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JACOPO TOMADINI – Un sacerdote musicista(Cividale del Friuli, 24.08.1820 – 21 gennaio 1883).

Nel suo tempo, fu il friulano più conosciuto in Europa: le sue composizioni musicali per molti decenni dell’Ottocento furono eseguite in tutte le chiese cattoliche.

Nato a Cividale del Friuli, da modestissima famiglia, ordinato sacerdote e divenuto canonico del duomo della sua città natale, dovette superare mode e pregiudizi locali per affermarsi come innovatore della musica religiosa, che il suo maestro e poi compagno d’arte, G.B. Candotti, gli aveva dato possibilità di coltivare e creare.

I due musicisti vissero a lungo insieme, rifiutando incarichi di prestigio: all’organista Tomadini, già notissimo per le sue composizioni, fu offerta la tastiera di Nótre Dame di Parigi, la cappella di S. Marco di Venezia e del Duomo di Milano.

Con l’amico preferì rimanere a Cividale, arrivando soltanto a Udine come insegnante in seminario di canto oppure direttore di accademie musicali.

Nel 1852, cinque composizioni del Tomadini vinsero un primo premio a Nancy e nel 1854 un secondo premio per una Messa a tre voci.

Francesco Liszt, nel 1864, espresse ammirazioni per l’oratorio “La Resurrezione di Cristo”, primo premio al concorso musicale di Firenze.

Al di là della sua vastissima produzione musicale – oltre trecento opere conosciute e documentate – il Tomadini rimane, nell’Ottocento italiano un protagonista della riforma della musica sacra.

Conosciutissimo negli ambienti musicali, in venticinque anni di attività ebbe contatti con i migliori compositori d’Italia, a Firenze, Milano, Roma.

Promotore di convegni nazionali a Venezia nel 1874, a Firenze nel 1875, a Bologna nel 1876, a Bergamo nel 1877, fu tra i firmatari della fondazione dell’Accademia di Santa Cecilia.

Scrisse musica fino a poche ore dalla morte: resta, in Friuli, “il Maestro”.

da https://pociopocio.altervista.org/2020/05/26/jacopo-tomadini-sacerdote-musicista-priest-musician/

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40 anni fa moriva il maresciallo Tito

Il 4 maggio 1980, Jozip Broz, detto Tito, presidente della Repubblica federale socialista jugoslava, si spegneva a Lubiana. Dopo di lui la Jugoslavia ha conosciuto un periodo di conflitti senza precedenti sul suolo europeo dalla Seconda Guerra mondiale. A 40 anni dalla sua morte è tempo di fare bilanci sull’eredità lasciata dal Maresciallo Tito.

Josip Broz Tito ha salvaguardato l’unità della Jugoslavia, un paese creato a tavolino nel 1918, all’indomani del disgregarsi dei grandi imperi, nato dapprima come regno poi, dal 1945, divenuta Repubblica federale. “Jugoslavia” significa, appunto, “terra degli slavi del Sud” e davvero questo Paese ha rappresentato un melange etnico, confessionale e linguistico.  Alla morte del Maresciallo le tensioni latenti esplosero nelle guerre balcaniche degli anni ’90.

Quelle tensioni, dunque, erano attive già durante la dittatura socialista, una dittatura che seppe però evitare il massacro etnico. Oppure lo generò. La figura di Tito è oggetto di controverse analisi storiche, il suo slogan fu “fraternità ed unità” ed effettivamente, in almeno due casi, seppe stemperare le tensioni crescenti nel paese. Nel 1971 le prolungate proteste degli studenti croati, nell’onda lunga del ’68, animarono quella “primavera croata” che Tito, invece di osteggiare, fece propria rinnovando buona parte della classe dirigente della Repubblica (tranne, ovviamente, se stesso) e garantendo maggiori libertà civili. Del 1968 fu anche la rivolta dei kosovari che, ritenendo insufficienti le autonomie concesse da Belgrado, ne chiedeva in misura maggiore anche per la particolare connotazione etnico-religiosa della regione. Il Kosovo era (ed è) a maggioranza albanese e musulmana e la Federazione jugoslava offriva ampie autonomie alle minoranze.

