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Letteratura friulana

La letteratura friulana raccoglie l’insieme delle opere letterarie prodotte in Friuli e scritte in lingua friulana, dalla sua nascita ai giorni nostri.

Le prime testimonianze dell’uso della lingua friulana si hanno in alcuni documenti dl XIII e XIV secolo, mentre nel XV secolo inizierà la stampa dei primi documenti, tuttavia con grafie diverse tra loro, in quanto non ancora standardizzate. Nel Cinquecento friulano si assiste alla vicenda di Menocchio, in arte Domenico Scandella, popolano condannato dall’inquisizione come eretico per le sue teorie sul cristianesimo e sulla sua concezione del mondo. Nonostante la mancanza di suoi testi scritti, fu un personaggio di grande importanza in campo letterario, e condizionò molti posteri. In seguito, infatti, fu anche fondato nella città natale, Montereale Valcellina, il circolo culturale con l’omonimo nome.

IL SEICENTO

In questo periodo si hanno come testimonianza dell’attività letteraria friulana le poesie di Ermes di Colloredo.

Il nome composito di questa regione ha origini latine: Friuli viene da Forum Julii, cioè “città della famiglia Giulia”, un’importante famiglia romana che fra i suoi illustri rappresentanti accoglie addirittura Giulio Cesare. Venezia Giulia unisce sempre il nome della nobile famiglia Giulia a quello degli antichi abitanti di questa zona, i Veneti.

IL SETTECENTO

A partire dal settecento i preti delle diocesi stanziate in Friuli iniziano a fare sermoni nelle varietà friulane locali per farsi comprendere meglio dalla popolazione.

L’OTTOCENTO

Con l’Ottocento la poesia friulana esce dalle accademie e dai cultori isolati per farsi popolare e il merito di questa fioritura va a Pietro Zorutti. A ciò si deve aggiungere lo sviluppo degli studi sul linguaggio (da parte di Ascoli, Pirona, Leicht e Joppi), l’apporto delle cui ricerche confermerà l’interesse per la lingua che i sentimenti dei poeti celebravano già da 5 secoli. Pietro Zorutti (1792-1867) nacque a Lonzano di Dolegna da una famiglia agiata, che però decadde economicamente e il giovane Pietro dovette abbandonare gli studi e trasferirsi con i suoi a Bolzano di San Giovanni. Si impiegò quindi all’Intendenza di Finanza e si sposò andando ad abitare a Udine. Pubblicò un friulano standard, adatto ad una larga diffusione (“ma ci voleva il romanticismo della Percoto e del Nievo per dipingere poeticamente il Friuli”, disse a proposito il Pasolini).

Ma la maggiore divulgazione della letteratura friulana dell’Ottocento è affidata a due figure di spicco, profondamente diverse, ma accomunabili per l’acuta osservazione della realtà friulana: Cateria Percoto e Ippolito Nievo che scrissero rispettivamente in lingua friulana e italiana.

Caterina Percoto (1812-1884) nacque a Soleschiano di Manzano da famiglia nobile, andò a studiare a Udine nell’educandato di Santa Chiara, dove conobbe un giovane del quale si innamorò. Per questo dovette abbandonare il collegio e gli studi e ritirarsi nel suo paesino di campagna, dove visse senza sposarsi, attorniata dall’amore dei familiari e coltivando l’interesse per la letteratura. Cominciò a scrivere in italiano sul periodico triestino “La Favilla” diretta da Francesco dall’Ongaro, dove dimostrò già una profonda vena artistica. Quindi scrisse circa 30 racconti e novelle in lingua friulana (pubblicate dal Chiurlo nel 1929), che sottolineano il suo impegno morale e sociale (estraneo come si è detto allo Zorutti) e la sua intimità con la lingua e gli argomenti della vita di ogni giorno dei contadini friulani, descritti

da l’800

IL NOVECENTO

 

Nei primi anni di questo secolo occorre citare Vittorio Cadel e Bindo Chiurlo, mentre tra gli autori più illustri del secondo dopoguerra compare Pier Paolo Pasolini, il quale fondò nel 1945 l’Academiuta di lenga furlana, quale conseguenza del felibrismo nato in Francia nell’Ottocento. Di questo autore bisogna ricordare soprattutto la raccolta La meglio gioventù.

