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Cammino Celeste, un percorso che ti rigenera e fa scoprire le bellezze del Friuli Venezia Giulia — Ivana Milič

Un traguardo maestoso raggiunto camminando quasi 200 km da Scriò – Gorizia al Monte Lussari – Udine in 9 giorni per vivere un’avventura straordinaria. Ieri sera sono rientrata a casa dopo 9 giorni. E’ la prima volta che sono stata via così a lungo dopo che è nata la mia prima figlia nel 2008. Mi […]

Cammino Celeste, un percorso che ti rigenera e fa scoprire le bellezze del Friuli Venezia Giulia — Ivana Milič
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Conosci le scritture su Aquileia?

Conosci le scritture su Aquileia?

I primi a scrivere su Aquileia sono gli antichi storici 📜: Tito Livio, Velleio Patercolo, Strabone, Plinio il più vecchio, Tacito ed Erodian raccontano la sua fondazione romano nel 181 v. C.C. quanto fosse grande e importante per il commercio e per la gestione delle frontiere a est. Parlano anche degli imperatori che rimangono lì.

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Nel corso dei secoli, Aquileia ha conservato il suo carisma e ha ispirato altri scrittori come: Elio Bartolini (Racconti aquileiesi) 📖; Jorge Luis Borges e uno dei suoi cittadini più famosi, Francesco Tullio-Altan, autore della Pimpa, Cipputi e molte altre illustrazioni che Alcuni libri indimenticabili per bambini hanno accompagnato 📚

Ph. Alessandro Secondin

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“Cinque frati non bastano” e il monastero sull’isola si arrende dopo 1437 anni

Dopo l’estate l’addio al santuario di Barbana, uno dei luoghi di culto più antichi d’Europa. Appello al Papa

“Cinque frati non bastano” e il monastero sull'isola si arrende dopo 1437 anni

Credit Foto – LaRepubblica

Frate Fulgenzio accende il motore della “Santa Maria”. Sposta la coppia di gabbiani che per la notte si è riparata sulla sua barca di legno bianco. Sgancia le cime dagli ormeggi.

Il silenzio della laguna è rotto solo dal canto delle tortore. Il vecchio francescano lascia il minuscolo approdo dell’isola di Barbana per andare a fare la spesa a Grado. Succede ogni mattina da 35 anni.

Questa volta però è uno dei suoi ultimi viaggi tra le valli da pesca e lungo i canneti. Anche oggi, a 86 anni, deve visitare le persone che lo aspettano e provvedere alle necessità dei confratelli. La Beata Vergine, a lungo supplicata da marinai e pescatori, non ha fatto il miracolo.

Dopo 1437 anni di custodia i frati abbandonano uno dei santuari cristiani più antichi e più amati d’Europa, fondato nel 582 tra le acque del mare Adriatico, che già allora spingeva l’Occidente nell’Oriente. L’addio al convento di Barbana, visitato ogni anno da migliaia di pellegrini di tutto il continente, misura il distacco consumato tra la nostra civiltà e le sue origini.

Nessuno ha potuto impedire l’addio dei cinque frati rimasti sull’isola, a cinque chilometri dalla terraferma. Nessuno riesce ad arrestare il declino di luoghi, valori e liturgie che, al di là di fedi e culture, per oltre duemila anni hanno alimentato una visione collettiva del mondo. Anche padre Zeno, 83 anni, oggi è solo nella cappella delle confessioni costruita sopra il millenario eremo di Barbano e Tarilesso.

Celebra la messa a occhi chiusi, davanti a banchi deserti in una chiesa vuota. Risponde a se stesso, recitando anche le preghiere che l’omelia assegna a fedeli che non ci sono più. Dalle pareti pendono centinaia di ex voto sbiaditi: marinai salvati dal naufragio, pescatori risparmiati dalle tempeste, contadini sfuggiti al peso di carri e cavalli. «La mia missione — dice — è conclusa. In Europa non ci sono più vocazioni. Frati, suore e sacerdoti sono vecchi, come i credenti. Monasteri, conventi e seminari sono vuoti. Chiese e parrocchie chiudono. Dietro la crisi delle grandi idee che hanno dato un senso anche all’esercizio del potere, c’è la metamorfosi dell’amore».

La sensazione di un tempo scaduto dentro un’era che si chiude, a Barbana è violenta. La chiesa originaria, eretta per ringraziare la Madonna di aver salvato Grado da peste e mareggiate, è stata custodita dai primi monaci per quattro secoli. I benedettini sono rimasti nel monastero per cinquecento anni.

I francescani abitano il santuario dal 1450. Refettorio, biblioteca ospizio per i pellegrini possono ospitare centinaia di persone. Nel cimitero, tra pini marittimi e olmi, sono sepolti frati e sacrestani che nei decenni qui si sono dati il cambio. «Per la prima volta — dice padre Marciano, vecchio superiore — la catena si spezza. Abbiamo provato a resistere, è stato inutile».

L’annuncio del congedo è stato dato alla processione votiva dei pescatori, giunti in corteo dall’isola della Schiusa, a bordo di barche imbandierate a festa. «Fra qualche giorno — ha detto il padre guardiano Stefano Gallinaro — consegnerò le chiavi al vescovo di Gorizia.Il Signore provvederà: vi invito a pregare in questo momento di difficoltà che accomuna la Chiesa alla civiltà di un’Europa che rinuncia ad accogliere e chiude le porte».

