“Il ponte di Goritia” e “Vilpago (Wippach).”

Leonardo da Vinci in Friuli

1508

Nel Codice Atlantico al foglio 822 v, dove ricorda certi suoi studi fatti in passato: parla di un sistema per il trasporto delle artiglierie studiato per Gradisca del Friuli:

Bombarde da Lion a Vinegia col modo ch’io detti a Gradisca in Frigoli e in Ovinhie .

Poi continua scrivendo:

Possiamo farcene un’idea dal foglio 638° V del Codice Atlantico conservato presso la biblioteca Ambrosiana di Milano e noto come Memorandum Ligny. E’ una pagina che mostra di essere stata più volte ripiegata e forse nascosta in una tasca, con un frammento mancante. 

Vi troviamo sopra due abbozzi di lettere scritte di pugno di Leonardo e che paiono dirette al Senato Veneto. Riguardano degli studi per difendere il Friuli dagli assalti dei turchi. Infatti vi si parla di difese da costruire sull’Isonzo per contrastarli, ed è notevole il fatto che Leonardo avesse capito che la linea per contenerli era proprio quel fiume, infatti vi si dice, fra l’altro: 

“Illustrissimi signori, avendo io esaminato la qualità del fiume l’Isonzio, e da’ paesani inteso come per qualunque parte di terraferma…”.Leonardo deve aver condotto un’ispezione sulle rive dell’ Isonzo e parlato a chi ci abitava. Forse proponeva di farlo straripare per allagare il contado e impedire alla cavalleria turca di passare, poi passa a discutere di possibili sbarramenti fatti con delle palificazioni…da https://www.leonardodavinci-italy.it/regione-friuli-venezia-giulia/leonardo-visita-il-friuli-venezia-giulia

Valcanale sotto attacco

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Sv Višarje-Lussari

Anche in Valcanale una rondine non fa primavera. Nella valle che oggigiorno riassume le quattro anime linguistiche del Friuli Venezia Giulia, ultimamente non corrono bei tempi per lingua e cultura slovene.

Don Mario Gariup manca alla comunità da quasi due mesi e, dopo tanti decenni vissuti tra la gente, il vuoto lasciato dalla sua scomparsa si fa ancora sentire. Ricordiamo che don Gariup aveva fatto il proprio ingresso in Valcanale nel 1974 dapprima come parroco di Ugovizza/ Ukve (dove era giunto anche a seguito dell’invio, da parte dei paesani, di una petizione al vescovo di Udine, affinché mandasse loro un sacerdote che parlasse anche lo sloveno) e Valbruna/ Ovčja vas. Nel 1999 aveva assunto anche la cura della parrocchia di Malborghetto con le comunità di Santa Caterina e Bagni di Lusnizza. Ora che non c’è più, i fedeli notano come l’attuale amministratore parrocchiale, il parroco di Tarvisio, don Claudio Bevilacqua, non abbia la necessaria attenzione per le lingue locali, specie per lo sloveno, ancora presente nelle celebrazioni e nella vita religiosa di Ugovizza, e per le usanze religiose della zona, profondamente radicate. Al contrario. Si fanno sempre più insistenti i tentativi di vanificare quanto prima gli sforzi compiuti dal defunto parroco, affinché la fede cristiana fosse radicata nell’identità slovena locale. È vero che nella comunità presta la propria opera spirituale un giovane padre francescano sloveno, ma la guida della parrocchia è nelle mani di altri.

Camporosso/Žabnice

Anche nella vicina parrocchia di Camporosso/Žabnice, a due anni e mezzo dalla scomparsa del parroco, mons. Dionisio Mateucig, la celebrazione dei riti resta in parte bilingue per iniziativa dei fedeli stessi.

La popolazione valcanalese fatica a capire perché lì, a celebrare, sia un sacerdote coadiutore che non conosce lo sloveno, quando sarebbe più semplice se a presiedere le celebrazioni a Camporosso fosse il padre che si occupa di Ugovizza o il confratello sloveno responsabile di Lussari/ Svete Višarje. L’altro coadiutore potrebbe, invece, con più agevolezza celebrare nei paesi della collaborazionepastorale di Tarvisio dove non si prega in sloveno.

