Valcanale sotto attacco

1Visarje-283x300
Sv Višarje-Lussari

Anche in Valcanale una rondine non fa primavera. Nella valle che oggigiorno riassume le quattro anime linguistiche del Friuli Venezia Giulia, ultimamente non corrono bei tempi per lingua e cultura slovene.

Don Mario Gariup manca alla comunità da quasi due mesi e, dopo tanti decenni vissuti tra la gente, il vuoto lasciato dalla sua scomparsa si fa ancora sentire. Ricordiamo che don Gariup aveva fatto il proprio ingresso in Valcanale nel 1974 dapprima come parroco di Ugovizza/ Ukve (dove era giunto anche a seguito dell’invio, da parte dei paesani, di una petizione al vescovo di Udine, affinché mandasse loro un sacerdote che parlasse anche lo sloveno) e Valbruna/ Ovčja vas. Nel 1999 aveva assunto anche la cura della parrocchia di Malborghetto con le comunità di Santa Caterina e Bagni di Lusnizza. Ora che non c’è più, i fedeli notano come l’attuale amministratore parrocchiale, il parroco di Tarvisio, don Claudio Bevilacqua, non abbia la necessaria attenzione per le lingue locali, specie per lo sloveno, ancora presente nelle celebrazioni e nella vita religiosa di Ugovizza, e per le usanze religiose della zona, profondamente radicate. Al contrario. Si fanno sempre più insistenti i tentativi di vanificare quanto prima gli sforzi compiuti dal defunto parroco, affinché la fede cristiana fosse radicata nell’identità slovena locale. È vero che nella comunità presta la propria opera spirituale un giovane padre francescano sloveno, ma la guida della parrocchia è nelle mani di altri.

Camporosso/Žabnice

Anche nella vicina parrocchia di Camporosso/Žabnice, a due anni e mezzo dalla scomparsa del parroco, mons. Dionisio Mateucig, la celebrazione dei riti resta in parte bilingue per iniziativa dei fedeli stessi.

La popolazione valcanalese fatica a capire perché lì, a celebrare, sia un sacerdote coadiutore che non conosce lo sloveno, quando sarebbe più semplice se a presiedere le celebrazioni a Camporosso fosse il padre che si occupa di Ugovizza o il confratello sloveno responsabile di Lussari/ Svete Višarje. L’altro coadiutore potrebbe, invece, con più agevolezza celebrare nei paesi della collaborazionepastorale di Tarvisio dove non si prega in sloveno.

Si avvicina, ora, il periodo pasquale, che in Valcanale è ricco di usanze piuttosto antiche. Come già l’anno scorso, è grande tra i fedeli il timore che, dopo la morte di mons. Mateucig, don Morandini e don Gariup, il loro regolare svolgimento si interrompa bruscamente.

In ambito scolastico, invece, pare che per complicazioni di natura burocratica non siano ancora stati erogati gli 80.000 euro stanziati dalla Regione Friuli- Venezia Giulia per il proseguimento della sperimentazione plurilingue nel plesso scolastico di Ugovizza e la sua estensione a quelli di Camporosso e Tarvisio. Al tempo stesso, tramite iniziative e dichiarazioni, alcuni circoli e personaggi che in Valcanale non godono di grande stima e sostegno da parte della popolazione (usando un eufemismo, la stessa comunità locale li definisce «impresentabili») con le loro prese di posizione rischiano di mettere a repentaglio tutti gli sforzi messi costantemente in campo dalle amministrazioni comunali e dalle organizzazioni della minoranza slovena.

È grazie a questi sforzi che, se non altro, l’insegnamento dello sloveno nelle scuole d’infanzia e primarie è perlomeno proseguito, per tutti i bambini dai 3 agli 11 anni d’età.

Un’altra faccenda che non fa dormire sonni tranquilli in Valcanale e non solo è il paventato progetto di fare del Monte Santo di Lussari una delle tappe del Giro d’Italia costruendo una strada asfaltata diretta al santuario. Il luogo, infatti, riveste un grande significato per i fedeli di lingua italiana, friulana, tedesca e slovena. In quest’ultimo caso, è bene precisarlo, parliamo sia degli sloveni della Repubblica di Slovenia sia di quelli delle comunità slovene autoctone in Italia e Carinzia. Potenzialmente, il progetto di una strada spalancherebbe le porte a un turismo di massa, che metterebbe a rischio il principale tratto distintivo del borgo di Lussari, ossia quello di luogo di pace e spiritualità.5Ukovska-cerkev-250x300

