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Giornata internazionale degli infermieri

Coronavirus: «Grazie a medici e infermieri, sono i nostri eroi»
dal web

La giornata internazionale degli’infermieri è una giornata internazionale celebrata in tutto il mondo il 12 maggio di ogni anno, al fine di valorizzare il contributo degli infermieri nella società.

Nel 1953 Dorothy Sutherland, un ufficiale del Dipartimento della salute, educazione e benessere degli Stati Uniti d’America propose al presidente Dwight D. Eisenhower di proclamare un “giorno dell’infermiere”, ma non ebbe successo.

Il Consiglio Internazionale degli Infermieri (International Council of Nurses – ICN) ha istituito questa giornata nel 1965.

Di sconosciuto – Duyckinick, Evert A. Portrait Gallery of Eminent Men and Women in Europe and America. New York: Johnson, Wilson & Company, 1873.External link: The University of Texas at Austin > PORTRAIT GALLERY > IMAGE, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=44360666

Nel 1974 fu scelta la data del 12 maggio per celebrare l’anniversario della nascita di Florence Nightingale, la quale è considerata la fondatrice della moderna assistenza infermieristica. Ogni anno l’ICN sceglie un tema e distribuisce un kit divulgativo che contiene materiale educativo e informativo.

https://it.wikipedia.org/wiki/Giornata_internazionale_dell%27infermiere

 La Giornata Internazionale dell’Infermiere, una celebrazione istituita per ricordarci il valore del lavoro dei nostri eroi in corsia. Oggi impegnati nella lotta al Coronavirus, ma ogni giorno accanto ai malati nella salvaguardia della salute pubblica. Per ringraziarli ricordiamo la storia della ricorrenza, i volti dei nostri infermieri, le ultime iniziative solidali.

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Sei maggio 1976

I terremoti del '900: il terremoto del Friuli del 6 maggio 1976 ...
foto dal web

Erano le ore 21:05 del 6 maggio 1976 quando una violentissima scossa di terremoto colpì il Nord del Friuli. Il terremoto fu di magnitudo 6.5 con ipocentro a circa 6 Km di profondità ed epicentro nei pressi del Monte San Simeone vicino ai centri abitati di Gemona del Friuli, Osoppo, Venzone,Artegna che furono rasi al suolo in quei terribili 55 secondi. Le vittime furono quasi 1.000 e i primi a dare le notizie furono i radioamatori. I Soccorsi furono immediati e si iniziò immediatamente a scavare fra le macerie. Purtroppo, solo quattro mesi dopo, la terra tremò ancora con tre violente scosse di M 5.8, 5.9 e 6.1 quando il 15 settembre crollò quel poco che era rimasto in piedi. La ricostruzione fu molto rapida e conclusa in circa 7 anni ovunque. Venzone e le sue mura furono ricostruite pietra su pietra grazie ad un servizio fotografico realizzato mesi prima che permise la numerazione di ogni singolo pezzo. Sono trascorsi 40 anni ma, nella la gente friulana, il ricordo è rimasto indelebile nella mente e nel cuore.

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44° anniversario del terremoto del 1976 in FVG

 Il Friuli ringrazia e non dimentica

               Il Friul al ringrazie e nol dismentee

               Furlanija se zahvaljuje in ne pozabi

Vignetta di Moreno Tomasetig: L’Orcolat (“orcaccio”, spregiativo del friulano orcul, “orco”) è un mostruoso essere che la tradizione popolare indica come causa dei terremoti in Friuli. L’Orcolat è una figura ricorrente soprattutto nei racconti della tradizione popolare. Vivrebbe rinchiuso nelle montagne della Carnia: ogni suo agitarsi bruscamente provocherebbe un terremoto.
Dopo il 1976 è divenuto sinonimo del terremoto che colpì il Friuli in quell’anno.
immagine da fb

Il 6 maggio 1976 era un venerdì ,la serata era calda.I bambini di Pradielis/Ter giocavano,come ogni sera in piazza, prima del rientro alle proprie case.

Era molto afoso,gli anziani ,come di consueto,dopo l’Ave Maria si stavano preparando per andare a dormire,per poter continuare il giorno dopo i lavori nella stalla e nei campi.

