I Friulani sono così

Un tempo parlare friulano era quasi una vergogna,perchè faceva capire che si era rozzi.Anche a scuola gli insegnanti raccomandavano ai genitori di non parlare con i figli in friulano,perchè avrebbero fatto confusione con l’italiano.La stessa cosa accadeva nella Slavia friulana,questo è anche uno dei motivi per cui il friulano e lo sloveno stanno scomparendo.

friul8
Furlans fevelait furlan,ch’al è onor e no vergogne -Friulani parlate friulano,è onore e non vergogna!

Si va verso il villaggio globale e i tratti specifici delle realtà locali vanno sparendo come forse si è pian piano dissolta l’anima del vecchio Friuli. O no: il carattere d’un popolo fiero è indistruttibile nonostante tutto (Francesco Lamendola)

friuliCerto, ormai tutto sta cambiando anche lì, nella “piciule patrie”, nella piccola patria friulana, quel fantastico angolo di mondo dove il mare e i monti  s’incontrano e dove si toccano le tre famiglie linguistiche e le tre stirpi principali d’Europa: la neolatina, la germanica e la slava; anche lì è arrivata l’onda lunga della globalizzazione, cancellando, più o meno lentamente, parlate, modi di vivere e di sentire, l’anima dei luoghi e quella delle persone.

Ma, fino a pochi decenni or sono, l’impressione che riceveva chi arrivasse in Friuli, senza esserci mai stato prima, doveva essere alquanto strana: quella di un mondo a parte, italiano sì, ma solo in un senso generico; per il resto, non tedesco né slavo, ma con qualcosa sia di tedesco, sia di slavo; un mondo dove l’architettura rustica e quella cittadina, le “villotte” e la poesia popolare, la cucina e il rito del bicchier di vino all’osteria, il modo di parlare e quello di tacere, i modi di pensare, di porsi nei confronti degli uomini e di Dio, il legame fra i vivi e i morti, insomma tutto, dalla sfera materiale a quella spirituale dell’esistenza, nelle cose visibili e in quelle invisibili, aveva un suo particolare colore, una sua particolare tonalità, un qualcosa che lo distingueva nettamente da quello degli altri Italiani, a cominciare dai confinanti Veneti, ma anche da quello dei Tedeschi e degli Slavi, dei quali pure esistevano diverse isole linguistiche al suo interno.

Il carattere friulano si presentava con caratteri inconfondibili: rude, ritroso, severo, tutt’altro che amabile, tutt’altro che brillante, tutt’altro che attraente; eppure non solo ammirevole, ma altamente degno di fiducia: concreto, positivo, franco, leale, perfino incapace di mentire, così come, del resto, incapace di nascondere i suoi sentimenti. Inoltre laborioso, tenace, addirittura ostinato; fucina di soldati insuperabili, per pazienza e coraggio, specialmente nella guerra di montagna; di contadini infaticabili, di emigranti sobri e risparmiatori, con il pensiero fisso di tornare a casa, magari poco prima di morire, per essere sepolti all’ombra del loro campanile.

Il friulano non fa nulla per piacere o per compiacere: è, semplicemente, incapace di farsi passare per altro da quello che è, o per dissimulare ciò che pensa e ciò che prova. Pertanto la sua sincerità risulta burbera, perfino sgradevole: pare quasi che faccia di tutto per tenere gli altri lontani da sé. «Dai Furlans, tre pas lontan», dice un proverbio veneto, che esprime un misto di diffidenza e di segreta ammirazione: anche se li separa appena un fiume non certo imponente, il Livenza, i Veneti sentono di aver a che fare con un tipo umano completamente diverso dal loro, che sfugge a ogni definizione, che non si lascia comprendere di primo acchito, non perché sia ambiguo, tutt’altro, ma perché sembra incredibile che sia così semplice e lineare, come in effetti è.

Al friulano difetta la vastità e l’originalità del pensiero: la sua intelligenza non è di tipo filosofico, non è di tipo speculativo; e non è neppure, generalmente parlando, di tipo artistico, perché carente di agilità e d’intuizione. La sua è una intelligenza quadrata, quasi lenta: solida, non profonda; ma più che sufficiente per affrontare con dignità e con fierezza le prove più dure della vita. Il friulano, davanti alla sofferenza, davanti alle separazioni, a ciò che fa piegare dal dolore altre tempre meno robuste della sua, si raccoglie in se stesso, tace e tira dritto. Quasi mai si lamenta, se non col buon Dio: e lo fa a suon di bestemmie. Bestemmia moltissimo, in tutte le occasioni, in maniera quasi ossessiva; eppure, non è affatto irreligioso: al contrario, ha un forte senso della trascendenza. E questo perché, in fondo, egli è un sentimentale: ha un cuore sentimentale accanto a due solide spalle di lavoratore e sotto una mente equilibrata, piena di buon senso.

