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Rozinca o festa dei fiori (15 agosto)

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immagine dal Novi Matajur

Dalla strada si vede appena un pugno di case. Spuntare dal nulla. I loro tetti fanno capolino, tra gli alberi, uno alla volta. E poi lo scorgi tutto, Obenetto/Dubenije. Nel comune di Drenchia/Dreka. Valli del Natisone/NediÅ¡ke doline. Qui non ci abita quasi più nessuno. Eppure, nello slargo ai piedi dell’abitato, ci sono tante auto posteggiate. Perché è estate e gli emigranti tornano nella loro terra. Nel loro luogo del cuore. Anche se hanno trascorso la loro vita all’estero, o in un’altra regione dell’Italia, il loro pensiero va ogni momento al paese dove sono nati. Seppure piccolo, sperduto. Lontano da tutto e tutti. Quello è il luogo dell’anima. Una casa, quella dei nonni, o dei genitori, rimessa a posto. Non troppo, in verità. Quanto basta per trascorrerci l’estate. Qualche settimana. Anche solo una fine settimana.

Per questo Obenetto/Dubenije, che una volta era il paese più popoloso del comune di Drenchia/ Dreka, appare ancora oggi come un dipinto uscito da un quadro del secolo scorso. Viuzze strette, lastricate, gradinate, che collegano le abitazioni in un labirinto di sali e scendi capace di regalare scorci di straordinaria suggestione sulle montagne.

«Partivamo da qui, per andare a scuola a San Volfango – racconta Licia –. Nevicava sempre in inverno. La facevamo tutta a piedi, in salita. Era una festa, quando finivamo le lezioni: mettevamo la cartella sotto il sedere e la usavamo come uno slittino: si scendeva in paese così. Peccato che poi i quaderni si bagnavano e le sentivamo dai nostri genitori. Mamma mia quante ne ho prese, per quello. Ma il gioco dello slittino era così divertente che piuttosto ci prendevamo le botte. E lo rifacevamo ogni volta».

Licia, che vive da tanto tempo a Udine/Viden, è nata a Obenetto. La incontriamo una domenica di luglio che sta per piovere. Con una sua amica, un’emigrante di Drenchia che vive da decenni a Motta Visconti, vicino a Milano, si gode il paesaggio sul terrazzo. «Ci racconta la storia di questo paese?». «Sì, certo». Ospitali, gli abitanti di Obenetto. Così come quelli di tutte le Valli del Natisone, pronti a regalarti la magia di queste terre meravigliose, e i loro ricordi di quando erano bambini. «Eravamo in quasi 300, qui. Lavoravano tutti; le famiglie erano numerose. Tanti figli. La nostra infanzia è stata di gioia. Non ci mancava nulla». Poi? Poi se ne sono andati tutti. «Sono emigrati. Però, dopo tanti anni, adesso ci rincontriamo, a Obenetto, d’estate. Facciamo festa. Delle belle grigliate. Arriva tanta gente anche da fuori. Questi paesini affascinano».

E come non restare incantati da Obenetto? Piccole finestre che si aprono in possenti muri di pietra, porte minuscole, in angoli nascosti. La grande fontana lavatoio, con l’affresco della mucca e la scritta che avvisa di non lavarci i panni, dentro; pena la multa. Un dipinto che sta sbiadendo, anno dopo anno. Che racconta di una comunità legata alla terra, all’agricoltura, all’allevamento delle vacche. «Le vede quella e quella casa? Erano stalle. Tutti avevano le mucche. Sembra impossibile a pensarci oggi. Ma dove riuscivano a tenere le bestie? Eppure ce la facevano, eccome, i nostri nonni e bisnonni. Era l’arte di arrangiarsi». Ecco il perché di quelle aperture così piccole, nella parte più bassa delle case. Oggi le finestrelle e le porticine sono tutte chiuse. Vicino ci sono solo i vasi delle ortensie, i gerani, le edere che si arrampicano sui muri. Giriamo tra minuscole piazze, sotto le pergole, tra belvedere sulle montagne, tra orti spericolati in piena pendenza.

