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haiku

odo cicale –

frinire sull’albero

del mio giardino

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Di USFWS Mountain-Prairie – Sagebrush cicada (Okanagana luteobasalis) on Seedskadee National Wildlife Refuge, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=69186671

Cicale miti e letteratura

Per gli antichi Greci, le cicale erano figlie della Terra o, secondo alcuni, di Titone e di Aurora. Specialmente gli ateniesi le onoravano: Aristofane rammenta le cicale d’oro, ornamento per i capelli degli Ateniesi nobili all’epoca arcaica e nella celebrazione dei Misteri eleusini in onore di Demetra, era uso portare nei capelli una fibula a forma di cicala, così come durante la celebrazione dei misteri di Era a Samos.Platone, nel dialogo Fedro, espone il mito delle cicale, secondo cui esse sarebbero nate, per mano divina, dalla metamorfosi di antichi artisti, specie nel campo musicale e dell’eloquenza, che avevano smesso di mangiare e accoppiarsi per amore della propria disciplina.Secondo Orapollo la cicala simboleggiava l’iniziazione ai misteri, poiché essa, anziché cantare con la bocca come tutti, emette suoni dalla coda.La cicala era anche simbolo di purezza: seguendo un’errata credenza ripresa da Plinio il Vecchio si riteneva che le cicale si nutrissero di sola rugiada e ciò faceva sì che il loro corpo non contenesse sangue e non dovessero espellere escrementi, e di qui l’idea della purezza. Il fatto poi che la cicala viva una sola estate ma le sue larve rinascano in quella successiva direttamente dalla terra ne ha fatto l’emblema di una resurrezione a nuova vita dopo la morte persino presso i cinesi.

Tra i poeti contemporanei, Giosuè Carducci ha elogiato questi insetti ne “Le risorse di San Miniato” e scherzosamente rimprovera Virgilio e Ludovico Ariosto per averle definite querule e noiose.

Ma la cicala ha anche una fama negativa, quella di vivere alla giornata cantando senza preoccuparsi del domani, assurgendo così a simbolo dell’imprevidenza. Esopo, nella sua notissima favola La cicala e la formica, narra che la cicala si fosse dilettata tutta l’estate a cantare senza preoccuparsi di provvedere ad immagazzinare cibo per l’inverno. Giunta la cattiva stagione, essa si rivolse alla previdente formica chiedendole aiuto: questa le chiese, di rimando, cosa avesse fatto tutta l’estate non avendo provveduto al cibo, al che la cicala rispose di aver sempre cantato; la formica, allora, replicò: «Allora adesso balla!».

testo da https://it.wikipedia.org/wiki/Cicadidae

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friuli wikiquote

https://youtu.be/6gTqVduQ3CA

È fantasia dei friulani che la loro terra, con le montagne della Carnia, le colline dell’Udinese, la pianura, i paesaggi lagunari lungo la costa, le diverse razze e i colori vivaci di un tempo più antico del nostro, sia per se stessa un universo nella sua varietà. (Guido Piovene)

da https://it.wikiquote.org/wiki/Friuli

 

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Sauris

Località ideale per una domenica calda come quella odierna!

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Sauris di sopra Johann JaritzSauris (Zahre nel locale dialetto germanicoSauris in friulano è un comune italianosparso di 412 abitanti della provincia di Udine in Friuli-Venezia Giulia. Sede municipale è la frazione di Sauris di Sotto.

Il monte Bìvera, uno dei simboli di Sauris

 

Territorio

Bivare
L’utente che ha caricato in origine il file è stato Alpino friulano di Wikipedia in italiano – Trasferito da it.wikipedia su Commons da Wouterhagens utilizzandoCommonsHelper.

La chiesa di San Lorenzo a Sauris di Sopra

Situato nella regione montana della Carnia in Val Lumiei, vanta nel suo territorio la presenza di un magnifico lago (il lago di Sauris), un bacino artificiale tra i più grandi in Friuli, creato dallo sbarramento del torrente Lumiei.

Le principali cime che circondano Sauris e le sue frazioni sono: il Col Gentile (2.075 m), il Monte Tarondon (2.019 m), il Monte Pieltinis (2.027 m), il Crodon di Tiarfin (2.413 m), il Monte Bìvera (2.474 m), il Monte Zauf (2.245 m), il Monte Tinisa (2.080 m).

Storia

La leggenda vuole che la comunità di Sauris sia stata fondata attorno al XIIIXIV secolo da due soldati tedeschi che, stanchi della guerra, fuggirono dal loro paese rifugiandosi in questa valle isolata e impervia. Sembra che l’immigrazione sia avvenuta in realtà dalla valle di Lessach e dalla Pusteria nel XIII secolo.