Decisamente non è portato a concepire grandi idee: non sa pensare in grande; in compenso, ha i piedi bene attaccati alla terra, sa veder subito il lato pratico di una questione. E tuttavia, non è neanche un utilitarista; né si può dire che abbia il senso degli affari: è troppo schietto, troppo sincero, per questo; e non ha la parlantina sciolta: dove c’è da spuntarla a chiacchiere, sa già di non avere alcuna “chance” e si tiene in disparte, taciturno e guardingo, quasi rassegnato. La sua anima è l’anima contadina: piena di forza vitale, ma senza inutili espansioni, senza slanci romantici; egli è un uomo (o una donna) che bada al sodo, che disprezza i fronzoli e i belletti. Eppure, lo ripetiamo, a suo modo – molto a suo modo – è quasi un poeta, certamente un sentimentale: non vede le cose in una luce di crudo realismo, ma tende a trasfigurarle in un alone di calore umano.

In verità, il Friulano è un enigma: sembra freddo come il ghiaccio, ma, sotto sotto, è un passionale, o qualche cosa di molto simile a un passionale; si presenta in maniera scostante, perfino irritante, nella sua pretesa di far da solo, di non aver bisogno di nessuno: però, se decide di aprire il proprio cuore a un sentimento di amicizia, rimane fedele ad esso per tutta la vita, ed è capace di gesti tenerissimi, addirittura toccanti. Bindo Chiurlo diceva che il popolo friulano è il più meridionale dei popoli settentrionali (per lui i Friulani sono un popolo, dato che la loro parlata non è un dialetto, ma una lingua vera e propria): e nell’incontro di questi due estremi, la gravità e l’autocontrollo del Nord e la calda espansività del Sud, sta il segreto della sua anima e la spiegazione delle sue molte, apparenti contraddizioni, che tanto sconcertano gli altri Italiani.

Tuttavia, c’è un altro aspetto del carattere friulano che ne costituisce un tratto fondamentale, benché, a uno sguardo superficiale, possa forse sfuggire: la malinconia. Questo realista, quest’uomo concreto, quest’uomo tutto d’un pezzo, è profondamente malato di malinconia: una malinconia struggente, simile a quella dei popoli dell’Europa settentrionale e che si riflette nell’opera di pensatori e scrittori come Kierkegaard, Ibsen, Strindberg. Pur essendo pieno di energia e di forza morale, in fondo, il Friulano si sente un vinto, proprio nel senso verghiano del termine: un vinto dalla vita. Sa che la vita umana è una cosa fragile e non s’illude, non indulge a sogni ad occhi aperti, non coltiva speranze illusorie. Egli è forte nel sopportare, più che nell’agire: ci è abituato, perché la storia è stata rude con lui, non gli ha mai regalato nulla e raramente lo ha trattato con dolcezza; il più delle volte, lo ha cresciuto con mano severa alla scuola della vita. Fin da bambino, egli sa quali sono le sue responsabilità: verso la famiglia, verso i compaesani, verso gli uomini tutti – e, naturalmente, verso Dio. Perché anche le sue bestemmie, come è stato osservato, non sono che la maniera primitiva, sgraziata, quasi straziante, di pregare un Dio che sovente pare non ascoltarlo, che gli sembra troppo impegnato in altre faccende per prendersi cura di lui.

Bindo Chiurlo, il notevole studioso di lingua e letteratura friulana (nato a Cassacco, in provincia di Udine, il 13 ottobre 1886 e morto a Torino il 24 dicembre 1943, la vigilia di Natale), ha tracciato un ritratto partecipe, ma sostanzialmente obiettivo, dell’anima del suo popolo, che qui ci piace riportare quasi integralmente (da: B. Chiurlo, «La letteratura ladina del Friuli», Udine, Libreria Carducci Editrice, 1922, pp. 9-12):

«E il friulano fu, come il suo corpo, massiccio di coscienza e d’intelletto, amantissimo del lavoro e dell’economia, sano, normale, ma non agile, non fiorito nelle parole e nei modi: onde i non amichevoli scherni dei Veneti circonvicini, svelti ed arguti, molli e voluttuosi. da Rovigo a Trieste, e la parola “furlan” rimasta, presso di essi, sinonimo di pervicacia e di rozzezza. Ma invece di quelle grazie ed agilità che hanno la loro più ingenua espressione nel mirabile dialetto delle lagune, il friulano ha chiuse in sé alcune virtù veramente “classiche”:  prima l’equilibrio tra la ragione e il sentimento, tra l’egoismo e l’altruismo, tra l’ottimismo e il pessimismo.