«Qui parliamo sloveno – dice Licia –. Pensi che ci sono ancora persone che dicono che dovremmo usare solo l’italiano. Quando abbiamo il confine a due passi. E i nostri avi l’hanno sempre parlata, questa lingua. Sono retaggi del passato. Adesso bisogna guardare avanti». Ci lasciamo con un arrivederci. «Ci vediamo alla Rožinca, alla festa dell’Assunta». (Paola Treppo)

l’Associazione/Združenje Don Mario Cernet vi parla dell’innalzamento della maja a Camporosso

Ta teden vam na Združenju Don Mario Cernet povemo o postavitvi maje v Žabnicah! A veste, kaj je maja?
Tudi ta opis je v domačem ziljskem slovenskem narečju, knjižnem jeziku in italijanščini izÅ¡el v okviru naÅ¡e publikacije »Jezək – karanina naÅ¡e kulture/Jezik – korenina naÅ¡e kulture/La lingua – la radice della nostra cultura« (2018).Questa settimana l’Associazione/Združenje Don Mario Cernet vi parla dell’innalzamento della maja a Camporosso! Sapete cos’è la maja?
Anche questa descrizione è stata pubblicata nel locale dialetto sloveno zegliano, in sloveno letterario e in italiano sul nostro libretto «Jezək – karanina naÅ¡e kulture/Jezik – korenina naÅ¡e kulture/La lingua – la radice della nostra cultura» (2018).

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L'immagine può contenere: il seguente testo "Maja Možje naborniki Žabnic telesa (po žabniško oluščijo, Rešnjega ostane vence praznik dvignejo majo, slovesnostjo posečejo, oklestijo Dekleta nekaj cvetov. dviganjem počasi dvigati -to vozijo sprevodu po vasi. Ko dospejo okrasijo, začnejo naborniki pomočjo šbaflnov, posebnih šbaflnmi vsi končano, njo veselijo, plešejo. fantje ne odžagal. Na Sv. Rešnjega Žabnicah odvija četrtka, naborniki vrstnice udeležijo slavnostne hišnimi pragovi postavljene bukove štikanimi slikami svetnikov. Deklice trosijo cesti. Med slovenske pesmi. Maja occasione Corpus Domini, gli uomini maja, un abbattuto che maschi alto oltre L'albero corteccia corone legando colorata dell'innalzamento, l'abete portato paese quando corteo davanti ragazze preparano decorano per le ragazze"
L'immagine può contenere: il seguente testo "decorano; una volta terminato, uomini ragazzi iniziano innalzarlo, aiutandosi pian piano con lunghi pali, chiamati in dialetto sloveno «šbaflni>»; questi sono provvisti, delle estremità, di spesse corde; innalzano. finalmente eretta, tutti felici, esultano, cantano ballano sotto essa. ragazzi però devono sorvegliare la maja durante la notte, in modo che nessuno tagli. Nel giorno del Corpus Domini, Camporosso viene osservato il giovedì, ragazze e ragazzi coscritti partecipano messa alle vengono rami alle finestre ci sono candele, ricamate, croci immagini sacre. Le ragazze portano cesti fiori che spargono per strada. Durante la processione cantori eseguono canti in sloveno."

Pasquetta in Friuli e Slovenija

FRIULI

Il Trùc-Cividale.com

A Cividale, un paese all’estremo est del Friuli, sarà protagonista la tradizione con il “Gioco del Truc”. (medievale)

 Il più antico documento scritto che cita il “Trùc”, oggi conservato presso il Museo di Cividale, risale al XVIII secolo; il gioco è comunque ben più antico. Questo consiste nel far rotolare delle uova sode di gallina (opportunamente colorate) lungo una discesa di sabbia creata artificiosamente ed al vertice della quale viene collocata una tegola, punto di partenza del gioco. Le uova lasciate cadere lungo la tegola rotolano verso il basso andando a toccare le altre già presenti nel “catino” di sabbia (il “Trùc), generalmente delimitato da mattoni che formano un campo di gioco circolare. Il gioco ha regole molto precise che si tramandano da generazioni. Lo scopo del gioco è quello di colpire una o più uova all’interno del “Trùc”. Ecco le regole principali: (1) si possono utilizzare solamente uova sode di gallina; (2) l’uovo al momento del lancio deve toccare la tegola; (3) l’uovo deve essere lasciato cadere senza spinta; (4) chi riesce a colpire un altro uovo, effettua un altro tiro; (5) il proprietario dell’uovo toccato, per rientrare in gioco, deve riscattarlo da chi l’ha colpito e mettersi in coda per rilanciare; (6) se l’ultimo giocatore non colpisce alcun uovo, il gioco viene ripreso da chi è in sosta da più tempo (vecjo di trùc); (7) chi si ritira dal gioco deve lasciare il riscatto al posto dell’uovo (in genere un soldo). Questa tradizione ludica è ancora oggi molto sentita, tanto che un recente censimento ha confermato la presenza di una ventina di postazioni di gioco nella sola Cividale ed una cinquantina nei paesi limitrofi.