Lo storico Giordano Brunettin fa risalire invece l’occupazione della zona alla metà del XIII secolo. Il primo documento che attestava l’esistenza della località, un atto di eredità perduto, risale al 1280. Si è conservato solo un documento del 1318 in cui si parla di Sauris, riguardante anch’esso un’investitura feudale.

Tra il 1941 e il 1948 venne costruito l’impianto idroelettrico della Val Lumiei e la relativa diga, nonostante si fosse in piena guerra. Proprio per la scarsità di uomini che ciò comportava vennero coinvolti nella costruzione anche 300 prigionieri di guerra neozelandesi. La località La Maina venne sommersa dal lago artificiale e ne restano i ruderi sott’acqua.

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Di Ziegler175 [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)%5D, da Wikimedia Commons

Lingue e dialetti

La comunità forma un’isola linguistica di tipo germanico, una vera enclave germanofona in territorio italiano, che si è potuta conservare, a partire dalla sua fondazione, grazie ad un isolamento durato secoli.

Il tipico dialetto locale, il “saurano”, conserva tratti arcaici rispetto ai dialetti tirolesi ai quali è collegato, ma la popolazione è in linea di massima trilingue, parlando sia l’italiano sia il friulano.

Nel territorio comunale vige la Legge regionale 18 dicembre 2007, n. 29 “Norme per la tutela, valorizzazione e promozione della lingua friulana

Cultura

Musei

  • Centro Etnografico ‘s haus van der Zahre, di Sauris di Sopra
  • Centro Storiografico Museo di S. Osvaldo, presso la canonica di Sauris di Sotto

I centri fanno parte del sistema museale della Carnia.

Eventi

  • 5 gennaio – Der orsh van der Belin – il sedere della Belin
  • febbraio – Carnevale saurano
  • luglio – nel secondo e terzo fine settimana di luglio si svolge la Festa del prosciutto
  • agosto – Festa del formaggio salato a Lateis
  • agosto – Festival internazionale di musica 
  • agosto – Fra le nuvole Progetto teatrale con laboratori e spettacoli
  • dicembre-mercatini di NataleGeografia antropica
  • Il comune è formato da Sauris di Sotto (sede municipale) e Sauris di Sopra e dalle frazioni di LateisLa Maina e Velt. Sauris di Sopra è detto localmente Plozn, e Sauris di Sotto Dörf, sembra che il toponimo derivi da un prelatino “savira”, “corso d’acqua”. Zahre invece sembra che conservi il significato proprio di “zahre”, cioè lacrima.
  • Economia

    Un trancio di prosciutto di Sauris

    Nonostante sia uno dei comuni più piccoli del Friuli-Venezia Giulia, Sauris è una apprezzata località turistica estiva ed invernale, conosciuta per la produzione di un prosciutto crudo particolarmente rinomato, il Prosciutto di Sauris I.G.P., lo speck di Sauris ed una birra artigianale altrettanto famosa: la Zahre Beer.

    Artigianato

    Per quanto riguarda l’artigianato, Sauris è rinomata per la produzione di tappeti ed arazzi.

  • fonte https://it.wikipedia.org/wiki
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Campo di grano con corvi (1890)

Vincent van Gogh (1853-1890)

640px-Vincent_van_Gogh_(1853-1890)_-_Wheat_Field_with_Crows_(1890)Oh  cielo un campo di grano incantato!(Guillame Apollinaire)

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L’iperico

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Di Taken byfir0002 | flagstaffotos.com.auCanon 20D + Tamron 28-75mm f/2.8 – Opera propria, GFDL 1.2, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=496220

L’iperico (L.) (nome scientifico Hypericum perforatum ma comunemente nota anche col nome di erba di San Giovanni), è una pianta officinaleappartenente alla famiglia delle Clusiaceae e al genere Hypericum. Fa parte della medicina tradizionale per via delle sue proprietà fitoterapeutiche, in particolare quelle antidepressive e antivirali.

L’iperico è chiamata con molti nomi comuni e volgari ad esempio: la fioritura massima si ha verso il 24 giugno, ricorrenza di San Giovanni, da cui il nome popolare di erba di San Giovanni; anche il nome di erba dall’olio rosso è dovuto al colore dell’essudato rilasciato dai fiori ricco nel principio attivo ipericina; il nome “scacciadiavoli“, molto usato nei secoli passati, deriva dal fatto che quest’erba consacrata a San Giovanni e dalle molteplici proprietà terapeutiche, si riteneva fosse efficace contro ogni tipo di male.

