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Castello di Udine:  la mostra “Antichi abitatori delle grotte in Friuli” — Ottiche Parallele magazine

Riceviamo e pubblichiamo Fino al 27 Febbraio 2022 il Castello della città friulana, sede del Museo Archeologico, propone una esposizione che racconta l’utilizzo delle grotte nella preistoria del Friuli. Nel biennio della manifestazione ESOF 2020 “Science of citizens”, il Museo Archeologico di Udine e il Museo Friulano di Storia Naturale propongono la mostra Antichi abitatori delle […]

Castello di Udine:  la mostra “Antichi abitatori delle grotte in Friuli” — Ottiche Parallele magazine

NIKOLA TESLA

Inaugurazione della mostra “Nikola Tesla:un uomo dal futuro”

VENERDI’ 17 SETTEMBRE ALLE ORE 11.00 – SALA LUTTAZZI MAGAZZINO 26 – PORTO VECCHIO, TRIESTE

Nikola Tesla  (Smiljan10 luglio1856 â€“ New York7 gennaio1943) è stato un inventorefisico e ingegnere elettrico, nato da famiglia serba[1] nell’attuale territorio della Croazia durante il periodo dell’Impero austriaconaturalizzatostatunitense[2] nel 1891.

Contribuì allo sviluppo di diversi settori delle scienze applicate[3], in particolare nel campo dell’elettromagnetismo, di cui fu un eminente pioniere, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. I suoi brevetti e il suo lavoro teorico formano, in particolare, la base del sistema elettrico a corrente alternata, della distribuzione elettrica polifase e dei motori elettrici a corrente alternata, con i quali ha contribuito alla nascita della seconda rivoluzione industriale. A riconoscimento dei suoi contributi fu intitolata a suo nome, durante la Conférence générale des poids et mesures del 1960, l’unità di misura del campo di induzione magnetica presente nel Sistema Internazionale.

Negli Stati Uniti d’America fu tra gli scienziati e inventori più famosi, anche nella cultura popolare[4]; dopo la sua dimostrazione di comunicazione senza fili (radio) nel 1893[5], e dopo essere stato il vincitore della cosiddetta “guerra delle correnti” insieme a George Westinghouse contro Thomas Alva Edison, fu riconosciuto come uno dei più grandi ingegneri elettrici statunitensi; molti dei suoi primi studi si rivelarono anticipatori della moderna ingegneria elettrica e diverse sue invenzioni rappresentarono importanti innovazioni tecnologiche.

Fu nominato vicepresidente dell’associazione American Institute of Electrical Engineers (di cui era presidente Alexander Graham Bell) e venne insignito della settima Medaglia Edison nel 1917 dalla stessa AIEE[6], massimo riconoscimento assegnatogli in vita; in un articolo pubblicato sul New York Times[7], Tesla ed Edison furono erroneamente annunciati quali vincitori alla pari del Premio Nobel per la fisica 1915, ma in realtà non s’aggiudicarono mai il premio[8].

Depositò nell’arco della sua carriera tra il 1886 e il 1928, un totale di 280 brevetti in 26 paesi[9], di cui 109 negli USA. Non mancarono contestazioni riguardo alla paternità di alcune di queste invenzioni: la scoperta del campo magnetico rotante fu descritta in una nota presentata il 18 marzo 1888 all’Accademia reale svedese delle scienze dallo scienziato italiano Galileo Ferraris, ma Tesla rivendicò la priorità di tale scoperta, che finì nelle aule giudiziarie, dove si stabilì che la paternità dell’invenzione spettava allo scienziato italiano. Nel 1943, pochi mesi dopo la sua morte, una sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti d’America[10] attribuì a Tesla la paternità di alcuni brevetti usati per la trasmissione di informazioni via etere, tramite onde radio, precedentemente attribuiti a Guglielmo Marconi.

