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Una poesia per il 25 aprile: ‘La rosa sepolta’ di Franco Fortini — La sottile linea d’ombra

Una poesia sulla libertà, per celebrare la Liberazione.

Una poesia per il 25 aprile: ‘La rosa sepolta’ di Franco Fortini — La sottile linea d’ombra
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Manuel Cohen, A mezza selva #7: Ida Vallerugo

Amedeo Giacomini, uno dei massimi neodialettali del Secondo Novecento con Franco Loi, Franco Scataglini e Raffaello Baldini, così scriveva: «Forse meglio dei loro compagni di strada, Elsa Buiese, Ida Vallerugo, le grandi e minime scrittrici tutte che, in questi ultimi travagliatissimi anni, hanno cantato nella koinè (la Buiese) o nelle parlate locali delle loro montagne le proprie e le altrui nevrosi, hanno dato un volto nuovo alla poesia in friulano, un sound che non è più quello intimistico o crepuscolare degli epigoni di Pasolini e nemmeno quello astrattamente protestatario del neo-realismo, bensì il sound della realtà presente, così duro e amaro da spingerci a trovare le nostre radici non nella storia dei nostri padri e delle nostre madri, ma, come ci invita la Vallerugo, in quella dei nonni, nella vita di quegli avi che, essendoci ormai tanto lontani, non possono più farci male. È, ripeto, il loro un modo nuovo di fare poesia in friulano: non al femminile o al maschile, ma nella verità delle coscienze; ciò assume un valore di portata piuttosto rilevante: Novella Cantarutti prima, Maria Forte, Elsa Buiese e Ida Vallerugo poi hanno contribuito a rinnovare con la loro sensibilità la nostra lingua poetica, a farla finalmente lingua di un popolo» (in Appunti per una storia non conformista della letteratura friulana, dalle origini ai nostri giorni, «Il Belli», n. 1, settembre 1991). Nel sound della realtà presente, la radice matria ed etnografica marca gli stigmi dell’appartenenza:

da Maa Onda

L’aurec

Aurec’ gno dôlc’, amâr
meil picjât d’unvier
i ràpis pì madûrs e viludâs
i ai leât in un mac pesant
e i lu puârti e i ti puârti
fia mè in ta la muart
par blancj stradi ch’a si dîsfin
bandonadi da la rasón.
Essi cun te che pì i na tu
so al é tant di pì che il vivi
fra i vîs indafarâs ch’a mi tuélin il rispîr
chè pâs ch’a ocòr
par essi danâs a la mè manêra.
Essi cun te simpri grignél par grignél
aurec’ gno picjât al gno trâf sutîl
in chêsta stansa da la puârta par gì four piturada
indulà che un canài plen di fan
a nal à tacât il sió rap stret fra li mans
parcé i grignéi a son contâs…

L’aurec.

Aurec’ mio dolce, amaro/ miele appeso d’inverno// i grappoli più maturi e vellutati/ ho legato in un mazzo pesante/ e lo porto e ti porto/ figlia mia nella morte/ per bianche strade che si dissolvono/ abbandonate dalla ragione.// Essere con te che più non ci sei/ è tanto di più che il vivere/ tra i vivi indaffarati che mi tolgono il respiro/ quella pace che occorre/ per essere dannati alla mia maniera./ Essere con te sempre granello per granello/ aurec’ mio appeso alla mia trave sottile/ in questa stanza dalla porta d’uscita dipinta/ dove un bambino pieno di fame/ non ha mangiato il suo grappolo stretto fra le mani/ perché i granelli sono contati…

(Aurec: mazzo di rami di vite con i grappoli più scelti legati insieme. Veniva appeso alle travi del soffitto. L’uva appassita veniva mangiata d’inverno. Il suo nome varia da zona a zona e non ha un nome corrispondente in italiano. Qui, l’Aurec è sinonimo della nonna morta.)

