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L’albero di Pasqua una tradizione venuta dal nord Europa

dalla Germania54729780_2856547721033550_4688325956023091200_oPensate quanta pazienza per addobbarlo!

Anche la Pasqua ha il suo albero,una tradizione che è giunta in Italia in questi ultimi anni.E’ un’usanza che arriva dai paesi scandinavi,Germania e Europa centrale.Rami e alberi vengono addobbati da uova coloratissime.

  per approfondire https://pianetabambini.it/fare-albero-pasqua-idee-decorazioni/

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1° Aprile

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La storia

La ricorrenza del Pesce d’aprile cade il 1º aprile in molti paesi.
Il 1º aprile vengono fatti scherzi, appunto pesci d’aprile anche piuttosto imbarazzanti con lo scopo di sconcertare le persone.

In Italia, il primo aprile è un giorno particolare. I ragazzi si divertono a fare le burle e gli scherzi più strani che chiamano «pesci d’aprile»..Per esempio, se ti dicono: Hai una mosca sul naso! e tu ci credi, ti hanno fatto un pesce d’aprile. Si attribuisce l’invenzione del pesce d’aprile al popolo di Firenze: pare infatti, che un tempo, in quella città, il primo d’aprile ci fosse l’usanza di mandare i semplicioni a comperare, in una certa piazza, del pesce che era soltanto raffigurato.
Altri pensano che questa tradizione abbia avuto origine in Francia: forse perché tanto tempo fa, in alcune città l’anno ufficiale incominciava il primo d’aprile.
Le origini del pesce d’aprile pare che sia collegato all’equinozio di primavera, che cade il 21 marzo.
Prima  del Calendario Gregoriano  nel 1582, si festeggiava come Capodanno in diversi paesi.
Il Capodanno si celebrava dal 25 marzo  al 1º aprile, prima che lo spostassero al 1º gennaio.
In seguito, quando si adottò il nuovo calendario, il capodanno cadde il primo gennaio; ma alcune persone lo dimenticarono e continuarono a festeggiarlo come prima: per questo vennero chiamati «sciocchi» o «pesci d’aprile».

https://www.poesie.reportonline.it/poesie-primo-aprile/origini-e-storia-perche-pesce-d-aprile.html

Kobilja glava nas nauči parpravt “originalno, tradicionalno, nepremagljivo gubanco” NoviMatajur

Quest’anno per il giorno la festa della donna abbiamo assaggiato al museo SMO le gubance casalinghe offerte dalle donne della Kobilja glava e dall’agriturismo.La Casa delle rondini,ora,in attesa delle festività pasquali,ci insegnerà a preparararla.Questo dolce sloveno tipico delle Valli del Natisone/Nediške doline, simbolo di ospitalità,non deve mancare sulle tavole delle case della Benecia.Il laboratorio si farà sabato 13.aprile,a Dughe,i locali saranno offerti dalla Casa delle rondini.Le iscrizioni devono essere effettuate entro il 6.aprile.Per maggiori informazioni chiamare all’Istituto della cultura slovena (0432/727490),il costo del laboratorio(incluso il pranzo e la gubanca è di 55 euro.

tradotto in proprio

via Kobilja glava nas nauči parpravt “originalno, tradicionalno, nepremagljivo gubanco” — NoviMatajur

Preparazione e ricetta del dolce tradizionale delle Valli del Natisone

La parola gubana deriva dallo sloveno “gubati” cioè arrotolare, infatti questo dolce ha la forma di chiocciola.
E’ un dolce che si faceva per Natale, Pasqua, matrimoni e per la fine della fienagione.
Traduzione dal dialetto sloveno.

Ingredienti:

Impasto per 2 gubane

Mezzo chilo di farina ,3/4 uova, sale, la buccia di un limone grattugiato, 2 cubetti di lievito, due cucchiai tra burro sciolto ed olio,zucchero, una fiala di vanillina.

Ripieno:

250 g di noci macinate, 100 g di amaretti sbriciolati, un cucchiaio di zucchero, un panino raffermo, un po’ di burro,30 g di pinoli,100 g di uvetta ammollata nel marsala, mezzo bicchiere di grappa, qualche cucchiaio di cacao.

Preparazione e ricetta del dolce tradizionale delle Valli del Natisone

Video di Stefano Morandini,traduzione dal dialetto sloveno delle Valli del Natisone di olgited.