Negli ultimi anni della sua vita Tesla intervenne spesso su quotidiani e periodici, come il New York Times e l’Electrical Experimenter, riguardo alle sue visionarie opinioni sulla tecnologia o in relazione alla guerra in corso in Europa.[8][11] Morì nel 1943 nell’hotel dove viveva; al suo funerale a New York erano presenti oltre duemila persone, tra cui diversi premi Nobel.[12][13] pur attribuendogli talora curiose anticipazioni di sviluppi scientifici successivi. Molti dei suoi risultati sono stati usati, spesso polemicamente, per appoggiare diverse pseudoscienze, teorie sugli UFO e occultismo New Age. Ciò è dovuto al fatto che Tesla lasciò scarsa documentazione sui risultati ottenuti, e anche questa spesso sotto forma di appunti, non di lavori organizzati e comprensibili a tutti; pertanto è stato relativamente facile attribuirgli le idee più strampalate, o la paternità di invenzioni mirabolanti non accettate dalla “scienza ufficiale[14].continua

da wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Nikola_Tesla

L’ASSURDA CELEBRAZIONE DEL 4 NOVEMBRE

Oggi si celebrava la “vittoria” di una ingiusta guerra. Una carneficina giocata in Friuli sulla pelle di una nazione divisa tra due stati, dove in cui ancora oggi “i caduti per la patria” erano solo dalla parte italiana, quelli dall’altra parte imperiale invece non gli viene neanche falciata neanche l’erba nel cimitero, anche se i loro figli e nipoti pagano le tasse al governo italiano. Come i curdi insomma… (Senza parlare poi delle leggi etniche contro gli sloveni e i tedescofoni)

I FESTEGJAMENTS FÛR DAI SEMENÂTS DAL 4 NOVEMBAR Vuê

e si festegjave la “vitorie” di une vuere injuste. Un maçalizi zuiât in Friûl sore la piel di une nazion dividude in doi stâts, là che ancjemò vuê “i colâts pe patrie” a erin dome de bande taliane, e chei di chê altre bande imperiâl a no i ven nancje seade la jerbe tal cimiteri, ancje se i lôr fîs e nevôts a pain lis tassis al guviêr talian.Tant che i Curdis insumis… (Cence fevelâ podopo des leçs etnichis cuintri slovens e tedescofins)

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Crimini italiani perpetrati nei confronti degli sloveni

La partecipazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale viene tutt’ora considerata da molti come la “quarta guerra per di indipendenza”, dichiarata dal Regno d’Italia all’Impero Austroungarico al fine di “redimere”, ovvero unire alla nazione, i circa 800.000 trentini, goriziani, triestini e istriani di lingua italiana, che risiedevano nell’Impero Austroungarico. Il Regno d’Italia riuscì nell’intento grazie all’esito favorevole della guerra, che molti considerano una vittoria, ma che in realtà ha rappresentato soprattutto una sanguinosa tragedia, avendo provocato la morte di 650.000 e l’invalidità di 150.000 soldati italiani.La revisione dei confini permise al Regno d’Italia non solo di ottenere la “redenzione” di 800.000 italiani di Trento, Tarvisio, Gorizia, Trieste, Istria con le isole quarnerine, Zara e Fiume, ma anche l’acquisizione di 365.000 sudditi sloveni e croati ivi presenti. Inoltre al Regno d’Italia furono assegnati ulteriori territori, che però erano caratterizzati da una preponderante presenza di abitanti di nazionalità non italiana: il Sud Tirolo, che all’epoca contava 240.000 tedeschi e solo 6.500 italiani (che rappresetavano circa il 3% dell’intera popolazione), ed ad est, i distretti di Tolmein (oggi Tolmin), Adelsberg (oggi Postojna), Sesana e Volosca, che all’epoca erano abitate da 126.000 sloveni e da soltanto 1.280 italiani (che in quei territori rappresentavano un esiguo 1% dell’intera popolazione).Tale ingiusta ripartizione del territorio venne parzialmente riequilibrata dalla seconda guerra mondiale (con la quale il Regno d’Italia si prefiggeva di appropriarsi di ulteriori territori), il cui esito – questa volta sfavorevole – comportò la fine del Regno e, per la nazione italiana, la perdita di buona parte dei territori vinti nella Grande Guerra (Litorale Sloveno, Istria con le isole quarnerine, Fiume e Zara), e nella guerra italo-turca (Dodecanneso e Libia in cui, secondo il censimento del 1936, circa 115.000 italiani costituivano più del 10% della popolazione).

