Pubblicato in: friuli, reblog, storia

A Udine le prime dieci pietre d'inciampo

A Udine le prime dieci pietre d'inciampo

Anche Udine, da questa mattina, ha le sue prime dieci pietre d’inciampo, gli speciali sampietrini che, nel 1995, l’artista tedesco Gunter Demnig ha ideato per ricordare le vittime del nazismo in tutta Europa. Un gesto simbolico che vuole restituire a chi non c’è più un posto nel mondo e nella memoria delle future generazioni. Da qui il nome, dove l’inciampo è quello del ricordo collettivo, che non può e non deve dimenticare la tragedia dell’Olocausto e le deportazioni nazifasciste.

In città sono state posizionate dieci ‘mattonelle’ per rendere omaggio ad altrettanti cittadini udinesi che hanno vissuto il dramma della deportazione nei campi nazisti. Si tratta di Onelio Battisacco (via Veneto 253, Cussignacco), Jona Leone (via San Martino 28), Luigi Basaldella (via Pozzuolo 16, Sant’Osvaldo), Giuseppe Quaiattini (via Bologna, Beivars), Silvio Rizzi (via Bergamo 11, Rizzi), Cecilia Deganutti (via Girardini 5), Silvano Castiglione (via Brenari 14), Luigi Cosattini (via Cairoli 4), Giovanni Battista Berghinz (via Carducci 2) ed Elio Morpurgo (via Savorgnana 10), che fu sindaco di Udine.

L’iniziativa, promossa dall’Anpi, è stata sostenuta dal Comune di Udine. Tantissime le persone che hanno seguito il tour dell’artista tedesco in città e hanno partecipato alle toccanti cerimonie che hanno accompagnato la posa di ogni sampietrino.

https://www.ilfriuli.it/articolo/cultura/a-udine-le-prime-dieci-pietre-d-inciampo/6/213287

Pubblicato in: luoghi, reblog, storia, turismo

Cividale del Friuli: il misterioso borgo ricco di leggende — SiViaggia

Primo ducato longobardo in Italia e dal 2011 Patrimonio dell’Umanità Unesco, Cividale del Friuli è un comune di ben 11.000 abitanti in provincia di Udine. Vero gioiello del Friuli Venezia Giulia, Cividale custodisce delle tradizioni millenarie tutte da scoprire. Fondata da Giulio Cesare nel II secolo a.C. con il nome di Forum Iulii, da cui…

Cividale del Friuli: il misterioso borgo ricco di leggende — SiViaggia
Pubblicato in: friuli, storia

Silvano, o andare per carbone. — Dino Durigatto-post riproposto

Da Risorse mobili – I L C A R B O N E – Dino Durigatto Appartengo a una generazione nata dopo il disastro di Marcinelle*. Le stufe delle nostre case si alimentavano a legna, solo nella città i palazzi crescevano dotati dei nuovi impianti e con termosifoni. Tempo di boom economico, né io né gli altri bambini ce ne accorgevamo. Eppure ne […]

Silvano, o andare per carbone. — Dino Durigatto
Pubblicato in: reblog, storia

Dino Persello a Tarcento con la Grande Guerra raccontata da “Meni Ucel”

di Giuseppe Longo

Ma Dino Persello poteva rimanere estraneo al centenario della Grande GuerraCertamente no. E allora ecco un bel lavoro teatrale che attinge a un’opera del grande e indimenticato “Meni Ucel” – al secolo Domenico Otmar Muzzolini, nato a Billerio nel 1908 e morto a Felettano nel 1987, autorevole voce di “Risultive” – dal titolo “La mia guerra del ‘15”, che sarà presentato in prima assoluta venerdì 8 novembre, alle 20.45, a Palazzo Frangipane, storica sede del Comune di Tarcento, organizzatore con il suo assessorato alla Cultura della promettente serata culturale. La riduzione teatrale, l’interpretazione e la regia sono dello stesso Persello che si è appassionato a questo racconto di “Meni” decidendo appunto di portarlo in scena. Le musiche originali di Gian Nicola Vessia sono eseguite al pianoforte da Teo Luca Rossi; le fotografie sono invece a cura di Andrea BavecchiL’ingresso è libero

continua qui… https://friulivg.com/dino-persello-a-tarcento-con-la-grande-guerra-raccontata-da-meni-ucel/?fbclid=IwAR30LcECpKebQ38LpHNHx1H_AjdjiNEd8GcAiA9-Uy8r3k6nBUjJDZaLqXc