Autori di questo periodo sono anche: Novella CantaruttiLeone CominiAmedeo GiacominiAlberto Picotti ed Ida Vallerugo.

Personaggi che hanno influito nella diffusione della letteratura friulana sono: Ugo Pellis, che fu uno dei fondatori della Società filologica friulana, mentre Pier Antonio Bellina (detto Pre Toni) e Francesco Placereani (detto Pre Checco Placeran) ebbero un ruolo importante nella produzione di testi, poesie ed articoli in friulano, traduzione dall’italiano e nella creazione dell’identità friulana nel periodo attuale.

Nel periodo contemporaneo occorre citare il nome di Pierluigi Cappello, il quale ha tradotto in friulano diverse opere, e Federico Tavan, poeta andreano.

fonte wikipedia

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Paolo Diacono

PaulusDiaconus_Plut.65.35Personaggi famosi del Friuli

Paolo Diacono (Cividale 720 – Montecassino 799) è stato un monaco cristiano,storico,poeta e scrittore longobardo di espressione latina.

Biografia

Era discendente di Leupichi,che affiancava re Alboino nel passaggio dei Longobardi dalla Pannonia all’Italia. Da Cividale del Friuli, dove nacque nel 720 (o forse nel 730, raggiunse Pavia in giovane età per seguire gli studi in quella che allora era la capitale longobarda. Si formò alla corte del re Rachis allievo di un tale Flaviano [3] ed alla scuola del monastero di San Pietro in Ciel d’Oro, dove conseguì la carica di docente. Restò alla corte con i successivi re Astolfo e Desiderio. Divenne anche il precettore di Adelpergafiglia di Desiderio che seguì quando ella si sposò con il duca Arechi II di Benevento. Nel 774 visse il crollo del regno longobardo e a causa della prigionia del fratello entrò alla corte di Carlo Magno. Una volta che il fratello venne liberato, Paolo Diacono scappò e si fece monaco nel monastero di Montecassino.

Dal 782 al 787 fu attivo presso la corte di Carlo Magno, presso la quale si recò per chiedere la liberazione dei suoi parenti prigionieri, in particolare il fratello Arichis, catturato e condotto in Francia nel 776 dopo la sua partecipazione ad una rivolta del Friuli contro i nuovi occupanti, e che alla fine fu liberato. Là acquistò una certa notorietà e prestigio come maestro di grammatica.Nel 787 tornò a Montecassino, dove fra l’altro scrisse l’Historia Langobardorum, la sua opera più famosa in cui narra, fra mito e storia, le vicende del suo popolo, dalla partenza dalla Scandinavia all’arrivo in Italia fino al regno di Liutprando – evitando così il racconto della sconfitta subita ad opera dei Franchi. La scrittura del testo impegnò Paolo Diacono per due anni-

Le sue opere

La sua prima opera fu un Carmen sulle sette età del mondo (A principio saeculorum) scritto per il matrimonio di Adelperga, figlia del re Desiderio, sposa di Arechi II nel 763. Paolo Diacono era precettore di Adelperga. Lo stile che usò fu quello dei tetrametri trocaici ritmici. Unendo le lettere iniziali delle dodici terzine si ha Adelperga pia.

Ad uso della sua allieva scrisse verso il 770 l’Historia Romana, in 16 libri, rielaborando il Breviarium ab Urbe condita di Eutropio con integrazioni da San GirolamoPaolo OrosioGiordane, dall’Origo gentis Romanae. Fermò la storia al tempo di Giustiniano, ovvero al tempo dell’invasione longobarda in Italia. Rielaborato a sua volta da Landolfo Sagace, divenne un apprezzato manuale scolastico in uso nelle scuole medievali.