Attraverso la politica delle autonomie, il potere centrale jugoslavo riusciva a tenere insieme realtà eterogenee. Ma insieme alla “carota” dell’autonomia c’era il “bastone” del regime. Senza l’oppressione e la repressione del dissenso la Jugoslavia difficilmente sarebbe rimasta unita. Con la violenza, dopo la morte di Tito, si è divisa.

Eppure Tito è sinonimo di Jugoslavia, ancora oggi vive nel ricordo dei nostalgici come il  leader che ha saputo garantire la pace nella regione. E non si tratta di una minoranza di persone: la crudeltà della guerra ha edulcorato la memoria del dittatore portandolo paradossalmente ad avere oggi più supporters di allora. Ai suoi funerali erano presenti tutti i maggiori uomini di stato, proprio coloro che poco dopo scateneranno l’inferno della guerra.

Raif Dizdarević era uno di quelli. Partigiano socialista e titino della prima ora, fu l’ultimo ministro degli Esteri della Jugoslavia unita, eppure -nel criticare la riforma costituzionale voluta dal Maresciallo nel 1974– indica in Tito il responsabile delle guerre balcaniche degli anni Novanta. Quella riforma infatti, oltre a fare del Maresciallo il presidente “a vita” del paese, garantiva maggiori autonomie agli stati membri della Federazione. Questo perché in Slovenia e Croazia -i due membri più ricchi- montava un malcontento che avrebbe potuto anche risolversi in violenza. Per scongiurarla, la pressione fiscale nei confronti dei due Paesi diminuì ma mancarono -questa l’opinione di Didzarevic- misure a sostegno dei membri più deboli. Il divario economico presto alimentò il nazionalismo, che portò alla guerra di cui Tito sarebbe, allora, diretto responsabile.

Divergenze che oggi non sono solo materia per accademici. La guerra ha lasciato il suo segno creando un nuovo equilibrio etnico, una volta terminata. Un equilibrio che non sappiamo quanto si possa ritenere stabile. La Bosnia, che vedeva convivere all’epoca di Tito, croati, serbi e musulmani, oggi è un paese a maggioranza musulmana. Le moschee di Sarajevo vengono finanziate da Teheran, con evidenti ricadute (geo)politiche. I serbi di Bosnia vivono nel loro “stato nello stato”, quella Repubblica Srpska nata dopo gli accordi di Dayton del 1995.

Lo sforzo da compiersi, ora, è quello di costruire una memoria condivisa, capace di superare le barriere dei nazionalismi, facendo dell’esperienza della guerra un patrimonio storico comune. Di questa memoria condivisa dovrà fare parte anche la figura di Tito e le sue responsabilità politiche.

https://www.eastjournal.net/archives/811

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SLOVENKA – SLOVENA

Jaz nisem Talijanka,
pa tudi ne bom,
sem zvesta Slovenka
in ljubim svoj dom.
Podreka

Io non sono italiana

e mai lo sarò

sono slovena fedele

e amo la mia patria.