La comunità slovena in Valcanale è, quindi, sotto attacco – e tutti gli attori che possono fare qualcosa, a iniziare dall’intera comunità slovena in Italia, farebbero bene a difenderla in modo adeguato. (R. D.)

https://www.dom.it/kanalska-dolina-pod-udarom_valcanale-sotto-attacco/

Il Giro d’Italia sulla strada per Lussari

11Giro-visarje-2-300x169Uno dei sogni degli organizzatori del Giro d’Italia, la celebre manifestazione ciclistica di portata nazionale, è di portare a Lussari/Svete Višarje l’arrivo di due tappe tra il 2020 e il 2022. Si tratta di una delle proposte contenute nel piano triennale preparato per Rcs da Enzo Cainero, il project manager che si occupa delle tappe del Giro in Friuli Venezia Giulia. Cainero stesso si rende conto di come la faccenda sia piuttosto complessa; il nodo principale sarebbe la costruzione di una strada asfaltata. Per il suo tracciato sarebbe utilizzata la strada forestale già esistente che sale a Lussari da Valbruna, lunga circa 8 chilometri. Rcs nutrirebbe dei dubbi in merito alla strettezza della carreggiata; la Regione Friuli Venezia Giulia, invece, guardarebbe al progetto con favore.

Il vicesindaco del Comune di Tarvisio/Trbiž, Igino Cimenti, spiega come l’amministrazione comunale sia piuttosto soddisfatta della notizia.

Dal Comune di Malborghetto-Valbruna/Naborjet-Ovčja vas il sindaco Boris Preschern è prudente. La strada forestale esistente, infatti, si inerpica in circostanze ambientali piuttosto pericolose, con diversi fronti franosi. Secondo Preschern, quindi, prima di intraprendere un’iniziativa di questo tipo e organizzare una manifestazione di tale portata, andrebbe sistemata e messa in sicurezza la strada già esistente. Qualora la Regione Friuli Venezia Giulia intendesse investire fondi nella sicurezza della strada e asfaltarla, ciò potrebbe essere produttivo in termini di ritorno turistico e promozionale; tuttavia, in seguito, secondo Preschern la strada dovrebbe restare interdetta a tutti i veicoli, eccetto quelli di coloro che si occupano della malga di Lussari e di quanti gestiscono la foresta.

Il responsabile delle attività pastorali al santuario di Lussari, padre Peter Lah, esprime perplessità. La proposta sarebbe legittima e interessante, ma non sarebbe adatta a Lussari, per diversi motivi. Lussari è, infatti, uno dei rari santuari che ancora gode di abbastanza tranquillità e questo, per i pellegrini, è un pregio. I pellegrini e quanti giungono a Lussari apprezzano il fatto che non sia una località turistica in piena regola. Secondo Lah, nel caso in cui fosse realizzata una strada asfaltata, crescerebbe subito la pressione per potere iniziare ad arrivarci con automobili e mezzi a motore. Oltretutto a Lussari, sulla cima del monte stesso, non ci sarebbe ulteriore spazio per nuove strutture – con cui poter accogliere un flusso maggiore di persone. La strada che sale a Lussari da Valbruna sarebbe adatta ai bisogni di Lussari già nelle condizioni attuali. Per soddisfare ulteriori necessità sarebbe troppo stretta; per realizzare una strada più comoda sarebbe necessario sgretolare diversi versanti della montagna, intavolando un discorso di diversi milioni.https://www.dom.it/giro-ditalia-na-visarje-na-novo-urejeni-cesti_il-giro-ditalia-a-lussari-lungo-una-strada/