Si avvicina, ora, il periodo pasquale, che in Valcanale è ricco di usanze piuttosto antiche. Come già l’anno scorso, è grande tra i fedeli il timore che, dopo la morte di mons. Mateucig, don Morandini e don Gariup, il loro regolare svolgimento si interrompa bruscamente.

In ambito scolastico, invece, pare che per complicazioni di natura burocratica non siano ancora stati erogati gli 80.000 euro stanziati dalla Regione Friuli- Venezia Giulia per il proseguimento della sperimentazione plurilingue nel plesso scolastico di Ugovizza e la sua estensione a quelli di Camporosso e Tarvisio. Al tempo stesso, tramite iniziative e dichiarazioni, alcuni circoli e personaggi che in Valcanale non godono di grande stima e sostegno da parte della popolazione (usando un eufemismo, la stessa comunità locale li definisce «impresentabili») con le loro prese di posizione rischiano di mettere a repentaglio tutti gli sforzi messi costantemente in campo dalle amministrazioni comunali e dalle organizzazioni della minoranza slovena.

È grazie a questi sforzi che, se non altro, l’insegnamento dello sloveno nelle scuole d’infanzia e primarie è perlomeno proseguito, per tutti i bambini dai 3 agli 11 anni d’età.

Un’altra faccenda che non fa dormire sonni tranquilli in Valcanale e non solo è il paventato progetto di fare del Monte Santo di Lussari una delle tappe del Giro d’Italia costruendo una strada asfaltata diretta al santuario. Il luogo, infatti, riveste un grande significato per i fedeli di lingua italiana, friulana, tedesca e slovena. In quest’ultimo caso, è bene precisarlo, parliamo sia degli sloveni della Repubblica di Slovenia sia di quelli delle comunità slovene autoctone in Italia e Carinzia. Potenzialmente, il progetto di una strada spalancherebbe le porte a un turismo di massa, che metterebbe a rischio il principale tratto distintivo del borgo di Lussari, ossia quello di luogo di pace e spiritualità.5Ukovska-cerkev-250x300

La comunità slovena in Valcanale è, quindi, sotto attacco – e tutti gli attori che possono fare qualcosa, a iniziare dall’intera comunità slovena in Italia, farebbero bene a difenderla in modo adeguato. (R. D.)

https://www.dom.it/kanalska-dolina-pod-udarom_valcanale-sotto-attacco/

Detti in dialetto sloveno 📗

A Taipana dicono/Tou Tìpani pravijo

 

*Hlaua ke malo na posluša,na jè ta od kuša (La testa che poco ascolta è come quella del caprone)capra-immagine-animata-0012*Vrata ot paklà so simpre odperte(Le porte dell’inferno sono sempre aperte)ezimba13152434272703

 

ezimba13152459383403*Za mjete znance, ne posoje soute(Per avere amici, non prestare soldi)

 

ezimba13152472110903*Reče krive, ne rasto tej pokrive(Le cose storte, crescono come le ortiche)

raccolta di Adriano Noacco  (fonte archivio Novi Matajur)

Ta kuškrïtawa

Registrazione di Stefano Morandini e Roberto Frisano per la candidatura UNESCO Progetto sul Patrimonio Immateriale “Musica e Danza in Val Resia”

SLAVIA: L’etimologia di “slavo”. Tra gloria e schiavitù

Una schiavitù proverbiale

Dopo un’espansione che li portò, tra il quinto e l’ottavo secolo, in Asia minore e in Grecia, in Africa settentrionale e sul Baltico, gli slavi subirono la risposta dei franchi, dei tedeschi, dei danesi e dei bizantini che – dopo averne subito il “maremoto” – riguadagnano al loro controllo ampie fette di territori slavizzati e ne assoggettano la popolazione ancora in larghissima parte pagana. In particolare fu notevole l’asservimento degli slavi settentrionali i quali, occupate le pianure di una Germania abbandonata a seguito delle migrazioni verso sud di longobardi, franchi, goti e vandali, videro il rapido riorganizzarsi dei gruppi rimasti in entità statali via via più organizzate. Bavari, sassoni e poi franchi, fino ai cavalieri teutonici, per circa due secoli gli slavi subirono la “riconquista” germanica. Tale “riconquista” fu così violenta che il poeta ceco Jan Kollar, nel XVIII° secolo, chiamò la Germania “cimitero degli slavi”.