Le origini del suo uso come erba medicinale sono molto antiche e se ne trova traccia negli scritti di molti secoli fa.

È una pianta perenne semi-sempreverdeglabra, con fusto eretto percorso da due strisce longitudinali in rilievo. È ben riconoscibile anche quando non è in fioritura perché le sue foglie in controluce appaiono “bucherellate”: si tratta in realtà di piccole vescichette oleose da cui deriva il nome perforatum; ai margini sono invece visibili dei punti neri, strutture ghiandolari contenenti Ipericina (un olio color rosso), queste strutture ghiandolari sono presenti soprattutto nei petali. Le foglie sono opposte oblunghe. I fiori giallo oro hanno 5 petali delicati e sono riuniti in corimbi.

Preferisce boschi radi e luminosi, comunque all’aperto per tutto l’anno, poiché non teme il freddo. Originario dell’arcipelago britannico, è oggi diffuso in tutte le regioni d’Italia e nel resto del mondo. Predilige posizioni soleggiate o semiombreggiate e asciutte, come campi abbandonati ed ambienti ruderali.

Le informazioni riportate non sono consigli medici e potrebbero non essere accurate. I contenuti hanno solo fine illustrativo e non sostituiscono il parere medico

Depressione

Benché già noto alla medicina antica (ne parlano DioscorideGalenoPlinio il vecchio e Mattioli) l’uso più interessante dell’iperico è scoperta relativamente recente: ormai numerosi studi ne hanno dimostrato l’efficacia antidepressiva, specie nel caso di depressione lieve e moderata, con un effetto paragonabile ad alcuni psicofarmaci antidepressivi.

continua a leggere…https://it.wikipedia.org/wiki/Hypericum_perforatum

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Paolo Diacono

PaulusDiaconus_Plut.65.35Personaggi famosi del Friuli

Paolo Diacono (Cividale 720 – Montecassino 799) è stato un monaco cristiano,storico,poeta e scrittore longobardo di espressione latina.

Biografia

Era discendente di Leupichi,che affiancava re Alboino nel passaggio dei Longobardi dalla Pannonia all’Italia. Da Cividale del Friuli, dove nacque nel 720 (o forse nel 730, raggiunse Pavia in giovane età per seguire gli studi in quella che allora era la capitale longobarda. Si formò alla corte del re Rachis allievo di un tale Flaviano [3] ed alla scuola del monastero di San Pietro in Ciel d’Oro, dove conseguì la carica di docente. Restò alla corte con i successivi re Astolfo e Desiderio. Divenne anche il precettore di Adelpergafiglia di Desiderio che seguì quando ella si sposò con il duca Arechi II di Benevento. Nel 774 visse il crollo del regno longobardo e a causa della prigionia del fratello entrò alla corte di Carlo Magno. Una volta che il fratello venne liberato, Paolo Diacono scappò e si fece monaco nel monastero di Montecassino.

Dal 782 al 787 fu attivo presso la corte di Carlo Magno, presso la quale si recò per chiedere la liberazione dei suoi parenti prigionieri, in particolare il fratello Arichis, catturato e condotto in Francia nel 776 dopo la sua partecipazione ad una rivolta del Friuli contro i nuovi occupanti, e che alla fine fu liberato. Là acquistò una certa notorietà e prestigio come maestro di grammatica.Nel 787 tornò a Montecassino, dove fra l’altro scrisse l’Historia Langobardorum, la sua opera più famosa in cui narra, fra mito e storia, le vicende del suo popolo, dalla partenza dalla Scandinavia all’arrivo in Italia fino al regno di Liutprando – evitando così il racconto della sconfitta subita ad opera dei Franchi. La scrittura del testo impegnò Paolo Diacono per due anni-

Le sue opere

La sua prima opera fu un Carmen sulle sette età del mondo (A principio saeculorum) scritto per il matrimonio di Adelperga, figlia del re Desiderio, sposa di Arechi II nel 763. Paolo Diacono era precettore di Adelperga. Lo stile che usò fu quello dei tetrametri trocaici ritmici. Unendo le lettere iniziali delle dodici terzine si ha Adelperga pia.

