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Negli ultimi anni le temperature in Italia sono salite più velocemente che nel resto del mondo

Dal 1880 a oggi l’aumento è stato di 2,4 gradi, contro una media mondiale che sfiora l’1. Ecco quali sono le cause del surriscaldamento dello Stivale

Un record è stato segnato a Floridia, città in provincia di Siracusa, alle 13:14 dell’11 agosto scorso: la colonnina di mercurio ha raggiunto i 48,8°C. Si dovrebbe trattare del primato europeo per la temperatura più calda mai registrata (l’Organizzazione metereologica mondiale ne sta valutando l’ufficializzazione). Tanto alta da superare il precedente record continentale di 48°C stabilito ad Atene nel 1977.

Quest’estate si è registrato un altro primato italiano in materia di temperature: 2,4°C. Sono i gradi in più segnati nello Stivale rispetto alla media dello stesso periodo nel 1880. Mentre, nello stesso periodo di tempo, la temperatura nel mondo è cresciuta intorno a 1°C. In sintesi, la temperatura in Italia è cresciuta più del doppio della media mondiale.PUBBLICITÀ

I numeri dell’aumento

Tra il 1981 e il 2010 la temperatura media annuale in Italia è cresciuta di circa 1,2 gradi. Se può sembrare poco, basti pensare che in precedenza la temperatura nazionale aveva impiegato circa un secolo per crescere di 1,7 gradi. Dagli anni Novanta del secolo scorso, le stime della temperatura media in Italia crescono a ritmi molto più alti della media mondiale. Secondo il report 10 key trend sul clima 2021, pubblicato a luglio da Italy4Climate, iniziativa della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, nel 1990 la media nazionale di incremento della temperatura si attestava a circa 1,1°C contro gli 0,4°C a livello mondiale. Per fare alcuni esempi: se nel 2000, la media mondiale viaggiava su ±0,6°C , l’Italia era a ±1,6°C. Nel 2010 i due dati passano, rispettivamente, a ±0,7°C e ±1,9°C; nel 2020 a ±0,9°C e ±2,4°C.

Fonte: Elaborazione dati I4C su dati Nooa, Ispra, Cnr-Isac, European Severe Weather Database

Sono stime medie, ma segnalano un trend chiaro. Sicuramente innescato dal riscaldamento globale che anche nello Stivale produce effetti reali e contingenti. Secondo lo stesso report, nel 2020 lo European severe weather database ha censito per l’Italia “quasi 1.300 eventi meteorologici estremi connessi al cambiamento climatico. Si tratta del valore più alto mai registrato dopo l’anno record 2019. Dal 2008 si sono moltiplicati otto volte e sono cresciute tutte le tipologie di eventi estremi“.PUBBLICITÀ

4 ragioni del riscaldamento eccezionale

Le anomalie climatiche non possono avere spiegazioni precise dato il concorso di moltissimi fattori che innescano il surriscaldamento globale. Tuttavia con il supporto di Andrea Barbabella, coordinatore di I4Climate e uno dei curatori del rapporto citato in precedenza, Wired ha individuato almeno 4 motivi che contribuiscono a spiegare perché in Italia la temperatura cresce in modo straordinario.

Il primo è la posizione. Il bacino del Mediterraneo, è un hotspot climatico con caratteristiche molto particolari. Secondo il Consiglio nazionale delle ricerche, questi ‘punti caldi’ sono aree che si stanno riscaldando più rapidamente di altre (come per esempio l’Amazzonia o il Sahel). Pertanto si osservano variazioni importanti nei valori medi e nella variabilità di temperature e precipitazioni durante l’anno.

Il secondo è la geografia: la terraferma si riscalda molto più facilmente degli oceani. L’Italia è una penisola, quindi “una lingua calda circondata da un’area marina“:questa peculiarità incrementa probabilmente effetti meteorologici estremi, che possono contribuire a spiegare alterazioni diverse della temperatura media rispetto ad altre nazioni.

Terzo: lo scioglimento dei ghiacciai. il dato di incremento di temperature a livello nazionale è frutto di una media. E anche se può sembrare strano, in Italia le temperature sono aumentate molto più al Nord che al Sud. Questo accade soprattutto nelle Alpi Occidentali, dove si trova il Monte Bianco, perché il fenomeno di scioglimento dei ghiacciai incrementa la temperatura locale più della media di altre zone della penisola. E più di altre nazioni che non ospitano vette ricche di ghiacciai.

