“Cinque frati non bastano” e il monastero sull’isola si arrende dopo 1437 anni

Dopo l’estate l’addio al santuario di Barbana, uno dei luoghi di culto più antichi d’Europa. Appello al Papa

“Cinque frati non bastano” e il monastero sull'isola si arrende dopo 1437 anni

Credit Foto – LaRepubblica

Frate Fulgenzio accende il motore della “Santa Maria”. Sposta la coppia di gabbiani che per la notte si è riparata sulla sua barca di legno bianco. Sgancia le cime dagli ormeggi.

Il silenzio della laguna è rotto solo dal canto delle tortore. Il vecchio francescano lascia il minuscolo approdo dell’isola di Barbana per andare a fare la spesa a Grado. Succede ogni mattina da 35 anni.

Questa volta però è uno dei suoi ultimi viaggi tra le valli da pesca e lungo i canneti. Anche oggi, a 86 anni, deve visitare le persone che lo aspettano e provvedere alle necessità dei confratelli. La Beata Vergine, a lungo supplicata da marinai e pescatori, non ha fatto il miracolo.

Dopo 1437 anni di custodia i frati abbandonano uno dei santuari cristiani più antichi e più amati d’Europa, fondato nel 582 tra le acque del mare Adriatico, che già allora spingeva l’Occidente nell’Oriente. L’addio al convento di Barbana, visitato ogni anno da migliaia di pellegrini di tutto il continente, misura il distacco consumato tra la nostra civiltà e le sue origini.

Nessuno ha potuto impedire l’addio dei cinque frati rimasti sull’isola, a cinque chilometri dalla terraferma. Nessuno riesce ad arrestare il declino di luoghi, valori e liturgie che, al di là di fedi e culture, per oltre duemila anni hanno alimentato una visione collettiva del mondo. Anche padre Zeno, 83 anni, oggi è solo nella cappella delle confessioni costruita sopra il millenario eremo di Barbano e Tarilesso.

Celebra la messa a occhi chiusi, davanti a banchi deserti in una chiesa vuota. Risponde a se stesso, recitando anche le preghiere che l’omelia assegna a fedeli che non ci sono più. Dalle pareti pendono centinaia di ex voto sbiaditi: marinai salvati dal naufragio, pescatori risparmiati dalle tempeste, contadini sfuggiti al peso di carri e cavalli. «La mia missione — dice — è conclusa. In Europa non ci sono più vocazioni. Frati, suore e sacerdoti sono vecchi, come i credenti. Monasteri, conventi e seminari sono vuoti. Chiese e parrocchie chiudono. Dietro la crisi delle grandi idee che hanno dato un senso anche all’esercizio del potere, c’è la metamorfosi dell’amore».

La sensazione di un tempo scaduto dentro un’era che si chiude, a Barbana è violenta. La chiesa originaria, eretta per ringraziare la Madonna di aver salvato Grado da peste e mareggiate, è stata custodita dai primi monaci per quattro secoli. I benedettini sono rimasti nel monastero per cinquecento anni.

I francescani abitano il santuario dal 1450. Refettorio, biblioteca ospizio per i pellegrini possono ospitare centinaia di persone. Nel cimitero, tra pini marittimi e olmi, sono sepolti frati e sacrestani che nei decenni qui si sono dati il cambio. «Per la prima volta — dice padre Marciano, vecchio superiore — la catena si spezza. Abbiamo provato a resistere, è stato inutile».

L’annuncio del congedo è stato dato alla processione votiva dei pescatori, giunti in corteo dall’isola della Schiusa, a bordo di barche imbandierate a festa. «Fra qualche giorno — ha detto il padre guardiano Stefano Gallinaro — consegnerò le chiavi al vescovo di Gorizia.Il Signore provvederà: vi invito a pregare in questo momento di difficoltà che accomuna la Chiesa alla civiltà di un’Europa che rinuncia ad accogliere e chiude le porte».