Nella notte tra Pasqua e Pasquetta in alcune località della Carnia era tradizione il tîr des cidulis, un antico rito celtico che sopravvive ancora oggi, con modalità simili, a Forni Avoltri.

Il Lunedì dell’Angelo era dedicato alla merenda sui prati, qui oltre a mangiare si giocava e ballava.

http://www.friulani.net/il-gioco-del-truc/

Ad Ampezzo, invece, andrà in scena la “Caccia all’uovo”,una cosa che fa ammattire tutti i bambini diffusa anche in altre località del Friuli.

SLOVENIJA


Il lunedì dell’angelo si usa fare visita ai parenti, si usa preparare anche giochi con i “pirhi” uova colorate e la caccia alle uova. Ai bambini piace giocare un gioco divertente, si schiantano le uova di Pasqua degli altri.

Ai bambini piace giocare un gioco divertente, si schiantano le uova di Pasqua degli altri, in competizione la cui durerà più a lungo, non farsi danneggiare. Più tardi vanno a cercare uova nascoste e regali nel cortile.

                                                                                                                                                                         

Benedizione dei cibi pasquali

Tra le più consolidate tradizioni pasquali della comunità slovena in Benecia, Resia e Valcanale c’è la benedizione dei cibi da consumare la mattina di Pasqua e del fuoco da distribuire nelle case la sera del Sabato Santo. Un gruppo di fedeli che alla benedizione non vogliono rinunciare anche quest’anno ha proposto di mettere un piccolo fuoco e i cibi pasquali fuori dalla porta di casa, alle 19 di sabato 11 aprile. A impartire la benedizione a quell’ora, dalla Fraternità sacerdotale di Udine, sarà mons. Marino Qualizza. Tutti i valligiani sono invitati ad aderire alla benedizione nello spirito di comunità tanto necessario in questa difficile situazione. https://www.dom.it/blagoslov-velikonocnih-jedi_benedizione-dei-cibi-pasquali/

Tradizioni, Santi Sepolcri e processioni per la Settimana Santa, in Canal del Ferro, Val Canale, ed altri luoghi.

Tradizioni, Santi Sepolcri e processioni per la Settimana Santa, in Canal del Ferro, Val Canale, ed altri luoghi.

Essendo vicini alla Pasqua, ho deciso di pubblicare la terza parte della mia piccola rassegna sui riti nella settimana santa, questa volta con particolare riferimento alla Val Canale e Canal del Ferro. Pongo, in premessa, una parte, da me tradotta dal friulano, presa da un eccellente lavoro di Renzo Balzan (Edelweiss): Tradizion e usancis tal timp di Pasche Maiòr, Andrea Moro ed., 2014, che pubblico con il permesso dell’autore.

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La grande festa, in casa di Zuan, era la Pasqua. Per i bambini scoppiava la mattina della domenica quando uno o l’altro di loro, dopo lunga attesa, indossava i pantaloni nuovi o quello più grandicello metteva le scarpe, le prime grandi e con la punta “americana” che non facevano male ai piedi, tanto grandi che dovevano durare sempre e che Tita le aveva usate anche il giorno delle nozze.
Le donne e le ragazze, invece, cominciavano Pasqua il venerdì Santo, quando toglievano pentole e ciotole, e staccavano i secchi e portavano fuori la rastrelliera della cucina sul selciato. Poi incominciavano a fregare il rame con un misto di farina e aceto e ponevano i bricchi ed i coperchi, lucenti, sui balconi.
Per Zuan, invece, prima della Resurrezione veniva la “Passione”, che iniziava il mercoledì santo, quando le campane della pieve suonavano l’inizio delle funzioni della Settimana Santa. Zuan, allora, abbandonava i suoi strumenti di lavoro, si lavava viso e mani, poi mandava a prendere la giacchetta di velluto per i giorni della festa, si pettinava i baffi, e tirava fuori dal cassetto il libro nero degli”Uffici”, vecchio, con i punti di cucitura grossi ed i fiocco rosso a tenere il segno sulla prima lamentazione del profeta Geremia. (Balzan Renzo, Tradizione ed usanze nel tempo di Pasqua, Andrea Moro ed., 2014, p.3).