Alcuni si trattenevano nell’ osteria del paese per bere al banco un bicchiere di vino dopo le fatiche della giornata.

Tutto era calmo,poi il primo allarme,una specie di tuono,ma nessuno ci fece caso, un rimbombo, i vetri delle finestre risuonarono.Si sentì un boato,poi una terribile scossa alle 21 e 24 minuti che è durata 59 secondi(magnitudo 6,5 Richter).

Il terremoto colpì tutto il Friuli e portò solo distruzione.Le case crollarono e con esse tutto ciò vi era dentro,le campane cominciarono a suonare da sole,gli orologi sui campanili si fermarono alle 21.Le case di sasso crollarono e sotto di sè affondavano tutto ciò che era nelle vicinanze.Le luci si spensero ,molte fontane non erogarono l’acqua.La gente rimase di sasso,scappò e molti furono colpiti dal crollo.

A Podbardo/Ciseriis morirono sotto le macerie 6 persone e successivamente 2 per le conseguenze.Dalle frane ,dalle rocce e dai ghiaioni si diffondeva una polvere soffocante,dalle pendenze dei Musi ,del Zajavor,dalla Velika Glava e da Tanaroba si innalzava una nebbia soffocante.Cumuli di sassi ricoprivano tutto,molte case crollarono.La gente scappava all’aperto,spaventata senza rendersi conto di cosa stesse succedendo.

A Podbardo/Ciseriis due donne rimasero intrappolate nella stalla per il crollo del tetto e rimasero sotto le macerie.Anche gli animali cercavano di scappare.

Gli aiuti da Tarcento e da Nimis non potevano arrivare perchè le strade erano impraticabili,gli abitanti cercarono di aiutarsi a vicenda.Si poteva arrivare a Lusevera solo a piedi attraverso i sentieri.

Per prima cosa si radunarono nella Velika Njiva/Grande Campo a Bardo/Lusevera per vedere quanti erano presenti.Mancava all’appello un’anziana e quindi andarono a cercarla:era bloccata nel letto e non poteva muoversi e fu aiutata ad uscire.E così successe in altri paesi del comune di Lusevera/Bardo.

Arrivarono le tende,si fecero le tendopoli e furono sistemati alla buona i tetti delle case dai proprietari.

Giunsero le donazioni degli emigranti, i contributi dello Stato,delle associazioni umanitarie, gli aiuti internazionali e quelli delle nazioni vicine.

I tecnici della Slovenia che avevano contribuito alla ricostruzione di Skopje organizzarono sul castello di Udine un seminario con esempi pratici per insegnare agli addetti ai lavori come si doveva aggiustare e ricostruire in modalità antisismica.

Arrivarono le roulottes,molte persone furono trasferite a Lignano,Grado,in altri luoghi o da parenti.

Gli animali ad Arta Terme e altri luoghi della Carnia.

Furono montate le case prefabbricate slovene,le”valentine”casette di legno costruite dalla ditta Piero della Valentina.

Poi ci fu la ricostruzione, è stato ricostruito tutto com’era,col minimo di interventi legislativi e coi risultati migliori.

Trent’anni dopo ogni opera è compiuta e non c’è muro che non sia stato ricostruito come prima.

Nell’immaginario collettivo ,merito dei friulani e del loro carattere laborioso.Nella realtà,risultato di scelte politiche un tempo tanto sagge.

tradotto dal libro “Na izpostavljenem mestu/Tra la propria gente”

racconto autobiografico in memoria di Viljem Černo scomparso

 Fu un sisma di magnitudo 6.5 della scala Richter che colpì il Friuli, e i territori circostanti, alle ore 21:00:12 del 6 maggio 1976, con ulteriori scosse l’11 e 15 settembre

44 anni fa il terremoto del Friuli del 1976

L’11 settembre 1976 la terra tremò di nuovo: si verificarono infatti due scosse alle 18:31 (Mw 5.3) e alle 18:35 (Mw5.6).Il 15 settembre 1976, prima alle ore 5:15 e poi alle ore 11:21, si verificarono due ulteriori forti scosse, rispettivamente di magnitudo 5.9 e 6.0 I comuni di TrasaghisBordanoOsoppoMontenarsGemona del FriuliBujaVenzone e la frazione di Monteaperta, le località maggiormente colpite, furono fortemente danneggiati. La popolazione di quei comuni fu trasferita negli alberghi di GradoLignano SabbiadoroJesolo e altre località marittime. Là furono ospitati anche i terremotati di altri comuni, rimasti senza alloggio…

I danni del terremoto del maggio 1976 furono amplificati da altre due scosse, a fine dell’estate.

