Slavia friulana/Benečija di una volta

foto dal mio archivio

Identità cancellata P.Parovel

Elenco cognomi tratto dal libro introvabile di Paolo Politi

Tra i colpi d’ingegno del fascismo nella cosiddetta Venezia Giulia c’è anche un colpo di spugna che non è per niente conosciuto nel resto dell’italico stivale, e che le scuole si guardano bene dall’insegnare o da rendere noto, così, non tanto perchè ormai serva a molto, ma un tanto per verità storica. Con il colpo di spugna infatti, la popolazione della suddetta nuova regione, da multietnica e multiculturale quale era, diventa in pochi anni italianissima grazie alla “restituzione” in forma italiana di tutti i cognomi. Dal momento che non mi piace parlare a vanvera, a differenza di altri, che basano le loro tesi sul sentito dire, in molte parrocchie dell’Istria e del Quarnero è possibile consultare registri che riportano atti di nascita o di matrimonio dove la quasi totalità dei cognomi è riportata con la ch finale o con la ć (che in croato corrisponde alla ch), dipendeva dalle origini del prete o del parroco, mentre a Trieste basta richiedere un registro del cimitero di S. Anna o dei vecchi atti del catasto precedenti al 1918 per constatare quello che sostengo, quindi? Cosa è stato restituito? Tutte le schede riguardanti l’italianizzazione dei cognomi è conservata totalmente all’Archivio di Stato di Trieste in via La Marmora. C’è da aggiungere che ci fu qualcuno che richiese l’italianizzazione del cognome, chi per convinzione patriottica, chi per meglio presentarsi nei confronti dei nuovi “padroni”, la tessera del PNF chiudeva il cerchio. Riporto una lista di cognomi tratta dal libro del Prof. Paolo Parovel “L’identità cancellata”. Per inciso anche il libro è stato “cancellato” perchè è quasi impossibile da trovare. foto e testo dal post di Sergio Cisco su fb

Quel reportage degli anni ’50 sulla marcia di Ronchi. Scomparsi tutti i cimeli dell’occupazione di Fiume

Correva l’anno 1954, si direbbe nel noto programma televisivo la Grande Storia. Alcune puntate sul corriere di Napoli a firma di Gustavo Traglia, sul 35° anniversario della marcia di Ronchi. Articoli con in parte con la retorica con cui si esaltò quella marcia nazionalista che con il Natale di sangue porterà allo scontro armato tra regolari e irregolari italiani, con una sessantina di morti, ma evidenzia soprattutto il distacco che a Ronchi vi era nei confronti di quell’atto che anticiperà di qualche anno la marcia su Roma. Si legge che il messaggio,scritto a mano, con il quale D’Annunzio offriva a Ronchi la sua medaglia d’oro, per l’occupazione di Fiume, che sembrava scritto di pugno di D’Annunzio, in realtà era una copia. Nel senso che l’originale è sparito. Quello presente in Comune è solo una copia scritta a mano, ma non l’originale. Si racconta che venne fatto sparire per metterlo al riparo a causa del sentimento avverso che c’era verso quell’atto dannunziano. Così come la medaglia d’oro. Sparita per essere fusa a Trieste, per rendere più commerciabile l’oro, si legge, così come sparì una bandiera fiumana e e una foto con dedica originale di D’Annunzio. Tutto andato perduto, scrisse il giornalista. Racconta di una permanenza dei legionari a Ronchi di solo 8 ore e mezza, nessuno di Ronchi, uno solo di Monfalcone, a dimostrazione di quanto fosse aliena quella roba in questo territorio. D’altronde anche la stessa targa che ricorda la marcia di occupazione di Fiume  a Ronchi venne collocata da Giunta, che sarà capo del fascio triestino e segretario del PNF, perchè nessuno di Ronchi voleva collocarla, così come il monumento in ricordo di quella marcia, il Comune di Ronchi in quel tempo, definendo quella marcia, giustamente, con i connotati fascisti, si rifiutò categoricamente di volerlo realizzare sul proprio territorio. Troverà posto, invece, a Monfalcone. In una Ronchi che negli anni ’20 vide conferire a D’Annunzio, purtroppo, la cittadinanza onoraria e mutare via Trieste in via D’Annunzio, per non parlare del cambio del toponimo, che passando dalla cittadinanza onoraria a Mussolini, revocata solo in questi anni, nel 1925 venne decretato, dopo l’annessione fascista di Fiume al Regno d’Italia, in Ronchi dei Legionari, da Ronchi di Monfalcone. Ancora si può porre rimedio per sistemare le cose, sdannunziando Ronchi. Togliendo “dei legionari” per il solo Ronchi, ripristinando la vecchia via Trieste e revocando la cittadinanza onoraria a D’Annunzio. Sarebbe un gesto europeista, di progresso, e di civiltà e di rispetto verso la città di Rijeka/Fiume.
mb
fonte estratto da Archivio della Memoria Consorzio Culturale del Monfalconese