Pubblicato in: friuli, luoghi, reblog, storia

IL PONTE MAGGIORE, “PUINT DAL DIAUL”, “VELIK MUOST”, DI CIVIDALE DEL FRIULI

IL PONTE MAGGIORE, “PUINT DAL DIAUL”, “VELIK MUOST”, DI CIVIDALE DEL FRIULI

Il Ponte del Diavolo di Cividale del Friuli, “Puint dal Diaul” in friulano o “Velik muost” in dialetto sloveno delle Valli del Natisone, è uno fra i luoghi più fotografati della regione.

Quanti di voi ci sono passati e magari fermati, a guardare il nuotare tranquillo delle trote e dei cavedani presenti nelle pozze smeraldine sottostanti?

UNA ZONA STRATEGICA

Le sponde del fiume Natisone, che in questo luogo diventano scoscese e impervie, furono scelte in epoche molto antiche come luogo strategico presso il quale costruire zone per accamparsi e magari stazionare.

La gola scavata dal fiume in questo particolare punto, accompagnata dallo snodarsi di zone pianeggianti e facilmente coltivabili, rese questo territorio interessante anche per i Romani, che fondarono qui un avamposto militare, due secoli prima della nascita di Cristo.

Giulio Cesare poi lo trasformò in un Forum, un mercato, zona di scambio e commercio tra diverse realtà, che in questo luogo potevano fiorire ed incontrarsi. Da qui il nome “Forum Iulii” che, trasformandosi, identificò nel tempo tutta la regione.

UN CENTRO DI PRESTIGIO

La città godette di grande prestigio in maniera costante, tanto che all’arrivo dei Longobardi in Italia divenne la capitale del loro primo ducato “italiano”, con un sistema difensivo più sviluppato, a cui il fiume già dava manforte.

Ma la città, ovviamente, iniziò ad espandersi anche al di là delle sponde e alle prime passerelle di legno, costruite nei luoghi più a valle, iniziarono ad affiancarsi progetti di ponti più strutturati, che avvantaggiassero i passaggi di carri e animali, per meglio favorire il lavoro e il commercio.

120 ANNI DI LAVORO PER UN PONTE CHE DURÒ NEI SECOLI

In quest’ottica, in pieno Medio Evo, s’iniziò a costruire il Ponte del Maggiore, in seguito chiamato anche Ponte del Diavolo (con ben due leggende a favore di questa denominazione): un ponte largo e in pietra, un materiale durevole e non soggetto alle paure di incendio, metodo usato nel passato, durante i conflitti militari, per isolare la città.

La costruzione impegnò diversi personaggi, famiglie e capomastri per oltre centoventi anni, a conclusione dei quali il ponte era pronto, solido e resistente alle importanti ondate di piena del fiume, che nel passato avevano tanto danneggiato la città.

Fu costruito così bene che durò, subendo pochi interventi straordinari di restauro, fino a circa 100 anni fa, quando la necessità di salvare i cittadini dal nemico lo vide sacrificarsi alla causa.

LA DISTRUZIONE SULLA RITIRATA DI CAPORETTO

Nell’ottobre del 1917 le sorti della prima guerra mondiale avevano iniziato a virare da guerra di trincea a un disperato ripiegamento. Da Caporetto i soldati indietreggiavano su posizioni più arretrate, nel tentativo di contenere l’avanzata nemica e permettere al grosso dell’esercito di ricompattarsi al di là del fiume Tagliamento.

Ma il Tagliamento era diventato straordinariamente impetuoso in quei giorni, a causa delle abbondanti piogge autunnali e bisognava resistere ad oltranza per dar modo agli uomini di mettersi in salvo.