L’idealista puro è compreso, l’uomo fantastico, immoderato è scusato, ma né l’uno né l’altro sono ammirati in Friuli: “uomo ideale” è colui che si basa sulla realtà, che non si lascia andare ad esagerazioni, che non si perde in frasche: L'”omp pusitîv”, l’uomo che quando ha dato una parola la mantiene, che presenta le cose onestamente, senza sottintesi, scherzi od inganni; l'”omp reâl”, l’uomo che si presenta, e presenta la sua merce, com’è in realtà. “Realtà” insomma sempre e soprattutto; nell’interesse proprio e nell’interesse degli altri. Da ciò quel connubio, che può anche parer strano, di amore alla “pulchra utilitas” esaltata negli statuti pordenonesi, e di bella sincerità ed onestà: e, ancora, quella trascuranza delle “forme”, quel non curarsi delle apparenze, che è dato dalla certezza della sostanza; quella rudezza un po’ primitiva anche nelle persone più colte e d’ingegno, quella mancanza di “savoir fare”, quella “gaucherie” fisica e morale, che rende in diversi ambienti antipatica o, peggio, sospetta, la sincerità friulana, sembrando essa, a genti più destre, in contrasto colla solidità, col buon senso, coll’equilibrio della psiche nostra. Che se talvolta, per bontà o per rispetto, il friulano s’induce a smussare gli angoli della sua franca parola, rimane tosto punito nel suo tentativo, ché il discorso gli esce di bocca ineguale, contraddittorio, o malamente imbellettato di dolcezza.

E come difetta in Friuli l’uomo smarrito nelle regioni dell’impossibile, della passione inconsiderata, e, del pari, l’uomo leggero, agile, sapiente nelle cerimonie e nelle forme, così gl’ingegni son prevalentemente seri e sodi; penetranti, ma non vibranti e brillanti; fatti più per la scienza e per i negozi che per l’arte; e, nell’ambito dell’arte, più per le espressioni del proprio mondo psichico che per quello degli altri, che esige maggiore intuizione e più calda “forza espansiva”.

La mentalità friulana è “schematica, sostanziale” (Costantini): le mancano le articolazioni, le fioriture; le manca la grazia e la leggerezza del concepire, che ride dalle “tavole” e dalle “carte” venete e fiorentine. E pure con tutto ciò, anzi appunto per ciò, il lettore mi crederà quando io dirò che il friulano è, in fondo, un sentimentale: l’onestà, la serietà, l’incapacità di sacrificare la sostanza alle apparenze non possono essere alimentate che da un’intima fonte, la quale è in lui celata, quasi pudibonda. Ha paura di sembrare “romantico”, “sentimentale”: sembra, in fondo, più di quel che non sia, un popolo “classico”.

Appunto per questo ama esplodere di tanto in tanto in grosse manifestazioni di giocondità, che solo un ingenuo potrebbe confondere  cola grassa vitalità bolognese,  colla fine festività veneziana,  o col’indole spensieratamente festaiola di altre regioni; là dove sono un modo violento di costringersi allo svago, di dimenticare per qualche ora la vita di ogni giorno, che, come abbiam detto, in Friuli un tempo non era lieta. Tipiche le “sagre”, qui più fitte, vivaci, sentite che altrove, e con tanto fervore cantate dai nostri poeti: vere oasi di giocondità in mezzo a una vita seria e laboriosa, le quali vanno ormai perdendo il loro carattere, appunto perché le condizioni economiche del popolo son venute facendosi più uniformemente prospere, o sopportabili almeno. Così si spiega anche un altro fenomeno apparentemente strano: che il contadino friulano, fra i più parchi d’Italia, sia anche uno di quelli che consumano, o consumavano, più vino: nelle sagre appunto e nelle attese domeniche che dàn tregua all’assidua fatica.