Il sisma in cifre

Aree colpita: 5.500 chilometri quadrati

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40 anni fa moriva il maresciallo Tito

Il 4 maggio 1980, Jozip Broz, detto Tito, presidente della Repubblica federale socialista jugoslava, si spegneva a Lubiana. Dopo di lui la Jugoslavia ha conosciuto un periodo di conflitti senza precedenti sul suolo europeo dalla Seconda Guerra mondiale. A 40 anni dalla sua morte è tempo di fare bilanci sull’eredità lasciata dal Maresciallo Tito.

Josip Broz Tito ha salvaguardato l’unità della Jugoslavia, un paese creato a tavolino nel 1918, all’indomani del disgregarsi dei grandi imperi, nato dapprima come regno poi, dal 1945, divenuta Repubblica federale. “Jugoslavia” significa, appunto, “terra degli slavi del Sud” e davvero questo Paese ha rappresentato un melange etnico, confessionale e linguistico.  Alla morte del Maresciallo le tensioni latenti esplosero nelle guerre balcaniche degli anni ’90.

Quelle tensioni, dunque, erano attive già durante la dittatura socialista, una dittatura che seppe però evitare il massacro etnico. Oppure lo generò. La figura di Tito è oggetto di controverse analisi storiche, il suo slogan fu “fraternità ed unità” ed effettivamente, in almeno due casi, seppe stemperare le tensioni crescenti nel paese. Nel 1971 le prolungate proteste degli studenti croati, nell’onda lunga del ’68, animarono quella “primavera croata” che Tito, invece di osteggiare, fece propria rinnovando buona parte della classe dirigente della Repubblica (tranne, ovviamente, se stesso) e garantendo maggiori libertà civili. Del 1968 fu anche la rivolta dei kosovari che, ritenendo insufficienti le autonomie concesse da Belgrado, ne chiedeva in misura maggiore anche per la particolare connotazione etnico-religiosa della regione. Il Kosovo era (ed è) a maggioranza albanese e musulmana e la Federazione jugoslava offriva ampie autonomie alle minoranze.

Attraverso la politica delle autonomie, il potere centrale jugoslavo riusciva a tenere insieme realtà eterogenee. Ma insieme alla “carota” dell’autonomia c’era il “bastone” del regime. Senza l’oppressione e la repressione del dissenso la Jugoslavia difficilmente sarebbe rimasta unita. Con la violenza, dopo la morte di Tito, si è divisa.

Eppure Tito è sinonimo di Jugoslavia, ancora oggi vive nel ricordo dei nostalgici come il  leader che ha saputo garantire la pace nella regione. E non si tratta di una minoranza di persone: la crudeltà della guerra ha edulcorato la memoria del dittatore portandolo paradossalmente ad avere oggi più supporters di allora. Ai suoi funerali erano presenti tutti i maggiori uomini di stato, proprio coloro che poco dopo scateneranno l’inferno della guerra.

Raif Dizdarević era uno di quelli. Partigiano socialista e titino della prima ora, fu l’ultimo ministro degli Esteri della Jugoslavia unita, eppure -nel criticare la riforma costituzionale voluta dal Maresciallo nel 1974– indica in Tito il responsabile delle guerre balcaniche degli anni Novanta. Quella riforma infatti, oltre a fare del Maresciallo il presidente “a vita” del paese, garantiva maggiori autonomie agli stati membri della Federazione. Questo perché in Slovenia e Croazia -i due membri più ricchi- montava un malcontento che avrebbe potuto anche risolversi in violenza. Per scongiurarla, la pressione fiscale nei confronti dei due Paesi diminuì ma mancarono -questa l’opinione di Didzarevic- misure a sostegno dei membri più deboli. Il divario economico presto alimentò il nazionalismo, che portò alla guerra di cui Tito sarebbe, allora, diretto responsabile.