CIVIDALE IN PRIMA LINEA

Il Comando militare italiano aveva ordinato di dislocare in punti strategici schieramenti di militari per permettere ai restanti reparti di mettersi al riparo nelle retrovie.

Cividale diventava, così, una prima linea del conflitto.

Nelle giornate dal 24 al 27 ottobre fu un susseguirsi di incendi, bombardamenti e attacchi militari in tutti i monti e i paesi che circondano Cividale. Il Comando italiano aveva dato ordine di incendiare e distruggere qualsiasi cosa, per impedire che l’esercito nemico potesse trarre vantaggio di sostentamento dai beni che trovava nell’avanzata.

Dai carteggi e diari dei testimoni non ci furono pause per il susseguirsi di fucilate e attacchi nel corso di tutti e tre i giorni, e le alture bruciavano di fuochi accesi dai soldati di entrambi gli eserciti.

Ma il 27 ottobre, vista ormai l’impossibilità per numero ed equipaggiamenti di resistere ancora all’avanzata dell’esercito austroungarico, il Comando di Cividale dette l’ordine di far saltare i binari della ferrovia e il ponte sul Natisone.

LA DISTRUZIONE IN UNO SCOPPIO ITALIANO E LA RICOSTRUZIONE AUSTROUNGARICA

Continua a leggere su fb

Pubblicato in: articolo, attualità, novi matajur, ricorrenze, storia

Una candela per tutte le vittime della Prima guerra mondiale

Ossario e Chiesa di Sv Anton

L’iniziativa di accendere una candela per tutte le vittime della Prima guerra mondiale il 24 ottobre alle 11.00, che è stata lanciata dalla Fondazione Sentiero della Pace nell`Alto Isonzo negli anni scorsi, ha avuto notevole successo. Per questo motivo la Fondazione, che ha sede a Caporetto, prosegue con questa iniziativa invitando quest`anno a far parte dell’evento anche gli asili d’infanzia, le scuole, i musei, i Comuni, le associazioni, altre istituzioni e singole persone. Si chiede di accendere una candela giovedì 24 ottobre alle 11.00, nei luoghi della zona dell’ex fronte isontino, lungo il Sentiero della Pace dalle Alpi all`Adriatico. Con questo semplice gesto si vogliono ricordare tutti: soldati caduti, feriti, avvelenati, mutilati, e anche tutte le mogli abbandonate, le vedove, i bambini usurpati della propria infanzia, gli orfani, le famiglie separate, i profughi e tutte le altre vittime della guerra.
Un piccolo gesto con il quale possiamo ringraziare per la pace in cui viviamo oggi. Anche quest`anno la Fondazione sarà felice di ricevere i pensieri, le impressioni e le immagini sorte durante l’evento. http://novimatajur.it/tag/prva-svetovna-vojna

Pubblicato in: friuli, storia

LA RIVOLTA DI STERPO NEL 1509: LA QUERCIA PIU’ GRANDE D’ITALIA NE FU TESTIMONE

Foto tratta da: “Il ponte” Codroipo 24/10/2017

Angela e Antonio erano giovani e con prole quando partirono per fare i mugnai presso un castello del medio Friuli.

Avrebbero lavorato tra Quadrupio (Codroipo) e Palmanova, zona di confine tra il dominio veneziano e l’impero asburgico; una zona di terreni paludosi e di poca produttività, fatta per lo più di erbe da fieno e poco propensa alle coltivazioni.

Avrebbero lavorato per un castellano, che stava portando avanti un’importante azione di bonifica delle paludi di quei luoghi; in un mulino a pala mosso dall’acqua, protetto da grandi fossati che delimitavano il feudo. Questa sicurezza fu ciò che li mosse a spostarsi dal loro paese, dove la miseria non permetteva di vivere, per tentare di migliorare almeno un po’ la loro condizione.