In tal modo l’equilibrio intellettuale e il senso pratico, la psiche sostanziale e incapace di fioriture, la moderazione intima dell’animo, che paiono ereditate dal temperamento romano, mi mescolano nel carattere di questo popolo con quell’onestà a base di buona fede, con quella sentimentalità in tono minore, profonda e raccolta, con quell’alternare di giocondità e di serietà, che sono così spiccati nei popoli del Nord, e gli danno un’impronta tutta sua, la quale spiega, meglio di qualsiasi altra ragione, l’amore del friulano per la sua terra, amore che non è gretto spirito di campanile, e pure va oltre il solito affetto al luogo natio.

E quando emigra, l’operaio nostro sente profonda la nostalgia della “patria” e della “friulanità”, anche se, e forse quanto più questa, lontano dai fuochi domestici, vien lentamente ma inesorabilmente minata…»

Come rileva lo stesso Chiurlo, già quando furono scritte queste osservazioni, al principio degli anni ’20 del secolo scorso, i tratti specifici del carattere friulano cominciavano ad alterarsi, così come la sua parlata. La lingua friulana, ancora diffusa nei borghi di Udine, ora è pressoché scomparsa, sostituita da un ibrido dialetto d’importazione veneziana; resiste ancora soprattutto in provincia, ma è sottoposta a una pressione crescente, sia da parte del dialetto veneto, soprattutto nella provincia di Pordenone, sia da parte dell’italiano, specie attraverso la televisione; e, negli ultimi anni, perfino da parte dell’inglese (la cantante Elisa, nata a Trieste ma da famiglia di Monfalcone, e residente a Gradisca d’Isonzo, ha scelto di cantare in lingua inglese diversi brani). Si va verso il villaggio globale, piaccia o non piaccia; e i tratti specifici delle realtà locali vanno sparendo, così come sono sparite le rogge di Udine, come stanno sparendo le vecchie osterie, come si è pian piano dissolta, forse, l’anima del vecchio Friuli, sotto i terribili colpi del duplice terremoto, del maggio e del settembre 1976. O forse no. Forse il carattere d’un popolo fiero è indistruttibile, nonostante tutto…

http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/storia-e-cultura-delle-venezie/la-patria-del-friuli/1165-i-friulani-sono-cosi

ezimba17115246908403
un tajut di neri

post riproposto

Pubblicato in: friuli, minoranza slovena, proverbi, Slavia friulana, vignette

Proverbi sloveni di Pasqua

970778_463724413707548_660706661_n“Natale verde,Pasqua bianca”

(dialetto sloveno delle valli del Natisone (vignetta di Moreno Tomazetig dal giornale Dom)

 

Vfenahte par sonco, velika nuoč par ohnjo(Natale al sole,Pasqua vicino al fuoco) dialetto sloveno di Taipana/Tipana

fonte raccolta di Adriano Noacco archivio Novi Matajur

307150_172096946203631_631361638_n

Pasqua la forza del Cristo

dal Dom vignetta di Moreno Tomazetig

 

 

Pubblicato in: cultura, dom, friuli, minoranza slovena

Valcanale sotto attacco

1Visarje-283x300
Sv Višarje-Lussari

Anche in Valcanale una rondine non fa primavera. Nella valle che oggigiorno riassume le quattro anime linguistiche del Friuli Venezia Giulia, ultimamente non corrono bei tempi per lingua e cultura slovene.

Don Mario Gariup manca alla comunità da quasi due mesi e, dopo tanti decenni vissuti tra la gente, il vuoto lasciato dalla sua scomparsa si fa ancora sentire. Ricordiamo che don Gariup aveva fatto il proprio ingresso in Valcanale nel 1974 dapprima come parroco di Ugovizza/ Ukve (dove era giunto anche a seguito dell’invio, da parte dei paesani, di una petizione al vescovo di Udine, affinché mandasse loro un sacerdote che parlasse anche lo sloveno) e Valbruna/ Ovčja vas. Nel 1999 aveva assunto anche la cura della parrocchia di Malborghetto con le comunità di Santa Caterina e Bagni di Lusnizza. Ora che non c’è più, i fedeli notano come l’attuale amministratore parrocchiale, il parroco di Tarvisio, don Claudio Bevilacqua, non abbia la necessaria attenzione per le lingue locali, specie per lo sloveno, ancora presente nelle celebrazioni e nella vita religiosa di Ugovizza, e per le usanze religiose della zona, profondamente radicate. Al contrario. Si fanno sempre più insistenti i tentativi di vanificare quanto prima gli sforzi compiuti dal defunto parroco, affinché la fede cristiana fosse radicata nell’identità slovena locale. È vero che nella comunità presta la propria opera spirituale un giovane padre francescano sloveno, ma la guida della parrocchia è nelle mani di altri.