Quarto: a livello globale, l’emisfero settentrionale si riscalda più di quanto avviene nelle zone dell’emisfero australe. E la posizione italiana, come latitudine, può concorrere a peggiorare ulteriormente il fenomeno di surriscaldamento rispetto alla media dei paesi nello stesso emisfero. Ad ogni modo anche la Francia o la Spagna (che condividono alcune criticità simili rispetto ai punti citati in precedenza) potrebbero avere registrato temperature più alte della media mondiale.

La crescita della temperatura in Europa

Le variazioni climatiche non conoscono confini. E quelle che interessano l’Italia sono principalmente legate a ciò che accade in Europa. L’anno scorso, secondo il report State of the Climate, il vecchio continente è stato di 1,9°C più caldo rispetto alla media del periodo 1981-2010. E secondo Copernicus l’estate 2021 è stata la più calda di sempre in Europa. Superati, anche se di poco, i primati precedenti del 2010 e del 2018. Le  alluvioni in Europa centrale, gli incendi nell’area mediterranea o le “ondate di caldo” di agosto sono stati il frutto di un aumento di appena un grado rispetto alla media 1991-2020.

Per questo, quando si prevedono o affrontano incrementi della temperatura che sfiorano o superano i 2,5 gradi, gli effetti in termini di generazione di eventi climatici estremi sono imprevedibili. Ed è chiaro che se in Italia la crescita della temperatura è superiore alla media, le politiche di mitigazione e di adattamento messe in campo a livello nazionale dovranno essere ancora più efficaci e lungimiranti.https://www.wired.it/attualita/ambiente/2021/10/14/italia-riscaldamento-calore-ambiente-estate-media-mondo/

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Forza Nuova sempre più violenta per contendere l’egemonia a destra a Casapound. Fino all’assalto alla Cgil [Saverio Ferrari*]

Forza nuova, nata nel settembre 1997, è tra le più vecchie fra le formazioni neofasciste post-missine. Di stampo integralista cattolico, si ispira senza infingimenti, da sempre, alla Guardia di ferro rumena fondata da Corneliu Zelea Codreanu, uno dei più sanguinari movimenti antisemiti che l’Europa abbia mai conosciuto. Attiva negli anni Trenta e Quaranta, la Guardia di ferro arrivò a collaborare con i nazisti e praticare l’azione terroristica su larga scala. I “legionari” (così si facevano chiamare) della Guardia di ferro furono soprattutto protagonisti di spaventosi pogrom antiebraici, tra gli altri quello di Bucarest del 22 gennaio 1941. Un atto bestiale: i legionari irruppero nel quartiere ebraico, incendiando le sinagoghe, devastando e distruggendo. Al macello comunale vennero radunati centinaia di ebrei. Dopo aver simulato una cerimonia kosher molti di loro vennero trascinati al mattatoio, sgozzati e appesi ai ganci, come carcasse di animali, con la scritta al collo «carne ebrea». «Li avevano scorticati vivi, a giudicare dalla quantità di sangue», riferì in un suo telegramma l’ambasciatore degli Stati Uniti in Romania, menzionando tra i corpi anche una bambina di meno di cinque anni, appesa per i piedi. Altri, disse, erano stati decapitati. Per un raggio di diversi chilometri si rinvennero i corpi degli ebrei assassinati dalla furia della Guardia di ferro. Più di un centinaio di essi furono ritrovati nudi il 24 gennaio a Banasea, sulla linea tra Bucarest e Ploiesti, altri ottanta sulla strada per Giurgiu. Un bilancio finale non si riuscì mai a stilarlo. Le fonti più attendibili parlarono di 630 morti e 400 scomparsi.Costituita da Roberto Fiore (già promotore alla fine degli anni Settanta di Terza posizione) e da Massimo Morsello (prima nella sezione del Fuan di via Siena a Roma, poi nei Nar), ambedue fuggiti a Londra nel 1980 (inseguiti da mandati di cattura per associazione sovversiva e banda armata e successivamente condannati rispettivamente a cinque anni e sei mesi e a otto anni e due mesi), Forza nuova è stata più volte oggetto di attenzioni da parte della magistratura. Moltissimi sono stati gli episodi che hanno visto militanti e dirigenti di Fn, o che vi avevano fatto parte, condannati per aggressioni violente. L’elenco sarebbe lunghissimo. Ma riguardo la natura di questa organizzazione, di particolare rilevanza sono stati due pronunciamenti della Cassazione: il primo, dell’8 giugno 2010, con sentenza avversa a una denuncia di Roberto Fiore, ritenne «pienamente giustificato l’uso delle espressioni» «nazifascisti» e «neofascisti» nei confronti di Forza nuova. Il secondo, del 10 febbraio 2011 (sentenza 4938 della Quinta sezione penale), assolveva dall’accusa di diffamazione il direttore e un giornalista del «Corriere della Sera», denunciati anche in questo caso da Roberto Fiore, per l’intervista a un politico che definiva l’organizzazione «chiaramente fascista» e «portatrice di valori quali la xenofobia, il razzismo, la violenza e l’antisemitismo». Il testo della sentenza affermava che «alla luce dei dati storici e dell’assetto normativo vigente durante il ventennio fascista, segnatamente delle leggi razziali», la qualità di fascista «non può essere depurata dalla qualità di razzista e ritenersi incontaminata dall’accostamento al nazismo».Forza nuova, dopo aver subito nel maggio 2020 una grossa scissione che ha dato vita alla Rete dei Patrioti e prosciugato molte sezioni territoriali, si è infiltrata come scelta strategica nei movimenti No Vax e No Green Pass, radicalizzando parole d’ordine soprattutto contro la “Dittatura sanitaria”. La lotta con CasaPound per l’egemonia nella galassia neofascista la sta spingendo sempre più verso derive violente. L’assalto alla Cgil è un punto di arrivo, volto a segnare con un inconfondibile marchio fascista la propria azione.*Osservatorio democratico sulle nuove destre Italia.