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Nella settimana Santa i bambini si recavano presso le ricche famiglie del paese a prendere le catene del focolare che poi, con gran fracasso ed allegria, trascinavano lungo le strade e gli acciottolati. Le portavano indietro pulite dalla fuliggine e lucenti, ed in cambio ricevevano qualche soldino. Durante le giornate in cui le campane tacevano, le funzioni in chiesa erano accompagnate dal suono di “scraçulis e batacui” , raganelle e pendagli, di diversa forma e grandezza.

Il venerdì santo nessuno lavorava, si pregava, e le preghiere di quella giornata avevano una virtù particolare, che veniva così descritta: «Tante stelle sono nel cielo, tante gocce sono nel mare, tanti peccati Dio ci può perdonare». Si credeva, pure, che il vino bevuto in quella giornata, si tramutasse tutto in sangue.
La sera del venerdì santo si svolgeva la tradizionale processione, accompagnata dal rumore di “scraçulis e batacui”, raganelle e pendagli. Le vie erano illuminate da stoppini imbevuti di petrolio, a cui si dava fuoco quando la processione si avvicinava. (Ivi, p. 13).

Il venerdì Santo è il giorno in cui le campane tacciono, il giorno del rumore delle raganelle, il giorno della processione della via Crucis. Durante la settimana santa si svolgevano, pure, sacre rappresentazioni e rituali di penitenza, come le flagellazioni, ora vietate.

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In alcuni paesi vengono allestiti i Sacri Sepolcri, di origine medievale. Nei Sepolcri del goriziano, e non solo, ad esser rappresentati erano soprattutto i soldati romani posti a guardiare la tomba del Signore, mentre Gesù veniva collocato disteso, coperto da un velo. La sua grandezza era sempre minore di quella delle guardie, ed intorno al Sepolcro venivano poste piante, lumini, fiori. L’usanza di costruire il Sepolcro monumentale, con assi leggere di legno, è presente anche in Carinzia ed in Slovenia (Ivi, p.62). Le famiglie, a turno, si avvicendavano nella preghiera, e nella veglia. (Ivi, p.62)»

Nel Tirolo austriaco, invece, sono gli gli altari ad esser addobbati a festa durante il Venerdì Santo della Settimana Santa, in preparazione della Pasqua, ed ad esser allestiti come Sepolcri  – ci ricorda Alessio Varisco. (Alessio Varisco, I Santi sepolcri nella settimana di Passione in Austria, in: http://www.antropologiaartesacra.it/). Infatti come precisa Bartolo Salone, «Il termine “sepolcro” viene utilizzato ancor oggi nel linguaggio popolare di alcune regioni del Sud Italia per indicare quello che più propriamente andrebbe definito come “altare” o “cappella” della reposizione. L’altare della reposizione, per intenderci, è quello “spazio” della chiesa allestito al termine della “missa in cena Domini” del Giovedì Santo destinato ad accogliere le specie eucaristiche consacrate e a conservarle fino al pomeriggio del Venerdì Santo, quando, al termine della liturgia penitenziale, verranno distribuite ai fedeli per la comunione sacramentale». (Bartolo Salone, I Sepolcri del giovedì Santo fra fede e tradizione, in: http://www.laperfettaletizia.com/2012/04/)

«Quest’opera di ingegno, talune volte una vera e propria merlettatura di fiori profumati che aumentano oltremodo la suggestione, si svolge […] in molti piccoli centri. Meticoloso e grande il lavoro che gravita intorno agli altari che consentono di ricostruire in maniera plastica -delle volte estremamente fantasiosa, ma comunque bella ed espressiva- il Santo Sepolcro. Il prototipo è il sepolcro di Gesù Cristo in Gerusalemme. (…). Tutti questi gesti -siano essi fiori intrecciati in corone o architetture riproducenti a livello mensurale o in proporzione l’edicola della Sepoltura nella Chiesa della Risurrezione gerosolimitana- esprimono non solo degli ornamenti votivi, bensì in essi è possibile scorgere la grande devozione del popolo e la grande venerazione per il Redentore, […]. Quest’usanza collezionò un ampio consenso nei tempi trascorsi ove davanti alle chiese ed alle cappelle si dava spesso seguito ad una veglia. Tale prassi con l’alternanza di guardia organizzata è ciò che accade in Austria ancora oggi presso alcune località tirolesi in cui si celebrano veglie per presidiare il Sepolcro» (Ivi.). Tale usanza, sempre secondo Varisco ebbe il suo apice «nell’età barocca, seppure sul finire del Settecento e gli inizi dell’Ottocento si giunse a bollarla come “forma di venerazione infantile” per poi -in seguito- addirittura proibirla. Fu così che andarono smarrite molte preziose opere artistiche di quell’epoca così fervida di pietà popolare, significativi esempi di devozione. La tradizione riprese nuovamente piede solamente dopo la seconda metà del XX secolo quando furono ricostruiti ed agghindati con passione nuovi altari». (Ivi). I più prestigiosi Santi Sepolcri del Tirolo sono nella chiesa: di St. Andrä a Lienz, di Patscch, di S. Valentin presso Nauders e di Laurentius a Wattens, risalenti ad un periodo fra metà 1700 e metà 1800, ed ognuno ha sue caratteristiche peculiari, descritte da Varisco. (Alessio Varisco, op cit.. Cfr. anche: Pasqua. I Santi sepolcri pasquali in: http://www.tirolo.com/eventi-primaverili).