Divergenze che oggi non sono solo materia per accademici. La guerra ha lasciato il suo segno creando un nuovo equilibrio etnico, una volta terminata. Un equilibrio che non sappiamo quanto si possa ritenere stabile. La Bosnia, che vedeva convivere all’epoca di Tito, croati, serbi e musulmani, oggi è un paese a maggioranza musulmana. Le moschee di Sarajevo vengono finanziate da Teheran, con evidenti ricadute (geo)politiche. I serbi di Bosnia vivono nel loro “stato nello stato”, quella Repubblica Srpska nata dopo gli accordi di Dayton del 1995.

Lo sforzo da compiersi, ora, è quello di costruire una memoria condivisa, capace di superare le barriere dei nazionalismi, facendo dell’esperienza della guerra un patrimonio storico comune. Di questa memoria condivisa dovrà fare parte anche la figura di Tito e le sue responsabilità politiche.

https://www.eastjournal.net/archives/811

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I partigiani italiani in Jugoslavia

di Federico Tenca Montini

L’8 settembre 1943 i soldati italiani schierati in territorio jugoslavo, il principale scenario bellico della guerra fascista, erano circa 350.000, sparsi in 17 divisioni. Nella confusione determinata dall’armistizio il loro destino di sfilacciò in una miriade di percorsi diversi, un ampio spettro che andò dal semplice rientro in Italia alla traduzione in Germania in quanto prigionieri di guerra. In molti si unirono inoltre al movimento partigiano jugoslavo, una scelta che pur rientrando nella lettera delle clausole armistiziali – dal momento che i partigiani di Tito erano la forza militare riconosciuta come legittima dalla potenze antifasciste – causò non poca perplessità negli alti ufficiali, che proprio verso i partigiani avevano fino a quel momento rivolto, di preferenza, le armi.

Avvenne in Montenegro che il generale Giovanni Battista Oxilia, comandante della Divisione Venezia, pattuì a Berane un accordo di collaborazione organica con l’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, imitato pochi giorni più tardi dall’omologo Giovanni Valda, comandante della Divisione Taurinese. Si trattava di unità che un mese di lotta contro i nazisti aveva stremato. La collaborazione organica con i partigiani, esperti conoscitori del territorio e delle tecniche della guerriglia, offrì loro nuovo impeto e migliori chance di salvezza. Queste due unità confluirono nella Divisione partigiana Garibaldi, nota in Italia grazie anche a recenti lavori come il documentario Partizani di Eric Gobetti. La Divisione perse oltre seimila uomini prima di imbarcarsi a Dubrovnik nel marzo del 1945 alla volta dell’Italia. Qui fu attivo, in veste di commissario politico, il cugino di Nilde Jotti e futuro parlamentare del Partito Comunista Italiano (PCI) Valdo Magnani, che nei primi anni Cinquanta, espulso dal partito con l’accusa di simpatie filojugoslave, avrebbe animato la formazione politica “titoista” Unione Socialista Indipendente.

Un percorso diverso fu quello della Divisione Italia, nata da piccole unità stanziate tra Bosnia e Dalmazia, perlopiù afferenti alla Divisione Bergamo. Questi militari si unirono direttamente alla formazione di punta dell’esercito partigiano jugoslavo, la Prima Divisione proletaria (proleterska, ma che la gente in Bosnia chiamava proleteća, cioè volante, il che la dice lunga sulla dimestichezza della gente col gergo rivoluzionario). Questi uomini seguirono i partigiani combattendo fianco a fianco con loro le principali e più epiche battaglie della Guerra di Liberazione, tra cui quella per la liberazione di Belgrado il 20 ottobre 1944, nella quale occasione issarono la bandiera dell’Italia democratica sul pennone dell’edificio che ospitava l’Ambasciata italiana. A Belgrado inoltre gli effettivi dell’unità crebbero con l’afflusso di numerosi prigionieri di guerra italiani, fino al numero complessivo di circa cinquemila, agli ordini di Giuseppe Maras, un semplice sottotenente distintosi per il valore sul campo. La Divisione Italia prese poi parte agli aspri combattimenti nello Srem, prima di partecipare alla liberazione di Zagabria nel maggio del 1945.