Quello che probabilmente li colpì, al loro arrivo, furono le due torri del castello posizionato al centro di un immenso complesso fortificato, protetto da terrapieni e da fitti corsi d’acqua e con un parco piuttosto vasto, coltivato con numerosi ortaggi che servivano ad alimentare la famiglia e i loro servitori.
Molti anche gli animali che avevano potuto contare: polli, conigli, qualche mucca, asini cavalli e maiali. Per questo erano state lasciate, all’interno del parco, molte querce, dei cui frutti i maiali erano ghiotti.

Essere mugnai era diventato molto importante, perché nell’ottica del miglioramento fondiario, e quindi economico e di potere politico, i conti Colloredo, padroni del Castello, chiesero a tutti i contadini delle loro proprietà estese da Colloredo di Montalbano a Pontebba, di far arrivare i loro affitti e le derrate a Sterpo e di far macinare le granaglie proprio in quel mulino, sfidando così i conti possessori dei mulini vicini, che erano alleati alla famiglia dei Savorgnan. Per tale motivo erano stati chiamati altri mugnai a rinforzare la manodopera.

Il periodo non era dei migliori, da poco più di 90 anni il Patriarcato era stato sostituito dal dominio della Serenissima. La famiglia Savorgnan, con l’esponente principale, Antonio, fedele alla repubblica veneziana, si stava muovendo per consolidare il suo potere in Friuli. I conti di Colloredo, assieme ad altre casate friulane, rappresentavano una delle più importanti famiglie della fazione opposta alla Serenissima, gli Strumieri.

Erano anni di raccolti magri; la siccità e le piogge, in terreni non bonificati, creavano ambienti insalubri dove era facile ammalarsi e le uniche medicine disponibili sarebbero state il riposo e le preghiere. Ma come si poteva riposare quando si doveva lavorare per mangiare?

Inoltre la nobiltà castellana cercava di allargare i propri privilegi a danno dei sudditi, i quali numerose volte avevano dato segno del loro malcontento, soprattutto con furti e risse ai danni dei ‘sorestans’. Queste agitazioni dei contadini non erano passate inosservate e la famiglia Savorgnan cavalcò il malcontento, cercando di difendere le richieste dei ceti rurali con l’intento di creare un ampio fronte di opposizione alla fazione strumiera.

A Sterpo intanto, i Colloredo, per incrementare le entrate, iniziarono ad allargare le loro superfici coltivate eseguendo lavori di bonifica e di abbattimento dei boschi dove da anni i contadini locali trovavano sostento. Non lontano dal castello inoltre, si estendeva una vasta palude, utilizzata come bene comune dalle comunità di Virco, Flambro e Sevegliano, comunità non sottoposte alla giurisdizione dei Colloredo.
Un accordo di trent’anni prima aveva stabilito regole comuni di sfruttamento della palude tra i diversi villaggi. Quella palude, infatti, con la sua riserva di erbe, assicurava la base di foraggi per il bestiame e, in caso di necessità rappresentava una riserva di terreno destinato alla coltivazione temporanea e collettiva.
I Colloredo però iniziarono a considerare quel terreno come un prolungamento delle loro proprietà e, per meglio sfruttarlo, costruirono un ponte d’accesso sopra il fiume che separava Sterpo dalla palude, per poter agevolare il passaggio di animali e contadini verso quel luogo.

Ma la miseria dei tempi e le tensioni già in essere, videro in quest’azione un ennesimo sopruso. Sempre più frequenti iniziarono proteste, zuffe e disordini da parte dei contadini, finchè il ponte venne distrutto, e gli animali dei Colloredo che pascolavano nella palude comune vennero sequestrati assieme ai loro pastori. Anche i servi dei Colloredo, trovati a falciare in quei luoghi, furono malmenati e scacciati dagli abitanti di Virco.

La risposta non si fece attendere e fu piuttosto dura. I Colloredo catturarono ed imprigionarono molti contadini di Virco, torturandone alcuni e abbandonandoli poi tra le sterpaglie, a monito. Rinchiusero persino i capifamiglia che si erano recati dal Conte a chiedere giustizia.