La schiavitù degli slavi divenne proverbiale e diede origine, in pressoché tutte le lingue europee, al termine “schiavo”. Il vocabolo latino “sclavus” (schiavo, appunto) fece la sua comparsa nel XIII° secolo sostituendo il termine classico “mancipium” (da cui “emancipare”, uscire da stato di asservimento). Allo stesso tempo, nel greco bizantino, compare il termine “sklavos” per dire “servo, schiavo”. I due termini derivano da “slavo” (e non viceversa) poiché all’epoca gli slavi erano “schiavi per eccellenza”. Fu così che il nome di un popolo divenne un termine estensivo per una categoria di persone, tanto che oggi lo ritroviamo nell’italiano, nel francese (esclave), nel catalano (scrau), nel tedesco (sklave), nell’olandese (slaaf) e nell’inglese (calco perfetto, slave).

Durante l’alto Medioevo carovane di slavi percorrevano l’Europa da una piazza all’altra, Venezia, Ratisbona, Lione erano i principali mercati per questa particolare “merce”. A Verdun si trovava il più importante mercato di eunuchi del continente. La riduzione in schiavitù delle genti slave fu moralmente possibile, ed anzi caldeggiata, proprio in virtù del loro paganesimo. Il Concilio di Meaux, nell’845, stabilì il divieto di vendere “merce” cristiana ma non riteneva che si dovessero avere particolari cure per i non battezzati. Non bastò a proteggerli la conversione al cristianesimo, poiché a sostituire i tedeschi furono i tataro-mongoli, che ne fecero razzia in Russia, e i mercanti musulmani durante il dominio ottomano sui Balcani: la schiavitù degli slavi di Bosnia ed Erzegovina è descritta nel Viaggio d’Oltremare del siniscalco di Filippo il Buono, nel 1432. Gli slavi, per l’Europa tedesca e il papato germanizzato, furono per larga parte del Medioevo considerati qualcosa “d’altro” rispetto all’Europa. Il mito dell’alterità slava, della loro irriducibile diversità dal corpo latino-germanico, è durata dal Medioevo fino al Novecento: nei piani dei nazisti non c’era infatti anche l’eliminazione e l’asservimento degli slavi di Polonia?

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, con il diffondersi delle terribili teorie razziste, gli storici tedeschi giunsero ad affermare che gli slavi non fossero nemmeno indoeuropei (o “indogermanici”, come dicevano loro). Una falsità che derivava dal pregiudizio radicato nella storia tedesca, una storia che si è violentemente incrociata con quella degli slavi. Il pregiudizio era tale che il filologo tedesco J. Peisker, nel 1905, sostenne che gli slavi fossero stati schiavi fin dall’antichità: tesi – palesemente infondata –  che faceva comodo a uno stato con ambizioni egemoniche verso est, e che occupava antiche terre slave. Tesi che sarebbe poi stata portata all’estremo dai nazisti che elaborarono, nel 1940, il Generalplan Ost che prevedeva l’eliminazione fisica e la deportazione di polacchi e cechi. L’assunto nazista era semplice: se sono schiavi da sempre, come sosteneva Peisker, è perché tale è la loro natura. Quindi perché non assecondarla? Ad Auschwitz sono molti i nomi di cittadini polacchi, non ebrei né oppositori politici, presenti negli elenchi degli internati. La loro colpa? Essere slavi e non essere abbastanza biondi.

La teoria panslavista 

Abbiamo dunque visto come il nome di un popolo sia andato a designare una particolare categoria sociale, quasi a segnarne un destino. Ma cosa significa davvero “slavo”‘, da dove ha origine? L’etimologia è incerta. Nel XVIII e XIX secolo prese piede una teoria che intendeva “emancipare” la parola “slavo”: secondo alcuni letterati russi, in piena temperie panslavista, l’etnonimo “slavo” deriverebbe dal sostantivo “slava”, ovvero “gloria” e “fama”. Un termine comune a molte lingue slave moderne che attesterebbe la grandezza originale degli slavi. Era quella una chiave di lettura ispirata dal nazionalismo e presto i linguisti ne dimostrarono l’infondatezza.