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L’11 ottobre è la Giornata internazionale delle bambine e delle ragazze

Si celebra oggi, 11 ottobre, la Giornata internazionale delle bambine e delle ragazze. 

Nel 1995, alla Conferenza mondiale sulle donne a Pechino, i paesi hanno adottato all’unanimità la Dichiarazione e la Piattaforma d’azione di Pechino, il progetto più progressista di sempre per promuovere i diritti non solo delle donne ma anche delle ragazze.  Il 19 dicembre 2011, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione 66/170  per dichiarare l’11 ottobre Giornata internazionale delle bambine, per riconoscere i diritti delle ragazze e le sfide uniche che le ragazze devono affrontare in tutto il mondo.

Le ragazze adolescenti hanno diritto a una vita sicura, istruita e sana, non solo durante questi anni critici di formazione, ma anche quando diventano donne. Se sostenute efficacemente durante gli anni dell’adolescenza, le ragazze hanno il potenziale per cambiare il mondo, sia come ragazze responsabilizzate di oggi sia come lavoratrici, madri, imprenditrici, mentori, capifamiglia e leader politici di domani. 

Un investimento nella realizzazione del potere delle ragazze adolescenti sostiene oggi i loro diritti e promette un futuro più equo e prospero, in cui metà dell’umanità è un partner alla pari nella risoluzione dei problemi del cambiamento climatico, dei conflitti politici, della crescita economica, della prevenzione delle malattie e sostenibilità globale…https://www.ilpiccolo.net/generic/2021/10/11/news/l-11-ottobre-e-la-giornata-internazionale-delle-bambine-e-delle-ragazze-131053/2

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Le repubbliche marinare italiane erano molto attive nel Mar Nero tra il XIII e il XV secolo. Un libro ne racconta la presenza sulle coste dell’Abkhazia e il ruolo di Genova nella tratta degli schiavi

08/10/2021 –  Giorgio Comai

Tra il XIII e il XV secolo la Repubblica genovese vantava una presenza consolidata a Sukhumi e altrove in Abkhazia, sulla costa nord-orientale del Mar Nero. Dato il ruolo all’epoca di primo piano delle repubbliche marinare italiane nel commercio intorno al Mar Nero, ciò non sorprende, ma questo dato di base può essere stato facilmente trascurato anche da coloro interessati alla regione e che hanno avuto modo di leggere qualche libro sulla storia del Caucaso e del Mar Nero. Ad esempio, il godibile “Black Sea  ” di Neal Ascherson mette in risalto la più evidente presenza veneziana e genovese in Crimea e sul Mar d’Azov, ma non ne cita i rapporti in Abkhazia. Altri libri sulla storia del Caucaso, come “Ghost of Freedom  ” di Charles King o “Let our Fame be Great  ” di Oliver Bullough, che tra l’altro descrive in vivido dettaglio la difficile situazione dei circassi, si concentrano sui secoli successivi.