La parola gubana deriva dallo sloveno “gubati” cioè arrotolare, infatti questo dolce ha la forma di chiocciola. E’ un dolce che si faceva per Natale, Pasqua, matrimoni e per la fine della fienagione.

Laboratorio per imparare a fare la gubanca a Dughe-Valli del Natisone

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La panade

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immagine da https://www.alberghiera.it/mostraricetta.asp?id_ricetta=1081

Oggi a Geo hanno parlato di un piatto povero di un tempo:la panade.Con gli avanzi di pane le massaie della Carnia e della pianura friulana facevano una buona zuppa molto digeribile.Veniva preparata per bambini ed anziani.

Ingredienti per 4 persone

  • 400 g pane raffermo
  • semi di finocchio
  • 200 g di parmigiano reggiano
  • burro a piacere
  • sale grosso
  • pepe qb

1-Spezzettate il pane, mettetelo in una pentola insieme al finocchio e al sale e ricoprite d’acqua.

2-Fate bollire per 15 minuti a fuoco basso, mescolando, finché il pane sarà ridotto a una pappa.

3-Aggiungete il burro, il formaggio e il pepe e continuate la cottura per altri 5 minuti.

4-Distribuite la minestra nei piatti e servite bollente.

ricetta e immagine da https://www.alberghiera.it/mostraricetta.asp?id_ricetta=1081

Buon appetito!

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Il mercoledì delle Ceneri in Friuli

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dal web

Il primo giorno di Quaresima è tradizione mangiare aringa,baccalà,sarde in saor e polenta.«Pe Cinise si mangje la renghe». Così dice la tradizione friulana.

Oggi inizia la Quaresima.

Questo periodo in Friuli Venezia Giulia, in passato, veniva chiamato
“I giorni della Renga”. Imperativo era mangiare di magro, la lista delle cose da portare in tavola non lasciava grande scelta.
Per questo motivo è tradizione mangiare l’aringa, già il mercoledì delle Ceneri .

L’aringa, in friulano “renghe o cospetòn”, si cucina in questo modo:

La dissalatura si esegue solitamente immergendo le aringhe nel latte, lasciandole un paio d’ore, e ponendole nell’acqua fredda. Quindi si suole scottarle rapidamente sulla griglia per asciugarle. Qualcuno le fa saltare invece in padella con un po’ d’olio e aglio.
Si lasciano raffreddare (importante), si diliscano e si coprono con olio extra vergine d’oliva lasciandole macerare per almeno 48 ore. Chi lo desidera aggiunge all’olio della cipolla cruda affettata. Dopodichè si gustano in vari modi.

Affumicate o sotto sale, le aringhe fanno parte della tradizione popolare di molte regioni italiane. Leggendaria l’aringa appesa al lume al centro della tavola, in modo da potervi insaporire, per strofinamento, la polenta abbrustolita.

Un altro piatto tradizionale era la “Aringa con il Rati” (“Renghe e Rati”), radice tonda di colore nero (è presente anche una varietà bianca) che viene

L’aringa è un pesce di mare che vive generalmente in banchi. Ha una colorazione tendente al grigio e all’argento sui fianchi e sul ventre, mentre sul dorso assume la tonalità del verde.

da https://www.facebook.com/friuliveneziagiulia.turismo/posts/1055892857767265

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PROGETTO DI RICERCA VISUALE

A cura del prof. Stefano Morandini

Il progetto di ricerca, indirizzato alla classe terminali 5 C1PIA del percorso professionale del settore legno, nasce dalla necessità di favorire delle buone pratiche di recupero e trasmissione della memoria dei mestieri artigiani e tradizionali della Carnia.

I temi sviluppati, assieme agli studenti e grazie alla disponibilità degli artigiani riguardano due ambiti di ricerca:

1. La bottega artigiana (documentazioni di lavorazioni specifiche, il mercato, la trasmissione d’impresa).

2. I mestieri del bosco (conoscenza e valorizzazione della figura professionale del boscadôr, approfondimento storico, prospettive moderne (filiera, certificazioni) e problemi del settore.

 

Curiosità

Tercimonte-Tarčmun è una frazione di Savogna/Sovodnje nella Slavia friulana conosciuto per i rastrelli.Negli anni 60 era il paese dove si producevano più rastrelli di legno,alcune famiglie ne producevano anche 2000 all’anno.Oggi se ne fanno un centinaio,vengono costruiti usando vari tipi di legno.Sono gli uomini che li fabbricavano alla sera e nelle giornate piovose .