Podreka

Don Pietro Podreka

Ecco qui una biografia di don Pietro Podreka, grande e luminosa figura di sacerdote e di studioso. Don Pietro Podreka, appartenente a una famiglia che ha dato uomini insigni e illustri alla Slavia Friulana, terra che amarono al massimo del sentimento e che onorarono con le loro opere, è stato il primo caldo e vigoroso poeta degli sloveni del Friuli. Nato a S. Leonardo il 16 febbraio 1822 da modesta famiglia, frequentò il seminario a Udine, distinguendosi, nel corso dei suoi studi, per spiccate doti di intelligenza. Nel 1848 fu ordinato sacerdote e poi nominato cappellano a Tercimonte ove rimase otto anni. Aveva un temperamento mite ed un animo modesto per cui non aspirò a nessuna carica, ma volle rimanere sempre semplice cappellano. Era amato dalla sua gente che vedeva in lui più che un padre il quale non pensava soltanto alla cura morale dei suoi figli ma anche alle loro condizioni materiali ed economiche. In questo periodo disgraziatamente si diffuse il colera in quelle regioni. E bisognava vedere questo sacerdote con quanta passione e zelo si prodigava per lenire il male a quella povera gente. Nel 1857 fu trasferito come cappellano a S. Pietro al Natisone. Il dolore degli abitanti di Tercimonte fu grande. Ma nulla si potè fare contro l’ordine dell’Arcivescovo. Quivi rimase per diciassette anni continuando a circondarsi di affetto e di stima. Ma il suo tempo non lo spendeva soltanto nella cura delle anime, e, da buon sloveno, che non rimane mai fermo nella sua posizione spirituale, cercò con una intensa attività pratica di sollevare e a dare incremento a quel campo ove si poteva ottenere qualche frutto, ben sapendo che non bisognava riporre la speranza e l’aiuto in altri. Egli già da tempo si era posto questo problema sociale e, per una naturale inclinazione, si era dedicato alla frutticoltura. A questo scopo chiese ed ottenne di essere trasferito a Rodda (Ronac). Quivi egli si dedicò con tutta l’anima ed il corpo a questo ramo dell’agricoltura. Lavorò per sè e per altri; diede consigli sul modo più adatto di coltivare gli alberi da frutto, dato che la Slavia Friulana si presta assai a questo genere di coltivazione. Ben presto la sua fama uscì dalla stretta cerchia del luogo, e le sue frutta andarono abbondanti per i mercati. Il Podreka ebbe a dire un giorno: « Questo prodotto diverrà un po’ alla volta la ricchezza del paese e forse dissuaderà molti slavi dall’ emigrazione». Continuando nella sua opera, fece venire in vari paesi della Slavia Friulana vari conferenzieri che tennero lezioni e conversazioni di natura agraria. Per i suoi meriti l’associazione agraria friulana, gli conferì un diploma di benemerenza. Ma, a dimostrare l’attività pratica di questo prete, non basta quanto già fu detto; bisogna aggiungere che egli eseguì anche molti lavori artistici a traforo. L’esposizione che tenne a S. Pietro nell’ottobre del 1886 dimostrò quante virtù animassero il nostro Podreka. Egli espose una quarantina di lavori fra cui il bellissimo duomo di Milano con tutte le sue guglie e finestre. Questa, la sua attività nel campo pratico. C’è ancora da dire riguardo la sua attività intellettuale che è la più importante. Come in genere, tutti i Podreka, anche questo sentiva forte il sentimento nazionale, della sua terra slovena: anzi fu il primo che abbia sentito in sè risvegliata la coscienza della sua nazionalità e spetta a lui il merito d’averla per primo fatta ridestare nella popolazione della Slavia Friulana. Questo processo incominciò nel 1848 che fu l’anno del grande risveglio dei popoli slavi soggetti all’ impero austro-ungarico. Pietro Podreka, s’accorse, come dice Ivan Trinko, che al di là della Slavia Friulana c’era un’altra nazione che parlava la sua lingua, e, figuratevi la gioia e la consolazione, per uno studioso, nel ritrovarsi in una famiglia amica. Ecco dunque che l’allora giovane cappellano sentì forte in sè il desiderio di rinnovarsi, di iniziare una vita nuova. Cominciò ad avere frequenti contatti con gli sloveni della valle dell’lsonzo; cominciò a fornirsi di libri sloveni, di riviste; cominciò a studiare la lingua letteraria e, sebbene in un primo tempo gli sembrasse un po’ dura, in seguito ne divenne così esperto da mettersi anche a comporre. Alcune delle sue poesie furono pubblicate in «Zgodnja Danica» e in «Zora». La più nota è « Slavjanka », musicata poi dal Carli, e pubblicata nel 1874. Quando una volta giunse a Caporetto, fu accolto da un coro di fanciulle che gli cantarono questa sua canzone. Ma la migliore e la più bella è «Slovenija in njena hyerka na Benesèkem» pubblicata sul «Soča» nel 1871 e che noi riproduciamo nel testo originale in altra parte del giornale. E’ questo un bellissimo canto «popolarizzato idealizzante la terra slovena in una madre che rimpiange la figlia sua del Veneto ». Come dice il prof. Bruno Guyon in «Le colonie Slave d’Italia». E’ questa poesia forse anche un prodotto di reazione che va dal 1872 al 1880 in cui sbollirono gli entusiasmi generosi degli Sloveni della Slavia per l’Italia, per cui, in un giusto risentimento per l’ eccessiva oppressione del governo di Roma, questa gente si volse verso l’ideale di una comune patria slovena. Perciò si può dire che Pietro Podreka fu l’espressione di questo periodo, se è vero che egli esortò in tutti i modi i suoi conterranei a rivolgersi allo studio nella propria madre lingua. Infatti Ivan Trinko ed altri sacerdoti e studenti furono convogliati verso quella via. A questo scopo tradusse pure il catechismo in sloveno di Michele Casati, vescovo di Mondovì, e ne diffuse le copie per tutta la Slavia Friulana. Amante del folklore, raccolse varie leggende locali in dialetto, di cui ne pubblicò parecchie come ad esempio « Baba ima zluodovo hlavò »; « sù, sù, comari che us judi», «il merlot scandalos» apparse in «Pagine Friulane». Ci teneva acchè tutti conoscessero che la Slavia Friulana al tempo della repubblica di Venezia, era autonoma e godeva di privilegi speciali; e per questo scrisse in friulano uno studio pubblicato pure in «Pagine friulane» in cui, citando vari documenti, dimostrava quanto si era proposto. In questo studio difende gli Sloveni della Slavia, i quali allora erano giudicati male da molti perchè miseri e rozzi. Egli allora contrappose i figli illustri che diede la sua terra e che si fecero onore, sia nei seminari, sia nelle varie università d Italia. Egli stesso si riteneva onorato, e a testa alta dichiarava di essere sloveno. Tanto è vero che ogni suo scritto su riviste o giornali friulani appare firmato con la parola «un slav». Ma, dopo una tale attività, la sua fibra venne meno, e nel novembre del 1889 morì, lasciando non solo gli abitanti di Rodda in grande lutto, ma tutta la Slavia Friulana.