La Historia Langobardorum, in sei libri, è un’opera che nello stile si riconosce nel latino monacale, ma nei contenuti è passionalmente longobarda dove giustifica ogni azione ed ogni forma di conquista come prestabilite dal fato. La strutturò come ideale continuazione dell’Historia Romana dai tempi di Giustiniano. Anche questa è una storia tronca, la ferma a Liutprando, cristallizzandola al massimo splendore e omettendone la decadenza. È un libro molto importante anche per lo studio della storia degli sloveni, poiché esso risulta la fonte storiografica più antica che documenta l’arrivo delle popolazioni slave nella pianura friulana attorno al 670.

Per ottenere la liberazione del fratello, scrisse in onore di Carlo Magno un’epistola metrica: Ad regem. Ottenne ciò che chiedeva, ma come condizione entrò a corte ad Aquisgrana dove fu fra i protagonisti della “rinascita Carolingia” con Alcuino, monaco inglese. Sempre in Francia visitò molti monasteri, compose le Gesta episcoporum Mettensium per il vescovo Angilramno di Metz nell’abbazia di San Martino, un codice con lettere di papa Gregorio I per Adalardo di Corbie. Oltre a molte altre opere minori.

Al ritorno a Montecassino scrisse la Vita beati Gregorii papae. Gli è attribuita anche una traduzione dal greco al latino della Vita Sanctae Mariae Aegyptiacae (Patrologia Latina 73, cols. 671–90) di Sofronio di Gerusalemme.

Su richiesta di Carlo Magno raccolse le prediche più celebri del suo tempo, 244 testi, un libro liturgico, Homiliarium, diviso in due stagioni: l’estate e l’inverno. La sua opera arrivò con poche modifiche fino al Concilio Vaticano II.

Involontariamente fu lo stimolo di uno dei progressi più importanti della storia della musica. Infatti nell’XI secolo Guido d’Arezzo ricavò le note musicali dalla prima strofa di un suo inno dedicato a san Giovanni Battista, ricavandole dal mezzo verso:

UT queant laxis REsonare fibris
MIra gestorum FAmuli tuorum,
SOLve polluti LAbii reatum,
Sancte Iohannes.

Da esso deriveranno i nomi delle note dell’esacordoutremifasolla; e, dal 1592, grazie a Ludovico Zacconi, venne aggiunta la nota si (Sancte Idal 787 al 789.

fonte paolo diacono

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Il Friuli secondo alcuni autori famosi

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“Il Friuli è un piccolo compendio delluniverso, alpestre piano e lagunoso in sessanta miglia da tramontana a mezzodì “(Ippolito Nievo) cap.I – Le confessioni di un italiano

“In Frioli, paese, quantunque freddo, lieto di belle montagne, di più fiumi e di chiare fontane, è una terra chiamata Udine, assai piacevole e di buona aria”

(Giovanni Boccaccio) …

“Siede la patria mia [il Friuli] tra il monte, e ‘l mare, quasi theatro, c’abbia fatto l’arte non la natura, a’ riguardanti appare, e ‘l Tagliamento l’interseca, et parte: ..”

(Giovanni Boccaccio)

…Che tace, o noci de la Carnia, addio!
Erra tra i vostri rami il pensier mio
Sognando l’ombre d’un tempo che fu.
Non paure di morti ed in congreghe
Diavoli goffi con bizzarre streghe,
Ma del comun la rustica virtú

D’abeti e pini ove al confin nereggia.
E voi trarrete la mugghiante greggia
E la belante a quelle cime là.
E voi, se l’unno o se lo slavo invade,
Eccovi, o figli, l’aste, ecco le spade,
Morrete per la nostra libertà…

dal Comune rustico di Giosuè Carducci