Il tesoro del Matajur

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 pubblico dominio dal suo autore, Petar43 di Wikipedia in italiano.

Tanto tempo fa la gente diceva che in cima al Matajur fosse sepolto un bel tesoro.Nessuno osava cercarlo,perchè c’erano strane storie.

Sotto il monte c’è un paese che si chiama Matajur.Qui vivevano tre fratelli che non avevano voglia di lavorare e cercavano il modo di vivere bene senza faticare.I fratelli erano giovani,forti ed il coraggio non mancava loro.Un giorno, dopo aver parlato fra loro, decisero di andare sul Matajur a cercare il tesoro.Per non farsi vedere dalla gente si alzarono col buio e si incamminarono verso il monte.Nelle vicinanze ,dove si diceva che fosse sepolto il tesoro ,costruirono una casera che ancora oggi serve ai pastori per ripararsi in caso di pioggia .Quando la casera fu pronta iniziarono a scavare una buca profonda.Scavarono per molti giorni ,ma non trovarono nulla che sembrasse un tesoro,c’erano solo sabbia e sassi.

Una notte ,essendo molto stanchi per aver scavato tutto il giorno,si addormentarono nella casera vicino al fuoco.

All’improvviso sentirono delle urla e dei fischi e tutti e tre si svegliarono.Si spaventarono molto quando videro che c’era del fumo attorno alla buca e un odore di zolfo.Iniziò a piovere,tuonare e nel cielo si videro dei lampi.

Più morti che vivi ,al mattino,quando il sole era già alto,andarono a vedere la buca, ma non la trovarono.Dello scavo non c’era traccia,solo una grande pietra che nessuno potè spostare.Quando i tre fratelli videro ciò andarono in fretta a valle e raccontarono che il diavolo fa la guardia al tesoro del Matajur.

Solo dopo tanti anni gli abitanti della valle seppero dell’avventura capitata ai tre fratelli,risero molto e raccomandarono ai bambini di non andare mai sul Matajur a cercare il tesoro,perchè mai nessuno si è arricchito onestamente senza lavorare. Da allora nessuno va in cerca del tesoro del Matajur ,perchè si sa che il diavolo fa la guardia e non è bene avere avere a che fare con lui.

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I comunisti mangiano i bambini: ecco come è nata la leggenda

comunisti bambini-2Quando io ero bambina  questa leggenda metropolitana era molto diffusa.

I comunisti mangiano i bambini: ecco come è nata la leggenda
Prime pagine di giornali dai titoli catastrofici. Un fronte anticomunista particolarmente “aspro” per l’esperienza del fascismo. Storie vere e storie ingigantite. Così è nata una delle invenzioni in assoluto più riuscite della propaganda anticomunista: la leggenda che narra dei comunisti che mangiano i bambini.

La storia di questa “favola” è sapientemente raccontata e spiegata da Stefano Pivato, docente di Storia contemporanea all’Università di Urbino, nel libro “I comunisti mangiano i bambini”.

Una “favola” che è stata costruita ad arte sulla verità degli episodi di cannibalismo registrati in Unione Sovietica durante le terribili carestie degli anni Venti e Trenta. Da lì alla finta deportazioni di bimbi italiani in Russia e ai titoli: “Madre! Salva i tuoi figli dal bolscevismo” il passo è stato brevissimo.

E’ il ’43, è l’Italia della propaganda di Salò, e viene pubblicata la notizia terrificante di una deportazione in Russia di bimbi italiani dai 4 ai 14 anni. Il manifesto della Repubblica di Salò “titola”: “Chi salverà i vostri figli?”. Tanti genitori preferiscono uccidere i figli e poi suicidarsi. Tutto è naturalmente falso.

Ma in Italia diventa tutto “magnificamente” vero. “Da noi – scrive Pivato – finita la guerra la leggenda assume aspetti più dilatati che altrove, vuoi perché l’esperienza del fascismo enfatizza lo scontro con il comunismo e suscita timori e paure più che in altre realtà, vuoi perché dalla metà degli anni Quaranta in Italia opera il più grande Partito comunista dell’Occidente. E dunque la reazione del fronte avverso è particolarmente aspra”.

Tanto aspra da fare credere che i “comunisti mangiano i bambini”.