Sentieri persi,parole perse il 23 e 24 marzo a Topolò/Topolove

53305587_2146031722143467_4246416556189286400_nL’associazione giovanile Robida propone due giornate di esplorazioni lungo i sentieri che circondano il paese di Topolò. In questa occasione verrà presentata da Janja Šušnjar, architetta slovena, e Laura Savina, illustratrice romana, la guida “Sentieri persi, perse parole” che hanno pensato per accompagnare in modo creativo e suggestivo il camminatore che arriva a Topolò. La guida e il progetto stesso nascono dalla volontà di prendersi cura del paesaggio che circonda il paese, al di fuori delle strade principali e delle giornate estive. Riscoprire i sentieri che un tempo venivano percorsi quotidianamente, che avevano una propria funzione e richiedevano cura e manutenzione, oggi acquista un nuovo valore, una nuova funzione. Con questa iniziativa si vuole proporre una nuova prospettiva del camminare, esplorativa e creativa, dando in mano al camminatore una preziosa guida dove, tra le mappe e le indicazioni si trovano piccoli disegni e piccole storie che ognuno può leggere a suo modo e mettere in pratica una volta intrapreso il cammino, per crearsi così la propria guida personale. Ecco il programma. Sabato 23 marzo: dalle ore 10, casa Juljova “Sentieri persi”, introduzione a cura dell’Associazione Robida; “Sentieri persi, perse parole”, presentazione del progetto con Janja Šušnjar e Laura Savina; prima passeggiata; dalle ore 13, casa Juljova, pranzo offerto dalla Trattoria alla Posta; seconda passeggiata. Domenica 24 marzo in ascolto di “ToBeContinued” presso la posta di Topolò; dalle ore 11, casa Juljova, Perse parole, lezione di sloveno con Janja Šušnjar; terza passeggiata; dalle ore 14, al chiosco; rinfresco; quarta passeggiata. La partecipazione è libera e gratuita. In caso di mal tempo l’iniziativa si svolgerà presso la casa Juljova.

https://www.dom.it/izgubljene-poti-in-besede-v-topolovem_sentieri-persi-parole-perse-a-topolo/

Topolò (Topolovo in slovenoTopoluove in dialetto sloveno locale e Topolove nella forma di compromesso adottata per la segnaletica stradale) è la frazione più popolosa del comune di Grimaccohttps://www.wikiwand.com/it/Topol%C3%B2

Senza fede in Dio ci si abbandona al destino

prazna-zibelka-300x225Mi ha particolarmente colpito l’articolo del prof. Igor Jelen, sullo scorso numero del Dom, la sintesi del quale si trova nel titolo «Questo non è un Paese par bambini». Tenendo per buone le sue osservazioni storiche e sociologiche, è nostro obbligo tentare anche una lettura sotto il profilo religioso, ma tenendo ben presente la nostra storia e le vicende che riguardano soprattutto l’emisfero boreale, il nostro, compattamente cristiano ed economicamente evoluto. Sembra però che il connubio benessere e vita cristiana sia giunto alla separazione, se non proprio al divorzio, se notiamo che il nostro emisfero vive allegramente la più grave crisi cristiana degli ultimi tre secoli. Fermandoci al Friuli, notiamo che si distingue fra le Regioni con maggiore denatalità e nello stesso tempo con accertato abbandono della Chiesa. Non so, se le due cose si richiamino a vicenda, ma intanto le constatiamo. Di questo passo il futuro della fede e del suo influsso benefico sulla società sono ricordi del passato e miseria del presente. Mi viene in mente quanto diceva il meridionalista Giustino Fortunato, docente universitario a Napoli negli anni ’50 del secolo appena trascorso. Mostrando al giornalista Montanelli le colline spoglie che circondavano il paesaggio campano, osservava che quello era il risultato della mancanza di fede degli abitanti e soprattutto di una fede misticamente ispirata. Senza fede in Dio, diceva, non si piantano gli alberi dove le capre hanno brucato tutto e ci si abbandona al destino. Ampliando il discorso, possiamo dire che senza questa fede, nutrita di amore, non si comunica la vita, ma la si tiene egoisticamente per sé. Non è un caso che i movimenti di rinnovata spiritualità cristiana puntano tanto sulla procreazione, magari con qualche esagerazione di troppo, ma hanno colto nel segno: la fede genera vita e la diffonde, secondo quel grande principio noto nell’antichità: l’amore si comunica e si diffonde. Una questione particolare riguarda la Benecìa. Qui sono venute meno le premesse. L’esodo disastroso che ha svuotato i 2/3 dei nostri paesi non può permettere una ripresa demografica, anche con le migliori intenzioni, perché i rimasti sono nell’età di Zaccaria ed Elisabetta, genitori di Giovanni Battista, e non c’è intervento dall’alto che li possa rendere fecondi. È inutile piangere sugli errori del passato che hanno svuotato le nostre terre, quanto piuttosto puntare su un ritorno, reso possibile e solo da creazione di lavoro sul territorio. Cosa non impossibile, come pure una ripresa della fede da parte dei giovani, perché non vada persa la straordinaria eredità che le generazioni passate ci hanno tramandato. (Marino Qualizza)
editoriale del quindicinale di informazione della comunità slovena della Provincia di Udine

https://www.dom.it/senza-fede-in-dio-ci-si-abbandona-al-destino_kdor-ne-veruje-v-boga-se-predaja-usodi/