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Per quanto riguarda l’alta Val Canale, in diverse chiese, per esempio in quelle di Pontebba, San Leopoldo, Ugovizza, Valbruna, Cjampros di Tarvisio, veniva allestito il Santo Sepolcro, (Renzo Balzan, op. cit., p.56) mentre il Canal del Ferro viene ricordato maggiormente per le Processioni del Venerdì Santo.

Ad Ovedasso, frazione di Moggio Udinese, la processione si svolgeva nelle vie del paese in orario tale da non interferire con quella che avveniva a Resiutta. Infatti il Venerdì Santo gli abitanti di Resiutta, cioè i resiuttani, salivano in processione al monte Calvario, ed erano ben visibili da Ovedasso. A chiusura della processione vi erano qui come là, dei giovani che scandivano il ritmo delle preghiere con la batule (attrezzo composto da una tavoletta percossa da un martello). Anche a Resiutta si ricordano dei ragazzi che accompagnavano con forte rumore la processione. (Antonino Danelutto, La religiosità nel Canal del Ferro: i percorsi del sacro, in: L’incerto confine, quaderno n.7 dell’Associazione della Carnia Amici dei Musei e dell’arte, 2000, p. 113). Per quanto riguarda la chiesetta costruita sul monte Calvario, si narra che vi fosse, ai tempi dei turchi, una casetta dove la ragazze andavano a ballare ed a divertirsi con gli ufficiali di quell’esercito. Alla fine della guerra, per riparare allo scandalo, la casa fu demolita ed al suo posto fu costruito l’edificio sacro. (Ivi, p. 112).

Particolare -scrive Antonino Danelutto- è tuttora la processione del Venerdì Santo che da alcuni anni prende avvio da Raccolana, mentre prima si svolgeva solo per le vie di Chiusaforte. Lungo il percorso si può ammirare una grande croce luminosa costruita sopra l’abitato di Raccolana, sul ripido pendio del monte Jame. La croce viene illuminata con 129 candele infisse nel prato sfalciato, ma originariamente venivano utilizzate le conchiglie delle chiocciole riempite di olio raccolto fra la popolazione del borgo, mentre lo stoppino era fatto di cotone per i calzetti, e resta accesa per tutta la durata della processione. Fino agli anni ’50 le processioni venivano disturbate dalle incontenibili raganelle (crâçulis) che si facevano sentire rumorosamente anche in chiesa, sovrastando quella più grande (crâçulon) in dotazione del nonzolo. Poteva poi accadere che il sacerdote avesse difficoltà in chiesa a portare a termine l’officiatura. Da note dell’ archivio parrocchiale si viene a sapere che «Una volta si inginocchiò davanti al popolo, supplicandolo di avere miglior contegno, un’altra volta il chiasso, fatto anche da donne e ragazze munite di raganelle, era così assordante che «i cantori non si capivano fra loro e il sacerdote, dopo aver interrotto più volte la predica, sospese la funzione e se ne tornò in canonica». (Antonino Danelutto, op. cit., pp. 113-114). Infine, dal 1923, si decise di far intervenire alla officiatura anche la forza pubblica, e tutto si svolse più regolarmente.
Inoltre il giorno del venerdì santo a Raccolana, i paesani, invece di salutarsi con “bondì e mandi” come sempre, si scambiavano come saluto: «Sia lodato Gesù Cristo» a cui si rispondeva: «Sempre sia lodato». (Ivi, p. 114).

Anche a Saletto, attualmente frazione di Chiusaforte, si svolgeva la tradizionale processione del Venerdì Santo., che veniva talvolta abbellita da croci luminose distese sui prati della località Cju Câli. (Ivi, p. 114).