Fonte: stefanopivato.wordpress →“

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Onde čüjtä dä ko ǵjäl profeta Jsajä  Profezia d’Israele e di Giuda 9 ✍

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Padre Nostro in resiano

Di Joadl – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5235531Vinahtäuä nuc

SERGIO CHINESE

 Il popolo che camminava nelle tenebre, vide una grande luce; per coloro che sedevano nella terra dell’ombra di morte la luce è spuntata. Una grande voce disse allora “Hai moltiplicato l’allegrezza, hai accresciuto la bontà. Essi si rallegrano al tuo cospetto, come quei che si rallegrano nella messe, come i vincitori che esultano sulla preda catturata, quando si dividono le spoglie. Perché del giogo che pesava sul suo collo, della verga che si agitava sul suo dosso e dello scettro del suo tiranno, tu hai trionfato, come nel giorno di Madjan”. Perché oggi ci è nato un pargolo e il principato è stato posto sulle sue spalle e sarà chiamato col nome di Ammirabile consigliere, Dio forte, padre del secolo venturo, principe della pace. Il suo impero crescerà e la pace non avrà più fine. Siederà sul trono di David e sopra il suo regno, per stabilirlo e consolidarlo nel giudizio e nella giustizia, da ora ed in perpetuo. Lo zelo del Signore degli eserciti farà questo.

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 Ty jüdë kä tau ty tärdë nöće so hudylë, ny so vydälë no pryvlyko lüč; nu jta pryblysgälä nu sä rystrantynälä tä-nä jte kä so stalë täu te čüdne śemje. Dän vlykë hlas än ǵjäl tadej “Ty sy prydopläjäl vësalöst nu pusdyhnöl dubruto. Jüdë se väsälyjo täu tabe tej sä sä väsäly ko sä sy śdyljüuä bohätyjo. Ǵylë ty sy prylumel to teško kambo, te teškë kömät, tä düpjästë hüdë köl, tej užë nur ty sy bil jy pryzipël täu te Medjane tympe”. Śakoj näs bil pövët śanäs dän syneć. Uonä njähä rame jë näpojan tä krajuškë uänt, usy hä klycyjo: Pryvlykë Konsyjir, Möćnë Buh, Lymërskë Oćä, Pažöu Kynëš. Najvinčë ćë bet njähä kuaśänjë, nu paš ny ćë mët mej konzä, ǵylë te syn bil pöšjën śä śämöćnöt Davydä krajuškë stöl täu dyrytön anö täu raunöst, njän, śä rüdë, nu śä lymër.

 Jsö cë udëlät näs Höspud Buh.

SCH

Sui Musi, sudando vago tra i mirtill🌺

Una piccola grande storia di montagna, di una gita e di sudore; di una maglia stesa ad asciugare. Di quel che ci resta rientrando nella città dove le suole delle scarpe incontrano asfalto, pavimentazioni e qualche cortile di ghiaia.

Così, fino ad una nuova gita, ad altro sudare…

https://durigatto.wordpress.com/2017/03/06/sui-musi-sudando-vago-tra-i-mirtilli/

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L’uomo che andò a vendere i buoi al mercato Valentina Pielich — Tïna Wajtawa

Rezija6
da http://sauvage27.blogspot.com/

Fiabe resiane
Rezijanske pravljice
Pravice po rozajanskin
Milko Matičetov, Roberto Dapit
Dall’archivio dell’Istituto di etnologia slovena ZRC SAZU e dalla
raccolta privata di Roberto Dapit
Iz arhiva Inštituta za slovensko narodopisje ZRC SAZU in privatne
zbirke Roberta Dapita