Figura appartata e ritrosa la cui produzione assomiglia al percorso di un fiume carsico: alle raccolte in lingua (1968, 1972) segue un silenzio editoriale lungo un quarto di secolo, interrotto sporadicamente da rare uscite su riviste e antologie (1983, 1984, 1987), fino all’esordio neodialettale di Maa onda (1997) che raccoglie testi scritti dal 1979. Ida Vallerugo è nata e vive a Meduno, città devastata dal terremoto del Friuli del 1976 e dove la parlata ancora vigente è il friulano occidentale, ennesima varietà del friulano. Proprio il sisma, e la scomparsa della nonna, sembra siano tra i fattori scatenanti la sua scrittura. Testimonianza ne è la prima silloge neodialettale, Maa onda, dove, rileva Brevini: «nell’immagine della nonna l’autrice raffigura il mondo contadino delle proprie radici, di cui i versi costruiscono una dolente saga fatta di fatiche, emigrazioni… La morte della nonna è colta nella sua coincidenza con la distruzione del mondo contadino, che dilata sul piano collettivo l’esperienza di sradicamento, che l’io poetico avverte a livello individuale» (cfr. F. Brevini, Le parole perdute, Einaudi, Torino 1990).

da Maa Onda

da https://poetarumsilva.com/2018/05/07/manuel-cohen-a-mezza-selva-7/#comments

Pubblicato in: letteratura italiana

Coronavirus

Che cos’è che in aria vola?
C’è qualcosa che non so?
Come mai non si va a scuola?
Ora ne parliamo un po’.

Virus porta la corona,
ma di certo non è un re,
e nemmeno una persona:
ma allora, che cos’è?

È un tipaccio piccolino,
così piccolo che proprio,
per vederlo da vicino,
devi avere il microscopio.

È un tipetto velenoso,
che mai fermo se ne sta:
invadente e dispettoso,
vuol andarsene qua e là.

È invisibile e leggero
e, pericolosamente,
microscopico guerriero,
vuole entrare nella gente.

Ma la gente siamo noi,
io, te, e tutte le persone:
ma io posso, e anche tu puoi,
lasciar fuori quel briccone.

Se ti scappa uno starnuto,
starnutisci nel tuo braccio:
stoppa il volo di quel bruto:
tu lo fai, e anch’io lo faccio.

Quando esci, appena torni,
va’ a lavare le tue mani:
ogni volta, tutti i giorni,
non solo oggi, anche domani.

Lava con acqua e sapone,
lava a lungo, e con cura,
e così, se c’è, il birbone
va giù con la sciacquatura.

Non toccare, con le dita,
la tua bocca, il naso, gli occhi:
non che sia cosa proibita,
però è meglio che non tocchi.

Quando incontri della gente,
rimanete un po’ lontani:
si può stare allegramente
senza stringersi le mani.

Baci e abbracci? Non li dare:
finché è in giro quel tipaccio,
è prudente rimandare
ogni bacio e ogni abbraccio.

C’è qualcuno mascherato,
ma non è per Carnevale,
e non è un bandito armato
che ti vuol fare del male.

È una maschera gentile
per filtrare il suo respiro:
perché quel tipaccio vile
se ne vada meno in giro.

E fin quando quel tipaccio
se ne va, dannoso, in giro,
caro amico, sai che faccio?
io in casa mi ritiro.

È un’idea straordinaria,
dato che è chiusa la scuola,
fino a che, fuori, nell’aria,
quel tipaccio gira e vola.

E gli amici, e i parenti?
Anche in casa, stando fermo,
tu li vedi e li senti:
state insieme sullo schermo.

Chi si vuole bene, può
mantenere una distanza:
baci e abbracci adesso no,
ma parole in abbondanza.

Le parole sono doni,
sono semi da mandare,
perché sono semi buoni,
a chi noi vogliamo amare.

Io, tu, e tutta la gente,
con prudenza e attenzione,
batteremo certamente
l’antipatico birbone.

E magari, quando avremo
superato questa prova,
tutti insieme impareremo
una vita saggia e nuova.

(Roberto Piumini)

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Pubblicato in: letteratura slovena

INNO ALL’ULIVO-OLJKI

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Foto/Slika : Vilma Cotič da fb

Il poeta Celso Macor rilegge la poesia Oljki – INNO ALL’ULIVO, del poeta sloveno Simon Gregorčič (1844, Vrsno pri Kobaridu – 1906, Gorica )