A Dogna la processione del Venerdì Santo avveniva solo nel capoluogo. In fondo alla processione e nelle viuzze laterali, venivano posizionate grandi raganelle che disturbavano i canti e le preghiere, mentre in chiesa era ammessa una piccola raganella che aveva il compito di sostituire il campanello.
Alcuni giovani, poi, seguivano il corteo con gabbie di uccelli da richiamo, il cui canto simulava il pianto per la morte di Gesù.
Le case erano illuminate con candele e globi veneziani, dalle finestre pendevano tappeti, drappi e copriletti ricamati e venivano esposte immagini sacre.
Ai lati del percorso della processione veniva sparsa della segatura che, impregnata di petrolio, veniva accesa durante il passaggio del corteo.
«C’è ancora- scrive Danelutto – chi ricorda un vecchio falegname che abitava in paese: al passaggio della processione esponeva sulla soglia di casa una bara aperta che conteneva un crocefisso di legno». (Ivi, p. 115).
Per tutta la giornata di Venerdì Santo e fino alle 10 di Sabato, i paesani si salutavano con “Diu nus salvi”. (Ivi, p. 115).
Il Sabato Santo, dopo il suono del Gloria, gli anziani uscivano dalla chiesa ed andavano a bere alla fontana pubblica l’ “acqua nuova”. (Ivi, p. 115).

A Pontebba, invece, la Domenica delle Palme giungevano e giungono ancora in processione alla parrocchiale i fedeli di Pontafel con rametti di ulivo in mano.

E sempre a Pontebba, la processione del Venerdì Santo, fino a qualche anno fa, veniva allietata dalla banda musicale. Essa sfilava per le vie del paese tra luminarie, fuochi di artificio, palloncini alla veneziana, e veniva preceduta da un anziano che portava una pesante croce di legno, che veniva percossa con dei bastoni da due giovani vestiti con una tunica bianca. (Ivi, p. 115).

Per quanto riguarda la Val Canale, A San Leopoldo, come ad Ugovizza, si teneva una processione il Sabato Santo, detta “Processione della Resurrezione”. Durante la benedizione, a San Leopoldo, venivano sparati mortaretti a spese della chiesa. (Ivi, pp. 132-133).

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Santi sepolcri vengono costruiti anche in altre Regioni d’Italia, per esempio in Sicilia, ma da che mi narrava l’architetto Valerio Risadelli anche in Calabria, a Catanzaro, ove si fa a gara, fra più chiese, ad allestire il sepolcro più bello.
Ed infatti questo ho trovato su: catanzaroinforma del 2014. Â«Ãˆ entrata nel vivo la celebrazione del Triduo Pasquale. Da ieri sera tantissimi catanzaresi si sono riversati nelle chiese della città per fare visita ai Santi Sepolcri esposti dopo la Messa in Cena Domini […]. Corso Mazzini è stato attraversato da migliaia di fedeli che anche quest’anno hanno voluto fare visita agli altari della reposizione – rigorosamente in numero dispari – raccogliendosi nella preghiera e nella riflessione più intima ringraziando Gesù […]. Un trionfo di colori ha caratterizzato gli addobbi allestiti dalle diverse parrocchie con tanti fiori a fare da ornamento e vasi germogliati di semi di grano come simbolo di vita». (Si rinnova il rito dei Sepolcri nelle chiese di tutta la città, 18 aprile 2014, in: http://www.catanzaroinforma.it/).

Come si presentano in Tirolo attualmente, i Santi Sepolcri lo si può evincere dall’articolo di Silvia Spada Pintarelli: I Santi Sepolcri in Tirolo, in: http://www.emscuola.org/labdocstoria/storiae/storiaeRD/StoriaE-2010-123/dossier18/pdf/Chiese3_04.pdf.