Camporosso/Žabnice

Anche nella vicina parrocchia di Camporosso/Žabnice, a due anni e mezzo dalla scomparsa del parroco, mons. Dionisio Mateucig, la celebrazione dei riti resta in parte bilingue per iniziativa dei fedeli stessi.

La popolazione valcanalese fatica a capire perché lì, a celebrare, sia un sacerdote coadiutore che non conosce lo sloveno, quando sarebbe più semplice se a presiedere le celebrazioni a Camporosso fosse il padre che si occupa di Ugovizza o il confratello sloveno responsabile di Lussari/ Svete Višarje. L’altro coadiutore potrebbe, invece, con più agevolezza celebrare nei paesi della collaborazionepastorale di Tarvisio dove non si prega in sloveno.

Si avvicina, ora, il periodo pasquale, che in Valcanale è ricco di usanze piuttosto antiche. Come già l’anno scorso, è grande tra i fedeli il timore che, dopo la morte di mons. Mateucig, don Morandini e don Gariup, il loro regolare svolgimento si interrompa bruscamente.

In ambito scolastico, invece, pare che per complicazioni di natura burocratica non siano ancora stati erogati gli 80.000 euro stanziati dalla Regione Friuli- Venezia Giulia per il proseguimento della sperimentazione plurilingue nel plesso scolastico di Ugovizza e la sua estensione a quelli di Camporosso e Tarvisio. Al tempo stesso, tramite iniziative e dichiarazioni, alcuni circoli e personaggi che in Valcanale non godono di grande stima e sostegno da parte della popolazione (usando un eufemismo, la stessa comunità locale li definisce «impresentabili») con le loro prese di posizione rischiano di mettere a repentaglio tutti gli sforzi messi costantemente in campo dalle amministrazioni comunali e dalle organizzazioni della minoranza slovena.

È grazie a questi sforzi che, se non altro, l’insegnamento dello sloveno nelle scuole d’infanzia e primarie è perlomeno proseguito, per tutti i bambini dai 3 agli 11 anni d’età.

Un’altra faccenda che non fa dormire sonni tranquilli in Valcanale e non solo è il paventato progetto di fare del Monte Santo di Lussari una delle tappe del Giro d’Italia costruendo una strada asfaltata diretta al santuario. Il luogo, infatti, riveste un grande significato per i fedeli di lingua italiana, friulana, tedesca e slovena. In quest’ultimo caso, è bene precisarlo, parliamo sia degli sloveni della Repubblica di Slovenia sia di quelli delle comunità slovene autoctone in Italia e Carinzia. Potenzialmente, il progetto di una strada spalancherebbe le porte a un turismo di massa, che metterebbe a rischio il principale tratto distintivo del borgo di Lussari, ossia quello di luogo di pace e spiritualità.5Ukovska-cerkev-250x300

La comunità slovena in Valcanale è, quindi, sotto attacco – e tutti gli attori che possono fare qualcosa, a iniziare dall’intera comunità slovena in Italia, farebbero bene a difenderla in modo adeguato. (R. D.)

https://www.dom.it/kanalska-dolina-pod-udarom_valcanale-sotto-attacco/

Pubblicato in: cultura, friuli, minoranza slovena, novi matajur

Detti in dialetto sloveno 📗

A Taipana dicono/Tou Tìpani pravijo

 

*Hlaua ke malo na posluša,na jè ta od kuša (La testa che poco ascolta è come quella del caprone)capra-immagine-animata-0012*Vrata ot paklà so simpre odperte(Le porte dell’inferno sono sempre aperte)ezimba13152434272703

 

ezimba13152459383403*Za mjete znance, ne posoje soute(Per avere amici, non prestare soldi)

 

ezimba13152472110903*Reče krive, ne rasto tej pokrive(Le cose storte, crescono come le ortiche)

raccolta di Adriano Noacco  (fonte archivio Novi Matajur)

Pubblicato in: cultura, friuli, minoranza slovena, musica

Ta kuškrïtawa

Registrazione di Stefano Morandini e Roberto Frisano per la candidatura UNESCO Progetto sul Patrimonio Immateriale “Musica e Danza in Val Resia”