Ad ascoltarlo, su tre pescherecci, gente di mare da tutto l’Adriatico. Gli ultimi frati sperano di resistere a Barbana fino al termine dell’estate. Stefano, Marciano, Fulgenzio, Zeno e Celestino non conoscono il loro destino, ma già hanno raccolto le poche cose per partire. «Abbiamo fatto voto di obbedienza — dicono — lasciare la nostra casa e la comunità che amiamo, dopo tanto tempo, fa soffrire».

Anche il futuro del santuario è un mistero. La curia goriziana, proprietaria dell’isola, assicura solo che «Barbana non chiuderà». Per la prima volta nella sua storia però non resterà più aperta ogni giorno e ogni notte dell’anno. La chiesa aprirà solo la domenica. «Tra ottobre e marzo — dice Franco Biasiol, barcaiolo dell’isola da quasi settant’anni — il complesso invece sarà chiusoDovrebbero arrivare una guardia e dei cani per evitare furti, saccheggi e degrado».

Lo scorso anno il santuario ha ricevuto la visita del cardinale Pietro Parolin. Il segretario di Stato vaticano ha portato un rosario mandato da papa Francesco. Il cimelio ora è intrecciato tra le mani della statua lignea della Madonna, che nei secoli ha lasciato Barbana solo otto volte per brevi omaggi in altri monasteri dell’ex Serenissima repubblica di Venezia.

Per salvare il convento ed evitare il commiato dei suoi frati, la gente di Grado e i fedeli di tutta Europa hanno così deciso di rivolgere un appello al pontefice. A mobilitarsi, l’associazione «Graisani de palù», quella dei marinai d’Italia e dei Portatori della Madonna.

«A Barbana — dice Giorgetto Guzzon, presidente dei Graisani — si sono sempre battezzati i bambini. Qui ci si è sposati, si viene per pensare a cosa serve la vita. È un luogo cruciale anche per chi non è cristiano. Portare via i frati dalla loro casa perché sono vecchi, è come ammazzarli. Solo il Papa li può aiutare».

Servirebbero i giovani, la loro fiducia e il loro coraggio. L’Europa però non fa più figli e nessuno si chiuderebbe oggi su un’isola a pregare un dio. «Il problema — dice Giordano Saisonpescatore da settant’anni  è che tutto ciò che ci ha fatto vivere, è vecchio e scompare. I giovani e i frati, la libertà e la democrazia, il benessere e la generosità finiscono come i cefali, le sardine e i calamari della laguna. Cinquant’anni fa pescavamo 150 quintali di pesci al giorno, adesso cinque cassette. Eravamo trecento, siamo rimasti trentacinque. Nella povertà ormai i soldi sono marginali».

È il tramonto e Frate Marciano, per l’ultima volta, prepara l’orto delle piante officinali di Barbana, che non raccoglierà. «Qualcosa di buono per gli altri— dice — dobbiamo lasciarlo. Se ognuno si porta via tutto e chiude la porta, quando se ne va, non muore la fede: si interrompe la vita».

È la lezione dell’addio dei frati di Barbana all’Europa: dopo 1437 anni hanno deciso che, salendo per l’ultima volta in barca, lasceranno il santuario aperto, le chiavi bene in vista all’ingresso del loro convento vuoto.


Giampaolo Visetti – La Repubblica

http://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/attualita/%E2%80%9Ccinque-frati-non-bastano%E2%80%9D-e-il-monastero-sull-isola-si-arrende-dopo-1437-anni-45694?fbclid=IwAR3j3ndVsmpeQyPrOPpylwlAXk5R3IRc8cdtAmuJD0UP2g_bUvqD1Epv1l8#.XPdjINIzapq