https://xcolpevolex.blogspot.com/2019/06/quel-reportage-degli-anni-50-sulla.html?spref=fb&fbclid=IwAR1XOqdO30Bdd84hNiC_eTxEzpOo_gNRCtMf1oBK_9drTET6paKJHq3BMs8


Aquileia, il rifiuto di una disgregazione fra diversi

Un brano dell’intervento che il prof. Alessio PerÅ¡ič ha tenuto anni fa alla tavola rotonda all’Abbazia di Rosazzo sul tema: 
«Il paradigma di Aquileia. Segno e stimolo di collaborazione tra le chiese e di convivenza tra i popoli».

San Paolino aveva la responsabilità di un gregge molto diverso da questo ideale: nel medesimo territorio ecclesiastico i Longobardi, precedenti dominatori, sopportavano lividi e affranti la nuova signoria dei Franchi, mentre le popolazioni di vecchio sostrato, celto-latine, numericamente ancora maggioritarie, subivano con diffidenza sottomessa o ambiguo opportunismo i disagi del violento ricambio di potere ai vertici politico-sociali; insieme, da oriente era filtrata — per lo più quietamente — la presenza delle stirpi slovene, e già Paolino poteva contemplarne i fuochi solstiziali, la vigilia del Battista, alti sui monti che sovrastano Cividale. 

Davanti alla Chiesa di Aquileia, allora guidata fermamente da Paolino, questa dunque fu ancora la sfida: «Non dividerci, pur radunati». 
Non però il rifiuto di ormai anacronistiche e improbabili divisioni dottrinali, come era anche stato fino a non troppo tempo prima; il rifiuto, invece, della disgregazione di una convivenza fra diversi, che equivaleva all’affermazione di un progetto di conciliazione politica e morale realizzabile con le potenti risorse dell’amore teologico: la caritas. «Onde i prossimi in Dio come noi stessi / amare e, per il Cristo, anche i nemici». 

La costanza di perseguire questo progetto, antico e nuovo, poiché riformulato originalmente alla scadenza di ogni trapasso epocale, fu il carisma della cristianità aquileiese. 
Attraverso e oltre la singolare, rischiosa e irripetibile esperienza dello Stato Patriarcale, esso restò confermato: in Friuli i numerosi toponimi slavi, accanto a quelli germanici, e, ancora più, i cognomi familiari di analoga origine, attestano solo un esempio estremo di compenetrazione culturale, spinto alla totale assimilazione; la condivisa venerazione di molti santi ha pure un’appariscenza tanto evidente, che uno studio esteso all’intera antica giurisdizione diocesana di Aquileia potrebbe solo asseverare, mentre la devozione mariana non ha il suo modo esemplare e privilegiato di espressione in quello multilingue praticato nei santuari edificati sui crinali dei versanti etnici, ViÅ¡arje – Luschari – Lussari, Madone di Mont – Stara gora – Castelmonte, Sveta Gora – Mont Sante – Monte Santo (ma anche se ci si addentra di più in terra slovena si può avere ancora la sorpresa, com’è successo a me in un pomeriggio di duro lavoro, di scoprire le pareti lapidee esterne del romito santuario di Sveta Marija Vitovska, sotto la Selva di Tarnova, istoriate di scritte devozionali settecentesche in lingua italiana …). 