Le divisioni Garibaldi e Italia non esauriscono un fenomeno, quello della partecipazione dei militari italiani alla Resistenza jugoslava, che riguardò ancora migliaia di disertori, soldati che si unirono ai partigiani singolarmente o in piccoli gruppi e ex prigionieri dei tedeschi. Costoro formarono una miriade di nuclei italiani in tutta la zona di precedente occupazione italiana, quando non entrarono direttamente a far parte di unità prettamente jugoslave. Complessivamente, una stima di parte jugoslava calcola gli italiani che si unirono all’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia in oltre quarantamila, ovvero più di un decimo degli uomini che nel 1941 occuparono il paese.

Diversamente che nell’area di precedente occupazione italiana, nella zona di contatto al confine tra i due paesi la collaborazione tra partigiani italiani e jugoslavi era figlia di pressanti considerazioni di natura politica e militare, dal momento che l’ormai triennale esperienza nella guerriglia degli jugoslavi costituiva un autentico tesoro per le formazioni italiane che, all’indomani dell’8 settembre, stavano muovendo i primi passi. La Resistenza istriana, a dire il vero, aveva un carattere misto già prima dell’Armistizio, per poi assumere una dimensione di massa con l’insurrezione del settembre 1943 che determinò una breve parentesi di potere partigiano.

Fu però in Friuli che la collaborazione tra il Fronte di liberazione sloveno (Osvobodilna fronta, formata da una coalizione di partiti antifascisti a guida comunista) e partiti antifascisti italiani diede i frutti più maturi nell’estate del 1944, con la proposta di creazione di un coordinamento unitario. L’intesa, che naufragò presto per le riserve delle forze politiche centriste stanti le ricadute politiche che l’accordo avrebbe potuto determinare, rimase in vigore solo per le unità – maggioritarie – controllate dal PCI. Fu così che la Divisione Garibaldi–Natisone, stremata dalla guerra antipartigiana sferrata dai tedeschi e dai loro aiutanti nell’autunno del 1944, a dicembre abbandonò il Friuli orientale per avventurarsi in territorio sloveno, dove nel maggio dell’anno successivo partecipò alla liberazione di Lubiana. Il IX Korpus, la più occidentale delle due grandi unità in cui era strutturato l’esercito partigiano sloveno, giocò invece un ruolo importante nella liberazione di Trieste, Gorizia e Monfalcone, e partecipò anche a quella di Udine.

Bibliografia:

  • Eric Gobetti, Partizani. La Resistenza italiana in Montenegro (documentario), 2015
  • Giacomo Scotti e Riccado Giacuzzo, Ventimila caduti, con R. Giacuzzo, Milano, Mursia, 1967
  • Giacomo Scotti, I “disertori: le scelte dei militari italiani sul fronte jugoslavo prima dell’8 settembre”, Milano, Mursia, 1980
  • Giacomo Scotti, Juris, juris! All’attacco! La guerriglia partigiana ai confini orientali d’Italia 1943-1945, Milano, Mursia, 1984

Il presente contributo trae l’abbrivio dalla breve lezione sul tema dei rapporti tra la Resistenza italiana e quella jugoslava all’interno del ciclo di iniziative promosse dall’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione per celebrare il 25 aprile 2020 nonostante le misure di distanziamento sociale imposte dall’epidemia di SARS-CoV2.

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1° Maggio festa dei lavoratori

Il quarto stato, di Giuseppe Pellizza da Volpedo

Il 1º maggio di ogni anno viene festeggiato in molti paesi del mondo.Per ricordare tutte le lotte per i diritti dei lavoratori, originariamente nate per la riduzione della giornata lavorativa.