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https://www.mismotu.it/mi-smo-tu/doline-roza/

Alla fabbricazione dei rastrelli-grablje è dedicato uno spazio espositivo presso il Centro visite Vartacia nei pressi di Tercimonte, paese conosciuto per quella attività. L’esposizione è stata realizzata grazie agli oggetti messi a disposizione dalla famiglia di Giuseppe Petricig, proprietario dell’ultimo laboratorio presente in paese e alla ricerca fatta da Daniele Trinco.

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Carnevale/Pust in alta Val Torre-Resia-Nimis e Tarcento

Veliki Pust a Sedlišče -Micottis di Lusevera 
Ultimo sabato di Carnevale
ore 14,30 Piazza del Pust
 Maschere, divertenti commedie e musica

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Sedlišče -Micottis di Lusevera 

Micottis di Lusevera è il paese del Pust, il Carnevale: il sabato di Carnevale nella piazzetta del paese si inscenano, da tempi remoti, divertenti commedie anche nel dialetto sloveno del Torre. Esse assumono carattere di tale vivacità con liti, ingiurie e scherzi, da rivestire punto d’interesse ed attrazione per turisti curiosi. Due gruppi di “attori”, uno da Lusevera e l’altro da Micottis, inscenano divertenti sketch presentando personaggi della cronaca paesana nonché fatti e misfatti dell’anno trascorso.Funzioneranno chioschi con bevande calde e crostoli.

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Resia/Rezija
Il Carnevale in Val Resia-Rezija è una delle manifestazioni più importanti della comunità locale che riesce ancora oggi a coinvolgere giovani e meno giovani. Attualmente, in forma organizzata, si svolge nella sola frazione di S.Giorgio/Bila.
Gli anziani del posto ricordano ancora bene come un tempo i festeggiamenti iniziassero subito dopo l’Epifania e come questi si intensificassero nelle ultime giornate per culminare il mercoledì delle Ceneri,quando il “babaz” fantoccio, che rappresenta il Carnevale, veniva bruciato dopo essere stato giudicato e condannato. Sono giorni di allegria e divertimento a cui tutti partecipano, grandi e piccoli vestiti con le tipiche “Lipe bile Maškire” (maschere bianche, quelle tradizionali, le più belle e preziose) o semlicemente come “Babaci” o “Kukaci” con abiti vecchi e logori.
Immancabili le musiche e le danze resiane.
Il Mercoledì delle Ceneri, nel tardo pomeriggio, dopo un adeguato e delirante processo verrà bruciato in piazza il fantoccio chiamato “Babaz”, indiscusso protagonista del Püst. Il fantoccio rappresenta tutti gli eccessi ed i bagordi di questo allegro periodo di follia e divertimento, la sua triste fine tra le fiamme indica l’inizio del periodo quaresimale caratterizzato da astinenza e digiuno.
Info web: Resia Net

Carnevale di Nimis
dal 5 gennaio al 3 marzo 2019 data non continuativa

Oltre trenta i carri e un migliaio le maschere che arrivano da ogni parte del Friuli Venezia Giulia e da oltre i suoi confini, a trasformare l’evento in manifestazione di fatto internazionale. Almeno 20mila i partecipanti, in crescita, per il tradizionale “Carnevale di Nimis”, festa che coinvolge tutta la comunità del paese della Pedemontana Collinare, a meno di 20 chilometri da Udine.
Di origini antichissime, il Carnevale di Nimis è uno dei pochi che, nei secoli, si è mantenuto nella sua autenticità, mediando con le novità del contemporaneo senza perdere le sue radici uniche. La festa comincia, alla chetichella, senza che se ne accorgano in tanti, già il 5 gennaio, giorno dedicato ai fuochi epifanici nella Bassa Friulana, nel Friuli Occidentale e in alcune altre poche altre località del Friuli Orientale. È il 5 gennaio, infatti, che da secoli si rinnova, nel borgo di Cergneu, l’“uscita del Pust”: simbolo della trasgressione e della follia tenuta a freno un anno intero, il Pust, che in dialetto locale significa proprio Carnevale, apre la stagione del travestimento per eccellenza che si chiude con le Ceneri.