Eppure, la presenza genovese rappresenta una parte interessante e importante della storia dell’Abkhazia nel Medioevo. Prove rilevanti, precedentemente disponibili solo in fonti primarie e sparse in una varietà di libri e articoli che trattavano tangenzialmente l’argomento, sono ora rese disponibili in un libro recentemente pubblicato in russo da Vyacheslav Chirikba, “L’Abkhazia e le città-stato italiano nei secoli XIII-XV  ”. Nei circoli accademici, Chirikba (originario dell’Abkhazia) è principalmente conosciuto come rispettato studioso delle lingue caucasiche con una lunga esperienza di ricerca presso l’Università di Leida nei Paesi Bassi. Altri potrebbero ricordarlo per la sua posizione di ministro degli Affari Esteri per le autorità di fatto a Sukhumi tra il 2011 e il 2016.

In questo libro, Chirikba punta a evidenziare la continua esistenza di un’entità abkhaza nel corso dei secoli e offre la sua confutazione di alcune ipotesi storiografiche avanzate da colleghi georgiani, ma tali questioni non sono centrali per le tematiche principali delineate nel libro, che in effetti azzecca il titolo concentrandosi sulla presenza genovese in Abkhazia e sulle dinamiche che ha consentito. Il background da linguista di Chirikba emerge più chiaramente nei capitoli dedicati agli etnonimi e ai toponimi usati dai cartografi e dai marittimi italiani per riferirsi alle persone e ai luoghi della costa nord-orientale del Mar Nero, nonché all’etimologia di determinate parole che potrebbero avere la loro origine nella presenza genovese.

Leggere i nomi di tanti emissari e commercianti italiani stanziati lungo la costa nord-orientale del Mar Nero nel Medioevo è di per sé fonte di curiosità, ma ad offrire più spunti di riflessione al lettore italiano saranno forse i dettagli sul ruolo dei mercanti genovesi nella tratta degli schiavi dalla regione e le informazioni sulle migliaia di schiavi circassi e abkhazi a servizio nelle ricche famiglie delle città del nord Italia.

I genovesi in Abkhazia

Tra il XIII e il XV secolo le repubbliche marinare italiane hanno svolto un ruolo dominante nel commercio dal Mar Nero verso l’Europa. Fra gli importanti centri di commercio che coinvolgevano le repubbliche marinare italiane troviamo Tana per la Repubblica di Venezia e Porto Pisano sul Don  , stabilito dalla Repubblica di Pisa sul Mar d’Azov, nell’attuale Russia. La Repubblica di Genova aveva una presenza più forte a Kaffa  , corrispondente all’odierna città di Feodosia nella penisola di Crimea (per inciso, vista la pandemia in corso, vale la pena ricordare il ruolo dei mercanti genovesi nella diffusione della peste nera in Europa nel XIV secolo, come del resto è ampiamente riconosciuto che la peste si sia diffusa in Europa a partire dalla città portuale genovese di Kaffa in Crimea; per ricerche più approfondite si veda ad esempio “The origin and early spread of the Black Death in Italy: first evidence of plague victims from 14th-century Liguria  “).

Più a est, in Abkhazia, i genovesi stabilirono il loro porto principale alla fine del XIII secolo nella città che chiamavano Savastopoli, nota come Sebastopolis nelle antiche fonti romane, e corrispondente all’odierna Sukhumi, la città principale dell’Abkhazia (la città di Sebastopoli, nell’odierna Crimea, assunse il nome attuale molto più tardi, alla fine del XVIII secolo). Altrove in Abkhazia, i genovesi avevano porti di scalo nell’attuale Novy Afon e a Bambora (vicino a Gudauta), che i genovesi chiamavano “Cavo de Buxo”, o porto di bosso, a testimonianza della sua importanza come luogo di commercio del legno di bosso.