Le prime origini, nell’Illinois

La festa dei lavoratori affonda in un periodo di significative e frequenti manifestazioni per i diritti degli operai delle fabbriche durante la Rivoluzione industriale degli Stati Uniti d’America, guidate dall’Associazione dell’Ordine dei Cavalieri del Lavoro americani, i Knights of Labor.

Nel 1866, fu approvata a Chicago, in Illinois, la prima legge delle otto ore lavorative giornaliere, legge che entrò in vigore soltanto l’anno dopo, il 1º maggio 1867, giorno nel quale fu organizzata un’importante manifestazione, con almeno diecimila partecipanti.

La notizia giunse anche in Europa, dove nei primi giorni di settembre 1864 era nata a Ginevra la “Prima Internazionale”, ovvero l’Associazione internazionale dei lavoratori, molto vicina ai primi movimenti socialisti e marxisti dell’epoca.

Le otto ore lavorative

La conquista delle otto ore lavorative, iniziata il 1º maggio 1867 soltanto nello stato dell’Illinois, ebbe una successiva espansione lenta e graduale in tutto il territorio statunitense. Ancora nel 1882, nella città di New York, fu organizzata una importante protesta il 5 settembre, mentre due anni dopo, nel 1884, in un’analoga manifestazione americana, gli stessi Knights of Labor approvarono una risoluzione affinché l’evento di protesta avesse una ricorrenza annuale, senza però proporre ancora una data ufficiale[1] nell’Illinois.

La rivolta di Chicago e il 1º maggio

Il 1º maggio 1886, in occasione del 19º anniversario dell’entrata in vigore della legge dell’Illinois sulle otto ore lavorative, fu deciso dalla Federation of Organized Trades and Labour Unions come il giorno di scadenza limite per estendere tale legge in tutto il territorio americano, pena l’astensione dal lavoro, con uno sciopero generale a oltranza[2].Il quarto stato, di Giuseppe Pellizza da Volpedo

In quel giorno, anche Chicago partecipò allo sciopero generale, in particolare la fabbrica di mietitrici McCormick. La polizia, chiamata a reprimere l’assembramento, sparò sui manifestanti, uccidendone due e ferendone diversi altri. Per protestare contro la brutalità delle forze dell’ordine, gli anarchici locali organizzarono una manifestazione da tenersi nell’Haymarket Square, la piazza che normalmente ospitava il mercato delle macchine agricole. Questi fatti ebbero il loro culmine il 4 maggio, quando da una traversa fu lanciata una bomba che provocò la morte di sei poliziotti e il ferimento di una cinquantina. A quel punto la polizia sparò sui manifestanti. Nessuno ha mai saputo né il numero delle vittime né chi sia stato a lanciare la bomba. Fu il primo attentato alla dinamite nella storia degli Stati Uniti.

Il 20 agosto 1887 fu emessa la sentenza del tribunale: August Spies, Michael Schwab, Samuel Fielden, Albert R. Parsons, Adolph Fischer, George Engel e Louis Lingg furono condannati a morte (in seguito a pressioni internazionali la condanna a morte di Fielden e Schwab fu commutata in ergastolo; il cancelliere Otto von Bismarck proibì tutte le manifestazioni in favore degli accusati di Haymarket); Oscar W. Neebe a reclusione per 15 anni. Otto uomini vennero condannati per essere anarchici, e sette di loro condannati a morte.
L’11 novembre 1887, i condannati furono tutti impiccati a Chicago. Le ultime parole pronunciate furono:

  • Spies: «Salute, verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più forte delle voci che oggi soffocate con la morte!»
  • Fischer: «Hoch die Anarchie!» (Viva l’anarchia!)
  • Engel: «Urrà per l’anarchia!»
  • Parsons, la cui agonia fu terribile, riuscì appena a parlare, perché il boia strinse immediatamente il laccio e fece cadere la trappola. Le sue ultime parole furono queste: «Lasciate che si senta la voce del popolo!»