Questo crescendo di violenze e di rancori degenerò durò qualche anno, fino a che, in una sera d’estate del 1509 alcune centinaia di contadini dei paesi vicini, esasperati da povertà e soprusi, si organizzarono in maniera spontanea e si diressero verso il castello. Conoscevano benissimo quei luoghi e nel silenzio che precede la notte superarono agilmente le acque e i fossati costruiti a difesa del Castello fino a cogliere di sorpresa il figlio di Albertino di Colloredo e i suoi armigeri.
Il conte e gli abitanti del maniero furono fatti prigionieri e radunati al centro della proprietà, dove solitamente pascolavano gli animali, e tra derisioni, botte e scherni, dovettero assistere impotenti al propagarsi degli incendi che illuminarono a lungo le paludi e le campagne circostanti mentre veniva dato fuoco. Torri, edifici e stalle vennero saccheggiati e dati alle fiamme.

Grande fu la risonanza di questo accadimento tra la nobiltà. Per la prima volta la temerarietà dei contadini si era spinta fino al punto di infrangere le “leggi naturali” che vedevano i padroni essere padroni e i servi essere servi; nessuno fino ad allora poteva pensare ad un castello preso d’assalto, saccheggiato e distrutto «fino ali fondamenti», e che il suo proprietario “potesse essere imprigionato, tenuto in ostaggio e costretto a subire l’aggressione violenta e derisoria dei sudditi.”.

Tuttavia non riuscirono a comprendere quali fossero le azioni giuste da mettere in campo per porre rimedio alle tensioni crescenti che si stavano propagando e a quel primo episodio ne seguirono altri che condussero ai tumulti, alle stragi di Udine e alle rivolte nelle campagne di poco più di un anno dopo, nel carnevale del 1511, noto per la “la crudel zobia grassa”.

Il 30 luglio 1509 finì la storia del castello di Sterpo. Oggi, di quel grande complesso fortificato non è rimasto quasi niente di visibile.

Solo nel parco, immersa nel verde e con le radici nell’acqua di risorgiva, rimane salda un’immensa quercia, che silenziosa assistette alle lotte di quegli anni, alle successive scosse di terremoto, alla peste e alle rivolte.
E vive, vive ancora oggi, che è stata riconosciuta la più grande farnia d’Italia. E’ alta 21 metri e larga 7, così gigante che nel suo tronco riuscivano a entrarci i partigiani, per nascondersi, passando da una fessura ancora esistente. Uno dei suoi rami è così grande che per sostenerlo hanno dovuto costruire una colonna di appoggio.
Ha tra i 500 e i 600 anni. E solo lei è rimasta a ricordarsi, di quei due giovani mugnai che si stupirono nel vedere tanti animali che mangiavano le sue ghiande, nel parco di un grande castello.

da https://www.facebook.com/manovaliperlautonomia/

———————————

Per approfondimenti:
– Furio Bianco in “Sterpo 1509 – Storia di una rivolta e di un castello nel Friuli rinascimentale”. Ed. SFF e Comune di Bertiolo
– il Gazzettino “Ha visto rivolte, terremoti, incendi e pesti: ecco la quercia più vecchia d’Italia” Mercoledì 11 Ottobre 2017

Pubblicato in: dom, reblog, storia

Gli esordi dell’Italia in Valcanale

Cento anni fa, il 10 settembre, nell’omonima località dall’Austria e da 27 parti alleate e associate, fu firmato il Trattato di Saint-Germain-en-Laye, che sancì ufficialmente la fine della prima guerra mondiale, ripartì i territori della dissolta Austria-Ungheria e pose le condizioni per la nascita della prima Repubblica Austriaca.

Come noto, col trattato anche la Valcanale entrò a far parte del Regno d’Italia, che nell’anno successivo vide stabiliti i propri confini orientali col Trattato di Rapallo, sottoscritto col Regno dei Serbi, Croati e sloveni il 12 novembre 1920.

Date, nomi dei sottoscrittori e condizioni sono facilmente accessibili; meno sappiamo della vita tra la popolazione valcanalese in quegli anni.