Ad uso della sua allieva scrisse verso il 770 l’Historia Romana, in 16 libri, rielaborando il Breviarium ab Urbe condita di Eutropio con integrazioni da San GirolamoPaolo OrosioGiordane, dall’Origo gentis Romanae. Fermò la storia al tempo di Giustiniano, ovvero al tempo dell’invasione longobarda in Italia. Rielaborato a sua volta da Landolfo Sagace, divenne un apprezzato manuale scolastico in uso nelle scuole medievali.

La Historia Langobardorum, in sei libri, è un’opera che nello stile si riconosce nel latino monacale, ma nei contenuti è passionalmente longobarda dove giustifica ogni azione ed ogni forma di conquista come prestabilite dal fato. La strutturò come ideale continuazione dell’Historia Romana dai tempi di Giustiniano. Anche questa è una storia tronca, la ferma a Liutprando, cristallizzandola al massimo splendore e omettendone la decadenza. È un libro molto importante anche per lo studio della storia degli sloveni, poiché esso risulta la fonte storiografica più antica che documenta l’arrivo delle popolazioni slave nella pianura friulana attorno al 670.

Per ottenere la liberazione del fratello, scrisse in onore di Carlo Magno un’epistola metrica: Ad regem. Ottenne ciò che chiedeva, ma come condizione entrò a corte ad Aquisgrana dove fu fra i protagonisti della “rinascita Carolingia” con Alcuino, monaco inglese. Sempre in Francia visitò molti monasteri, compose le Gesta episcoporum Mettensium per il vescovo Angilramno di Metz nell’abbazia di San Martino, un codice con lettere di papa Gregorio I per Adalardo di Corbie. Oltre a molte altre opere minori.

Al ritorno a Montecassino scrisse la Vita beati Gregorii papae. Gli è attribuita anche una traduzione dal greco al latino della Vita Sanctae Mariae Aegyptiacae (Patrologia Latina 73, cols. 671–90) di Sofronio di Gerusalemme.

Su richiesta di Carlo Magno raccolse le prediche più celebri del suo tempo, 244 testi, un libro liturgico, Homiliarium, diviso in due stagioni: l’estate e l’inverno. La sua opera arrivò con poche modifiche fino al Concilio Vaticano II.

Involontariamente fu lo stimolo di uno dei progressi più importanti della storia della musica. Infatti nell’XI secolo Guido d’Arezzo ricavò le note musicali dalla prima strofa di un suo inno dedicato a san Giovanni Battista, ricavandole dal mezzo verso:

UT queant laxis REsonare fibris
MIra gestorum FAmuli tuorum,
SOLve polluti LAbii reatum,
Sancte Iohannes.

Da esso deriveranno i nomi delle note dell’esacordoutremifasolla; e, dal 1592, grazie a Ludovico Zacconi, venne aggiunta la nota si (Sancte Idal 787 al 789.

fonte paolo diacono

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Friuli

Il Friùli,(Friûl in friulano, Furlanija in sloveno, Friaul o Vriaul in tedesco, è una regione storico-geografica posizionata nell’Italia nord-orientale, che comprende gran parte della pianura veneto-friulana ad est del fiume Livenza, e parte delle Alpi Carniche e delle Alpi Giulie. Il toponimo deriva dal nome latino Forum Iulii, ovvero Cividale del Friuli, ove ebbe centro il Ducato del Friuli, istituito dai Longobardi nel 569. Erroneamente si confonde il Friuli con il più esteso Patriarcato di Aquileia, il quale durante la sua esistenza comprendeva anche parti dell’Istria o il Cadore.Successivamente alla campagna in Italia di Carlo Magno contro i Longobardi, a partire dal 781, la Marca del Friuli fece parte del Regnum Italiae fino al 1014. Istituita nel 1077 dall’imperatore Enrico IV, la Patria del Friuli, guidata dal Patriarca di Aquileia, ebbe sede nominalmente ad Aquileia, ma il patriarca risiedette prima a Cividale e poi a Udine (che fu anche sede del Parlamento del Friuli), fino all’annessione alla Repubblica di Venezia nel 1420.Gorizia fu Contea autonoma dagli inizi del XII secolo al 1500, quando venne quindi assorbita dagli Asburgo. Dal Congresso di Vienna del 1815, la Provincia del Friuli entrò a far parte del Regno Lombardo-Veneto, e successivamente venne annessa al Regno d’Italia nel 1866 (dopo la terza guerra d’indipendenza), mentre Gorizia fu capitale della Contea Principesca di Gorizia e Gradisca e parte dell’Impero austriaco fino al 1919. A partire dal secondo dopoguerra, la regione autonoma Friuli-Venezia Giulia comprende buona parte della regione storico-geografica del Friuli.