dal post di Valter Maestra fb

I FUCILATI DI CERCIVENTO

L'immagine può contenere: una o più persone e spazio all'aperto

da fb https://www.facebook.com/rosario.dimaggio.90

Sette anni fa, sulle pagine del settimanale Espresso, lo scrittore Paolo Rumiz portava a conoscenza dell’italia intera, un terribile e vergognoso avvenimento accaduto sulle montagne della Carnia, nel giugno del 1916. E raccontava, in modo appassionato e asciutto, la vicenda, notissima in Friuli ma sostanzialmente ignorata nel resto della penisola, dei fucilati di Cercivento.^^^^^^Ne faccio una breve sintesi, per chi non ne sa nulla.Giugno del ’16. A fronteggiare l’offensiva austroungarica, nella zona del Monte Coglians, c’è il battaglione alpini Tolmezzo, considerato infido dagli ufficiali savoia, per via dei cognomi mezzi tedeschi dei carnici arruolati. I comandi decidono un attacco alla cima Cellon; ovviamente, in pieno giorno e senza supporto di artiglieria. Gli alpini obiettano, poiché si tratta in tutta evidenza di andare a morte sicura.Il comandante [il napoletano Armando Ciofi], crede allora di avere la conferma di quanto sia poco affidabile il suo battaglione, sostenuto in questo convincimento dal tenente generale Michele Salazar [promosso a tale ruolo appena un anno prima, nel Luglio 1915, dopo poche settimane di conflitto, per non precisati meriti di guerra]. E’ corte marziale, secondo [badate bene!!] quanto espressamente richiesto dalle circolari del generale piemontese Cadorna, che vogliono “severa repressione”, diffidano da sentenze che si discostino “dalle richieste dell’accusa” e ricordano il “sacro potere ” degli ufficiali di passare subito per le armi “recalcitranti e vigliacchi”. [Nota bene: “sacro potere”. E ai nostri giorni ci lamentiamo per le mascherine].Finisce, come deve finire, con una condanna esemplare: quattro carnici [Giambattista Corradazzi, Silvio Gaetano Ortis, Basilio Matiz e Angelo Massaro] vengono fucilati all’alba, faccia al nemico, sparati alla schiena come si conviene per i traditori.Un vero e proprio assassinio di Stato.^^^^^^^^^Dopo più di cento anni da questi vergognosi eventi, ora pare che il processo di riabilitazione stia giungendo finalmente in porto. Almeno l’onore postumo restituito, a un secolo di distanza, e dopo gli sforzi generosi di moltissimi che si sono battuti per questo. Finora inutilmente.Perché, incredibile a dirsi, anche nell’italia repubblicana nata dopo la seconda guerra mondiale, le resistenze a riconoscere la verità dei fatti sono state tali da impedire qualsiasi revisione dell’infame sentenza.^^^^^^^PROPOSTALe piazze e le vie dei paesi friulani sono [ahimè] purtroppo e incredibilmente ancora intitolate al Generale Luigi Cadorna; un uomo che considerava i suoi soldati più nemici dei veri nemici. Un uomo che disprezzava i suoi soldati, al punto di richiedere punizioni esemplari e capitali ogni volta fosse stato [secondo lui] necessario. Se Ciofi e Salazar sono stati gli esecutori di quell’eccidio, il mandante morale era e resta senza ombra di dubbio Luigi Cadorna con le sue direttive.Se c’è un modo per rendere giustizia ai quattro fucilati di Cercivento, questo non è il semplice riconoscimento morale, la riabilitazione tardiva che pare, finalmente, al traguardo. Sarebbe l’ennesima ipocrisia di Stato. La loro vera pace sarà quando nessuna più delle strade, nessuna più delle piazze e delle vie friulane, neppure il vicolo più sordido, porterà il nome del generale Cadorna.Allora, solo allora, i conti con la Storia saranno in pareggio.Sarebbe ora che tutte le Pubbliche Amministrazioni friulane provvedessero a cancellare ovunque il ricordo dell’infausto generale Cadorna. La dannazione della memoria, per chi sognava imperitura gloria sulla pelle dei soldati e cittadini italiani mandati al macello, è un nostro dovere morale. Lo dobbiamo fare, per i nostri fratelli friulani fucilati.SE QUALCUNO CONOSCE, NEL SUO PAESE, L’ESISTENZA DI UN QUALSIASI LUOGO DEDICATO A CADORNA, SI FACCIA CORAGGIO, SCRIVA AL SINDACO E AL CONSIGLIO COMUNALE, CHIEDENDO CHE QUESTO NOME SIA RIMOSSO AL PIU’ PRESTO.immagine tratta da: societàstoricaperlaguerrabianca

La senatrice triestina Tatjana Rojc è prima firmataria del ddl “Disposizioni per la riabilitazione storica degli appartenenti alle Forze Armate italiane condannati alla fucilazione dai tribunali militari di guerra nel corso della Prima Guerra mondiale”. Il documento, chiede all’art. 1: “la restituzione dell’onore agli appartenenti alle Forze armate italiane che, nel corso della Prima Guerra mondiale, vennero fucilati senza le garanzie del giusto processo, con sentenze emesse dai tribunali di guerra” e promuove “il recupero della memoria” di tali caduti e in particolare iniziative di “ricerca storica volta alla ricostruzione delle drammatiche vicende del primo conflitto mondiale con specifico riferimento ai tragici episodi dei militari condannati alla pena capitale”.