La teoria celebrativa

Quello che però è certo è che la radice “slav” deriva dall’indoeuropeo “klou / klau” (Villar) con il significato di “sentire“. In greco la radice “klou / klau” ha dato luogo alle nozioni di “sentire” e “ascoltare”, e chi è ascoltato ha fama. Esito simile a quello del latino “inclitus” (avere fama). Che quindi gli slavi fossero quelli che “avevano fama” è una ipotesi suggestiva e che ben risponde all’abitudine tipica dei popoli antichi di nominarsi in senso auto-celebrativo. A sostegno di questa tesi ci sarebbe l’analogia con il nome di un altro gruppo etnico dell’antichità, i Venedi, collocati da Plinio il Vecchio e da Tacito sulle sponde della “Vistla”, l’odierna Vistola. Un popolo che Tolomeo definì “di grandi dimensioni” ed “esteso sul golfo venedico”, cioè il Baltico.

Secondo alcuni storici la presenza dei Venedi lungo la Vistola proprio nel periodo in cui gli slavi erano emigrati in quelle terre, deporrebbe a favore del fatto che i Venedi fossero slavi. La radice del nome dei Venedi è l’unica cosa certa: deriva dalla radice indoeuropeaa “wen”, con il significato di “amare”. Quindi “wenetoi” sarebbero “gli amati” o forse “gli amabili”, nel senso di amichevoli (stessa radice del popolo dei Veneti dell’Adriatico occidentale, italici; dei Veneti celti descritti da Giulio Cesare; dei Veneti illirici della Dalmazia; della tribù laziale dei Venetulanos). E’ questa un’altra nominazione autocelebrativa in cui taluni vedono un elemento a suffragio della teoria autocelebrativa del nome “slavo”, poiché slavi sarebbero appunto i Veneti.

La teoria dell’unità linguistica

Due etimologie interessanti cominciarono a prendere piede nel secondo dopoguerra, facendo leva sui rinnovati studi di paleolinguistica e linguistica comparativa. Secondo la prima “slavo” andrebbe accostato a “slovo”, cioè “parola”. Gli slavi sarebbero quindi “coloro che parlano con le stesse parole” in contrapposizione a “nemcy”, i “muti” (è significativo che quell’appellativo, conservatosi nella lingua polacca, si riferisca oggi ai soli tedeschi). La connessione tra “slavo” e “slovo” è quasi automatica e sappiamo che molte tribù slave del Medioevo non distinsero mai i due termini.  E’ questa la teoria più accreditata e diffusa.

La teoria geografica

Suggestiva è poi la teoria geografica. Grazie all’archeologia sappiamo che le genti slave, prima della grande migrazione verso il cuore dell’Europa, che differenzierà i vari popoli, vivevano in uno “spazio comune” situato nel bacino paludoso del Pripjat, tra i fiumi Dnepr e Dnestr. Secondo alcuni studiosi il termine “slavo” indicherebbe proprio quello spazio originario acquitrinoso, derivando dall’indoeuropeo “skloak” (che in latino ha dato origine a “cloaca” che significa “canale di scolo” o “acquitrino”). Insomma, il classico trasferimento del nome del luogo al popolo che vi abita, cosa per altro comune tra le genti slave: la tribù dei Vislani, che viveva lungo il fiume Vistola (oggi Wisla in polacco); quella dei Pomerani, che viveva po (a ridosso) more (del mare); quelli che vivevano nelle pole (pianure), cioè i polani / polacchi. Secondo questa teoria gli slavi sarebbero dunque “il popolo che vive negli acquitrini”, in quella regione originaria da cui sono poi migrati per segnare per sempre la storia d’Europa.

Citazione

Un popolo senza la conoscenza della propria storia, origine e cultura, è come un albero senza radici. (Marcus Garvey) fonte web

Fotogalerija:corso di conversazione in sloveno con il ministro Českik/Tečaj konverzacije v slovenščini z ministrom Česnikom — NoviMatajur

    Skupina tečajnikov, ki obiskuje tečaj konverzacije v slovenščini, ki ga prireja KD Ivan Trinko, je imela 2. aprila uglednega mentorja. Predavatelj je bil namreč minister za Slovence v zamejstvu in po svetu Peter J. 81 altre parole via Fotogalerija: Tečaj konverzacije v slovenščini z ministrom Česnikom — NoviMatajur

Breve storia di casati friulani…

55819034_10216416868167320_8166439121418452992_oLa storia dei nobili casati si intreccia con la storia della nobile Patria del Friuli.