Ad ascoltarlo, su tre pescherecci, gente di mare da tutto l’Adriatico. Gli ultimi frati sperano di resistere a Barbana fino al termine dell’estate. Stefano, Marciano, Fulgenzio, Zeno e Celestino non conoscono il loro destino, ma già hanno raccolto le poche cose per partire. «Abbiamo fatto voto di obbedienza — dicono — lasciare la nostra casa e la comunità che amiamo, dopo tanto tempo, fa soffrire».

Anche il futuro del santuario è un mistero. La curia goriziana, proprietaria dell’isola, assicura solo che «Barbana non chiuderà». Per la prima volta nella sua storia però non resterà più aperta ogni giorno e ogni notte dell’anno. La chiesa aprirà solo la domenica. «Tra ottobre e marzo — dice Franco Biasiol, barcaiolo dell’isola da quasi settant’anni — il complesso invece sarà chiusoDovrebbero arrivare una guardia e dei cani per evitare furti, saccheggi e degrado».

Lo scorso anno il santuario ha ricevuto la visita del cardinale Pietro Parolin. Il segretario di Stato vaticano ha portato un rosario mandato da papa Francesco. Il cimelio ora è intrecciato tra le mani della statua lignea della Madonna, che nei secoli ha lasciato Barbana solo otto volte per brevi omaggi in altri monasteri dell’ex Serenissima repubblica di Venezia.

Per salvare il convento ed evitare il commiato dei suoi frati, la gente di Grado e i fedeli di tutta Europa hanno così deciso di rivolgere un appello al pontefice. A mobilitarsi, l’associazione «Graisani de palù», quella dei marinai d’Italia e dei Portatori della Madonna.

«A Barbana — dice Giorgetto Guzzon, presidente dei Graisani — si sono sempre battezzati i bambini. Qui ci si è sposati, si viene per pensare a cosa serve la vita. È un luogo cruciale anche per chi non è cristiano. Portare via i frati dalla loro casa perché sono vecchi, è come ammazzarli. Solo il Papa li può aiutare».

Servirebbero i giovani, la loro fiducia e il loro coraggio. L’Europa però non fa più figli e nessuno si chiuderebbe oggi su un’isola a pregare un dio. «Il problema — dice Giordano Saisonpescatore da settant’anni  è che tutto ciò che ci ha fatto vivere, è vecchio e scompare. I giovani e i frati, la libertà e la democrazia, il benessere e la generosità finiscono come i cefali, le sardine e i calamari della laguna. Cinquant’anni fa pescavamo 150 quintali di pesci al giorno, adesso cinque cassette. Eravamo trecento, siamo rimasti trentacinque. Nella povertà ormai i soldi sono marginali».

È il tramonto e Frate Marciano, per l’ultima volta, prepara l’orto delle piante officinali di Barbana, che non raccoglierà. «Qualcosa di buono per gli altri— dice — dobbiamo lasciarlo. Se ognuno si porta via tutto e chiude la porta, quando se ne va, non muore la fede: si interrompe la vita».

È la lezione dell’addio dei frati di Barbana all’Europa: dopo 1437 anni hanno deciso che, salendo per l’ultima volta in barca, lasceranno il santuario aperto, le chiavi bene in vista all’ingresso del loro convento vuoto.


Giampaolo Visetti – La Repubblica

http://www.sanfrancescopatronoditalia.it/notizie/attualita/%E2%80%9Ccinque-frati-non-bastano%E2%80%9D-e-il-monastero-sull-isola-si-arrende-dopo-1437-anni-45694?fbclid=IwAR3j3ndVsmpeQyPrOPpylwlAXk5R3IRc8cdtAmuJD0UP2g_bUvqD1Epv1l8#.XPdjINIzapq

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Portis deve rinascere

Il documentario ha come soggetto uno studio di antropologia visuale sul paese di Portis; in particolare esso riguarda il recupero della memoria collettiva e individuale legata al sisma del 1976, alla fase dell’emergenza e al successivo abbandono della vecchia Portis, sino alla costituzione della Cooperativa Nuova Portis con la successiva ricostruzione del paese in altra sede. Lo straordinario interesse antropologico di queste vicende risiede nel aver mantenuto dei segni della passata vita familiare e comunitaria nel vecchio paese abbandonato (il cimitero, la cura verso quanto rimane, il collocare segni e nomi delle famiglie che un tempo lì abitavano e altre pratiche di “manutenzione della memoria”). Questo fare del paese abbandonato non solo un luogo della ricordo ma sopratutto della socialità comunitaria rende Portis un caso unico a livello nazionale di “svuotamento” e ricostruzione che non recide il legame degli abitati con il periodo pre-sismico ma anzi lo alimenta giorno dopo giorno. Foto di copertina di Alessandro Coccolo

video di Stefano Morandini antropologo visuale

Portis è una frazione del comune italiano di Venzone, nella provincia di Udine. approfondisci https://www.wikiwand.com/it/Portis

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 Convegno sugli ultimi scavi ad Aquileia

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Alta Val Torre – Terska dolina (Comune di Lusevera – Bardo)

Video promozionale commissionato da COMUNE DI LUSEVERA – BARDO Realizzato e trasmesso da TV KOPER – CAPODISTRIA Tratto dal format “PAESE CHE VAI” di PENELOPE FOLIN http://www.facebook.com/planetbardo