“Penso all’inno all’olivo di Simon Gregorčič, l’usignolo goriziano, poeta della patria slovena.” Oljki” (All’Olivo) è stato scritto più di cent’anni fa. Potrebbe essere nato in un luogo della collina friulana, un po’ più a occidente di Vrsno, il paese di Gregorčič sperduto ai piedi del Monte Nero. Olivo, simbolo universale di pace, legame della tradizione slovena e friulana: ” Olivo che ti sollevi dalla solitudine della vigna/ che mostri il tuo verde anche sui campi di neve, /… /Nella casa il saggio contadino/brucia rami dolivo sul focolare, /affinché si plachi l’uragano:/ e il fumo benedetto va per il cielo, / e il nuvolo minaccioso, plumbeo, si dissolve / e cade sui campi in buona pioggia, dolce. / Benedetto, pio ramoscello d’olivo, / possa tu, rabbonire quell’altra tempesta, che intristisce selvaggia nel cuore degli uomini, / acquietare almeno quella che nel mio cuore urla! /…L’olivo che brucia per abbonire la grandine, l’olivo in una bacinella d’acqua santa per salutare i morti: L’olivo del sacerdote Simon Gregorčič è anche il nostro. L’anima strappata torna a riunirsi…

Drevo, rastoče v vinskem bregu lepo zeleno v belem snegu,oj drago oljkovo drevo,pozdravljam te srečno, srečno!Ko travnat otok v puščavi prijazno tukaj zeleniš;vojak ponosen se mi zdiš,stoječ po bitvi na planjavi:le njega bojni grom ni strl,tovariše je vse podrl.Čemu je tebi smrtna sila življenja moč in kras pustila?Da živ nagrobni spomenikiz mrtvih tal štrliš navpik?Nikakor! Marveč to zelenje oznanja novo nam življenje,ko spet se bo pomladil svet,ko nov razvil se bo nam svet.Na te iz golih tam grmičev zaletava roj nam zvestih ptičevin glasno v vejah žvrgoli,meneč, da meneč da svet se že mladi.In oj, kako mudi rado na tebi moje se oko! -Prijazno oljkovo drevo,pomnik nekdanjih dni cvetočih,prerok kasnejših dni bodočih,pozdravljam te,proslajvljam te!Ti v rane vlivaš nam zdravila,svetostna nam rodiš mazila,oživljaš nam telesno moč,preganjaš z lučjo temno noč.Proslavljam te! -Miru podoba ljuba ti ljudem si že iz davnih dni.Naš rod se je ves bil pokvaril,in modri Bog se je kesal,da je človeško bitje ustvaril.Zato pa vse lj

udi končalv pregroznem, splošnem je potopu,zanesel malemu le tropu.Ves rešen človeški rodtedaje en sam je nosil brod;kdo ve, če ta ubeži pokopu?Nad njim mračno, temno nebo,in krog in krog brezdanja voda,a rešnega nikjer proda -strašno, strašno!Kdaj ta brezbrežna voda splahne?Kdaj srd neba se upokoji?Mar Bog na veke se jezi?O ne! Dih božjo toploto dahnein voda gine, pada, sahne,kakor pred soncem sneg kopni.In glej, iz vode se sušečedrevo priraste zeleneče,golobček bel se nanj spusti,na drevu kljuva, kljuva, pika,in ko z drevesa odleti,v redčem kljunu zelenimu oljkova mladika.Kako je pač vladar vesel,goloba z vejico sprejel!To vejo z oljčnega drevesaso od človeškega roduposlala v blažena nebesav poroštvo sprave in miru. -Miru simbol si tudi nam!Glej, prišla je oljčna je nedelja,in polne srčnega veselja vrvijo trume v božji hram.Odrasle zreš in otročiče,noseče oljkove snopiče,če ne, mladike oljčne vsaj,svetišče zdi se oljkov gaj.Skozi okno sonce božje lijev ta gaj svoj zlati žar z nebes,a bolj še sreče sonce sijeotrokom z lic in iz očesskozi senco oljkovih peres.Pristopi starček sivolasin blagoslov nebeški kličenjegov srčno moleči glasna oljčne veje in snopiče.O, naj te oljke, kjer bi bile,bi blagoslov in mir delile!Da, oljkove mladike temir bodo in blagost rodile,ko hiše, vrte in poljeblagoslavljale pokrope.Glej pokropljeno njivo trato,kako razvija mi se kras!Kako se ziblje žito zlato,kako je poln pšenični klas,pod srp že sili, sili v pas -in drevje to — kako bogato!O srečni kmetje, srečna vas!Pa oh, — kaj se temni nebo?Pod njm se megle temnosivevale čez vrte, trate, njive,grmeč grozno, preteč strašno.Pred seselsko kočico kleče otroci, starčki in žene,z boječim, solznatim očesom k oblačnim, mračnim zro nebesom glasno ihteč,k Bogu moleč.A hiše skrbni gospodar mladike oljkove sežiga,da umiril grozni bi vihar:in sveti dim se k nebu dviga,in glej, preteči prej oblakna polja ulije dež krotak. -O, da bi ti, mladika mila,nevihto tudi utolažila,ki burno hruje med ljudmi,ki v srcu strastno na besni,da meni bi vsaj bi jo umirila!Srce mi pravi, da jo boš,če prej ne, ko me boš kropila!Pred duhom vidim nizko sobo,a v sobi bledo sveč svetlobo;med svečami pa spava mož,bled mož, ogrnjen s plaščem črnim,ki s trakom je našit srebrni;on trdno spi, nevzdramno spi,strudila ga je težka hoja.Moža pa množica ljudiz mladiko oljkovo kropi,želeč mu večnega pokoja.Oj, bratje, ko se to zgodi,tedaj končava pot bo moja in konec bo težav in boja,tedaj potihne za vsekdar srca mi in sveta vihar.