Un libro in cui i discendenti dei castellani presenti in Friuli il 3 aprile 1077 narrano gli aspetti più significativi e curiosi della loro famiglia, componendo un affresco a più mani che ci visualizza mille anni di Friuli.

Diego Navarria ne parlerà con l’autore Gianni Virgilio venerdì 5 aprile alle 18.00 all’Angolo della Musica in via Aquileia 89. — a Udine.

Pirano, dove il bilinguismo è di casa

Da Pirano vedi bene Trieste, quella colata di cemento, che è il “faro d’Istria”, il Santuario di Monte Grisa,  e poi la cava a forma di cuore, nel cuore del Carso triestino, e sei proprio di fronte a Monfalcone.  E in mezzo, il  mare, che ora unisce, ora divide, sentimenti, e storie, memorie e ricordi, che attraversano il confine immaginario tra due mondi uniti dal ponte della condivisione di quella bellezza che qui, a Pirano, è di casa, come il bilinguismo.
Oggi, in Slovenia, una cittadina di poco meno 20 mila abitanti dove il bilinguismo è di casa. Parlare l’italiano è la normalità, la toponomastica è in italiano e riporta anche le vecchie denominazioni storiche di Pirano, quelle che nella vicina Capodistria hanno scatenato il putiferio soprattutto per il modo in cui è stata gestita la questione di Piazza Tito. Vi è oggi una minoranza autoctona italiana di poco meno un migliaio di persone, circa il 5% della popolazione, mentre le persone di madrelingua italiana, in base agli ultimi dati disponibili, sarebbero circa poco meno del 10% della popolazione, ma l’italiano, a Pirano, lo conoscono un po’ tutti. Presa di mira da turisti italiani e austriaci nei fine settimana e nelle stagioni estive, una cittadina che deve la sua bellezza alla sua storia e che ha una chiara fisionomia tipicamente veneta. E’ la città di Tartini, gran musicista a cui a Trieste è dedicato il conservatorio cittadino, noto per la celebre sonata per violino in sol minore Il trillo del diavolo.
A Pirano ed in Slovenia, per la comunità italiana, è un punto di riferimento culturale e musicale molto importante, in Italia, invece, sembra quasi essere caduto nel dimenticatoio, come le lapidi storiche del cimitero di Capodistria, come denunciato su Radio Capodistria, che riguardano anche gli italiani, che invece, a Pirano, sembrano avere maggior tutela e attenzione. Cittadina dove esistono tre scuole italiane, rispettivamente la Scuola dell’Infanzia Coccinella – il GinnasioFondato nel settembre 1945 a Pirano, porta il nome del maestro antifascista Antonio Sema (1888-1945), che nel primo dopoguerra si distinse per l’impegno nell’educazione dei giovani e per il sostegno loro reso, opponendosi coraggiosamente alla chiusura ideologico-culturale e all’oppressione fascista. E  la Scuola elementare intitolata a Vincenzo e Diego de Castro entrambi nati a Pirano.  Di Diego de Castro si ricorda soprattutto l’essere stato rappresentante diplomatico dell’Istria accreditato contemporaneamente a Londra e a Washington e Consigliere politico del Generale comandante la zona angloamericana del non ancora creato Territorio libero di Trieste durante gli anni della “contesa”. Incarico che lascerà poco prima del Memorandum del ’54 perchè non ne condivideva i contenuti con riferimento alla questione istriana.  Alla fine del ’45 in Istria si contavano 60 scuole elementari italiane con 5.827 scolari e 14 medie superiori con 1.231 studenti.
All’inizio degli anni ’60 venne registrata una consistente riduzione delle scuole e degli alunni si parlava di una trentina di scuole tra Istria e Fiume con il dimezzamento degli studenti. Oggi, Pirano, vive una situazione problematica, non con l’Italia, ma con la vicina e Croazia per la questione del golfo, uno stato di tensione tra Slovenia e Croazia che preoccupa l’Europa e che dall’Italia, a dire il vero, viene osservato non con la giusta attenzione.
mb

L’appunto del Novi Matajur

download“Non è pensabile che la Regione aumenti i soldi per la cultura,ci sono spesa sociale  e sanitaria che hanno la priorità,visto che siamo una regione sempre più vecchia e il mio collega Riccardi ce lo fa notare spesso durante le riunioni di giunta.”

Tiziana Cibelli,assessore regionale alla cultura.