per il disturbo da uso di alcol.

L’alcolismo è collegato alle dimensioni cerebrali? — ORME SVELATE
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Turismo,il nodo è la sinergia

Eppure qualcosa si muove. Il turismo esperienziale, slow, verde, sostenibile, non è solo una chimera spacciata per panacea di tutti i mali da politici di ogni rango e dalla stampa locale. Esiste. Anche nelle valli a ridosso del confine. Lo confermano i dati, in aumento anche dal lato dell’offerta, sui pernottamenti nell’Albergo diffuso delle Valli del Natisone nel 2019 (ne parliamo a pagina 2). A fine anno si raggiungeranno i tremila pernottamenti. Un trend in crescita da almeno cinque anni, su cui quindi val la pena investire. Con risorse, promozione e formazione del personale per un’offerta che sia in grado di generare un circolo virtuoso anche in termini di indotto e occupazione.

Ora però, confrontiamo questo numero, tremila, con quest’altro: 860mila. Sono i pernottamenti che, si stima, si raggiungeranno nei comuni di Tolmino, Caporetto e Bovec. Togliamo Tolmino che per dimensioni non è paragonabile con i comuni valligiani. Togliamo anche Bovec (3300 residenti circa) che può contare sul turismo invernale. Solo nel comune di Caporetto quindi (poco più di 4100 abitanti) ci saranno 205.500 pernottamenti. Non servono grandi economisti per capire che la realtà delle Valli del Natisone non può fare concorrenza con queste cifre. Non solo non può, non deve. Al contrario dovrebbe, come sta cercando di fare in modo frastagliato, creare una sinergia sempre più stretta con l’Alta valle dell’Isonzo. Ponendosi come interlocutore fra questa e la città di Cividale che sta diventando una meta turistica sempre più attrattiva.

Lavorare in sinergia e, visto il paesaggio simile, copiarne le buone prassi. Che non sono fatte solo di modelli di promozione turistica. Ma soprattutto di quei due pilastri, coesione sociale e leadership, di cui abbiamo scritto su questa colonna alla nausea. Da tradurre in politiche in grado di valorizzare la cultura, la cura del territorio, l’agricoltura e l’allevamento non intensivi. Settori fondamentali per la salvaguardia del paesaggio e quindi per lo sviluppo del turismo.

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Siamo un paese antisemita? — East Journal

La destra italiana ha votato contro l’istituzione di una Commissione parlamentare sull’antisemitismo. Perché? Un sondaggio ci aiuta a capire i sentimenti degli italiani verso gli ebrei. Siamo davvero un paese antisemita? L’articolo Siamo un paese antisemita? sembra essere il primo su East Journal.

Siamo un paese antisemita? — East Journal
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IL PONTE MAGGIORE, “PUINT DAL DIAUL”, “VELIK MUOST”, DI CIVIDALE DEL FRIULI

IL PONTE MAGGIORE, “PUINT DAL DIAUL”, “VELIK MUOST”, DI CIVIDALE DEL FRIULI

Il Ponte del Diavolo di Cividale del Friuli, “Puint dal Diaul” in friulano o “Velik muost” in dialetto sloveno delle Valli del Natisone, è uno fra i luoghi più fotografati della regione.

Quanti di voi ci sono passati e magari fermati, a guardare il nuotare tranquillo delle trote e dei cavedani presenti nelle pozze smeraldine sottostanti?

UNA ZONA STRATEGICA

Le sponde del fiume Natisone, che in questo luogo diventano scoscese e impervie, furono scelte in epoche molto antiche come luogo strategico presso il quale costruire zone per accamparsi e magari stazionare.

La gola scavata dal fiume in questo particolare punto, accompagnata dallo snodarsi di zone pianeggianti e facilmente coltivabili, rese questo territorio interessante anche per i Romani, che fondarono qui un avamposto militare, due secoli prima della nascita di Cristo.

Giulio Cesare poi lo trasformò in un Forum, un mercato, zona di scambio e commercio tra diverse realtà, che in questo luogo potevano fiorire ed incontrarsi. Da qui il nome “Forum Iulii” che, trasformandosi, identificò nel tempo tutta la regione.

UN CENTRO DI PRESTIGIO

La città godette di grande prestigio in maniera costante, tanto che all’arrivo dei Longobardi in Italia divenne la capitale del loro primo ducato “italiano”, con un sistema difensivo più sviluppato, a cui il fiume già dava manforte.

Ma la città, ovviamente, iniziò ad espandersi anche al di là delle sponde e alle prime passerelle di legno, costruite nei luoghi più a valle, iniziarono ad affiancarsi progetti di ponti più strutturati, che avvantaggiassero i passaggi di carri e animali, per meglio favorire il lavoro e il commercio.

120 ANNI DI LAVORO PER UN PONTE CHE DURÒ NEI SECOLI

In quest’ottica, in pieno Medio Evo, s’iniziò a costruire il Ponte del Maggiore, in seguito chiamato anche Ponte del Diavolo (con ben due leggende a favore di questa denominazione): un ponte largo e in pietra, un materiale durevole e non soggetto alle paure di incendio, metodo usato nel passato, durante i conflitti militari, per isolare la città.

La costruzione impegnò diversi personaggi, famiglie e capomastri per oltre centoventi anni, a conclusione dei quali il ponte era pronto, solido e resistente alle importanti ondate di piena del fiume, che nel passato avevano tanto danneggiato la città.