Slovenija in njena hčerka na Beneškem

Kaj jočeš se li ti krasotica?
Kaj v klavernih mislih živiš?
Si tudi ti moja hčerkica,
Mi vedno pri sercu tojiš.
Glej! tvoje sestrice na Dravi,
 Na Soči, na Savi si že
Pripravljajo lovor,
da v slavi Veselo vse ovenčajo me.
Ah! mamica draga i mila!
 Okove i žulje poglej
 Ki nosim, i bom jih nosila
Jaz v svojem domovji vselej.
Jaz nisem ne v vradu,ne v šoli
Da ravno tu od vekov živim,
 Ko tujka beračim okoli,
Le v cerkvi zavetje dobim.
Ne poznam veselja, radosti,
Le solza mi solzo podi
Po bledem obličju, do kosti
Me tuja pijalka mori.
 In mamka, na mojo gomilo,
Te prosin, položi na njo
Cipresovo tužno vezilo,
In kani iz očesa solzol
Ne misli tak ’ hčerka slovenska,
Ne obupaj na lastni prihod,
Naj pride  še sila peklenska,
ne vniči slovenski zarod!

Peter Podreka

dal giornale Matajur 1966

Pubblicato in: FVG

Francesco Tullio Altan,

 

51463683_2076571085723776_4567990571641077760_nFrancesco Tullio Altan,più noto semplicemente come Altan ( Treviso , 30 settembre 1942), è un fumettista , vignettista e autore satirico italiano .Risiede in provincia di Udine (Aquileia)

Biografia
Figlio dell’antropologo friulano Carlo Tullio-Altan , inizia gli studi all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia che non porta un termine per dedicarsi al cinema e alla televisione nel ruolo di scenografo e sceneggiatore . Nel 1970 si trasferisce a Rio de Janeiro dove crea il suo primo fumetto per bambini pubblicato da un quotidiano locale. Nel 1974 inizia una collaborazione come fumettista per alcuni giornali italiani: sul mensile Linus esordisce il personaggio di Trino, un impreparato che si affanna nella creazione del mondo, e quello di Ada nel 1978. Nel 1975 , in coincidenza con il suo ritorno in Italia, crea la cagnolina Pimpa , uno dei suoi personaggi più famosi e famosi, pubblicato prima sul Corriere dei Piccoli , nel 1983 con la regia di Osvaldo Cavandoli e nel 1997 con la regia del napoletano Enzo D’Alò ) trasmesse non solo in Italia dalla Rai , ma anche in altri paesi europei, e vincitrici del premio “Cartoons on the Bay” . Altan stesso ha poi diretto una terza serie che la Rai ha trasmesso nel marzo 2013 su Rai YoYo . Oltre alla Pimpa ha realizzato altri personaggi per bambini come Kika e Kamillo Kromo. Quest’ultimo, pubblicato da Fonit Cetra, vinse vari premi prima di una serie animata sempre con regia di Enzo D’Alò e con musiche di Beppe Crovella .