Si voglia per la sua marginalità geografica, si voglia per il ristretto numero di abitanti, la Valcanale resta un po’ ai margini tra le terre annesse all’Italia dopo la prima guerra mondiale. Su circa 6.000 abitanti, a afflusso di nuovi residenti dalle altre zone del Regno già iniziato, dal censimento del 1921 furono registrati 4.185 tedeschi, 1.106 sloveni e 1.207 italiani. Non aiutati dai numeri e isolati rispetto alle reciproche minoranze altrove presenti dopo il 1918 in altre zone d’Italia, tedeschi e sloveni della Valcanale si trovarono a subire in modo pesante le pressioni snazionalizzatrici, che si fecero sempre più intense nel giro di alcuni anni.

La componente slovena si rapportò fin da subito a una nuova autorità diffidente, che la associava agli jugoslavi e ai cattivi rapporti avuti col Regno dei Serbi, Croati e Sloveni fino alla sottoscrizione del Trattato di Rapallo.

Oltre all’ostilità, sopraggiunse una sorta di deprezzamento del dialetto sloveno zegliano, che secondo l’opinione di parte della nuova classe dirigente poteva avere importanza come lingua d’uso, ma gli stessi parlanti sarebbero stati spesso snazionalizzati e «convinti» di essere tedeschi.

Va, infatti, considerato che la pressione snazionalizzatrice della componente slovena era in atto in Carinzia già dalla fine del XIX secolo, coll’affermarsi delle scuole utraquistiche.

Nelle zone di lingua slovena della Carinzia, queste introdussero l’insegnamento in sloveno e tedesco, gradualmente a favore del tedesco.

Circa la componente tedesca, spesso le autorità ne sottolineavano la buona predisposizione al nuovo status quo, anche se tale atteggiamento era mantenuto, scriveva il commissario civile del distretto nel novembre del 1920, «con la convinzione che l’Italia avrebbe un giorno o l’altro lasciato questa zona per l’unificazione della Carinzia».

Non per niente le autorità locali richiesero diverse volte la sostituzione totale del personale ferroviario e forestale del posto «che è del tutto tedesco e deve essere continuamente sorvegliato».

https://www.dom.it/ko-so-kanalcani-spoznali-italijo_gli-esordi-dellitalia-in-valcanale/?fbclid=IwAR3EWXksc84z-kgf93_WvJxKwqnhS6CVuNh_sODiC1bbvrpwYAf-4JjTQdI

Pubblicato in: friuli, storia

ANTICHI MESTIERI FRIULANI

IL CONTADINO (Contadin)

I mestieri dell’uomo fanno la storia dell’uomo.Più che le guerre, le battaglie, i grandi fatti e i rivolgimenti della storia ufficiale, è l’attività spesso umile di ogni giorno a disegnare la fisionomia di un popolo, di una cultura.È un concetto da sempre implicitamente riconosciuto e oggi fatto proprio della più moderna storiografia.Così parlare dei mestieri del Friuli, in un certo senso, significa parlare della storia del Friuli.Una storia e una civiltà che da sempre traggono linfa dal mondo contadino.E al mondo contadino appartengono le immagini senza tempo dei vecchi che oggi come tanti secoli fa, curano la terra amorevolmente, con le proprie mani.Sia che si tratti di far crescere e curare la più tradizionale cultura friulana, quella della vite, sia che s’improvvisi una piccola serra per tenere in vita e far sviluppare piante… esotiche, come il pomodoro, che va salvaguardato dal rigido inverno friulano.

tratto da http://sauvage27.blogspot.com/search/label/FRIULI

Pubblicato in: reblog, storia

Quando i cosacchi nazi-comunisti abbeveravano i cavalli alle fontane del Friuli — Una penna spuntata

Fu un’esperienza ben strana, per i friulani, trovarsi a convivere un’orda di soldati che avevano tutta l’aria di essere dei bolscevichi in divisa da SS.

Quando i cosacchi nazi-comunisti abbeveravano i cavalli alle fontane del Friuli — Una penna spuntata