E’ tuttavia il sentimento collettivo di ciascun popolo a confermare soprattutto, di solito nei frangenti più drammatici delle vicende nazionali, la coscienza di appartenere a un insieme distinto per l’omogeneità di un convissuto storico profondamente interiorizzato, appunto perché inseparabile dal sedimento spirituale che ancora oggi configura in radice le idealità individuali e quotidiane. Penso a Ivan Cankar (1876-1918), del cui romanzo «Martin Kačur» (1906) mio padre curò nel secondo dopoguerra una traduzione che nessun editore italiano si sognò allora di pubblicare: questo visionario cantore della Slovenia e dolente demistificatore della Mitteleuropa asburgica, aveva immaginata praticabile l’ipotesi di una unità politica degli Slavi meridionali; eppure aveva lucidamente riconosciuto: 

«Siamo fratelli di sangue, siamo almeno cugini per quanto riguarda la lingua, ma per cultura, che è frutto di plurisecolare separato sviluppo, siamo molto più estranei l’uno all’altro di quanto possa essere estraneo il nostro contadino della Carniola al contadino tirolese o il vignaiolo goriziano a quello del Friuli». 

Il disastro del regno jugoslavo e la dissoluzione — prevista infallibilmente già trent’anni fa anche da mia nonna, chiacchierando in cucina — della Jugoslavia comunista di Tito hanno dimostrato perfino tragicamente l’illusorietà storica di questa idea generosa, per certi aspetti forse profetica, ma in gran parte immotivata da fondamenti storici e spirituali. Alessio Peršič

Docente di Letteratura Cristiana Antica all’Università Cattolica di Milano.
DOM 15-04-2004

http://www.lintver.it/storia-vicendestoriche-ancoraparadigma.html

San Paolino II d’Aquileia

S Paolino II Patriarca di Aquileia
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Briefliche_Erwaehnung
_Frankfurt_am_Main.jpg#/media/File:Briefliche_Erwaehnung_Frankfurt_am_Main.jp
Duomo di Udine, busto con reliquie del Patriarca Paolino


Paolino II d’Aquileia (Premariacco750 circa – Cividale11 gennaio802) è stato un vescovoitaliano, patriarca di Aquileia (che risiedeva a Cividale del Friuli) dal 787 all’802. È venerato come santo dalla Chiesa cattolica che lo ricorda il giorno 11 gennaio.

Biografia

Visse durante il periodo di transizione che vide il disfacimento del regno longobardo e l’affermarsi del dominio di Carlo Magno, con il quale collaborò, durante la lunga permanenza alla Corte dei Franchi, dal 777 fino al 787, quando fu chiamato a succedere al patriarca di Aquileia Sugualdo.Operò profonde trasformazioni nella sua diocesi, con riforme liturgiche, come si può desumere dagli Atti del Concilio di Cividale, del 796. Compose alcune poesie religiose e secolari, con notazioni in musica, tra cui la Regula Fidei e, secondo Dag NorbergUbi Caritas.
Combatté l’eresia adozionista, producendo alcune opere teologiche fra le quali: Libellus Sacrosyllabus contra ElipandumContra Felicem Libri Tres, e Liber Exhortationis. Partecipò inoltre al Concilio di Ratisbona del 792 e al Concilio di Francoforte del 794, proprio per contrastare l’adozionismo di Elipando di Toledo.
Mandò missionari per evangelizzare il vicino popolo degli Avari. Prima di diventare patriarca, fu magister grammaticus, alla schola palatina di Carlo Magno, dal 776 al 787, e collaborò con il monaco Alcuino.
Culto
Celebrato l’11 gennaio. Dal Martirologio Romano: “A Cividale del Friuli, san Paolino, vescovo di Aquileia, che si adoperò nel convertire alla fede gli Avari e gli Sloveni e dedicò al re Carlo Magno un celebre poema sulla regola di fede”. https://www.wikiwand.com/it/Paolino_II

Per approfondire vai qui http://www.treccani.it/enciclopedia/paolino-ii-patriarca-di-aquileia_%28Dizionario-Biografico%29/

Cividât, citât di considerâ “Capitâl dal Friûl” Luigi Del Piccolo (video)

Cividât, citât di considerâ “Capitâl dal Friûl” par tantis resons… Ve chi la sô storie. <a href=”http://