La data del 1º maggio si diffonde nel mondo

Nel 1887, l’allora presidente degli Stati Uniti d’AmericaGrover Cleveland, ritenne che il giorno 1º maggio avrebbe potuto costituire un’opportunità per commemorare i sanguinosi episodi di Chicago. Successivamente, temendo che la commemorazione potesse rafforzare eccessivamente il nascente socialismo, spostò l’oggetto della festività sull’antica Organizzazione dei Cavalieri del Lavoro. Tuttavia, già pochi giorni dopo il sacrificio dei cosiddetti Martiri di Chicago, gli stessi lavoratori della città statunitense tennero un’imponente manifestazione a lutto, prova che le idee socialiste non erano affatto morte.

Le notizie degli eventi tragici di Chicago si estesero anche in altri stati di tutto il continente americano, per poi estendersi anche in Europa. La data del 1º maggio fu adottata ad esempio in Canada, soltanto nel 1894, sebbene il concetto di festa del lavoro sia in questo caso riferita a precedenti marce di lavoratori tenutesi a Toronto e Ottawa nel 1872.

Al Congresso Internazionale di Parigi del 1889, che diede il via alla Seconda Internazionale, il giorno 1º maggio fu dichiarato ufficialmente come la Festa Internazionale dei Lavoratori, e fu adottata da molti paesi nel mondo.
Dall’altra parte dell’emisfero terrestre, come ad esempio in Australia, la commemorazione ricorda la “Festa delle Otto Ore” (lavorative). Tuttavia, nella zona del Queensland, se inizialmente si usava celebrarla sempre il giorno 1º maggio, in epoche più recenti e anche in altre zone australiane si usa farla cadere il primo lunedì di maggio, oppure di marzo, ma anche ottobre.

La commemorazione fu poi ripresa anche dal mondo cattolico: il 1º maggio 1955papa Pio XII istituì per tutta la Chiesa cattolica la festa di San Giuseppe lavoratore, perché tale data potesse essere condivisa a pieno titolo anche dai lavoratori cattolici.

In Italia, appena si diffuse la notizia dell’assassinio degli esponenti anarchici di Chicago nel 1888, il popolo livornese si rivoltò prima contro le navi statunitensi ancorate nel porto, e poi contro la Questura della stessa città, dove si diceva che si fosse rifugiato il console degli Stati Uniti. Soltanto dopo decenni di battaglie operaie e lotte sindacali, le otto ore lavorative verranno dichiarate legali soltanto con il Regio decreto legge n. 692 del 1923.

La Festa dei lavoratori in Italia

La decisione in Europa in merito alla festività del 1º maggio, ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889, fu ratificata in Italia soltanto due anni dopo. La rivista La Rivendicazione, pubblicata a Forlì, cominciava così l’articolo Per primo maggio, uscito il 26 aprile 1890: «Il primo maggio è come parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti i lavoratori del mondo, è parola d’ordine che si scambia fra quanti si interessano al proprio miglioramento».[5].
Tra le prime documentazioni filmate della festa in Italia, il produttore cinematografico Cataldo Balducci presenta il documentario Grandiosa manifestazione per il primo maggio 1913 ad Andria (indetta dalle classi operaie) che riprende la festa in sette quadri, e si può – così – vedere il corteo che percorre le strade affollate della Città: gli uomini, tutti con il cappello, seguono la banda che suona, con alcune bandiere.

Durante il Fascismo

Durante il ventennio fascista, a partire dal 1924, la celebrazione fu anticipata al 21 aprile, in coincidenza con il Natale di Roma, divenendo per la prima volta giorno festivo con la denominazione “Natale di Roma – Festa del lavoro”. Fu poi riportata al primo maggio dopo la fine del conflitto mondiale, nel 1945, mantenendo lo status di giorno festivo.

https://it.wikipedia.org/wiki/Festa_dei_lavoratori

Pubblicato in: slovenija, storia

Oggi in Slovenija è il giorno della rivolta contro l’occupatore

Bandiera della Slovenia - Wikipedia

Il giorno della rivolta contro l’occupazione è una festa nazionale celebrata in Slovenia il 27 aprile. In questo giorno del 1941 fu fondato a Lubiana il Fronte anti-imperialista, in seguito il Fronte di liberazione del Popolo sloveno.