Portis deve rinascere

Il documentario ha come soggetto uno studio di antropologia visuale sul paese di Portis; in particolare esso riguarda il recupero della memoria collettiva e individuale legata al sisma del 1976, alla fase dell’emergenza e al successivo abbandono della vecchia Portis, sino alla costituzione della Cooperativa Nuova Portis con la successiva ricostruzione del paese in altra sede. Lo straordinario interesse antropologico di queste vicende risiede nel aver mantenuto dei segni della passata vita familiare e comunitaria nel vecchio paese abbandonato (il cimitero, la cura verso quanto rimane, il collocare segni e nomi delle famiglie che un tempo lì abitavano e altre pratiche di “manutenzione della memoria”). Questo fare del paese abbandonato non solo un luogo della ricordo ma sopratutto della socialità comunitaria rende Portis un caso unico a livello nazionale di “svuotamento” e ricostruzione che non recide il legame degli abitati con il periodo pre-sismico ma anzi lo alimenta giorno dopo giorno. Foto di copertina di Alessandro Coccolo

video di Stefano Morandini antropologo visuale

Portis è una frazione del comune italiano di Venzone, nella provincia di Udine. approfondisci https://www.wikiwand.com/it/Portis

 Convegno sugli ultimi scavi ad Aquileia

Alta Val Torre – Terska dolina (Comune di Lusevera – Bardo)

Video promozionale commissionato da COMUNE DI LUSEVERA – BARDO Realizzato e trasmesso da TV KOPER – CAPODISTRIA Tratto dal format “PAESE CHE VAI” di PENELOPE FOLIN http://www.facebook.com/planetbardo

ForEst-Studio Naturalistico

Ancora posti disponibil per la nuova avventura con l’amico e collega Nicola Picogna!
L’iniziativa Quattro passi con l’Otturatore prende l’avvio domenica 14 aprile …andando a caccia di orchidee selvatiche! 🌺
Il Laboratorio Fotografico Itinerante: Tra i Colli di Osoppo attende tutti gli appassionati!

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Valcanale sotto attacco

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Anche in Valcanale una rondine non fa primavera. Nella valle che oggigiorno riassume le quattro anime linguistiche del Friuli Venezia Giulia, ultimamente non corrono bei tempi per lingua e cultura slovene.

Don Mario Gariup manca alla comunità da quasi due mesi e, dopo tanti decenni vissuti tra la gente, il vuoto lasciato dalla sua scomparsa si fa ancora sentire. Ricordiamo che don Gariup aveva fatto il proprio ingresso in Valcanale nel 1974 dapprima come parroco di Ugovizza/ Ukve (dove era giunto anche a seguito dell’invio, da parte dei paesani, di una petizione al vescovo di Udine, affinché mandasse loro un sacerdote che parlasse anche lo sloveno) e Valbruna/ Ovčja vas. Nel 1999 aveva assunto anche la cura della parrocchia di Malborghetto con le comunità di Santa Caterina e Bagni di Lusnizza. Ora che non c’è più, i fedeli notano come l’attuale amministratore parrocchiale, il parroco di Tarvisio, don Claudio Bevilacqua, non abbia la necessaria attenzione per le lingue locali, specie per lo sloveno, ancora presente nelle celebrazioni e nella vita religiosa di Ugovizza, e per le usanze religiose della zona, profondamente radicate. Al contrario. Si fanno sempre più insistenti i tentativi di vanificare quanto prima gli sforzi compiuti dal defunto parroco, affinché la fede cristiana fosse radicata nell’identità slovena locale. È vero che nella comunità presta la propria opera spirituale un giovane padre francescano sloveno, ma la guida della parrocchia è nelle mani di altri.

Camporosso/Žabnice

Anche nella vicina parrocchia di Camporosso/Žabnice, a due anni e mezzo dalla scomparsa del parroco, mons. Dionisio Mateucig, la celebrazione dei riti resta in parte bilingue per iniziativa dei fedeli stessi.

La popolazione valcanalese fatica a capire perché lì, a celebrare, sia un sacerdote coadiutore che non conosce lo sloveno, quando sarebbe più semplice se a presiedere le celebrazioni a Camporosso fosse il padre che si occupa di Ugovizza o il confratello sloveno responsabile di Lussari/ Svete Višarje. L’altro coadiutore potrebbe, invece, con più agevolezza celebrare nei paesi della collaborazionepastorale di Tarvisio dove non si prega in sloveno.