Piccoli e scuri,puzzano e rubano…

Dalla relazione sugli immigrati italiani 
dell’ ispettorato per l’ immigrazione del Congresso degli Stati Uniti.
Ottobre 1919

da fb

Gli italiani hanno la memoria corta…


#immigrazione #italiani

Nascita della Slavia friulana

Slavia - Benecija - Una storia nella storia

Benečija-Slavia. Una storia nella Storia (in italiano) È di nuovo a disposizione il libro di storia dal titolo «Slavia-Benečija. Una storia nella Storia », scritto da Giorgio Banchig e illustrato da Moreno Tomasetig, edito dalla cooperativa Most a fine 2013. Per il grande successo che ha avuto, il volume è andato esaurito in pochi mesi ed è stato ristampato nel 2015. Il libro, disponibile sia in lingua italiana sia in lingua slovena, parla della storia della Slavia dalle origini ai giorni nostri. «Il diritto di conoscere la propria storia è un diritto fondamentale e inalienabile della persona umana – scrive Banchig nella prefazione –. La specificità della storia della Slavia sta nel fatto che, nel corso dei secoli la comunità slovena delle Valli del Natisone ha sviluppato una coscienza identitaria fondata sulla lingua slovena e sulle istituzioni di autonomia amministrativa e giudiziaria godute dalle origini all’inzio del XIX secolo. Ritengo che il mio lavorocolmi una lacuna nella conoscenza della storia locale, che finora è stata trattata da più autori e per singole epoche, oppure in maniera generica e sbrigativa, quando non addirittura ideologica». «L’identità di un popolo è indissolubilmente legata alla sua lingua. Nelle valli del Natisone la lingua slovena si è mantenuta senza nessuna scuola grazie a una forte tradizione orale, tramandata di generazione in generazione per 1200 anni fino all’istituzione della scuola bilingue nel 1984 e poi, in seguito alla repressione fascista, grazie all’attività dei sacerdoti», ha detto mons. Marino Qualizza alla prima prestazione del libro. «Si tratta di un’opera necessaria per la nostra zona – ha aggiunto il prof. Roberto Dapit dell’Università di Udine –. È un volume fruibile da tutti e a tutti i livelli. È particolarmente interessante, poi, che insieme allo sviluppo delle vicendestoriche, venga presentata anche la storia linguistica di questo luogo. Tra i “Brižinski spomeniki”, primi documenti in lingua slovena (972-1039) e il primo libro stampato sloveno, Catechismo di Trubar del 1550, c’è stata la cosiddetta “epoca dei manoscritti”, a cui le nostre zone diedero un contributo fondamentale. Ricordiamo, per esempio, i manoscritti di Cergneu e di Castelmonte». «La nostra è una storia per molti versi circoscritta, ma che più volte ha incrociato e subìto la Storia grande, quella del Friuli, della Slovenia, dell’Italia e dell’Europa – scrive Banchig –. Si pensi solo alle invasioni o migrazioni dei popoli, che hanno attraversato le valli, e alle guerre, che hanno insanguinato i monti; si pensi ai confini, da quello che all’inizio del XVI secolo ha diviso gli sloveni dell’Isonzo da quelli del Natisone, alla Cortina di ferro che ha spaccato l’Europa e il mondo in due blocchi; ma si considerino anche i processi inversi, quelli degli scambi culturali ed artistici, dei rapporti umani e familiari che in nessuna epoca hanno conosciuto frontiere». https://www.dom.it/ristampata-la-storia-della-benecia_ponatisnili-zgodovino-benecije/

Cividale del Friuli 2013 Editore: Most società cooperativa a r.l. Pagine: 385-il prezzo: 20,00 euro  è del 2015

Nascita della Slavia friulana

L’arrivo degli slavi sulle sponde del fiume Natisone avvenne nel VII secolo in epoca longobarda ed è documentato dallo storico Paolo Diacono (battaglia di Broxas, cioè Ponte San Quirino, del 663 circa), mentre i primi insediamenti sono inquadrabili all’inizio dell’VIII secolo (battaglia e pace di Lauriana -località individuata da Trinko in Lavariano e da Bonessa più verosimilmente nella zona di Mersino- avvenute nel 720 circa). Gli slavi dovettero presumibilmente assimilare la precedente popolazione romanza. Si convertirono al Cristianesimo probabilmente all’opera missionaria dei patriarchi di Aquileia che dal 730 stabilirono la loro sede a Cividale.