Pubblicato in: friuli, minoranza friulana

Festa della Patria del Friuli-Fieste de Patrie dal Friûl

Si rinnova a Città Fiera l”€™appuntamento con la “€œFieste de Patrie dal Friûl”€. Un”€™iniziativa giunta alla seconda edizione e tesa a valorizzare le origini, la cultura e la storia di autonomia del popolo friulano. Un”€™anticipazione dell”€™iniziativa si è avuta già mercoledì 3 aprile, con l”€™inaugurazione di un percorso espositivo realizzato in collaborazione con l”€™ArLef e la Società filologica friulana, allestito al primo piano del centro commerciale. A fare gli onori di casa alla cerimonia inaugurale è stato Antonio Maria Bardelli, presidente del Gruppo Bardelli. Insieme a lui il presidente dell”€™Arlef, Eros Cisilino, e Carlo Venuti, vice presidente per il Friuli centrale della Società filologica friulana. Un”€™unica mostra accoglierà dunque al suo interno due percorsi. Il primo è quello di “€œFurlan, lenghe de Europe”€. Curata dal William Cisilino, l”€™esposizione – che ha già fatto tappa in numerose sedi europee e italiane – illustra l”€™identità, la storia e le caratteristiche socioculturali del Friuli, approfondendo il tema della lingua friulana e delle politiche attuate per la sua promozione. Il secondo percorso espositivo è promosso dalla Filologica friulana e dedicato a “€œFriûl (in)storie”€, progetto cha ha l”€™obiettivo di diffondere la conoscenza dell”€™identità friulana, con particolare riguardo ai momenti fondamentali della sua storia. Le mostre saranno aperte al pubblico da mercoledì 3 aprile, con orario di centro commerciale, al primo piano – area verde (videoproduzioni Petrussi,a cura di Roberto Mattiussi).

Un’unica mostra accoglierà dunque al suo interno due percorsi. Il primo è quello di “Furlan, lenghe de Europe”. Curata dal William Cisilino e promossa dall’ARLeF (Agjenzie Regjonâl pe Lenghe Furlane), con il finanziamento della Regione Friuli – Venezia Giulia, l’esposizione – che ha già fatto tappa in numerose sedi europee e italiane – illustra l’identità, la storia e le caratteristiche socioculturali del Friuli, approfondendo il tema della lingua friulana e delle politiche attuate per la sua promozione…https://arlef.it/it/iniziative/fieste-de-patrie-dal-friul-tal-citta-fiera/

Gorizia è stata scelta quale sede ospitante la Festa del Friuli 2019 a distanza di 942 anni dalla nascita dello Stato patriarcale friulano.

L’evento è programmato per domenica 7 aprile, quando i partecipanti si ritroveranno in Piazza Vittoria, alle 9.45, per assistere all’esposizione della bandiera del Friuli…https://arlef.it/it/iniziative/festa-della-patria-del-friuli-2019-gorizia-7-aprile/

Pubblicato in: Senza categoria

Parole della settimana:ROM 3

ROM POPOLO

Antiziganismo
Lo stesso argomento in dettaglio: Antiziganismo.
La storia dei rom e dei sinti è una storia di soppressione che va dalla discriminazione quotidiana e persecuzionerazzista fino agli internamenti operati dal regime fascista e al genocidio sistematico, perpetrato dal regime nazista. Fin dal loro arrivo in Europa gli “zingari” sono stati definiti “stranieri pericolosi” e sono stati accusati di spionaggio, stregoneria, di essere creature diaboliche e spaventose, così come di rifiutare di lavorare per la loro “predisposizione al furto”.

Le istituzioni che si occupano dei rom si trovano spesso ad affrontare il problema di una opinione pubblica ostile, orientata a considerare solo i “dati antisociali” e le “statistiche criminali” con la conseguenza di individuare nella condizione dei rom un fenomeno di devianza sociale. Il modello “segregazionista” che ne consegue, che contempla disuguaglianze a livello della sfera pubblica, prosegue l’assenza di una politica di “reale integrazione”.