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Tomat a Tarcento
Simbolo di questo Carnevale è il “tômat”, la maschera in legno intagliato, realizzata da un artigiano locale. Il “tômat”, che viene dato in premio alla migliore maschera singola, racchiude in sé tutta la storia di una terra dove il Carnevale è sempre stato sinonimo prima di tutto del “fare umano”, dello spirito laborioso di gente forte e abituata a rispettare la natura, ricavando proprio dal legno il migliore dei travestimenti: ne sono nate maschere uniche, di grande fascino, dal gusto arcaico e misterioso, capaci di riportare in vita il vero animo della festa più folle dell’anno in queste terre al limes.
“Il “Carnevale di Nimis” culmina, ogni anno, con la grande e celebre sfilata per le vie del centro: un trionfo di colori, musica e allegra confusione che richiamano migliaia di turisti.

 

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Figure tradizionali del carnevale in Slovenia

Oggi vi porto in Slovenia a festeggiare il Carnevale.

http://www.slovely.eu/2013/02/13/kurent-il-carnevale-sloveno/

Meno famosa di Belen, ma a mio avviso più affascinante e simpatica, è la Belin di Sauris. Nell’antico dialetto saurano, “Belin” significa “friulana, italiana”, cioè di fuori, e la leggeda narra che fosse una donna dotata di grandi poteri, brutta, vecchia e con un enorme… lato B, ben evidente e sempre sporco, che i bambini […]

via Der Orsch van der Belin – Il sedere della Belin — Vieni in Carnia

Der Orsch van der Belin – Il sedere della Belin — Vieni in Carnia

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PINZA EPIFANICA

Vita Nei Campi da fb  di Roberto Zottar

L’Epifania, “che tutte le feste porta via”, ci rende forse un po’ tristi: via le decorazioni, giù l’albero, in cantina il presepe! Ci rallegra però il falò di inizio anno, tipica tradizione popolare dell’Italia nord-orientale, che in Friuli è detto “pignarûl”, nella Bassa friulana “cabossa”, in Bisiacaria “seima”, nelle provincie di Treviso, Pordenone e Venezia “panevìn” o “panaìn” (da “pane e vino”, in segno di augurio per un anno di abbondanza), ma anche “fogherada”, “bubarata”, “foghèra” o “casèra”. Ma è anche il periodo di un dolce ancestrale, fatto col pane comune raffermo, ma arricchito per propiziare abbondanza e prosperità.
“Pan e vin, ła pinsa soto el camin”. “Pan e vin, la luganega in tel cadin, la pinsa sot le bore, chi che ha pressa, chel core” s’intonava, ma si usa ancora, al bagliore del falò nel Friuli Occidentale. Descrive con accuratezza come era composta la cena tradizionale, la sera del 5 gennaio: salsiccia, polenta, radicchio condito con le “frisse” e per finire la pinza cotta nella cenere, dolce immancabile anche nelle famiglie più povere. Questa torta rustica, dal tipico retaggio contadino, è presente in Friuli, nel Veneto e in alcune vallate del Trentino.
Il suo nome, che è lo stesso del soffice dolce pasquale completamente diverso, si declina da “pintha” lungo il Livenza a “pinze” lungo il Tagliamento, attraverso i vari “pinsa”/”pincia”/”pinse” nella fascia di transizione, Nel Veneto si chiama anche “Pinza dea marantega”, cioè della befana, o ”torta vilàna” e nella zona di Vicenza ”putàna”, nome quantomeno pittoresco forse in riferimento al metodo di cottura o al fatto che accoglieva bene qualsiasi ingrediente pur di diventare apprezzabile. L’etimo di pinza è molto incerto, forse lo stesso di pizza, trattandosi di un dolce piuttosto basso, dal verbo latino “pinsere”, battere, pigiare, infarcire.
Essendo cucina popolare le varianti sono tante quante le famiglie che la realizzavano in base a ciò che avevano a disposizione, ma si possono raggruppare in due tipologie, una più consistente, più pesante e compatta e l’altra, a base di lievito madre, che potremmo diremo meno “gnucca”. Gli ingredienti sono semplici, tipici della tradizione contadina, comunque oggi molto più ricchi che in passato. Vengono impastati insieme a seconda delle ricette: pane raffermo, farine di frumento e di granoturco, latte, zucchero, uova, gherigli di noce, fichi secchi, uva passa, canditi, ma anche zucca, mele, semi di finocchio, strutto o perfino polenta. Un tempo si avvolgeva l’impasto in foglie di verza e si cuoceva sotto la cenere del focolare. Oggi, nell’era dei panettoni industriali, in cui un po’ di saggezza contadina è rimasta, la pinza è anche un pretesto per dare destinazione agli avanzi di frutta secca di cene e cenoni e infatti un tempo si usava anche il grasso del musetto.
Buona Epifania e buona pinza!

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