Slavia friulana/Benecija

Allargando l’orizzonte a tutte le popolazioni slave presenti in Friuli, non ci sono elementi che documentino un inquadramento cronologico degli altri insediamenti nelle valli del Torre e dello Judrio (piuttosto affini agli slavi del Natisone) e nella val di Resia. Non è da escludere che in alcune zone si verificarono insediamenti anche posteriori di popolazioni provenienti da altre aree.

Qualcuno ha ipotizzato che nella pianura friulana alcuni loro insediamenti si sarebbero originati in seguito alle incursioni ungare del X secolo, anche se è più probabile che ciò fosse avvenuto in piena età patriarchina (dal secolo XI in poi), ma in ogni modo i gruppi slavi della pianura vennero assimilati culturalmente dalla popolazione friulana rimanendone solo la memoria toponomastica. Se questa ipotesi, per nulla suffragata da alcun documento, pare piuttosto azzardata, essa si rivela del tutto improbabile per le aree montuose, ciò non solo per un’inesistente documentazione riguardante incursioni ungare ivi avvenute, ma anche perché le direttrici seguite dai magiari (provenienti dalla Pannonia) riguardavano il Carso e il Collio, mentre le zone montane, ubicate più a nord, erano percorse da migrazioni o incursioni provenienti dalla Carinzia.

Il Patriarcato d’Aquileia e la Repubblica di Venezia

Probabilmente già in epoca longobarda ebbe origine la gastaldia d’Antro che comprendeva le popolazioni delle varie vallate del Natisone e parte della valle dello Judrio; nell’XI secolo, la gastaldia di Antro, ovvero l’organismo territoriale in cui erano comprese le valli del Natisone, dell’Alberone, del Cosizza e dell’Erbezzo, divenne un bene personale dei Patriarchi di Aquileia e ciò fino al 1420 quando il Patriarcato fu conquistato dalla Serenissima Repubblica di Venezia.

Nei secoli XIII e XIV, l’area fu coinvolta nelle vicende belliche del patriarcato, caratterizzato da guerre intestine in cui erano protagonisti potenti feudatari quali i conti di Gorizia e i Villalta – Urusbergo, e comunità quale Cividale. Principale edificio era il castello patriarcale di Antro. Nel XV secolo la Serenissima concedette a tutti gli schiavoni una serie di privilegi fiscali e una forte autonomia amministrativa e giudiziaria, in virtù del fatto ch’essi abitavano in zone particolarmente impervie ed avevano il compito di sorvegliare i cinque passi che portavano nella valle dell’Isonzo e dello Judrio: Pulfero, Luico, Clabuzzaro, Clinaz e San Nicolò.

I privilegi in epoca veneziana

Il territorio della gastaldia di Antro era suddiviso nelle due convalli di Antro e di Merso. I loro organismi giudiziari erano le banche (ossia tribunali) istituite nel XV secolo con 12 giudici popolari ciascuna, che si riunivano attorno alle lastre o tavoli di pietra di età protostorica. La prima si riuniva ad Antro, ma anche a Biacis e Tarcetta, la seconda a Merso superiore. Il gastaldo assisteva come garante. Per brevità, possiamo dire che avevano reciprocamente la funzione di tribunale di primo grado mentre gli appelli si facevano da banca a banca e in ultima istanza al provveditore di Cividale. Potevano giudicare “in civile, criminale e criminalissima” ovvero potevano giudicare anche in caso di omicidio e comminare anche la pena di morte. L’autonomia giudiziaria valeva comunque per circa la metà del territorio, essendo il restante concesso in feudo a nobili friulani per lo più cividalesi che comunque spesso avevano competenze in casi di “bassa giustizia” così come le vicinie paesane, composte dai capifamiglia di uno o più villaggi che erano chiamate a comporre le controversie tra i “vicini” venendo talvolta definite impropriamente loro stesse come “banche” (si veda il caso della cosiddetta “banca” di Drenchia, con sede a Costne di Grimacco).