GEOGRAFIA ANTROPICA
Il Friuli è un piccolo compendio dell’universo, alpestre piano e lagunoso in sessanta miglia da tramontana a mezzodì »(Ippolito Nievo, Le confessioni d’un italiano, capitolo primo)La regione storica del Friuli è il territorio che geograficamente trova limiti naturali nelle Alpi Carniche e Alpi Giulie a nord e ad est e nel mare Adriatico a sud. A ovest è delimitato dal fiume Livenza, mentre a sud-est si estende fino alla foce del fiume Timavo, mentre per alcuni si fermerebbe all’Isonzo.Ancora a inizio novecento talvolta si intendeva in senso più ampio come Friuli l’intero bacino idrografico del fiume Isonzo, comprendendovi l’intera provincia di Gorizia e parte di territorio oggi sloveno. In tal caso la delimitazione orientale correva dal “passo di Piro” (Hrušica, importante punto di accesso da nordest) alle sorgenti del Timavo, presso Duino, lungo il confine storico dell’ex-contea di Gorizia.Altro criterio talvolta utilizzato, ma più restrittivo, è quello dei confini entro i quali è diffusa la lingua friulana, che resta comunque associata all’identità culturale friulana.Talvolta si distingue dal Friuli vero e proprio la regione montana della Carnia.Il Friuli può venir ulteriormente differenziato in tre aree geografiche, separate dal corso del Tagliamento e dall’ex confine austro-italiano presente fino al 1918: quello cosiddetto occidentale (di là da l’aghe), quello centrale (appellato di cà da l’aghe, cioè “di qua dal fiume” rispetto a Udine) e quello orientale (di là dal clap, cioè “di là del confine”, riferito alla zona di Gorizia).

STORIA

LE ORIGINI E L’EPOCA ROMANA

Il foro di Aquileia, sullo sfondo il campanile della basilica
Interessata in età protostorica dalla Cultura dei castellieri, la regione fu popolata, sul finire del V secolo a.C., da genti di origine celtica ed in particolare dai Carni (che introdussero, nei territori da loro occupati ed in quelli limitrofi, nuove ed avanzate tecniche di lavorazione del ferro e dell’argento), facendo dunque parte della Carnorum regio citata da Plinio.[8]Conquistato e colonizzato dai Romani fin dal II secolo a.C., il Friuli Meridionale venne profondamente influenzato dalla civiltà latina, grazie anche alla presenza dell’importante centro di Aquileia, quarta città d’Italia e fra le principali dell’impero, capitale della X Regione augustea Venetia et Histria. La città, importante porto fluviale sull’allora fiume Natissa e snodo dei traffici adriatici verso l’Europa settentrionale (la così chiamata “Via Iulia Augusta”) e verso l’Illiria, doveva la sua importanza ad una posizione strategicamente favorevole: sorgeva infatti sul mare Adriatico in prossimità delle Alpi e Prealpi orientali, permettendo in tal modo a Roma di contrastare più efficacemente le invasioni dei celti e dei barbari provenienti da oriente.Il greco Strabone, geografo di età augustea, in un passo della sua opera annota che il porto di Aquileia, colonia romana «…fortificata a baluardo dei barbari dell’entroterra… si raggiunge… risalendo il fiume Natisone per sessanta stadi… e serve come emporio per i popoli illirici stanziati lungo l’Istro». Va al riguardo segnalato che mentre al giorno d’oggi il Natisone è tributario dell’Isonzo, all’epoca sfociava direttamente in mare. Lo sviluppo di altri centri oltre ad Aquileia, quali Forum Iulii (Cividale del Friuli) e Iulium Carnicum (Zuglio) contribuì ad assicurare alla regione un notevole benessere economico che riuscì a mantenere, nonostante le prime incursioni barbariche, fino agli inizi del V secolo. Negli ultimi decenni del III secolo Aquileia divenne la sede di uno dei vescovati più prestigiosi dell’Impero, contendendo in Italia il secondo posto per importanza, dopo Roma, alle capitali imperiali di Milano e, successivamente, Ravenna. Nel 381 vi si tenne un importante concilio, presieduto dal vescovo Valeriano e voluto da sant’Ambrogio, che aveva preferito Aquileia alla sua sede episcopale di Milano per far condannare pubblicamente l’eresia ariana e i suoi seguaci.L’invasione unna segnò la rovina della città: Aquileia, protetta da forze esigue, venne espugnata e rasa al suolo da Attila nel 452 (in alcune fondamenta sono state ritrovate le tracce lasciate dagli incendi). Dopo il passaggio dell’orda unna, i superstiti, che avevano trovato rifugio nella laguna di Grado, fecero ritorno in città, ma la trovarono completamente distrutta. Tramontati gli antichi splendori (la sua ricostruzione, più volte vagheggiata, non fu mai portata a compimento), Aquileia rimase tuttavia un punto di riferimento ideale di eccezionale importanza anche dopo il crollo dell’Impero, grazie alla costituzione del Patriarcato (VI secolo), naturale successore del vescovato omonimo che lo aveva preceduto e sede di una fra le più prestigiose autorità cristiane del tempo.