Le storie dell’operaio metalmeccanico comunista Cipputi e celebri biografie in chiave satirica di personaggi famosi come Cristoforo Colombo , Giacomo Casanova e Francesco d’Assisi . Inoltre ha realizzato le vignette di alcuni libri scritti da Gianni Rodari .

La decennale è la sua collaborazione con le riviste Linus , L’Espresso , Panorama e ultimamente con il quotidiano La Repubblica per il quale disegna vignette di satira politica.  In genere, nelle vignette satiriche di Altan vengono raffigurate persone comuni, mentre quasi mai si trovano personaggi politici, [ senza fonte ] tranne alcuni vengono Giovanni Spadolini , Bettino Craxi e un uomo che ricorda Silvio Berlusconipiù con l’altra di un uomo, un gesto più ripreso più volte dal vignettista veneto.

fonte https://www.wikiwand.com/it/Francesco_Tullio_Altan

Citazioni di Francesco Tullio Altan (da Wikiquote)

  • Questo deprecabile razzismo da stadio sta rovinando l’immagine di milioni di nazisti per bene. 
  • Mi piacerebbe sapere chi è il mandante di tutte le cazzate che faccio.
  • Noi farfalle si vive un giorno solo e quando son le sei di sera si han già le palle piene.

 vignetta da https://www.facebook.com/Altan-un-mito-armato-di-matita-280779058636330/

Pubblicato in: FVG, minoranza slovena

GLI SLAVI DEL FRIULI di Izmail Ivanovic Sreznevskij

ezimba15673799462303( dagli appunti di viaggio del professore di slavistica Izmail I.Sreznevskij  del 1841)         

dolina (10)
casa ristrutturata dai beni ambientali -Villanova delle grotte/Zavarh

Le case -hiše

Gli “Slovegni” (val Torre e Natisone) fanno le case (hiše) di pietra,che sono ancora più povere di quelle dei Resiani,benchè siano dello stesso stile. E’ “ricco” quel contadino che,oltre alla cucina,possiede un’altra stanza (izba),la camera da letto (tjamara za spat) ed una cantina (klijet),(zahljev).
Qualche casa è adorna di un balcone (pojòu).Le stalle sono nel cortile (hljev za žvino).Il cortile spesso non è recinto e separato da quello del vicino se non da un mucchio di letame:i recinti sono molto rari.Nel labirinto dei sentieri che si intrecciano nei cortili dei paesetti ci si può facilmente  smarrire-più d’una volta mi è toccato di chiedere che mi mostrassero la via per uscirne ed andare in questo o quel villaggio.Non ci sono affatto strade. 

I lavori  

 “Ohimè ,questi Schiavi! Vivono come ladri e senza una strada che entri od esca dai loro paesi!” mi disse in Friulano,descrivendomi quei poveri ” Slovegni “.Si scordava naturalmente che anch’essi nel piano vivevano così,or non è molto.

Le grandi famiglie si mantengono unite,senza che i figli e le figlie sposati si separino dai genitori.Tutti lavorano,senza distinzione,come in Resia,fin che hanno la forza.A me è capitato di vedere,sopra un onte,delle ragazze con le scuri,intente ad estrarre con gran fatica radici d’alberi dalla terra in mezzo alle rocce;dovevano portare da loro stesse quelle “legna” fino da basso ed alle loro case;ma lavoravano allegramente scherzavano e cantavano le loro canzoni,tutte coperte di sudore in quella inumana fatica.Ristettero per un minuto o due,piene di sudore,e ci indicarono la strada,poi,dopo averci augurato buon viaggio,ripresero a lavorare.