Columbus Day

columbus day, images | La "Giornata nazionale di Cristoforo Colombo" è stata istituita anche ...
da pinterest

Tra il XV e il XVI secolo Cristoforo provò a trovare nuove vie per andare in India. Tra le motivazioni troviamo il prezzo delle spezie in continuo aumento e L oro di continuo calo la difficoltà nel trasporto delle merci per via della presenza dei pirati saraceniVK che complicavano tutti trasporti navali. Cristoforo Colombo intraprese il viaggio per le Americhe per trovare nuove popolazioni e per trovare una nuova via marittima per andare nelle Indie. Dopo la scoperta dell’America è iniziata l’epoca moderna.

Cristoforo ColomboVK, il navigatore genovese, che scoprì l’AmericaVK, nacque a Genova il 3 Agosto 1451, era figlio di Domenico Colombo, un tessitore di lana e di Susanna Fontanarossa. Da giovane il futuro navigatore non era per niente attratto da quest’arte, ma svolgeva comunque già attività marina e in particolare era interessato alle conformazioni geografiche del mondo allora conosciuto. Tuttavia fino a vent’anni seguì la passione del padre per non deluderlo. Per qualche tempo Colombo visse con suo fratello Bartolomeo, un cartografo. Grazie a lui imparò la lettura delle carte e si appassionò ancora di più ai fatti riguardanti il mare, per questo navigò su molte navi, dall’Africa a Nord Europa. Dopo questi studi e i contatti con il geografo fiorentino Paolo del Pozzo Toscanelli, si convinse che la terra fosse rotonda e non piatta. Colombo cominciò a coltivare l’idea di raggiungere le Indie. Per arrivare fino alle Indie gli servivano delle navi, si rivolse a: Portogallo, Spagna, Francia e Inghilterra, l’unica che si è offerta per darli le navi è stata Isabella di Castiglia che gli diede 3 navi: la Nina e la Pinta e anche un’imbarcazione più grande e più lenta, la Santa Maria, che fu la nave ammiraglia.

La scoperta dell’America

Cristoforo Colombo sbarcò nelle attuale Wattling nelle Bahamas, e gli indigeni in quel tempo la chiamavano Guanahani. Colombo era convinto di essere arrivato nelle Indie. Il 12 Ottobre 1492 fu una data molto importante perché finisce l’Epoca Medievale e inizia l’epoca moderna.

  1. GLI INDIOS DESCRITTI DA CRISTOFORO COLOMBO.

Essi non hanno né ferro né acciaio, sono molto generosi e sono cosi amorevoli che darebbero il cuore stesso. E se si chiede loro oggetti, di valore o non, lo si ottiene subito. Gli Indios credevano che Cristoforo e le sue navi con i suoi uomini fossero scesi dal cielo.[1]

La scoperta dell’America (scuola media) – Wikiversità

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La Jugoslavia e la questione di Trieste 1945-1954

Trieste © Jack Krier/Shutterstock

È appena uscito “La Jugoslavia e la questione di Trieste 1945-1954” di Federico Tenca Montini, edito da Il Mulino. Il volume, frutto dello studio attento degli archivi jugoslavi, ripercorre riflessioni e strategie della classe politica di Belgrado sulla questione di Trieste. Una recensione

09/10/2020 –  Stefano Lusa

(Originariamente pubblicato da Radio Capodistria  l’8 ottobre 2020) 

È uscito l’8 ottobre in libreria “La Jugoslavia e la questione di Trieste 1945-1954” di Federico Tenca Montini, edito da il Mulino. La data non sembra casuale, visto che l’8 ottobre 1953, nella Dichiarazione Bipartita, inglesi e americani dichiararono di voler cedere l’amministrazione della Zona A all’Italia. Per la prima volta un ricercatore va ad indagare sulle riflessioni e sulle strategie della classe politica jugoslava.