La storia dei genovesi in Abkhazia è ben documentata in documenti burocratici e di corrispondenza. Nel 1280 c’era un notaio genovese a Sukhumi che registrava ufficialmente le vendite di navi. All’inizio del XIV secolo vi fu fondata un’arcidiocesi cattolica  . Nel 1354 fu aperto a Sukhumi un consolato genovese con un piccolo staff, con il relativo console inviato da Feodosia in Crimea. Per circa un secolo, fino al 1456, Genova ebbe un proprio consolato a Sukhumi, nonostante un rapporto tutt’altro che idilliaco con gli abitanti del posto (alcuni candidati genovesi alla carica rifiutarono di essere inviati in Abkhazia, presumibilmente per motivi di sicurezza e per la sua posizione periferica). Un motivo chiave per il rapporto teso con la gente del posto era probabilmente il ruolo che i mercanti genovesi avevano nella tratta degli schiavi dalla regione.

B. A. Чирикба, Абхазия и итальянские города-государства (XIII–XV вв.). Очерки взаимоотношений .

B. A. Чирикба, Абхазия и итальянские
города-государства (XIII–XV вв.).
Очерки взаимоотношений, San Pietroburgo:
Aletheia, 2020. ISBN 978-5-00165-119-2

Tratta degli schiavi dal Caucaso all’Italia

Infatti, nel XIV e XV secolo la maggior parte degli schiavi acquistati in Italia proveniva dalla regione del Mar Nero, come circassi, abkhazi e tartari (ma, con poche eccezioni, non georgiani o armeni, in quanto cristiani). Secondo le stime  , circa il 4-5% della popolazione nelle città settentrionali della penisola italiana nel XV secolo era costituita da schiavi. A Genova, dove esisteva una specifica tassa sugli schiavi, sono disponibili dati più precisi, che collocano il numero di schiavi a 7223 nel 1381, per poi diminuire a circa 2000 a metà del XV secolo.

Per lo più si trattava di schiave della regione del Mar Nero e del Caucaso occidentale che finivano a lavorare come domestiche in ricche famiglie urbane; dopo circa un decennio, a seconda delle circostanze, venivano spesso liberate. Presumibilmente non erano una rarità i bambini nati dalle schiave e dai loro padroni, e su alcuni di loro sono rimaste chiare prove. Ad esempio, Carlo di Cosimo de’ Medici  era il figlio del famoso Cosimo de’ Medici e di Maddalena, una schiava circassa acquistata a Venezia. Si è affermato  che anche Leonardo da Vinci, notoriamente nato fuori dal matrimonio, potrebbe essere stato partorito da una schiava circassa o abkhaza (una donna del posto di una famiglia contadina  è l’alternativa più consolidata).

Alla fine, la caduta di Costantinopoli nel 1453 segnò l’inizio della fine della presenza delle repubbliche marinare italiane nel Mar Nero. Negli anni e decenni successivi, gli Ottomani presero il controllo delle città più caratterizzate dal commercio italiano, prima Sukhumi e poi Tana e Kaffa.

Altre domande a cui rispondere

Non sorprende che, per un libro sui rapporti tra l’Abkhazia e le repubbliche marinare italiane, Chirikba non entri nei dettagli sulla vita degli schiavi del Caucaso occidentale in Italia, e su cosa sarebbe successo loro dopo essere stati liberati (a quanto pare  , molti continuavano a lavorare come servi per i loro ex padroni, ma altri si sposavano o avviavano un’attività in proprio).

Questo è solo uno dei tanti casi in cui questo libro funge da potenziale punto di partenza per ricerche più approfondite sia sulla vita quotidiana poco conosciuta degli schiavi liberati in Italia nel Medioevo, che sulla situazione dell’epoca in e intorno all’Abkhazia. In effetti, gli archivi di Genova, Venezia e Vaticano possono ancora avere molto da dire sulla storia dell’Abkhazia tra il XIII e il XV secolo.https://www.balcanicaucaso.org/aree/Abkhazia/Le-repubbliche-marinare-italiane-e-la-tratta-di-schiavi-dal-Caucaso-213053

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Non ritornano… ci sono sempre stati

L’aggressione di ieri alla  CGIL è un atto vergognoso che dimostra come i fascisti stiano strumentalizzando le paure e le incertezze dei green pass. Da anni il dibattito sul fascismo si è incentrato sulla stucchevole domanda  se è possibile che esso ritorni in Italia. Il fatto è che non se n’è mai andato. Dal dopoguerra i fascisti si sono incistati nelle istituzioni italiane, non sono stati puniti per i crimini di guerra e sono stati fatti scappare all’estero e dal 1946 con Giorgio Almirante, redattore de “La difesa della razza” e uomo di potere nella Repubblica Sociale Italiana, hanno costituito il Movimento Sociale Italiano, la cui fiamma tricolore è alla base del simbolo del partito della Meloni.