Fu costruito così bene che durò, subendo pochi interventi straordinari di restauro, fino a circa 100 anni fa, quando la necessità di salvare i cittadini dal nemico lo vide sacrificarsi alla causa.

LA DISTRUZIONE SULLA RITIRATA DI CAPORETTO

Nell’ottobre del 1917 le sorti della prima guerra mondiale avevano iniziato a virare da guerra di trincea a un disperato ripiegamento. Da Caporetto i soldati indietreggiavano su posizioni più arretrate, nel tentativo di contenere l’avanzata nemica e permettere al grosso dell’esercito di ricompattarsi al di là del fiume Tagliamento.

Ma il Tagliamento era diventato straordinariamente impetuoso in quei giorni, a causa delle abbondanti piogge autunnali e bisognava resistere ad oltranza per dar modo agli uomini di mettersi in salvo.

CIVIDALE IN PRIMA LINEA

Il Comando militare italiano aveva ordinato di dislocare in punti strategici schieramenti di militari per permettere ai restanti reparti di mettersi al riparo nelle retrovie.

Cividale diventava, così, una prima linea del conflitto.

Nelle giornate dal 24 al 27 ottobre fu un susseguirsi di incendi, bombardamenti e attacchi militari in tutti i monti e i paesi che circondano Cividale. Il Comando italiano aveva dato ordine di incendiare e distruggere qualsiasi cosa, per impedire che l’esercito nemico potesse trarre vantaggio di sostentamento dai beni che trovava nell’avanzata.

Dai carteggi e diari dei testimoni non ci furono pause per il susseguirsi di fucilate e attacchi nel corso di tutti e tre i giorni, e le alture bruciavano di fuochi accesi dai soldati di entrambi gli eserciti.

Ma il 27 ottobre, vista ormai l’impossibilità per numero ed equipaggiamenti di resistere ancora all’avanzata dell’esercito austroungarico, il Comando di Cividale dette l’ordine di far saltare i binari della ferrovia e il ponte sul Natisone.

LA DISTRUZIONE IN UNO SCOPPIO ITALIANO E LA RICOSTRUZIONE AUSTROUNGARICA

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La bussola del direttore

Stretti come sardine in un locale che può arrivare a contenere massimo 150 persone ma dentro al quale si muovono e ballano più di mille ragazzi.  Il tutto in barba alle norme sulla sicurezza e sulla vendita di alcolici ai minori. È questa la situazione di fronte alla quale si sono ritrovati i carabinieri di Udine la sera di Halloween all’Enjoy di Reana del Rojale. Il locale era stato chiuso già lo scorso marzo e il gestore, nuovamente segnalato alla Procura, aveva ricevuto una multa da ottomila euro.

Liste d’attesa troppo lunghe? Se i tempi non vengono rispettati i pazienti hanno diritto al rimborso della prestazione. Non solo. I vertici delle aziende non si vedranno riconosciuti i premi di risultato e saranno passibili di risoluzione contrattuale. Queste le principali novità contenute nel piano regionale per le liste d’attesa, adottato dalla Regione e presentato dal vicegovernatore con delega alla Salute, Riccardo Riccardi.

Colori, tessuti, modelli sono giovani e allegri, la fattura è artigianale, secondo la tradizione del calzaturificio di via Molini a Gonars. Due i modelli unisex, venti i colori proposti dal 36 al 46. Spiega Nicola Masolini, il più giovane di una famiglia che gestisce un calzaturificio nato negli anni 30-40 e poi strutturatosi nel 1949 – L’articolo (Video a cura di Daniela Larocca)

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Ascesa di analfabeti funzionali e populismo: Umberto Eco l’aveva previsto — Alchimie

Originally posted on Il pensiero di Emanuele Severino nella sua “regale solitudine” rispetto all’intero pensiero contemporaneo: UMBERTO ECO già negli anni Ottanta aveva previsto il diffondersi dell’analfabetismo funzionale contestualmente all’ascesa del populismo. vai a Ascesa di analfabeti funzionali e populismo: Umberto Eco l’aveva previsto

Ascesa di analfabeti funzionali e populismo: Umberto Eco l’aveva previsto — Alchimie
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Nella nebbia

Di Florian K, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4007292

E guardai nella valle: era sparitotutto! sommerso! Era un gran mare piano,grigio, senz’onde, senza lidi, unito.
E c’era appena, qua e là, lo stranovocìo di gridi piccoli e selvaggi:uccelli spersi per quel mondo vano.
E alto, in cielo, scheletri di faggi,come sospesi, e sogni di rovinee di silenzïosi eremitaggi.
Ed un cane uggiolava senza fine,né seppi donde, forse a certe pésteche sentii, né lontane né vicine;
eco di péste né tarde né preste,alterne, eterne. E io laggiù guardai:nulla ancora e nessuno, occhi, vedeste.
Chiesero i sogni di rovine: – Mainon giungerà? – Gli scheletri di piantechiesero: – E tu chi sei, che sempre vai? –
Io, forse, un’ombra vidi, un’ombra errantecon sopra il capo un largo fascio. Vidi,e più non vidi, nello stesso istante.
Sentii soltanto gl’inquïeti gridid’uccelli spersi, l’uggiolar del cane,e, per il mar senz’onde e senza lidi,
le péste né vicine né lontane.

Giovanni Pascoli

fonte https://websulblog.blogspot.com/2019/10/nella-nebbia-di-giovanni-pascoli.html#comment-form