C’era una volta un uomo che aveva dei buoi molto belli e disse alla
moglie:
“Domani è giorno di mercato e andrò a vendere i buoi.”
Così ci andò e riuscì a guadagnare un bel gruzzolo di soldi. Quando fece
ritorno, portò i soldi nella stanza dove c’era la madia in cui si conservava la
farina – sapete come erano le madie di un tempo dove si teneva la farina.
Sicché li nascose proprio nella farina ma in quella casa avevano una fantesca e
allevavano dei maiali. Il mattino seguente la donna si alzò di buon ora, prima
del padrone, e velocemente prese della farina per cuocere ai maiali il pastone
– o non so quale altra cosa – e glielo portò, sicché i maiali mangiarono la
farina con tutto il portafoglio. La mattina, quando l’uomo si alzò, prima di
tutto andò a guardare nella madia, ma aprendola non trovò più il portafoglio
e disse:
“Qui” disse, “sono venuti i ladri ieri sera e mi hanno rubato il portafoglio”
disse, “oppure è stata la serva a rubarmelo: c’è qualcosa che non va!”
La fantesca diceva di non essere stata lei, lui insisteva di sì ma lei continuava
a negare.
“Allora sapete cosa faccio? Non mi resta che andare su dalla donna santa,
che quella donna santa tutto sa e saprà anche dove sono finiti i soldi!”
Allora il povero uomo decise di partire e iniziò a salire sulla montagna
dove viveva la donna santa. Quando arrivò su, lei era accanto al fuoco con una
corona attorno al collo talmente lunga che arrivava fino giù a terra e si preparava
a recitare il rosario. Lui la salutò e lei rispose:
“Come mai voi da queste parti?”
“Ahimè” disse, “ieri” disse, “ho venduto i buoi” disse, “ho portato i soldi
a casa” aggiunse, “e li ho messi al sicuro” disse, “ma adesso,” continuò, “non
riesco a più trovare i soldi da nessuna parte. Voi, voi sapete forse dirmi chi
è stato a prenderli?” Infine aggiunse: “Io mi ammazzo, se non trovo quei
soldi”.Allora la donna disse:
“Io” disse, “non posso dirvelo ora, dovete ritornare prima a casa!”
“Come a casa” disse, “non potete dirmelo subito?!”
“No” disse lei, “soltanto fra un’ora o due” disse, “saprò dirvi qualcosa.
Voi,” disse, “andate pure a casa e poi ritornate su”.
Allora l’uomo pensò:
‘Accidenti, mi tocca ritornare a casa!’
Lì dietro però c’era un capanno, sapete, era come una specie di ricovero, e
pensò di nascondersi lì dentro affinché la donna non lo vedesse.
“Ebbene” replicò, “io scendo giù a casa” disse, “ma quando fra due o tre
ore ritorno su” disse, “dovrete darmi una risposta”.
“Certo” rispose la donna.
Invece lui si nascose lì vicino e dopo un po’ di tempo, forse un quarto
d’ora o mezz’ora, sentì dei rumori e vide la donna uscire di casa tutta arruffata
fischiando talmente forte da rompergli i timpani, dato che lui si trovava in quel
capanno – non so come si chiama – in quel ricovero.
“Perbacco” disse, “è un brutto segno!”
La donna si fermò un attimo per accertarsi che nessuno la vedesse: non
c’era nessuno, allora si mise di nuovo a fischare ancora più forte di prima.
“Qui” disse, “le cose si mettono male” pensò l’uomo. “Beh,” disse, “staremo
a vedere cosa succede!”
Dopo che la donna ebbe fischiato nuovamente, sentì uno scalpitio e arrivò
un caprone.
“Quale è il problema di cui mi devi parlare” chiese, “che la prima volta
che hai fischiato mi trovano oltre nove montagne, la seconda volta” disse,
“mi trovavo oltre cinque montagne e ora” disse, “la terza volta sono arrivato
qui?”
“Mah, le cose stanno così e così:” disse lei, “ieri” continuò, “un uomo ha
venduto i buoi e” disse, “li ha portati a casa mettendoli al sicuro ma ora non
trova più i soldi da nessuna parte! Devi sapermi a dire chi glieli ha rubati”.
Lui allora rispose: “Quando verrà su, ditegli che il maiale, quello medio –
in quella casa allevavano maiali e la fantesca dopo essersi alzata, aveva messo la
farina nel trogolo – il maiale, quello medio, li ha nello stomaco, tutti quanti,
come quando li aveva guadagnati”.
Allora l’uomo, sentendo ciò, non volle più ritornare dalla donna ma scese
subito a casa attraverso il bosco. Andò a prendere il coltello per uccidere il maiale e dopo averlo squartato ne estrasse il portafoglio ancora intero. Poi
andò a raccontare in tutto il circondario di quella donna santa che chiamava il
diavolo per sapere chi fosse stato a rubare. Ecco, così è stato e adesso la storia
è finita. Allora si venne a sapere di quale santa donna si trattasse, così nessuno
andò più lassù.