Casapound ha occupato un edificio nel centro di Roma per anni, Forza Nuova sfila indisturbata, le denunce fatte in tante città d’Italia, compresa Gorizia, contro il saluto romano e le celebrazioni della Decima mas sono stati derubricate come goliardate.

Forze politiche che siedono in parlamento chiedono  i voti fascisti e ne mutuano le idee razziste e discriminatorie. Dunque un brutto clima, reso evidente dall’astensione elettorale: la gente non si fida dei partiti e non crede nelle istituzioni. La crisi profonda della democrazia è sotto gli occhi di tutti. 

Anna Di Gianantonio

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VAJONT disastro annunciato

Il disastro del Vajont si verificò la sera del 9 ottobre 1963, nel neo-bacino idroelettrico artificiale del torrente Vajont nell’omonima valle (al confine tra Friuli e Veneto), quando una frana precipitò dal soprastante pendio del Monte Toc nelle acque del bacino alpino realizzato con l’omonima diga; la conseguente tracimazione dell’acqua contenuta nell’invaso, con effetto di dilavamento delle sponde del lago, coinvolse prima Erto e Casso, paesi vicini alla riva del lago dopo la costruzione della diga, mentre il superamento della diga da parte dell’onda generata provocò l’inondazione e distruzione degli abitati del fondovalleveneto, tra cui Longarone, e la morte di 1 917 persone, tra cui 487 bambini con meno di 15 anni[1].

Le cause della tragedia, dopo numerosi dibattiti, processi e opere di letteratura, furono ricondotte ai progettisti e dirigenti della SADE, ente gestore dell’opera fino alla nazionalizzazione, i quali occultarono la non idoneità dei versanti del bacino, a rischio idrogeologico. Dopo la costruzione della diga si scoprì infatti che i versanti avevano caratteristiche morfologiche (incoerenza e fragilità) tali da non renderli adatti ad essere lambiti da un serbatoio idroelettrico. Nel corso degli anni l’ente gestore e i suoi dirigenti, pur essendo a conoscenza della pericolosità, anche se supposta inferiore a quella effettivamente rivelatasi, coprirono con dolosità i dati a loro disposizione, con beneplacito di vari enti a carattere locale e nazionale, dai piccoli comuni interessati fino al Ministero dei lavori pubblici.Alle 22:39 del 9 ottobre 1963, circa 270 milioni di m³ di roccia[2][3][1] (un volume più che doppio rispetto a quello dell’acqua contenuta nell’invaso) scivolarono, alla velocità di 30 m/s (110 km/h), nel bacino artificiale sottostante (che conteneva circa 115 milioni di m³ d’acqua al momento del disastro) creato dalla diga del Vajont, provocando un’onda di piena tricuspide che superò di 250 m in altezza il coronamento della diga e che in parte risalì il versante opposto distruggendo tutti gli abitati lungo le sponde del lago nel comune di Erto e Casso, in parte (circa 25-30 milioni di m³) scavalcò il manufatto (che rimase sostanzialmente intatto, pur avendo subito forze 20 volte superiori a quelle per cui era stato progettato, seppur privato della strada carrozzabile posta nella parte sommitale) e si riversò nella valle del Piave, distruggendo quasi completamente il paese di Longarone e i comuni limitrofi, e in parte ricadde sulla frana stessa (creando un laghetto).[3] Vi furono 2.018[4] vittime di cui[5] 1 450 a Longarone, 109 a Codissago e Castellavazzo, 158 a Erto e Casso e 200 originarie di altri comuni[6].