Pubblicato in: FVG, letteratura italiana

Si diceva che una festa era stare così

Si diceva che una festa era stare così, 
con le braccia vicine, tutto il mangiare nei piatti, 
il buio degli alberi, l’estate piena dei suoi rumori. 
“Possiamo farlo ogni volta…”: 
Dalle parole sapore e parole dai sapori. 
Le nuove serate insieme a tavola, 
i progetti, le date… ci apparivamo migliori, 
gli amici e noi, per prova 
nel ricordo del dopo…una prossima volta 
in questa prima accadeva, pensata, e pareva ripetersi 
come non sarebbe più stata.

Gian Mario Villalta (Visinale, 1959), da Nel buio degli alberi (Circolo Culturale di Meduno, 2001)

https://ipoetisonovivi.com/2019/10/17/si-diceva-che-una-festa-era-stare-cosi/

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L’angolo della poesia

Un’ansietà d’attesa

PIERLUIGI CAPPELLO

IL CALABRONE

C’è un’ansietà d’attesa nella stanza:
il calabrone è un acino di rabbia.
Ha descritto da parete a parete
spigoli d’aria. Ha cabrato e picchiato.
Sfiorato sul tavolo frontespizi
e costole, cime di suppellettili
le rime di me trascritte sui fogli.
Ho spalancato tutte le finestre,
abbandonati i fogli. Fuori il sole
è fiorito sui rami, sorridente
fra me che scrivo e la parola niente.


(da Azzurro elementare, Rizzoli, 2013)

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“Nella loro apparente semplicità queste liriche aeree fanno leva su tutti i minuscoli segreti dell’arte poetica, dal mettere in posa un qualunque aspetto della vita per ritrarlo con delicatezza sotto un nuovo sguardo, fino alle musiche dei puri intrecci di suoni” scrive Alessandro Fo di Azzurro elementare, raccolta con cui Pierluigi Cappello riunì le sue poesie dal 1992 al 2010. È un momento in cui nulle accade se non il volo disperato di un calabrone dentro la stanza: il poeta apre le finestre per farlo uscire ed entra la bellezza del sole.

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IMMAGINE DA PINTEREST

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LA FRASE DEL GIORNO
Questa è forse la forza più grande della poesia, dare forma al tempo.
PIERLUIGI CAPPELLO, Lo spazio esposto, Luglio 2011


Pierluigi Cappello (Gemona del Friuli, 8 agosto 1967 – Cassacco, 1º ottobre 2017), poeta italiano. La sua vita è stata gravemente segnata da un incidente stradale occorsogli quando aveva sedici anni: dallo schianto della moto di un amico contro la roccia uscì con il midollo spinale reciso e una perenne immobilità. Ha scritto numerose opere, anche in lingua friulana.

https://cantosirene.blogspot.com/

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Piume

Risultato immagini per pettirosso
dal web

Nuvole fuggono negli occhi vuoti della finestra.
Sopra i rami spogli dell’albero un pettirosso
terge
le piume macchiate di sangue.
Spalanca il becco in un grido e
trema
al più lieve soffio del vento.
Il mio sguardo insegue le nuvole
in quella piccola tela lucida
riquadrata nel telaio del tempo.
L’ombra dei corpi nascosti
tra le lenzuola bianche
della malinconia. Sono ricordi
che fuggono
e la finestra si colma
dell’azzurro del cielo. Un corvo in volo
lo taglia col nero delle sue ali.

di Marcello Comitini, qui:
https://marcellocomitini.wordpress.com/2019/02/11/piume-plumes-feathers/