Per quanto riguarda l’amministrazione della cosa pubblica vi era un sistema elettivo che partiva dal basso e la sua istituzionalizzazione è di inizio Cinquecento. Alla base c’erano i “comuni”, che avevano proprie vicinìe (cioè le assemblee dei capifamiglia di più villaggi, esistenti già in tutto il mondo antico); a capo di esse c’erano i “decani” che, a loro volta, eleggevano due “sindici”: uno per la contrada di Antro e uno per quella di Merso. I decani si riunivano per trattare problemi comuni nell’arengo di ciascuna convalle e tutti insieme nella “vicinìa grande” o “arengo” nei pressi della chiesa di San Quirino (San Pietro al Natisone).

Gli obblighi militari, invece, riguardavano la guardia dei confini con la fornitura di 200 uomini, nonché la sorveglianza di alcune porte di Cividale e la costruzione della fortezza di Palma.

Molte tasse gravanti su tutta la repubblica vennero qui abolite, così come l’area non fu soggetta al taglio di alberi destinati alla flotta veneziana. Con la successione della contea di Gorizia a favore degli Asburgo (1500) e la guerra di Venezia contro la Lega di Cambrai e quindi l’Impero (1508-1515), dopo il trattato di Noyons la Schiavonìa si trovò a ridosso del confine con l’Impero e ne ebbe a soffrire pesanti conseguenze commerciali ed economiche. Per compensare Cividale della perdita del Tolminotto e delle miniere di mercurio d’Idria la gastaldia d’Antro venne unita a quella di Cividale. Durante la guerra di Gradisca (1615-1617) gli schiavoni furono coinvolti nella difesa del territorio e in alcuni combattimenti.

Napoleone, l’Austria e l’Italia

I privilegi della Slavia cessarono assieme alla Serenissima nel 1797 e il passaggio del territorio veneziano all’Impero Asburgico; la situazione peggiorò ulteriormente durante il periodo napoleonico (1805-1813) quando furono abolite le vicinie, gli arenghi e le banche e furono istituiti otto comuni; questo sistema fu confermato dagli austriaci. Nel 1866 dopo la Terza guerra d’Indipendenza italiana, l’Austria cedette il Veneto e la Slavia passò sotto il Regno d’Italia. Sin dal 1848 i discendenti degli antichi slavi sostennero unanimemente il processo di unificazione, in virtù del legame con la Serenissima che aveva garantito loro una forte autonomia.

In particolare dopo la presa di Roma del 1870, si definirono due diverse prese di posizione in ambito politico e nazionale: così come buona parte della classe politica locale (Cucavaz, Musoni, Sirch e altri) era fortemente filo italiana, buona parte del clero divenne invece filo slovena e anti italiana perché ravvisava nel nuovo regno uno Stato sacrilego e responsible dello spodestamento del papa re.

Il periodo italiano si contraddistinse in una serie di iniziative di carattere sociale quali la fondazione di parecchie scuole elementari, l’Istituto magistrale, una Società Operaia di ispirazione mazziniano-garibaldina, un Comizio agrario nato con la finalità di diffondere cultura tecnica tra gli agricoltori e gli allevatori. A questo si aggiunsero i primi interventi viari con la sistemazione delle strade, malgrado parecchie aree montane videro il loro isolamento plurisecolare perdurare un po’ più a lungo. I politici irredentisti friulani, quali Pacifico Valussi e Giovanni Marinelli, propugnarono uno sviluppo dell’artigianato, dell’economia, della cultura e delle infrastrutture e purtroppo le polemiche ideologiche del periodo ad essi successivo hanno mistificato ingiustamente l’opera di tali uomini, che rispettarono la connotazione slavofona di quelli che definivano i “nostri slavi” così come nel 1848 Daniele Manin si rivolgeva ai “fratelli slavi” del distretto di San Pietro degli Schiavoni, mentre non vedevano di buon occhio gli sloveni filo austriaci del goriziano.

Il distretto di San Pietro al Natisone (come si chiamarono ufficialmente le Valli del Natisone) fu pesantemente coinvolto dal primo conflitto mondiale, in particolare con la disfatta di Caporetto del 1917. Durante il dopoguerra si irrobustirono le infrastrutture tra cui la ferrovia Cividale-Caporetto.