La chiesa di Prato di Resia/Ravanza è santuario

10Chiesa-prato-di-Resia-300x200È con grande gioia ed immensa gratitudine che domenica, 10 marzo, la comunità cristiana della Val Resia ha appreso dalla cancelleria della Curia arcivescovile di Udine che è pronto il decreto con cui viene riconosciuto il titolo di Santuario alla chiesa di Prato di Resia.Nel foglietto domenicale distribuito nelle tre chiese parrocchiali di Resia ai fedeli dal vicario parrocchiale, don Alberto Zanier, leggiamo: «Nella disposizione del vescovo si sottolinea la storicità comprovata di tale titolo che va, quindi, ad aggiungersi a quello di parrocchia. Il decreto entrerà in vigore il 19 marzo 2019, solennità di San Giuseppe, sposo della Beata Vergine Maria e patrono della Chiesa universale. In quel giorno lo stesso arcivescovo verrà a celebrare una santa messa solenne, nella quale, oltre a benedire la rinnovata statua di San Giuseppe, proclamerà in modo ufficiale il riconoscimento del titolo di santuario alla chiesa madre di tutta la vallata. Finalmente il desiderio della pietà popolare dei resiani è stato esaudito e Iddio onnipotente ci fa dono di questo santuario per la sua gloria ed in onore della Beata Vergine Maria, alla quale il popolo resiano si è sempre affidato con devozione e amore. Finalmente potremo dire che a Resia davvero la Madonna ha deciso di porre una sua sede particolare, dalla quale estendere i suoi benefici sui fedeli valligiani e pellegrini».

La Santa Messa, che sarà celebrata alle 18 in suffragio dei defunti padri di famiglia, di coloro che hanno offerto il contributo di adozione per la statua di San Giuseppe, sarà preceduta dai solenni vespri, che avranno inizio alle ore 17.

Almeno dal XVII secolo nella chiesa di Prato di Resia, proprio perché fino alla metà del XX secolo era l’unica parrocchiale e era ritenuta da sempre anche santuario mariano, venivano celebrate le messe di tutte le domeniche non impegnate dalle chiese filiali nonché tutte le altre feste dell’anno, tanto di precetto che di devozione, e di tutte le feste della Beata Vergine Maria.

Tra queste veniva solennizzata in modo particolare, appunto, quella di San Giuseppe, anche perché la chiesa possiede l’antica reliquia del Pallio di San Giuseppe con il relativo documento della Curia arcivescovile di Udine che ne certifica l’autenticità. Per tale importante occasione questa reliquia verrà esposta alla venerazione dei fedeli che in quel giorno vorranno visitare la chiesa-santuario.

Alcuni resiani impegnati mesi fa per la raccolta delle oltre 400 firme a sostegno della richiesta fatta alla Curia arcivescovile, attraverso le pagine del Dom vogliono ringraziare, oltre all’arcivescovo mons. Andrea Bruno Mazzocato per la benevolenza dimostrata verso tale richiesta, anche il vicario, don Alberto Zanier, che con la perseveranza e la determinazione che lo contraddistinguono ha preso a cuore la volontà degli abitanti della Val Resia, facendo iniziare l’iter burocratico presso gli uffici preposti e approntando l’edificio sacro in un modo degno del nome che porta. Per concludere, come scrive ancora don Zanier, «i resiani devono sentire questo santuario come il segno della loro rinascita spirituale, umana e sociale». (Sandro Quaglia)

https://www.dom.it/ravanska-cerkev-je-postala-svetisce_la-chiesa-di-prato-e-santuario/?fbclid=IwAR3eUdL6gZ6AkcFHx3En3tldKp5Cl23rjnTzVY9q-UEQ5SejjTxzm9BIzjc

Tante novità per le Grotte di Villanova

9Zavarska-jama-183x300Le Grotte di Villanova/Zavarh hanno riaperto al pubblico con un calendario ricco di iniziative e tante novità. Visite guidate, eventi a tema, musica dal vivo e gli immancabili centri estivi sono soltanto alcuni degli appuntamenti in programma per i prossimi mesi.