Lungo le sponde del lago del Vajont vennero distrutti i borghi di Frasègn, Le Spesse, Il Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana, San Martino, e la parte bassa dell’abitato di Erto[7]. Nella valle del Piave vennero rasi al suolo i paesi di Longarone, Pirago, Faè, Villanova, Rivalta, e risultarono profondamente danneggiati gli abitati di Codissago, Castellavazzo, Fortogna, Dogna e Provagna. Vi furono danni anche nei comuni di SoverzenePonte nelle Alpi, nella città di Belluno a Borgo Piave, e nel comune di Quero Vas, nella borgata di Caorera dove il Piave, ingrossato dall’onda allagò il paese e raggiunse il presbiterio della chiesa.

L’evento fu dovuto a una serie di cause, di cui l’ultima in ordine cronologico fu l’innalzamento delle acque del lago artificiale oltre la quota di sicurezza di 700 metri voluto dall’ente gestore, operazione effettuata ufficialmente per il collaudo dell’impianto, ma con il plausibile fine di compiere la caduta della frana nell’invaso in maniera controllata, in modo che non costituisse più pericolo. Questo, combinato a una situazione di abbondanti precipitazioni meteorologiche e a forti negligenze nella gestione dei possibili pericoli dovuti al particolare assetto idrogeologico del versante del monte Toc, accelerò il movimento della antica frana presente sul versante settentrionale del monte Toc, situato sul confine tra le province di Belluno (Veneto) e Pordenone (Friuli-Venezia Giulia). I modelli usati per prevedere le modalità dell’evento si rivelarono comunque errati, in quanto si basarono su una velocità di scivolamento della frana nell’invaso fortemente sottostimata, pari a un terzo di quella effettiva.

Nel febbraio 2008, durante l’Anno internazionale del pianeta Terra dichiarato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, in una sessione dedicata all’importanza della corretta comprensione delle Scienze della Terra il disastro del Vajont è stato citato, assieme ad altri quattro eventi, come un caso esemplare di “disastro evitabile” causato dal «fallimento di ingegneri e geologi nel comprendere la natura del problema che stavano cercando di affrontare»[8]…CONTINUA https://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_del_Vajont

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Summit UE-Balcani occidentali in Slovenia: poche speranze di rilanciare l’allargamento

 

A pochi giorni dal summit tra Unione europea e Balcani occidentali, previsto il 6 ottobre a Brdo pri Kranju sotto la presidenza di turno slovena, la prospettiva di integrazione della regione sembra sempre più flebile, nonostante le promesse. Francesco Martino (OBCT) per il GR di Radio Capodistria [2 ottobre 2021

“Il destino dei Balcani occidentali è nell’Unione europea”: è questo il mantra che ha accompagnato la politica di Bruxelles verso la regione almeno a partire dal summit di Salonicco del 2003, quando venne solennemente promessa la graduale integrazione di tutti i paesi dell’area.

Da allora, però, molte cose sono cambiate, e dopo un graduale approfondimento della “fatica da allargamento”, quella promessa non sembra più poggiare su basi troppo solide.

Anche il prossimo summit UE-Balcani occidentali previsto il prossimo 6 ottobre a Brdo pri Kranju sotto la presidenza di turno slovena, conferma profonde divisioni a livello comunitario e una vena di pessimismo per il futuro.

Secondo le indiscrezioni rese pubbliche dall’agenzia Reuters, una dichiarazione che intende ribadire il destino europeo della regione si è scontrata con la strenua resistenza di alcuni paesi dell’Europa centro-settentrionale, che vedono sempre meno di buon occhio nuovi allargamenti, dopo le esperienze problematiche di integrazione di paesi come Romania e Bulgaria.

A rafforzare dubbi e resistenze sono arrivate anche nuove tensioni nella regione, come il rinnovato scontro tra Serbia e Kosovo, sfociato nei giorni scorsi in un’escalation rientrata solo dopo la mediazione di Bruxelles e Washington, ma anche il veto posto negli ultimi mesi dalla Bulgaria all’apertura dei negoziati con la Macedonia del nord per complesse questioni storiche, linguistiche e culturali.

Se l’obiettivo del summit di Brdo pri Kranju è rilanciare davvero prospettive reali di integrazione per i Balcani, la strada sembra quindi tutta in salita: almeno nel breve periodo, è davvero difficile pronosticare passi avanti significativi.

Vai al sito di Radio Capodistria 

https://www.balcanicaucaso.org/Media/Multimedia/Summit-UE-Balcani-occidentali-in-Slovenia-poche-speranze-di-rilanciare-l-allargamento