A S.Pietro ho veduto donne porre l’arco sopra un ripostiglio da loro edificato come bravi muratori .Non è raro vedere i  maschi affaccendarsi in cucina oppure alla filatura del lino.Ma nonostante la miseria,non ho veduto che pochissimi mendicanti,forse perchè,secondo la loro antichissima tradizione,i parenti anche più remoti provvedono ai poveri dando loro un tetto se non l’hanno.Inoltre lo “Slovegn” si vergogna di mendicare:non così ho notato fra i Friulani,i quali,sia grandi che piccini,sono subito pronti a domandare “per amore di Dio”.

dsc01687L’agricoltura ed i campi si trovano in condizioni pietose. Il mais è il prodotto principale, ma dov’esso non può crescere,seminano l’avena ,il miglio e più spesso la segala.I pochi campi più fortunati possono essere dissodati dall’aratro (plug) e rotti dall’erpice (grèba ) : vi attaccano cavalli e muli oppure buoi e vacche.I campi di lino (lyn ) sono coltivati con gran diligenza.Hanno orti ( zagraje ) per le ortaglie e frutteti
(vaàrti),nelle vicinanze dei villaggi,con castagni , meli ,fichi,peri,e ciliegi.
La selvaggina è abbastanza abbondante sui monti :il lupo,la volpe,il cervo ed il capriolo non si sono ancora trasferiti in quelle zone. Con una speciale rete (strjetka )le donne stesse danno la caccia alla volpe;però non è loro concesso il diritto di cacciare il cervo e il capriolo,benchè se  l’occasione si presentasse esse sarebbero capaci di attaccarli senza la benchè minima paura.

dsc01207Gli animali che gli “Slovegni” più allevano sono le pecore e le capre,non tutte le famiglie hanno però i mezzi per poterle allevare.Qualcuno possiede anche la mucca che dà il  latte ,pascola e porta la legna al mercato.

La tessitura della stoffa (part) ,del panno (sukno )e del mezzo panno (medželana ) viene fatta soprattutto d’inverno.D’estate fanno le stoviglie (posoda ) di legno e di creta,cuciono i vestiti ecc.In autunno s’affaccendano a costruire carri (vozi) e slitte a mano (posanje ). Benchè fare gli slittini sia relativamente facile ,il costume vieta alle donne di occuparsene ,mente non è loro affatto proibito di slittare giù dai monti.Molte donne vanno a guadagnarsi il pane in città,come domestiche,e a molte questo piace.

Degno d’ammirazione è l’amore al lavoro degli “Slovegni”.Mi capitò di vedere una donna che guidava una mucca attaccata all’erpice,e contemporaneamente,allattava il suo bambino ch’era legato al suo seno,con una fascia; non solo,ma essa pure filava,tenendo la lana dietro la cintola;si vedono talvolta donne badare alle pecore e capre come bravi pastori, e nello stesso tempo filare e cucire ,senza naturalmente scordarsi di cantare.

dal libro della mia biblioteca “Gli Slavi del Friuli” edito a cura del Circolo di Cultura resiano e del giornale Matajur -tip.Lukežič Gorizia

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Riccardo Infanti⛷🗻

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 È carnico, di #Ravascletto, Riccardo De Infanti, il direttore tecnico della spedizione italiana ai Campionati #mondiali di #sci #Inas che si sono conclusi da poco in Francia. Si tratta delle gare della Federazione internazionale per atleti con #disabilità #intellettive.

Riccardo da tanti anni allena atleti con ogni tipo di disabilità facendoli sciare sulle piste dello Zoncolan. “I mondiali in Francia sono andati meglio del previsto”, ci ha raccontato sottolineando che sono state tre le medaglie conquistate, 2 bronzi e un argento, dai 4 atleti della spedizione azzurra: due maschi e due donne. Tra i convocati c’era anche Luisa Polonia, di Villa Santina, che purtroppo si è infortunata 10 giorni prima delle gare cadendo e facendosi male a un ginocchio, quindi per lei è stato necessario uno stop forzato.

https://www.facebook.com/pg/RadioSpazio103/posts/?ref=notif

Complimenti Riccardo Infanti!