ETA’ MEDIEVALE
Dopo il crollo dell’Impero romano d’Occidente il Friuli entrò a far parte del Regno di Odoacre e successivamente di quello ostrogoto di Teodorico. La riconquista bizantina voluta dal grande Giustiniano (535-553) fu, per la Regione, di breve durata: nel 568 i Longobardi la occuparono creando un importante ducato che ebbe come capitale Forum Iulii. Il centro si impose ben presto come l’agglomerazione urbana più importante e popolosa della Regione e, nei secoli successivi, mutò il suo nome in quello di Cividale del Friuli. Prima ancora di perdere definitivamente la sua denominazione latina, la città diede a sua volta il proprio nome all’intero territorio. Con successivi passaggi linguistici infatti, il nome di Forum Iulii, sulla bocca delle popolazioni friulane di allora, si trasformò in Friûl e si estese fino ad indicare la totalità del ducato longobardo friulano.Il Ducato del Friuli rivestì una funzione militare e politica di primo piano nell’ambito del regno longobardo. Durante tutta la sua esistenza, si configurò infatti come avamposto e barriera contro le minacce degli Avari e degli Slavi nei confronti dell’Italia settentrionale. Tale funzione strategica e militare fu intuita fin dagli inizi del dominio longobardo: il Ducato del Friuli fu infatti il primo ad essere costituito in Italia e lo stesso Alboino volle affidarlo al nobile Gisulfo, suo parente e collaboratore. Non a caso, molti duchi del Friuli divennero anche re dei Longobardi (fra questi, Rachis, che regnò nella prima metà dell’VIII secolo).A partire dalla seconda metà del VII secolo e per buona parte del secolo successivo, venne portato a compimento, sia in Friuli che nel resto dell’Italia longobarda, il processo di fusione fra l’elemento romano e quello germanico. Quest’ultimo aveva già adottato, seguendo l’esempio dei propri sovrani, la religione cattolica, mentre il latino (e le parlate romanze che da esso derivavano) si andava sempre più generalizzando all’interno del gruppo etnico longobardo come idioma d’uso e di comunicazione orale, non solo come unica lingua scritta e di cultura del tempo. In tal modo i Longobardi poterono integrasi con le popolazioni autoctone e partecipare attivamente allo sviluppo, anche civile e culturale, del territorio. Longobardi del Friuli furono anche Astolfo, successore di Rachis, prima come duca del Friuli, poi come re d’Italia, e infine lo storico Paolo Diacono, autore della Historia Langobardorum e professore di grammatica latina presso la corte di Carlo Magno.Alla dominazione Longobarda seguì quella franca (774). I Franchi riorganizzarono il Ducato del Friuli su base comitale e lo inserirono nel loro Stato come parte integrante del Regnum Italiae. Trasformato in Marca del Friuli (846) fu coinvolto, a seguito dello smembramento dello Stato carolingio, nella lotta per il potere in Italia (ultimi decenni del IX secolo e inizi del X), allorquando il marchese Berengario si fece incoronare prima re d’Italia nell’888 e poi imperatore del Sacro Romano Impero nel 915. Nel 951 Il Friuli passò a costituire, con gran parte del Veneto, la Marca di Verona e Aquileia, estesa fra le Alpi Giulie e il Lago di Garda e che aveva come capitale la città di Verona. Nel X secolo la marca entrò nell’orbita ottoniana e rafforzò i suoi legami con l’Impero.Il 3 aprile del 1077 l’imperatore Enrico IV concesse al patriarca Sigeardo, per la sua fedeltà al potere imperiale, la contea del Friuli con prerogative ducali. Si era in tal modo costituito il primo nucleo del principato ecclesiastico di Aquileia (denominato a partire dal XIII secolo Patria del Friuli), che avrebbe esteso la propria sfera di influenza, anche se in periodi storici diversi, su Trieste, l’Istria, la Carinzia, la Stiria, il Cadore. Tale entità statuale si impose ben presto come una delle più importanti e potenti formazioni politiche dell’Italia del tempo, dotandosi, fin dal XII secolo, anche di un Parlamento, espressione massima della civiltà friulana sotto il profilo istituzionale. Tale organismo prevedeva una rappresentanza assembleare anche dei comuni e non solo dei nobili e del clero. La vita di questa grande istituzione si protrasse per oltre sei secoli, mantenuta persino sotto la dominazione veneziana, anche se in parte svuotata di potere (il Parlamento, convocato per l’ultima volta nel 1805, fu, poco più tardi, abolito da Napoleone). Il patriarca Marquardo di Randeck (1365-1381) raccolse tutte le leggi emanate in precedenza nelle Constitutiones Patriae Foriiulii, ossia le Costituzioni della Patria del Friuli, le disposizioni principali del principato ecclesiastico . Cividale del Friuli sarà sede del Patriarcato di Aquileia fino al 1238, anno in cui il patriarca si trasferirà a Udine, dove farà costruire un superbo palazzo, per sé e per i propri successori. Udine assumerà in tal modo sempre maggiore importanza divenendo col tempo la capitale istituzionale del Friuli.L’esperienza del Patriarcato come entità statuale autonoma, seppur vincolata al Sacro Romano Impero, si concluse nel 1420 (mentre come entità ecclesiastica sopravviverà fino al 1751), con l’annessione della maggior parte del Friuli alla Repubblica di Venezia, una delle grandi potenze dell’epoca.