I rom vivono in due mondi diversi, due mondi che sono per alcuni aspetti incompatibili, per altri semplicemente paralleli. Il costante rapporto con i gagè è una relazione del tutto diversa con quella di altri popoli e minoranze etniche. Una relazione che non è di “confine”, in quanto non vi sono “territori rom” e “territori non-rom”; né può essere definita una relazione coloniale, in quanto i gagè non hanno mai conquistato i rom, né viceversa. Le popolazioni non-rom costituiscono l’ambiente sociale dove vivono i rom. I rom vivono in mezzo ai gagè, all’interno di una struttura che è destinata da un lato a resistere a tutti i tentativi di genocidio culturale (dopo essere sopravvissuti all’olocausto), dall’altro a sfruttare con successo le risorse economiche e territoriali dei gagè, convivendo in un’ostilità estrema e collocandosi in tutte le nicchie nelle quali intravedono una possibilità.

Rom e criminalità
Secondo il risultato di una commissione d’inchiesta del Senato della Repubblica Italiana, a costruire l’immagine negativa del popolo rom contribuisce anche l’accattonaggio, specie se affidato a minori o a donne molto anziane. In particolare, il popolo è intrappolato nel circolo vizioso della cosiddetta “discriminazione statistica”: “siccome pare che in quella comunità ci sia più devianza, non mi fido e non do lavoro”. Quindi gli individui di quella minoranza non hanno vie di uscita e ripiombano in comportamenti, come l’accattonaggio, fastidiosi per la maggioranza o si procurano reddito con atti delittuosi di varia gravità che rinforzano il pregiudizio statistico.

Personalità famose
Django Reinhardt, chitarrista manouche belga
Elek Bacsik, chitarrista e violinista ungherese
Florin Cioabă, re dei rom (rumeno)
Ion Cioabă, re dei rom (rumeno)
Panna Czinka, violinista ungherese
Joaquín Cortés, ballerino spagnolo
Nina Dudarova, poetessa russa
Helios Gómez, pittore e poeta spagnolo
Daniel Güiza, calciatore spagnolo
Rabbi Howell, calciatore inglese
Gipsy Kings, gruppo musicale francese
Leksa Manuś, linguista lettone
Matéo Maximoff, scrittore francese
Dijana Pavlović, attrice italiana
Michele di Rocco, pugile italiano
Ricardo Quaresma, calciatore portoghese
Santino Spinelli, in arte “Alexian”, musicista e compositore italiano

Fine
fonte https://www.wikiwand.com/it/Rom_(popolo)

Pubblicato in: lingue

Parole della settimana:ROM 2

379px-Édouard_Manet_-_Gitane_avec_une_cigarette
Édouard Manet, Gitana con sigaretta, 1862, Princeton University Art Museum

ROM (popolo)

Alcuni gruppi rom hanno adottato altri autonimi come: Romacel, Romaničal, Kale, Manuš e Sinti sono alcuni esempi di autodefinizioni usate da popolazioni di lingua romaní. Altri gruppi usano nomi che derivano dalla loro lingua per indicare occupazioni tradizionali, come ad esempio i kalderaš, calderari, stagnai” (dal romeno căldărar), i čurari “che fanno i setacci” (dal rumeno ciurar), gli ursari “che comandano gli orsi” (dal rumeno ursar), i sepeči “che fanno i cesti” (dal turco sepetçi), i bugurdži “che fanno i trapani” (dal turco bugurcu), ecc. In alcune regioni i gruppi hanno nomi più specifici, per esempio nei Balcani i rom musulmani (inclusi turchi ed albanesi) usano l’autonimo khorakhanè termine che deriva dal nome dell’impero Turco-Karakhanide dell’Asia centrale intorno all’anno 1000.[senza fonte] Alcuni gruppi rom slavi usano il termine das, parola che deriva dall’indico das che significa “schiavo”. I non-rom sono usalmente definiti gadže (gadžo “uomo non-romaní”, gadži “donna non romaní”). Questo antico termine che designa l’alterità, l’estraneità al gruppo, è analogo al termine kaddža usato tra i Dom in medioriente, al termine kača usato dai lom armeni, ed al termine kājwā (oppure kajjā o kājarō) usato tra i differenti gruppi dom in India…

Lingua

Dialetti della lingua romaní
Dialetti della lingua romaní
Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua romaní.

La lingua romaní o romanes (in romaní: “rromani ćhib“) è una lingua indoeuropea parlata, oggigiorno, soltanto da una parte dei popoli romanì (rom e sinti).I parlanti romaní, in Europa, sono circa 4,6 milioni, il 60-70% dei quali in Europa orientale e nei Balcani.