La stagione 2019 della Grotta Nuova di Villanova/Zavarška jama e dell’Alta Val Torre/Terska dolina, che la circonda, un luogo immerso nella natura incontaminata, è stato inaugurata domenica, 3 marzo. Ad attendere i visitatori c’è un’interessante novità.

«Quest’anno – spiega il presidente del Gelgv, Mauro Pinosa – lenostre guide hanno iniziato a riqualificare la vecchia reception, accanto all’ingresso della Grotta Nuova, per creare un nuovo spazio dedicato ai visitatori e alle attività didattiche».

«La struttura – prosegue – è stata svuotata e arredata per accogliere una mostra introduttiva alla visita turistica, dedicata al carsismo del massiccio del Bernadia e alla storia delle esplorazioni delle cavità di Villanova/Zavarh. Ci sarà anche un’area per i laboratori rivolti alle scuole, per poter sperimentare e conoscere i principi della geologia e del fenomeno carsico. Inoltre, è stata allestita una piccola biblioteca per la consultazione e l’approfondimento, a disposizione degli interessati».

Sono già in calendario gli appuntamenti per gli appassionati di meditazioni.

«Ormai da una decina d’anni – spiega la guida Tiziana Angotzi –, la Grotta Nuova fa da scenario a molte discipline olistiche, per regalare ai partecipanti, neofiti e non, momenti di benessere all’interno di un ambiente incontaminato».

I referenti del Gelgv fanno sapere che sono già tante le visite didattiche prenotate dalle scuole di ogni ordine e grado. Gli studenti possono prenotare la visita anche al di fuori dei normali orari di apertura. (Paola Treppo)

Le nostre valli nel Cammino celeste

8Nedebka-pot-300x244

Il numero di pellegrini e camminatori, che percorrono il Cammino celeste o Iter Aquileiense, è in crescita costante. Il percorso, che unisce fede, natura e cultura, è nato nel 2006 dall’iniziativa di un gruppo di fedeli di Friuli Venezia Giulia, Slovenia e Carinzia. I suoi itinerari riuniscono pellegrini di diversa etnia e cittadinanza proprio a Lussari/ Svete Višarje, dove già da secoli le genti di lingua slovena, tedesca, friulana e italiana si rivolgono a Maria. Il Cammino celeste si compone di tre percorsi: italiano con partenza a Aquileia, sloveno, con partenza da Brezje, e austriaco, con partenza da Maria Saal.

Passando per la provincia di Udine, il Cammino italiano tocca, in pratica, tutte le zone in cui sono ancora parlati i locali dialetti sloveni. Tra queste anche la Val Cornappo, dove una delle tappe si ferma al Rifugio A.N.A. di Monteaperta/Viškorša, in località Špik.

La struttura fa riferimento al Gruppo Alpini di Monteaperta. Ivano Carloni, che da 22 anni ne è il capogruppo, spiega come quest’estate nella struttura si siano fermate circa 200 persone. «Facciamo riferimento al periodo di apertura del Rifugio, in genere dall’1 giugno al 30 settembre. In questo lasso di tempo, anche tutto il Cammino celeste è percorribile, visto che non c’è neve. Quest’anno al Rifugio era presente tutti i giorni un ragazzo e, viste le condizioni meteorologiche favorevoli, la struttura è rimasta aperta fino al 15 ottobre. Per il prossimo anno, è ancora tutto da definire». Negli anni passati il Rifugio era aperto e gestito sabato e domenica, altrimenti era aperto su richiesta, per un numero superiore a due persone. Per una ventina d’anni, a curare la gestione è stato lo stesso Ivano Carloni.

Diverse le provenienze di pellegrini e camminatori: «Molti provengono dal Veneto e da Pordenone, ma abbiamo anche friulani, sloveni, austriaci, addirittura russi. I gruppi più grossi, sulla quindicina di persone, arrivano dal Veneto; altrimenti parliamo di gruppi di due-tre persone».

«Finora i gestori si sono occupati di cena, pernottamento e colazione – spiega Carloni –; il rifugio è grande, perché offre quaranta posti letto con doccia. Oltre a servire il Cammino celeste, serve anche escursionisti e amanti della montagna. L’afflusso di persone è cresciuto negli anni, specie nell’ultimo e le prospettive sono buone, visto che di recente il Cammino celeste ha trovato un po’ di visibilità sulle reti televisive nazionali ». In riferimento al numero reale di passaggi per la Val Cornappo lungo il Cammino, va considerato che diversi pellegrini aggirano il Gran Monte. «I passaggi per il Cammino celeste sono sull’ordine dei 600, perché in tanti aggirano il Gran Monte, specie nelle giornate di maltempo».