Nel 1933 il fascismo proibì a livello nazionale l’uso di tutti gli idiomi che non fossero la lingua italiana. Alcuni rappresentanti del clero locale vi si opposero con decisione, ma dovettero adeguarsi (salvo eccezioni nelle aree montane) anche perché non sostenuti dall’arcivescovo Giuseppe Nogara né dal Vaticano.

Durante la seconda guerra mondiale, a partire dal 1942, il territorio divenne zona di operazioni delle formazioni partigiane slovene. Dopo l’8 settembre 1943 si formò la Repubblica di Kobarid-Caporetto che comprendeva anche le Valli del Natisone e che fu attiva fino ai primi giorni di novembre, quando qui si insediarono truppe tedesche sostenute dai militari della Repubblica Sociale Italiana. La popolazione civile dovette subire violenze e angherie d’ambo le parti.

Dopo la seconda guerra mondiale nella Slavia si aprì la questione della definizione dei confini e si inasprì la dualità politico-identitaria. Chi all’epoca della guerra fredda si considerava di nazionalità slovena veniva identificato come filo-jugoslavo e comunista. Parte della popolazione locale, invece, influenzata dalle formazioni segrete, si autodefiniva italiana; non ricercò alcuna autonomia culturale né la protezione linguistica della quale godettero invece gli sloveni delle province di Gorizia e Trieste, storicamente e culturalmente molto più legati alla Slovenia. Il clero sloveno da parte sua riprese l’uso della lingua slovena nelle chiese e si adoperò per il riconoscimento dei diritti culturali delle loro comunità. Anche le forze di sinistra si impegnarono per la tutela della lingua slovena, mentre la Democrazia Cristiana, partito di maggioranza assoluta nella Slavia, assunse una posizione opposta sulla questione linguistica.

Le organizzazioni segrete in funzione anticomunista e antijugoslava (Organizzazione O, Terzo corpo volontari della libertà) che poi sfociarono nell’organizzazione Gladio ebbero nella Slavia numerosi affiliati, per lo più membri del corpo degli Alpini, impiegati statali, ex fascisti e appartenenti alle forze armate della Repubblica di Salò.

da https://www.wikiwand.com/it/Slavia_friulana

Fogolar / ognjišče
https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Iz_Bene%C5%A1ke_Slovenije,_pri_doma%C4%8Dem_ognji%C5%A1%C4%8Du_1931.jpg#/media/File:Iz_Bene%C5%A1ke_Slovenije,_pri_doma%C4%8Dem_ognji%C5%A1%C4%8Du_1931.jpg


“Disobbedisco, la rivoluzione di Gabriele D’Annunzio a Fiume”

https://www.facebook.com/TgrRaiFVG/videos/322329011783236/

“Disobbedisco, la rivoluzione di Gabriele D’Annunzio a Fiume” questo il titolo della mostra che il Salone degli Incanti, a Trieste, ospiterà da luglio a novembre.

di Elisabetta Zaccolo

Trieste 300mila euro per una mostra su #Dannunzio e marcia di occupazione di #Fiume. Lo vogliono riabilitare. Dicono che ha anticipato il ’68. Certo, chiamare i croati mandrie di porci, o schiaveria bastarda,sa molto di ’68, no? Dicono che non ha sparato un colpo a Fiume. Con la sua marcia eversiva e militarista. Certo. E la sessantina di morti, dovuti al “natale di sangue” dove li mettiamo? E vuoi mettere l’olio di ricino,il saluto romano, il discorso sul balcone? Tutti casualmente diventati simboli del fascismo. O il corporativismo della carta del Carnaro? Diventato essenza del fascismo? Se non si capisce che la marcia su Fiume ha anticipato quella fascista su Roma, che dire? Questo tentativo di riabilitare D’Annunzio va contrastato. E’ inaccettabile, storicamente, moralmente ed eticamente. Ci manca solo che dicono che ha anticipato la Resistenza…di Barone Marco da fb