ETA’ MODERNA

Il dibattito storico sul rapporto fra Venezia e i suoi territori coloniali è tuttora aperto e ha dato luogo a valutazioni e giudizi non univoci. Tale dibattito esula, in parte, da motivazioni propriamente storiche per collegarsi al mito della città lagunare. Come ha rilevato Elisabeth Crouzet-Pavan «per lungo tempo non è stato possibile dissociare la realtà (di Venezia) dall’immagine, straordinariamente lusinghiera e deformata [di Venezia]…il mito politico veneziano ha per secoli distorto l’approccio e le analisi. Almeno fino al XIX secolo, esso [il mito di Venezia] ha pesato sulla scrittura della storia, poiché la storia aveva come fine principale di confortare il mito». A tale proposito è comunque necessario sottolineare che «la quiete civile e lo stato pacifico della sua classe dominante sarebbero stati i principi su cui si sarebbe fondato il mito di Venezia».D’altro canto, la rappresentazione del dominio veneziano sul Friuli ha creato una serie di «geremiadi antivenete sulla base di un gran numero di pregiudizi e luoghi comuni».Va subito precisato che il Friuli, da nucleo centrale dello Stato patriarcale di Aquileia si convertì in un territorio di confine della Repubblica veneta, a ridosso del mondo germanico, che era egemonizzato, all’epoca, dalla potente famiglia degli Asburgo, nella sua doppia veste di detentrice del titolo imperiale e di quello di duchi d’Austria, cui si aggiunse, dal 1516, anche quello reale di sovrani di Spagna. Venezia, interessata a contenere le mire espansionistiche sia degli Asburgo che della monarchia francese, si trovò coinvolta, fra i primi del Cinquecento e gli inizi del secolo successivo, in due conflitti che si combatterono anche in Friuli e che si andarono ad aggiungere alle incursioni turche, che avevano devastato la regione negli ultimi decenni del Quattrocento (in particolare fra il 1472 e il 1499). Il pericolo di nuove guerre e di ulteriori incursioni ottomane costrinsero la Serenissima a mantenere sul territorio guarnigioni militari di una certa consistenza e quadri amministrativi adeguati che, in parte, gravavano sulla popolazione locale
. Quest’ultima era inoltre soggetta a una pressione fiscale sempre più onerosa. La contrazione del reddito (particolarmente forte nel corso del XVII secolo) unitamente alla necessità di finanziare un debito pubblico di vaste proporzioni e in costante crescita a causa soprattutto delle esigenze belliche, costrinsero infatti Venezia ad applicare ripetutamente una politica fiscale gravosa (non circoscritta naturalmente al solo Friuli, ma all’intero Stato veneto)Effetti ben più nefasti ebbero tuttavia, sulla popolazione friulana, le frequenti carestie, un tasso di mortalità infantile particolarmente elevato (come nella massima parte dell’Europa del tempo), e, soprattutto, due devastanti epidemie che non favorirono una crescita demografica organica in età moderna. In alcuni periodi anzi, si registrarono flessioni non irrilevanti.D’altra parte, fin dal terzo decennio del XVII secolo, la Repubblica Veneta entrò in un processo di crisi progressiva dovuto alla perdita di molti dei suoi mercati tradizionali, alla canalizzazione del risparmio e di importanti risorse finanziarie in investimenti improduttivi (soprattutto di carattere fondiario), e alla perdita di competitività delle sue industrie e dei suoi servizi[19]. Anche i territori posti sotto la sovranità della Serenissima, fra cui il Friuli, e, in linea più in generale, la totalità degli Stati italiani e gran parte di quelli dell’Europa mediterranea, furono colpiti da una crisi di lunga durata che in alcuni casi si protrasse fin quasi alla metà del