A ogni modo, Carloni non nasconde la necessità di alcuni accorgimenti per migliorare il servizio agli ospiti. «Quando si parla di fare funzionare il rifugio, va considerato che è raggiungibile solo a piedi, con alcuni oneri elevati, ad esempio il trasporto dei materiali pesanti in elicottero. Per ogni giorno di gestione, inoltre, vanno portati a piedi 15-20 kg di materiali deteriorabili. Si tratta di tre-quattro ore di cammino da Monteaperta o di un’ora e un quarto da Tanamea, lungo un’altra via. Per questo speravamo in una teleferica, non realizzata». Potendo trovare degli interessati, la struttura potrebbe anche dare lavoro a più persone: «C’è tutto: l’acqua calda con la legna, le docce… Se ci fosse un interessato, il Gruppo Alpini sarebbe disposto a dare il rifugio in gestione, ad esempio a una famiglia, che vi restasse per quattro mesi. Se qualcuno salisse tre volte a settimana per portare il materiale o se funzionasse una teleferica, sarebbe l’ideale», ritiene il capogruppo.

Secondo Carloni, per un pieno sviluppo dell’attrattività del Cammino celeste sarebbe, però, necessario risolvere anche alcune criticità, anzitutto la cartellonistica carente, nonché la scarsità di infrastrutture e posti letto in alcune tappe: «Il rifugio può ospitare fino a 40 persone, ma non credo che verso Pulfero, Masarolis, Prossenicco o Montemaggiore la capacità ricettiva sia molto elevata. Servirebbe un aumento dei posti letto e dei servizi a fondovalle».

https://www.dom.it/slovenske-kraje-povezuje-nebeska-pot_le-nostre-valli-nel-cammino-celeste/

Da Carnevale alla Quaresima una sola gioia

 

Post-225x300Nell’editoriale del 28 febbraio, il direttore responsabile del quindicinale Dom, mons. Marino Qualizza, sottolinea un’implicita continuità tra il periodo di Carnevale e il tempo forte della Quaresima. Secondo il teologo, infatti, se il Carnevale rappresenta un momento di svago per il corpo e la mente, la Quaresima è un periodo di rigenerazione per l’anima, perciò tempo di gioia per ogni essere umano nella sua interezza. “Non esiste penitenza senza gioiosa ricompensa e in fin dei conti la ricompensa è Dio stesso” mons.Qualizza Marino  da https://www.dom.it/od-pusta-do-posta-eno-samo-veselje_da-carnevale-alla-quaresima-una-sola-gioia/

Ogni sabato Santa Messa in sloveno

SANTA MESSA IN SLOVENO A SAN PIETRO SABATO, 9 marzo, alle 19.15 nella chiesa parrocchiale. All’inizio della Quaresima mons. Marino Qualizza imporrà le ceneri.