Federico Tenca Montini ha fatto quello che Diego de Castro, auspicava venisse fatto da tempo: andare a scartabellare negli archivi jugoslavi. Il consigliere diplomatico del generale Winterton, ai tempi dell’occupazione militare alleata, negli anni Ottanta, ci aveva regalato quella che viene considerata ancor oggi la bibbia sulle vicende del confine orientale. Nella sua “Questione di Trieste” de Castro ricostruisce l’azione diplomatica italiana ed occidentale, quello che mancava era andare a vedere cosa ne pensassero gli jugoslavi. Federico Tenca Montini ci offre l’ultimo tassello dell’intricato puzzle, forse quello più importante, che porta in pochi anni a trasformare Trieste da baluardo a rottame della guerra fredda. Adesso non rimane che andare a vedere ancora cosa ne pensassero i sovietici, anche se dopo la rottura tra Tito e Stalin, i russi uscirono praticamente dalla partita.

Ne esce la riflessione di una classe dirigente ambiziosa, superba e molto preoccupata di farsi trattare alla pari dagli altri protagonisti della vicenda. Quello che appare chiaro, dallo studio di Tenca Montini, è che per gli jugoslavi Trieste era persa nel momento in cui le sue truppe furono costrette ad abbandonare la città nel giugno del 1945. Per raggiungere per primi il capoluogo giuliano i partigiani jugoslavi avevano subordinato ogni altro obiettivo, ma il colpo di mano alla fine fallì anche perché persino i sovietici consigliarono a Belgrado di venire a più miti consigli e ritirarsi in buon ordine. Una delusione amarissima, patita soprattutto dagli sloveni, tanto che il numero due del nascente regime, Edvard Kardelj commentò laconico che il popolo sloveno è “il primo in Europa al quale viene impedito di essere padrone sul proprio suolo”.

Il libro

Federico Tenca Montini

La Jugoslavia e la questione di Trieste (1945-1954)

Società editrice il Mulino  , ottobre 2020

pp. 320 pagine

Prefazione di Jože Pirjevec

Leggi prefazione e indice  (PDF)

Soddisfatti, con il Trattato di pace, gli obiettivi nazionali croati in Istria a quel punto tutta la faccenda divenne più slovena che jugoslava, tanto che a trattare vennero messi molti preparatissimi funzionari di Lubiana che conoscevano palmo a palmo la regione e che soprattutto si impegnarono per difendere al meglio gli interessi nazionali sloveni. A conferma di ciò basti dire che sin da subito la tutela della minoranza slovena rimasta al di fuori dei confini nazionali divenne una delle questioni importanti nella trattativa.

Belgrado pensava di poter continuare a giocare un ruolo nella Zona A, l’area amministrata dalle truppe anglo americane, sia grazie alla propria minoranza presente in zona sia grazie agli italiani che simpatizzavano per il comunismo e che avrebbero visto di buon occhio un passaggio alla Jugoslavia. Il principale timore dell’epoca fu che l’amministrazione alleata fosse estesa anche alla Zona B, dove la Jugoslavia sin da subito impose le sue regole ed i suoi uomini controllando tutti i gangli del potere. Una questione questa che meriterebbe ulteriori analisi ed approfondimenti, soprattutto per capire quali furono le riflessioni che Belgrado, Lubiana e Zagabria fecero sull’estesa presenza di una popolazione italiana tendenzialmente ostile al nuovo regime ed all’annessione alla Jugoslavia.

Tenca Montini ripercorre – dialogando ampiamente con la storiografia italiana, croata, slovena ed internazionale – le vicende che hanno caratterizzato quegli anni. Prima la “luna nel pozzo” offerta dagli alleati all’Italia con la Dichiarazione tripartita, che avrebbe assegnato l’amministrazione dell’intero Territorio Libero di Trieste (che non venne mai costituito visti i veti incrociati sulla nomina del governatore) all’Italia e poi la successiva, quasi immediata rottura tra Mosca e Belgrado, che ribaltò completamente la situazione e trasformò la Jugoslavia in un prezioso alleato in funzione antisovietica.

A quel punto l’interesse dell’occidente fu quello di tenere Tito a galla, mentre l’Italia, era già diventata un alleato alquanto affidabile e senza grandi possibilità di scelta. La matassa quindi diviene intricata, potenzialmente esplosiva ed anche costosa per gli alleati che dovevano continuare ad amministrare la Zona A. Il susseguirsi di elezioni in Italia, le prese di posizione degli alleati sulla questione di Trieste per favorire i partiti atlantisti, si intrecciano con le fantasie jugoslave di poter arrivare alla costituzione del Territorio Libero di Trieste, magari lasciando a Roma e a Belgrado l’incombenza della nomina del governatore. Così, mentre la Zona B era oramai stata informalmente annessa alla Jugoslavia, quella della spartizione continuava a rimanere una delle soluzioni in campo, anche se non mancavano concrete ipotesi di arrivare ad una ridistribuzione in chiave etnica dei territori.