Il romaní è l’unica lingua indoaria parlata, quasi esclusivamente, in Europa, fin dai tempi del Medioevo. È una lingua che la maggior parte dei linguisti ritiene discenda dalle lingue vernacolari dell’India settentrionale, i pracriti in contrasto con la lingua letteraria colta dei religiosi, il sanscrito, e che si sarebbe sviluppata indipendentemente proprio per la struttura sociale in caste che già caratterizzava l’India antica.

Studi di linguistica e di filologia hanno individuato moltissimi termini della lingua romanì che derivano dal persiano, dal curdo, dall’armeno, dal greco, che testimonierebbero del tragitto percorso dalle popolazioni rom, dal subcontinente indiano fino in Europa, in un periodo storico compreso tra l’VIII ed il XII secolo d.C.

Oggi il romaní è lingua minoritaria riconosciuta in AustriaFinlandiaGermania e Svezia, lingua ufficiale del distretto di Šuto Orizari nella Repubblica di Macedonia e lingua ufficiale di 79 comuni rurali e della città di Budești in Romania. In Italia, la lingua romaní non gode di alcuna forma di tutela a livello nazionale, nonostante la presenza storica plurisecolare. Il presunto nomadismo è stato utilizzato dal legislatore per escludere le comunità parlanti la lingua romaní dai benefici della legge n. 482 del 1999.

Religione

I rom hanno solitamente adottato la religione del paese di residenza – in Europa, cristianesimo (cattolico e ortodosso, ma anche chiese protestanti in Europa occidentale) e Islam. Nei Balcani la maggioranza dei rom è ortodossa, in Italia sono soprattutto cattolici, come in Spagna e in America meridionale.

Struttura sociale

A causa dell’eterogeneità tra le comunità rom, gran parte degli antropologi ed etnologi ritengono possibile indicare in dettaglio solo le dinamiche intra-gruppo che fanno da sfondo agli aspetti sociali e organizzativi del “gruppo“: la consapevolezza di appartenere all’etnia rom, il desiderio di essere indipendenti e dissociati dai gadže (gagé), l’adattabilità e la sopravvivenza alle condizioni che minacciano la propria identità etnica.La struttura sociale del gruppo, in generale, è definita dalla “coscienza collettiva” determinata dai confini che vengono posti nei confronti dei gagé, così come nei confronti degli altri gruppi rom e sinti.

La famiglia (padre, madre, figli) è la struttura base della comunità rom. Oltre essa si pone la famiglia estesa, che comprende i parenti con i quali vengono sovente mantenuti i rapporti di convivenza nello stesso gruppo, comunanza di interessi e di affari. Oltre alla famiglia estesa, presso i rom esiste la kumpánia, cioè l’insieme di più famiglie non necessariamente unite fra loro da legami di parentela, ma tutte appartenenti allo stesso gruppo e allo stesso sottogruppo o a sottogruppi affini.

La tradizionale struttura sociale dei rom è rimasta intatta solo presso alcuni piccoli gruppi. Il Porrajmos distrusse la gran parte delle organizzazioni sociali preesistenti tra i gruppi rom e sinti dell’Europa centrale e orientale e i sopravvissuti allo sterminio nazista non furono in grado di ristabilire una nuova identità rom. La politica di assimilazione forzata dei paesi ex socialisti, attraverso il coinvolgimento dei rom nei kolkhoz contribuì, infine, a mettere fine al carattere nomadico delle popolazioni rom e alla struttura sociale che ne conseguiva. Le differenze storiche e culturali sedimentatesi nel corso della diaspora delle popolazioni rom fino in Europa, durante i secoli precedenti, hanno portato a una disomogeneità tra gruppi, principalmente tra i rom e i sinti, che si è sviluppata in differenze linguistiche e sociali.(continua)

fonte https://www.wikiwand.com/it/Rom_(popolo)

Pubblicato in: friuli, lingue, minoranza slovena, primavera, vignette

Arriverà la primavera – Na bo paršla velazim ?

 

28701653_1685346458175776_4532869921230609048_o
vignetta di Moreno Tomazetig dal giornale Dom

Le dieci tesi per l’educazione linguistica democratica non sono solo ancora assolutamente attuali, ma sono capaci di indicare un percorso per lo sviluppo futuro dell’educazione plurilingue. 89 altre parole

via Le dieci tesi di Tullio De Mauro nelle lingue del Friuli — NoviMatajur

Le dieci tesi di Tullio De Mauro nelle lingue del Friuli — NoviMatajur