Settecento.Va comunque riconosciuto che Venezia, nei territori da essa amministrati (non solo quindi nel solo Friuli), cercò in ogni modo di «limitare gli effetti più oppressivi ed anacronistici della società feudale»[20]. La necessità di offrire maggior protezione alle classi più disagiate, in particolare rurali (creando nel contempo un contrappeso alle spinte centrifughe dell’aristocrazia locale), spinse la Serenissima a dar vita a degli organi di rappresentanza popolare, (le cosiddette “contadinanze”), che però «…non risolsero i problemi di fondo dei contadini, sembra anche a causa della turbolenta nobiltà friulana[21]». Secondo fonti di alto profilo, invece, tali istituzioni, e, più in generale, la politica di Venezia a favore degli strati sociali più umili, furono coronate da successo.In effetti non si ebbero rivolte di particolare gravità durante il periodo veneziano, se si eccettua una cruenta insurrezione popolare, conosciuta come Joibe grasse 1511 (giovedì grasso 1511) che scoppiò ad Udine il 27 febbraio 1511, in un momento estremamente difficile per la Repubblica Veneta, all’indomani della sconfitta di Agnadello (1509) e dell’occupazione di Gorizia da parte degli eserciti asburgici (1510). Il moto si estese ben presto da Udine all’intero territorio friulano coinvolgendo anche le campagne e si protrasse per tutto il 27 ed il 28 febbraio, fino a quando, il 1º marzo, fu soffocato da Venezia, che inviò alcune centinaia di cavalieri per sedarlo. In quei giorni si rafforzarono i rapporti fra le classi aristocratiche venete e quelle friulane, naturali custodi dell’ordine costituito. In seguito (nel Cinquecento e ancor più nei due secoli successivi), il patriziato friulano si ampliò con l’apporto di nobili veneti e il veneto si diffuse, insieme all’italiano, fra gli strati più alti della società friulana. Un fenomeno analogo si produsse, a partire dal XVII secolo, anche nel Friuli orientale sotto sovranità austriaca (dove l’italiano divenne lingua veicolare di insegnamento nei prestigiosi Istituti gesuitici di Gorizia, insieme al latino).Con i patti di Noyon ( 1516) i confini tra la Repubblica Veneta e la Contea di Gorizia e Gradisca vennero ridefiniti. Venezia perdeva l’alto bacino dell’Isonzo (cioè la gastaldia di Tolmino con Plezzo ed Idria), ma conservava il possesso di Monfalcone. L’arciduca d’Austria incorporò nei suoi domini Marano (fino al 1543) ed una serie di possedimenti feudali sparsi nel Friuli Occidentale.Nel 1593 la Serenissima volle rafforzare i propri confini orientali e decise di costruire in Friuli, a ridosso dei domini d’Austria, una poderosa fortezza, capolavoro dell’architettura militare del tempo: Palma (oggi Palmanova). Gli Asburgo protestarono vivacemente, temendo che Venezia se ne potesse servire come base avanzata per occupare la contea di Gorizia. In effetti, fra il 1615 ed il 1617 la Repubblica veneta e l’Austria si affrontarono di nuovo militarmente nel Friuli orientale per il possesso della fortezza di Gradisca d’Isonzo. La cosiddetta guerra di Gradisca si concluse con il ritorno allo status quo precedente.Tornati in possesso del Friuli orientale, gli Asburgo ne conservarono il controllo fino ad età napoleonica, mentre il Friuli occidentale e centrale rimase veneziano fino al 1797, anno del trattato di Campoformido, mediante il quale tale territorio venne ceduto dalla Francia all’Austria, che lo perse per un breve periodo in cui fece parte del Regno italico, dal 1805 fino alla Restaurazione (ma parte del Friuli orientale, con Gorizia, fu distaccata nel 1809 e inserita nelle Province illiriche appena costituite).

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