La questione linguistica

La legge di tutela della minoranza slovena in Italia (l. 38/01, promulgata durante la XIII legislatura della Repubblica Italiana) ne ha definito la presenza storica e i diritti fondamentali, includendo fra le zone di tutela anche la Slavia friulana.Nel corso del lungo iter parlamentare le forze politiche di estrema destra, tradizionalmente antislovene, si opposero all’estensione della legge in provincia di Udine, sostenendo che gli idiomi locali non appartengano all’area linguistica slovena. L’associazione Italiana degli Slavisti, in un documento del 1989, afferma che la distanza dei dialetti sloveni in uso nelle località della provincia di Udine non è dovuta a una presunta e scientificamente inesatta estraneità di questi dialetti alla lingua slovena, bensì a fattori storici e amministrativi che hanno determinato la situazione linguistica attuale.Pur tuttavia, alcuni seguaci di teorie pseudoscientifiche hanno preso le distanze dalla legge di tutela in quanto non giudicano essere un dialetto sloveno la lingua parlata storicamente nei territori del loro comprensorio (detta natisoniano o nediÅ¡ko). Quanti si riconoscono in queste posizioni sostengono che la loro originaria antica lingua slava non deriva dallo sloveno essendo precedente di oltre quattro secoli anche se, ovviamente, tutti i dialetti preesistono alle lingue standard.Baudouin de Courtenay ipotizzò che gli slavi del Natisone potessero addirittura avere delle componenti o un substrato originari della cosiddetta area Äakava, ossia serbo-croata, e che solo con l’evoluzione storica sono andati scemando; egli non escludeva che la provenienza potesse essere carantana. Si rimane tuttavia nel campo delle ipotesi, non essendoci testi antichi nelle lingue slave, andatesi differenziando nell’alto medioevo. In scritti successivi alle prime formulazioni, Badouin de Courtenay sostenne l’indubbia appartenenza di dette parlate al sistema dialettale sloveno. Comunque, uno slavista di fama nazionale e nativo proprio di Vernasso, Bruno Guyon, propose nella prima metà del XX secolo una suddivisione linguistica nelle vallate del Natisone e dell’Alberone, da una parte, e in quelle dell’Erbezzo e del Cosizza, dall’altra. Egli inoltre analizzò il sistema vocalico e consonantico delle due varianti locali che presentano forti rassomiglianze col serbo antico.Per accennare alla rimanente zona slovenofona del Friuli, la peculiarità dei dialetti resiani indica una loro evidente autonomia linguistica, frutto di un particolare percorso storico e del successivo isolamento della vallata. Fattori che però non pregiudicano l’intercomprensibilità del resiano con altri dialetti sloveni.

Elenco dei comuni

I comuni della Slavia friulana in rosso. In arancione, quelli in parte contraddistinti da popolazione slovena.

I comuni della Slavia friulana in rosso. In arancione, quelli in parte contraddistinti da popolazione slovena.

Segnaletica bilingue nel comune di San Pietro al Natisone.

Segnaletica bilingue nel comune di San Pietro al Natisone.

La Slavia friulana comprende l’intero territorio dei seguenti comuni:

ComuneAbitanti (2015)Superficie (km²)
Drenchia (Dreka)11913,28
Grimacco (Garmak)35114,5
Pulfero (Podbuniesac)97848,03
San Leonardo (Svet Lienart o anche Podutana)1 13027,00
San Pietro al Natisone (Å pietar)2 21323,98
Savogna (Sauodnja)42122,11
Stregna (Srednje)36719,70
Lusevera (Bardo)66152,00
Taipana (Tipána)64965,00
Totale6 889285,60

A questi comuni vanno aggiunte le principali frazioni montane dei comuni di AttimisFaedisNimisPrepotto e Torreano, nonché alcune località e frazioni montane dei comuni di Montenars e Tarcento dove tuttavia lo sloveno è sicuramente scomparso da tempo.

Secondo alcuni rientrerebbe nella Slavia Friulana anche il comune di Resia, anch’esso in area linguistica slovena ma con un dialetto molto arcaico; è da ricordare che le località di Bergogna (Breginj) e Luico (Livek) erano inserite nella Schiavonia veneziana, dalla quale sono state smembrate in epoca napoleonica; fanno parte del comune di Caporetto in Slovenia.

Della comunità slovena della provincia di Udine fanno parte anche gli Sloveni della Valcanale presenti nei comuni di Malborghetto-Valbruna e Tarvisio entrati a far parte del Regno d’Italia dopo la prima guerra mondiale.

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