«Si tratta di costruzioni effimmere, spesso realizzate in legno sagomato e dipinto, che all’interno di un impianto architettonico che può assumere fogge diverse, rappresentano scene della Passione di Cristo, Cristo stesso deposto nel sepolcro e, dopo Pasqua, Cristo risorto. Attorniati da bocce di vetro contenenti liquidi di vari colori illuminate dal retro dalle fiamme delle candele, alle volte decorati con piante, creano un’atmosfera di grande suggestione che induce nello spettatore un forte impatto emotivo e lo coinvolge direttamente nel compianto per il Cristo morto.
L’esistenza di Santi Sepolcri è documentata già dal tardo medioevo. I più antichi erano costituiti da una cassa sopra la quale veniva deposta la statua di Cristo morto. Nella notte di Pasqua la statua veniva nascosta all’interno della cassa e sostituita con l’immagine di Cristo risorto che veniva quindi ‘assunta’ in cielo tramite una corda fissata ad un anello posto sulla sommità della testa dell’immagine stessa, e fatto sparire entro il soffitto della chiesa.
A partire dal Cinquecento, in clima controriformistico e soprattutto per impulso dei Gesuiti, il Santo Sepolcro conosce sempre maggiore diffusione, raggiungendo nel Sei e Settecento, forme molto complesse, espressione tipica del gusto barocco per la rappresentazione illusionistica e teatrale. All’interno delle cappelle laterali delle chiese, ma anche nel presbiterio, vengono allestite grandi “macchine” con architetture prospettiche, colonne utilizzate come quinte, archi, scalinate e balaustre entro le quali si inseriscono le figure della rappresentazione.
Un fondamentale modello per questo Santi Sepolcri è costituito dai disegni e progetti di Andrea Pozzo (Trento 1642 – Vienna 1709), grande architetto, pittore, decoratore e teorico dell’arte».

Certamente in moltissime regioni d’ Italia si possono reperire tradizioni simili, ma non posso certo contenerle in un articolo. Invito pertanto i lettori che volessero approfondire l’argomento, a cercare da soli qualche articolo nel merito.

Nel concludere rimando ai miei due precedenti sempre su questo sito/blog e relativi alla Carnia: Laura Matelda Puppini, Usanze della Settimana Santa in Carnia. (Ultimo aggiornamento lunedì di Pasqua 2015), Laura Matelda Puppini, Usanze della Settimana Santa in Carnia, parte seconda, in particolare a Treppo Carnico. Da Manuela Quaglia, ambedue in: http://www.nonsolocarnia.info.

Laura Matelda Puppini

Dolci Pasquali

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Quest’anno le misure di contenimento dell’epidemia di coronavirus impediranno di osservare tutte le tradizioni legate alla celebrazioni religiose ancora osservate in Valcanale. Resta incerto se nella domenica delle Palme saranno benedetti i prajtl, se si sentirà il suono della craciule/brklce in sostituzione del suono delle campane nel periodo pasquale, se saranno allestiti i Sepolcri/Božji grobovi, o se saranno benedetti i cibi pasquali.

Sicuramente, però, in  ogni casa valcanalese non si potrà rinunciare allo sartl, il tipico dolce pasquale. Per questo ne riportiamo la ricetta.

Per due filoni:

● 80 g di farina, â— 1 cucchiaio di sale, â— 50 g di lievito, â— 4 uova, â— 1 bustina di zucchero vanigliato, â— 2 bicchierini di rum, â— 200 g di zucchero, â— 200g di burro, â— 1/4 di litro di latte, â— 1 limone, â— olio da cottura, â— uvetta, rum, cannella, zucchero, â— 1 uovo per spennellare lo Å¡artl

1. Sciogliete il lievito nel latte tiepido con un cucchiaio di zucchero e lasciate che salga.

2. Amalgamate con la frusta le uova, lo zucchero vanigliato e il rum; sciogliete il burro a parte.

3. Grattuggiate nella farina setacciata limone quanto basta e aggiungete il sale, dopodiché, piano piano, tutto il resto: il latte col lievito, le uova col rum e il burro.

4. Mescolate il tutto energicamente per venti minuti, finché l’impasto non raggiunge la consistenza giusta. Copritelo con un panno e lasciatelo in un luogo caldo a lievitare per bene (in genere un’ora).

5. Stendete l’impasto in modo che abbia uno spessore di 2 centimetri e cospargetevi sopra la cannella, lo zucchero, l’uvetta e un po’ di rum. Dividetelo in due parti, per formare due filoni.

6. Ungete il recipiente di cottura con olio e burro.

7. Mettiamo i due filoni nel recipiente unto, che copriamo per lasciare lievitare ancora una volta.

8. Una volta che i filoni sono lievitati, li spennelliamo con un uovo sbattuto e li mettiamo in forno a 180°C per un’ora.

GUBANCA in Val Natisone

Preparazione e ricetta del dolce tradizionale delle Valli del Natisone

La parola gubana deriva dallo sloveno “gubati” cioè arrotolare, infatti questo dolce ha la forma di chiocciola.
E’ un dolce che si faceva per Natale, Pasqua, matrimoni e per la fine della fienagione.
Traduzione dal dialetto sloveno.