Si avvicina, ora, il periodo pasquale, che in Valcanale è ricco di usanze piuttosto antiche. Come già l’anno scorso, è grande tra i fedeli il timore che, dopo la morte di mons. Mateucig, don Morandini e don Gariup, il loro regolare svolgimento si interrompa bruscamente.

In ambito scolastico, invece, pare che per complicazioni di natura burocratica non siano ancora stati erogati gli 80.000 euro stanziati dalla Regione Friuli- Venezia Giulia per il proseguimento della sperimentazione plurilingue nel plesso scolastico di Ugovizza e la sua estensione a quelli di Camporosso e Tarvisio. Al tempo stesso, tramite iniziative e dichiarazioni, alcuni circoli e personaggi che in Valcanale non godono di grande stima e sostegno da parte della popolazione (usando un eufemismo, la stessa comunità locale li definisce «impresentabili») con le loro prese di posizione rischiano di mettere a repentaglio tutti gli sforzi messi costantemente in campo dalle amministrazioni comunali e dalle organizzazioni della minoranza slovena.

È grazie a questi sforzi che, se non altro, l’insegnamento dello sloveno nelle scuole d’infanzia e primarie è perlomeno proseguito, per tutti i bambini dai 3 agli 11 anni d’età.

Un’altra faccenda che non fa dormire sonni tranquilli in Valcanale e non solo è il paventato progetto di fare del Monte Santo di Lussari una delle tappe del Giro d’Italia costruendo una strada asfaltata diretta al santuario. Il luogo, infatti, riveste un grande significato per i fedeli di lingua italiana, friulana, tedesca e slovena. In quest’ultimo caso, è bene precisarlo, parliamo sia degli sloveni della Repubblica di Slovenia sia di quelli delle comunità slovene autoctone in Italia e Carinzia. Potenzialmente, il progetto di una strada spalancherebbe le porte a un turismo di massa, che metterebbe a rischio il principale tratto distintivo del borgo di Lussari, ossia quello di luogo di pace e spiritualità.5Ukovska-cerkev-250x300

La comunità slovena in Valcanale è, quindi, sotto attacco – e tutti gli attori che possono fare qualcosa, a iniziare dall’intera comunità slovena in Italia, farebbero bene a difenderla in modo adeguato. (R. D.)

https://www.dom.it/kanalska-dolina-pod-udarom_valcanale-sotto-attacco/

7 aprile 23ª Via Crucis Pordenone, Base USAF

fejldfdkainccjcnUna Via Crucis particolare dedicata al cammino come testimonianza attiva di non violenza nei confronti della forza delle armi.

“Questo è il 23esimo anno che ci apprestiamo a vivere il cammino della Via Crucis Pordenone – Base Usaf di Aviano e invitiamo tante altre persone a diventarne partecipi. Nella sua diversità e nella sua similitudine si unisce e si aggrega ai tanti cammini che sul nostro Pianeta coinvolgono milioni di persone per denunciare le situazioni di disumanità, per proporre un altro mondo molto più umano”.

Detti in dialetto sloveno 📗

A Taipana dicono/Tou Tìpani pravijo

*Pojedena roubeca, na te resta koj souzeca (Smangiucchiato l’avere, resta solo la lacrimuccia)lacrima

*Lopate an kose, njemajo jete rose (Le vanghe e le falci, non devono prendere la rugiada)attrezzo-immagine-animata-0215

*Buojšte dan kruh sfadjoč,koj dna furtuna kradoč (Meglio un pane faticato, che una fortuna rubata)minatore-immagine-animata-0022

*Se usta ne moučo, mouhe nefuščo (Se la bocca tace, le mosche ronzano)mosca-immagine-animata-0044

raccolta di Adriano Noacco  (fonte archivio Novi Matajur)