53243761_2091032947616440_7186244919235706880_o
dal quindicinale Dom

I popoli non possono essere criminali

slovIL COMMENTO
I popoli non possono essere criminali
Una riflessione dopo le polemiche suscitate ancora una volta dal «Giorno del ricordo»
L’assessore regionale Pierpaolo Roberti ha messo il punto alle forti polemiche scoppiate dopo il «Giorno del ricordo» per le vittime delle foibe e dell’esodo di istriani e dalmati, affermando che «gli eventi drammatici che hanno segnato in modo profondo le nostre
terre, dovuti a comportamenti criminali compiuti da ambo le parti, appartengono al passato, mentre noi dobbiamo guardare al futuro». Tuttavia, l’oscar della dichiarazione più lucida ed efficace va a Carlo Giovanardi, del movimento «Idea, popolo e libertà», già sottosegretario di Stato e ministro nei governi Berlusconi. «A doversi scusare sono comunisti e fascisti, non sloveni e croati», ha affermato domenica 17 febbraio in un’intervista al quotidiano triestino «il Piccolo».Per la tragedia ricordata ogni anno il 10 febbraio così come per altre sanguinose vicende storiche, infatti, è imperativo assoluto tarpare le ali alla criminalizzazione di interi popoli. Perché è sempre forte la tentazione di scaricare su tutti i cittadini le responsabilità dei loro governanti, anche quando si tratta di dittatori o abili manipolatori del consenso delle masse. Lo schema perverso è semplice: i cattivi stanno tutti da una parte e i buoni tutti dall’altra. Tutti delinquenti o tutti brava gente, a seconda del punto di osservazione.
Questo schema ha avuto come risultato l’impunità per i crimini commessi dalle forze italiane durante il ventennio mussoliniano e la seconda guerra mondiale – non c’è stata alcuna Norimberga per i nostri gerarchi e generali – e di quelli perpetrati dai partigiani di Tito nella lotta di liberazione – che fu allo stesso tempo rivoluzione comunista – e dopo il maggio 1945, quando si trattò di consolidare il regime instaurato con la forza
delle armi.Troppi ragionano, putroppo, ancora oggi nella logica di un deleterio nazionalismo che fa dello Stato una sorta di idolo, della Nazione un assoluto. Nel diciottesimo e nel diciannovesimo secolo tale ideologia – e gli storici la mettono alle radici di fascismo, nazismo e comunismo – ha portato al colonialismo, all’imperialismo, al militarismo e all’intolleranza. Col risultato di innumerevoli guerre, milioni di morti, ferite sanguinanti a decenni di distanza. E ancor oggi l’Europa non ne è immune.
Dunque va continuamente riaffermato che i popoli,in quanto tali, non possono essere criminali.Dopo film, discussioni e celebrazioni, tutta Italia conosce la tragedia degli infoibati – circa 1600 i morti nelle cavità carsiche, altri 3000 circa morti nei campi di
prigionia jugoslavi o passati per le armi senza processo– e la fuga dalle proprie terre di 200/250 mila istriani e dalmati. Ed è convinta che si trattasse di «pulizia etnica » ai danni degli italiani, mentre fu «pulizia ideologica ».Infatti, un terzo dei profughi era costituito da sloveni e croati che non volevano restare sotto il comunismo,e l’uccisione sommaria con occultamento dei cadaveri nelle grotte fu un metodo usato sistematicamente dal
regime jugoslavo contro gli oppositori. Nelle sole voragini di Kocevski Rog, a sud di Lubiana, pochi giorni dopo la fine della guerra furono sterminate migliaia di
sloveni anticomunisti. Lo stesso Paolo Sardos Albertini,esule, presidente della Lega nazionale di Trieste e del Comitato per le onoranze ai martiri delle foibe ebbe a
sostenere: «La chiave di lettura etnica non è più proponibile. Dobbiamo convincerci che gli interlocutori, la controparte, non erano gli slavo-comunisti, ma semplicemente i comunisti. Il comunismo è scomparso e proprio ad esso vanno imputate le responsabilità di quanto successo, dalle foibe all’esodo. Ecco la sfida: riunire italiani, sloveni e croati per condannare i crimini titini e ricordarne le vittime che non furono solo italiane».
Inoltre, i riprovevoli fatti avvenuti in Istria e Dalmazia sono stati estrapolati da un contesto storico molto più ampio e sono stati taciuti gli antefatti. Prima fra tutte l’annessione all’Italia fascista della cosiddetta «Provincia di Lubiana». Riportiamo cosa hanno scritto in proposito gli storici italiani e sloveni della commissione mista istituita nel 1992 dai rispettivi governi: «Il regime d’occupazione fece leva sulla violenza che si manifestò con ogni genere di proibizioni, con le misure di confino, con le deportazioni e l’internamento nei numerosi campi istituiti in Italia (fra i quali vanno ricordati quelli di
Arbe, Gonars e Renicci), con i processi dinanzi alle corti militari, con il sequestro e la distruzione di beni, con l’incendio di case e villaggi. Migliaia furono i morti, fra caduti in combattimento, condannati a morte, ostaggi fucilati e civili uccisi. I deportati furono approssimativamente 30 mila, per lo più civili, donne e bambini, e
molti morirono di stenti. Furono concepiti pure disegni di deportazione in massa degli sloveni residenti nella provincia».
È tempo allora di una riconciliazione senza se e senza ma. Bisogna adoperarsi affinché il Governo italiano trovi la volontà politica di accogliere la relazione della Commissione storico- culturale italo-slovena sui «Rapporti tra italiani e sloveni dal 1880 al 1956», il che lancerebbe un messaggio forte ai rispettivi popoli: mai più uno contro l’altro.
Ezio Gosgnach (Dom, 28. 2. 2019)

dal Slovit del 28-02-2019