L’accordo venne raggiunto quando la sete di considerazione della Jugoslavia venne placata mettendola, nella trattativa, sullo stesso piano delle potenze occidentali. Per Belgrado in ballo non c’erano solo orgoglio e territori, ma anche soldi. Quelli che dovevano servire per costruire un nuovo porto da dare alla Slovenia per quello che non aveva potuto ottenere a Trieste. Alla fine, Jugoslavia ed Italia si spartirono la Zona B e la Zona A. L’Italia poté rientrare a Trieste, ma per farlo dovette comunque cedere alla Jugoslavia ancora qualche chilometro quadrato di territorio sui monti di Muggia.

Per dirla con Tenca Montini, dal punto di vista jugoslavo, si è trattato quindi di: “trovare un accordo con l’Occidente tale da salvaguardare il prestigio e l’immagine di indipendenza del Paese e ottenere il massimo in termini di aiuti economici. Ciò non significa che gli aspetti territoriali fossero trascurati, ma è chiaro che non ci fosse molto da attendersi su quel versante, e infatti non si ottennero che pochi chilometri quadrati, utili soltanto a dimostrare all’opinione pubblica di aver strappato una soluzione comunque migliore della semplice incorporazione della Zona B che la Jugoslavia già amministrava”.

Un libro questo che per lo storico Jože Pirjevec “chiude in modo definitivo la questione di Trieste” e che ci racconta quella “acrobazia diplomatica” che portò alla soluzione di una vicenda potenzialmente esplosiva, una polveriera pericolosa in un’Europa dove soffiavano forti i venti della guerra fredda e dove era meglio liberarsi dallo spettro di possibili rischiose scintille.

https://www.balcanicaucaso.org/Libreria/Recensioni/La-Jugoslavia-e-la-questione-di-Trieste-1945-1954-205050

Lettera a Tito di Alexandar Zograf

https://www.balcanicaucaso.org/Media/Fumetti-di-Zograf/Lettera-a-Tito-2/Lettera-a-Tito-2-1

Aleksandar Zograf  , pseudonimo di SaÅ¡a Rakezić, è nato nel 1963 a Pančevo (Vojvodina, Serbia). Giornalista musicale e disegnatore di fumetti, è autore di numerosi lavori pubblicati in tutto il mondo. Tra questi: Life Under SanctionsPsychonautDream Watcher e Bulletins from Serbia. In Italia si afferma con Lettere dalla Serbia, cronaca quotidiana dei bombardamenti della NATO (PuntoZero, 1999) e Psiconauta (1999), Saluti dalla Serbia (2001). Per la casa editrice Black Velvet pubblica successivamente (C’è) Vita nei Balcani?, seguito di Saluti dalla Serbia e i volumi Appunti – Un anno con Aleksandar Zograf (volumi 1 e 2), Abramacabra (su testi di Francesca Faruolo ed Emanuele del Medico).

I fumetti di Zograf appaiono ogni settimana in Serbia sulla rivista belgradese Vreme  .

Osservatorio Balcani e Caucaso propone ai propri lettori le strisce settimanali di Vreme, in italiano, direttamente in questa sezione del sito.

Traduzione di Luka Zanoni, Ivana Telebak e Diana Furlan
Lettering – www.blackvelveteditrice.com  , RAM Studio Grafico www.ramdesign.it  – Bologna, Alessio D’Uva

Coordinamento e produzione Andrea Plazzi http://andreaplazzi.wordpress.com 

Copyright per l’edizione italiana: Osservatorio Balcani e Caucaso/SaÅ¡a Rakezić

Una storia di resilienza e reinvenzione — L’Olivo Santa Barbara

Giovanni Jacuzzi (1825-1929) e sua moglie Teresa avevano una grande famiglia, 13 figli. Era contadino, residente nel paese di Casarsa della Delizia, a distanza di 80 km a nord-ovest di Trieste. Giovanni divenne sempre più disilluso dalle politiche di governo. La prima guerra mondiale fu la goccia che fece traboccare il vaso: così Giovanni ordinò […]

Una storia di resilienza e reinvenzione — L’Olivo Santa Barbara