https://www.dlib.si/stream/URN:NBN:SI:DOC-S17IPLNO/b7928b2a-a1f9-407f-a978-97ae07f56933/PDF

Giornata mondiale del racconto

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da https://www.ecomuseovalresia.it/

In occasione del World storytelling day – Giornata mondiale del racconto, che si terrà martedì 20 marzo 2018, il Museo della Gente della Val Resia, sito in frazione Stolvizza, invita a visitare la mostra dedicata alle favole, fiabe e leggende della Val Resia presso il museo e a partecipare a un incontro di condivisione dei racconti a partire dalle ore 15.00.

lisica-3-179x300LA FAVOLA DEL GALLO, DELLA VOLPE E DEL LUPO

Questa storia è accaduta, tanti anni fa, proprio qui, in questo borgo di Stolvizza che si chiama Ves.

Era un bel giorno di primavera e un gallo se ne stava tranquillo al sole su una palizzata.
Di li passò una volpe ed era molto affamata. Guardò verso il gallo e gli disse: “Perché stai lassù da solo, viene giù!”.
Stava già pensando come poterselo mangiare.
Il gallo le rispose: “No, io resto qui, perché so che potresti mangiarmi!”
E la volpe gli disse: “Oh, come! Mangiarti! Ma assolutamente no! Non sai che abbiamo fatto un contratto tra noi animali con il quale ci impegniamo a non mangiarci più tra di noi!?!”
Il gallo rispose alla volpe: “No, non so nulla di questo contratto!”
E la volpe: “Ma si, è stato fatto proprio poco tempo fa!”
In quel momento entrambi  videro il lupo che stava scendendo dal monte vicino. Anche lui era molto affamato.
Quando la volpe vide che il lupo si stava avvicinando sempre di più a loro si impaurì.
E il gallo le chiese meravigliato: “Ma come, hai paura? E di che cosa?”
E la volpe rispose: “Ho paura che mi possa mangiare!”
E il gallo: “Ma come, non hai appena detto che è stato fatto un contratto con il quale tra gli noi animali non ci mangeremo più!?!”
“Si – rispose – ma il contratto non è stato ancora firmato!”
E scappò via veloce.

PRAVICA OD PATALÏNA, LISÏCE ANO UKA

Isö ki bota lajali to jë se naredilo tu-w Wasy ta-na Solbici.

To jë bilo tu-w wulažej ano to jë bil den lipi din. Ta-na ni lati jë se rël patalyn.
Wsë na den bot je paršla lisica. Na jë bila karjë lačna.
Na jë poledala patalïna anu mu rakla, na di: “Zakoj stojïš ta-wnë, som, pridi dölo!” Ki na jë wžë si mïslila da, kako na ćë löpo a snëst.
Patalyn jë ji rëkel, an di: “Në, ja ostajën izdë zajtö ki vin, da tï be tëla radë me snëst!“
Ano lisïca jë mu rakla: “Oh, kako be tako, da si misliš da be tëla te snëst! Na viš, da somo naredili kontret, ta-mi brawčići, da na bomo se snëdli već ta-mi nomi!?!”
Patalyn jë rëkel lisici, an di: “Në, na vin nikar od isaa kontrata!”
Anu lisica jë mu rakla: “To nï karjë, ki somo a paraćali!”
Kar to si pravilo, to vïdi öbadwa uka. Pa un jë bil karjë lačen.
Ko lisica jë vidala, da uk se blïžë rudi već nu već, na jë se wstrašila.
Ano patalyn jë jo barel: “Mo kako, da se bojiš! Zakoj?”
Lisica jë rakla, na di: “Se bojïn, da an be me na snidël!”
Ano patalyn jë ji rišpundel: “Mo kako, nisi rakla, da jë kontret!”
.“Jë, jë kontret   – jë rakla lïsica, na di  – mo nïsamo šćë a podpïsali!”
Ano na jë hïtë wbižala.

da http://rezija.com/it/circolo-culturale-resiano-rozajanski-dum/lingua/favole/