Una breve storia della Slovenia

La nazione centroeuropea della Slovenia è stata storicamente al crocevia di diverse culture. L’area che ora fa parte della Slovenia fu occupata da varie dinastie e imperi come il Sacro Romano Impero, l’Impero bizantino, l’Impero austriaco e altri. Fu solo agli inizi del 20esimo secolo che gli Sloveni fondarono uno stato con i croati e i serbi. A dicembre 1918, questo stato si è fuso con il Regno di Serbia. Durante la seconda guerra mondiale, la regione fu occupata da diverse potenze straniere come l’Italia, l’Ungheria e la Germania. Più tardi, divenne parte della Jugoslavia. È stato solo dopo il crollo dell’Unione Sovietica che una nazione indipendente della Slovenia è emersa a giugno 1991.

Storia della bandiera della Slovenia

La bandiera tricolore di bianco-blu-rosso fu usata per la prima volta in 1848 dagli studenti guidati da Lovro Toman, un famoso nazionalista sloveno. La bandiera ha continuato ad essere utilizzata per tutto il secolo come l’unico simbolo che rappresenta tutti gli sloveni. Lievi cambiamenti furono apportati al design della bandiera durante e dopo la guerra mondiale. La bandiera moderna che vediamo oggi è stata adottata solo dopo l’indipendenza della Slovenia. Una stella rossa che era stata posta nel tricolore per significare il regime comunista fu rimossa. Invece della stella, la bandiera ora mostrava il nuovo stemma sloveno disegnato da Marko Pogačnik. La bandiera è stata ufficialmente adottata a giugno 27, 1991.

Disegno della bandiera nazionale della Slovenia

La bandiera del paese è un tricolore con tre bande orizzontali di bianco, blu e rosso in ordine della loro posizione dall’alto verso il basso. Le bande sono di dimensioni uguali. Lo stemma della Slovenia è anche presente sulla bandiera. È presente tra le bande gialle e blu verso il lato del paranco della bandiera. Il rapporto larghezza-lunghezza della bandiera è 1: 2.

Significato dei colori e dei simboli della bandiera

I colori della bandiera della Slovenia derivano dallo stemma del ducato di Carniola che raffigurava un’aquila blu su un campo bianco e una mezzaluna in rosso e oro. Questo stemma era in uso durante l’era medievale. Secondo alcune fonti, tuttavia, i colori della bandiera slovena sono il pan slavo. Lo stemma nella bandiera è specifico per il paese. Ha la forma di uno scudo. Ha uno sfondo blu. La vetta più alta del paese, il Monte Triglav, è descritta in bianco nel campo blu. I fiumi locali e il mare Adriatico sono rappresentati sotto forma di due linee ondulate blu che corrono sotto la montagna bianca. Sopra la montagna sul campo blu ci sono tre stelle presenti sotto forma di un triangolo invertito. Ognuna delle stelle ha sei punti. Queste stelle sono state derivate dai Conti di Celje (una potente dinastia che regnò in Slovenia nel 14 # fino al sec 15°).

https://it.ripleybelieves.com/what-do-colors-and-symbols-of-flag-of-slovenia-mean-9766

Pubblicato in: minoranza slovena, storia

75° della fine della 2ª guerra

Il settantacinquesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale in Italia sarà ricordato il 25 aprile. Ma la Slavia nel 1945 cadde dalla padella nella brace. Scrive lo storico Giorgio Banchig: «Nelle Valli del Natisone il dopoguerra fu funestato da una profonda spaccatura della comunità dovuta a due questioni: la definizione dei confini e il riconoscimento della minoranza, questioni che avevano un’unica origine nella già allora pluridecennale lotta contro la lingua slovena e il tentativo di sradicarla dalle case e dalle chiese. Non fu tanto una contrapposizione tra destra e sinistra, tra ex fascisti ed ex partigiani, ma tra chi voleva ripristinare la millenaria prassi dell’uso dello sloveno nelle chiese, interrotta dal fascismo, e introdurlo nell’insegnamento scolastico e tra chi vi si opponeva paventando ad arte invasioni da parte della Jugoslavia, ma in effetti richiamandosi al programma del Giornale di Udine del 1866: “Questi slavi bisogna eliminarli” e alla repressione fascista».

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