Ingredienti:

Impasto per 2 gubane

Mezzo chilo di farina ,3/4 uova, sale, la buccia di un limone grattugiato, 2 cubetti di lievito, due cucchiai tra burro sciolto ed olio,zucchero, una fiala di vanillina.

Ripieno:

250 g di noci macinate, 100 g di amaretti sbriciolati, un cucchiaio di zucchero, un panino raffermo, un po’ di burro,30 g di pinoli,100 g di uvetta ammollata nel marsala, mezzo bicchiere di grappa, qualche cucchiaio di cacao.Preparazione e ricetta del dolce tradizionale delle Valli del Natisone

Video di Stefano Morandini,traduzione dal dialetto sloveno delle Valli del Natisone di olgited.

La parola gubana deriva dallo sloveno “gubati” cioè arrotolare, infatti questo dolce ha la forma di chiocciola. E’ un dolce che si faceva per Natale, Pasqua, matrimoni e per la fine della fienagione.

BUON APPETITO

Festeggiate virtualmente la Pasqua in Slovenia

La Pasqua è una festa che riunisce tutta la famiglia, facendo rivivere antiche usanze. La tavola festiva è ricca di prelibatezze tradizionali, preparate con cura dalle massaie slovene. Una particolare attenzione viene posta nella preparazione delle uova pasquali, sode o soffiate, che sono uno dei simboli più riconoscibili della Pasqua e riflettono le diversità regionali slovene. Esse sono legate anche ad alcune usanze, come l’incisione delle uova colorate.

Venite ad ammirare l’arte popolare della decorazione delle uova pasquali

Scoprite le regioni slovene anche attraverso i diversi nomi e l’arte della decorazione delle uova di Pasqua. In Carinzia le chiamano pisánke, mentre dalle parti della Stiria e dell’Oltremura ramenice o remenke. A Idrija le uova vengono decorate anche con bellissimi merletti. Le uova pasquali di Vrhnika, con oltre 15.000 fori, sono dei veri e propri capolavori dell’arte del merletto. In Bela Krajina si incontrano pisanke, che per le loro peculiarità rappresentano uno dei simboli della terra del fiume Kolpa. Con bellissimi ornamenti creati con cera d’api fusa e screziata, in modo da ottenere motivi raffinati e colorati in nero e rosso, queste uova pasquali una volta venivano donate dalle ragazze ai loro fidanzati in segno del loro amore. Regalate anche voi in segno di amore le uova pasquali slovene oppure utilizzatele per decorare la tavola imbandita di Pasqua.

Scoprite le tradizioni di Pasqua legate alle uova

Visitate interessanti eventi tradizionali di Pasqua

Particolarmente divertenti sono le preparazioni alla Pasqua. In numerose località della Slovenia vengono organizzati divertenti laboratori di colorazione delle uova pasquali. Potete visitare mostre di capolavori fatti a mano, che donne e ragazze durante il periodo pasquale presentano in tutta la Slovenia. Se dopo l’abbondante pranzo pasquale desiderate fare del movimento, potete partecipare ad alcune marce tradizionali, come quella da Oplotnica a Črno Jezero oppure alla marcia pasquale di Mala gora nella zona del Vipacco. Gli appassionati di sci alpinismo possono partecipare alla tradizionale traversata delle tre valli. Prendete parte alla benedizione pasquale delle moto che si tiene a Mirna Peč in Dolenjska e unitevi ai tanti biker nel primo incontro della nuova stagione motociclistica.

Trascorrete la Pasqua gustando i sapori della Slovenia

Venite a conoscere la cucina tradizionale slovena e brindate con un calice di ottimo vino. Provate i sapori autentici della Slovenia e cimentatevi nella preparazione dei piatti di Pasqua.

I sapori della Slovenia

Conoscete già le peculiarità culinarie delle Alpi, del Mediterraneo, del Carso e della Pianura Pannonica?

https://www.slovenia.info/it/le-storie/la-pasqua-in-slovenia

L’albero di Pasqua una tradizione venuta dal nord Europa

dalla Germania54729780_2856547721033550_4688325956023091200_oPensate quanta pazienza per addobbarlo!

Anche la Pasqua ha il suo albero,una tradizione che è giunta in Italia in questi ultimi anni.E’ un’usanza che arriva dai paesi scandinavi,Germania e Europa centrale.Rami e alberi vengono addobbati da uova coloratissime.

  per approfondire https://pianetabambini.it/fare-albero-pasqua-idee-decorazioni/